Questa domanda rileva, eccome!

Alcuni lettori ci sottopongono l’uso del verbo rilevare in espressioni negative quali “il dato / il fatto non rileva”.

Risposta

Il significato di (non) rileva è quello… rilevato dai nostri lettori: ‘(non) conta, (non) vale, (non) serve’ e dà al verbo rilevare il valore dell’omologo costrutto copulativo è rilevante, importante ecc., con soggetto nominale, come negli esempi dei lettori o anche in “La detrazione relativa all’anno 2013 non rileva ai fini della determinazione dell’acconto IRPEF per l’anno 2014” (dal corpus CORIS) oppure frasale, come nella sentenza (riportata sempre nel CORIS) che dice: “a nulla […] rileva … che nel suddetto processo penale, per altri fini, debba essere accertata l’esistenza dello stesso fatto posto a fondamento del licenziamento”, in cui, per altro, la reggenza con a (su cui torneremo subito) trasporta il ruolo di nulla verso quello di complemento indiretto (ma non cambia il senso); usi tutti di ambito amministrativo-giuridico.

Non da oggi questa espressione e questo costrutto si sono affacciati nel linguaggio della saggistica, in particolare, come si diceva, in quella del diritto e dell’amministrazione, e specie appunto in forma negativa e a volte, come nell’ultimo esempio, impersonale. Si tratta quasi sicuramente del calco in italiano del latino giuridico nihil relevat, ‘non ha rilevanza’, molto comune e persino celebre nella massima: “Protestatio contra factum nihil relevat”. Grazie a Google libri troviamo nelle Notizie della vera libertà fiorentina del 1724: “non vi era da fare tanto schiamazzo per cosa, che qui non rileva nulla, e che non ha a che fare col nostro soggetto”, in cui nulla ha valore avverbiale, di pleonastico ribadimento di non e, nel Giornale pratico-legale redatto dal D. Girolamo Sacchetti a Firenze del 1823: “tutto ciò non rileva a sostegno del di lui assunto”; due esempi che mostrano come in questa costruzione il verbo sia intransitivo monovalente (come nel primo) o bivalente con reggenza a (come nel secondo o anche, in singolare miscuglio di costrutti, nella succitata sentenza: “a nulla ... rileva”).

Niente di completamente nuovo quindi nel formale (non) rileva segnalato dai nostri lettori.

E tuttavia gli interrogativi di alcuni di loro non sono infondati. Infatti, il moderno uso assoluto e intransitivo di rilevare in ambito giuridico e burocratico non è segnalato né dal Vocabolario Treccani né dal GRADIT né dallo Zingarelli 2020 ecc., tutti concordi nel registrare questo costrutto e valore solo come residuo non comune o letterario di un precedente di prim’ordine: Dante, Pd XXX 123 (“La legge natural nulla rileva”, ‘non conta nulla’) e in una certa misura anche il Petrarca (Canz. CV) solennizzato da Leopardi nella Palinodia (“Il sempre sospirar nulla releva”). Per la verità, questi costrutti potrebbero anche essere interpretati come transitivi (considerando nulla pronome), come inequivocabilmente è in questo esempio dall’epistolario cinquecentesco di Annibal Caro riportato dalla IV Crusca: “Se questo rileva cosa alcuna appresso di lei, egli è de’ più vecchi e più cari amici che io abbia”; ma l’opinabilità di un’ipotetica passivazione del costrutto negativo (“*nulla è rilevato dalla legge naturale”) fa capire perché l’uso sia stato interpretato dai dizionari moderni come intransitivo, fin dagli esempi dei nostri classici. L’oscillazione (frequente, vedi Sabatini-Coletti 2008) tra ruolo pronominale e ruolo avverbiale di nulla potrebbe aver indotto l’uso specialistico a interpretare sempre più spesso nulla come non e a costruire il verbo, in forma negativa, con sintassi intransitiva. Siamo, ad essere precisi, in una zona intermedia tra i due costrutti, abitata da tanti verbi transitivi quando hanno uso assoluto e quindi sintatticamente intransitivo (“Giorgio non mangia la minestra/ Giorgio non mangia”).

Nella lingua antica, l’OVI registra anche altri usi di rilevare di questo tipo, come in Fra Giordano da Pisa (“che pro fa s’io adoro e non sto attento a la mia oratione e ho il cuore in altra parte? Non rileva nulla”). In una predica del frate pisano, l’OVI registra anche un uso di rileva col significato che qui inseguiamo, ancorché in costrutto transitivo (per altro ellittico del soggetto) e forma affermativa (“Quegli vuole e credesi vivere anche quaranta o cinquanta anni e Idio ha ordinato ch’egli viva poco. Che rileva dunque a costui, che pur si affatica, che il voler di Dio si pur empierà?”, parafrasabile con: “che cosa rileva, che vantaggio dà a costui [sogg. sott.: volere vivere anche quaranta, cinquanta anni], perché si affatica sempre, (visto) che tanto il volere di Dio si compirà?”), di cui sottolineiamo il complemento di vantaggio introdotto da a, antesignano di quello di scopo (rivolto a cose, concetti, norme ecc.) dell’uso giuridico successivo (“ai fini”, si legge spesso).

D’altra parte, se oggi rilevare è costruito soprattutto come transitivo nel significato di ‘osservare, registrare, far notare qualcosa ecc.’, in toscano antico da un valore transitivo “rilevare una figura”, nel senso tecnico (per dirla con la Crusca) di “sportarla infuori del piano ove (è) affissa”, cioè ‘conferirle rilievo’ (darle in genere una forma a sbalzo), si doveva essere passati a quello decisamente intransitivo di ‘figura che rileva’, cioè ‘che spicca’ (perché ha rilievo: un derivato, ricordiamocelo, di rilevare) e di qui, forse, anche a quello figurato di ‘avere importanza’, ‘essere importante’ di Dante e poi del moderno linguaggio giuridico, specie in forma negativa, in usi via via sempre più spesso assoluti o col complemento di scopo introdotto da a. Da ultimo, rileva intransitivo si presenta anche con soggetto frasale, in costruzione impersonale, con o senza complemento, sempre nei linguaggi settoriali del diritto, come in “non rileva che… il promissario abbia chiesto di avvalersi della facoltà di sospendere il pagamento del prezzo” (una sentenza registrata dal corpus CORIS).

Resta da spiegare perché la lessicografia non se ne sia ancora accorta, come abbiamo visto. Il fatto è che il rilancio in ambito settoriale della forma e del valore antico di rilevare (= importare, contare) pur non essendo recente, non è molto frequente. Se non erro, degli oltre 140 casi di rileva attestati nel corpus DiaCORIS di scritti prosastici vari dal 1861 a oggi, ce n’è solo uno, proprio dell’allora Presidente dell’Accademia della Crusca Giovanni Nencioni (di formazione giuridica), in cui rileva è costruito in forma negativa e con soggetto frasale: “Non rileva poi molto, ai fini del progresso generale della disciplina, che questo o quel problema, questa o quella esperienza fossero affrontati all’insegna dell’idealismo o del positivismo”: forma negativa, verbo intransitivo impersonale, soggetto frasale, significato ‘non ha importanza, non è importante che ecc.’ (anche se molto oscilla, come prima nulla, tra il valore pronominale e quello avverbiale e quindi il costrutto tra transitivo e intransitivo). Le cose cambiano un po’ se guardiamo nel più vasto e sincronico corpus CORIS già citato: qui i casi di non rileva (intransitivo e qua e là anche impersonale) sono più numerosi, specie in sentenze e simili e ce n’è qualcuno anche in forma affermativa, come in “L’aumento di reddito definito con il concordato rileva ai fini del contributo al servizio sanitario nazionale” (CORIS). Tuttavia questi costrutti e significati sono percentualmente minoritari rispetto alle attestazioni del verbo nel senso di ‘osservare, far notare’ in forma transitiva, affermativa e personale.

Questa fortuna ancora piccola, anche se da ultimo in crescita, potrebbe spiegare i ritardi della moderna lessicografia nel prendere atto di questa solo relativa novità semantica e sintattica di rilevare (con o senza complemento di scopo in a), già in incubazione nei prestigiosi e remoti esempi di Dante o Petrarca e per altro (come abbiamo visto) da tempo strisciante nella prosa giuridica, anche per pressione del latino settoriale. Dunque, tanta strada per dire che non c’è niente da eccepire contro gli usi su cui siamo stati interrogati.

Vittorio Coletti

1 settembre 2020


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