Razzismo: che brutta parola!

Sono pervenute varie domande riguardanti le parole razza e razzismo. C’è chi vuole conoscerne l’etimologia; chi, rilevando il fatto che con riferimento al genere umano non si parla più di razze ma di etnie, chiede se razzismo non vada sostituito con etnofobia; chi ha dubbi sulla legittimità del termine, quando viene riferito ad atteggiamenti discriminatori nei confronti di omosessuali, disabili, ecc.

Risposta

Razzismo: che brutta parola!

 

La parola razza risale al Medioevo e, per quanto riguarda la storia e l’etimologia, possiamo senz’altro rimandare al documentatissimo testo del collega e accademico Lino Leonardi Le parole hanno un peso. “Razza”, sinonimo di identità non umana, pubblicato come tema del mese sul nostro sito. Possiamo solo aggiungere che la storia della parola ha avuto una svolta particolare alla fine dell’Ottocento e poi nel corso del Novecento, quando, si sono formati vari derivati (razzialerazzismo, razzista, ecc.), che hanno avuto risvolti sul piano ideologico, politico e sociale che trascendono la lingua vera e propria e che investono invece drammaticamente la recente storia mondiale.

Ricordiamo brevemente anche qui che il termine, che costituisce un adattamento del francese antico haraz, di probabile origine vichinga, attestato già nel 1160 circa per indicare gli allevamenti di cavalli normanni, è documentato nei volgari italiani già nel Trecento (insieme alle varianti razzo e arazzo) e ricorre in contesti che fanno sempre riferimento ai cavalli.

Da qui nasce lo sviluppo semantico al valore più generale (questa e le definizioni seguenti sono tratte dal GRADIT) di ‘insieme di animali o piante della stessa specie, contraddistinti da caratteri  pressoché omogenei, trasmessi ereditariamente’ (razze canine). Dalla zoologia e dalla botanica, il termine è passato agli uomini, nel senso di ‘popolazione o insieme di popolazioni con una particolare frequenza distributiva di  alcuni geni, contraddistinta da alcune caratteristiche dinamiche e mutevoli nel tempo’ (razza gialla), di ‘discendenza, stirpe’ (razza aristocratica), di ‘stirpe, popolazione’ (razza ariana; in questo senso il termine ha già una forte connotazione ideologica). Ormai il concetto di razza umana è stato destituito di ogni validità scientifica, grazie ai progressi dell’antropologia fisica e dell’evoluzionismo, ma la parola ha ancora una sua vitalità, anche inusi più generici, nel senso di ‘genere’, ‘specie’, o anche ‘qualità’, con riferimento a persone (che razza di amici frequenti?; razza di maleducato!) e perfino a cose (che razza di modelli hanno predisposto?).

L’aggettivo relazionale di razza è razziale, datato 1900, tratto da racial, francese (l’Etimologico) o inglese (GRADIT), usato con accezioni diverse in contesti come caratteristiche razziali (‘relative a una razza’; vale quanto detto sopra circa l’infondatezza scientifica del concetto), persecuzioni razziali (‘fondate sulla razza’), conflitti razziali (‘tra gruppi etnici diversi’).

Più o meno coeve sono le prime attestazioni di razzismo e razzista (1905), formate con i suffissi -ismo e -ista, tuttora molto produttivi (e non solo italiano) per indicare movimenti o ideologie e relativi seguaci. Razzismo ha così assunto il significato di complesso degli orientamenti e degli atteggiamenti che – all’interno del genere umano – distinguono razze “superiori” da razze “inferiori” e attuano comportamenti vòlti a tutelare la purezza di una presunta razza “superiore” rispetto alle altre; tra questi la segregazione della razza ritenuta inferiore (come l’apartheid sudafricano o la ghettizzazione dei neri negli Stati Uniti), la sua discriminazione sociale, giuridica e istituzionale, fino alla persecuzione e allo sterminio di massa, come quello perpetrato dal nazifascismo nei confronti degli ebrei (ma anche dei rom).

Proprio le tremende conseguenze provocate dal razzismo e dal mito della razza nella prima metà del Novecento hanno determinato spesso, negli ultimi tempi, un rifiuto della parola, tanto che, con riferimento agli uomini, al posto di razza si preferisce parlare di etnia, termine attestato in italiano (e non a caso) dal 1945, che ha alla base il greco éthnos ‘popolo, nazione’ e probabilmente è calcato sul francese éthnie, del 1930; si noti che però l’aggettivo etnico, attraverso il latino, era entrato già in italiano antico.

La sostituzione della parola non ha purtroppo portato all’eliminazione della cosa (pensiamo alla pulizia etnica, di cui si è parlato anche in epoca molto più recente, nei conflitti tra le repubbliche della ex Jugoslavia). Non servirebbe dunque a molto, per estirpare il razzismo, la sostituzione di questo termine con etnofobia, come viene proposto da alcuni lettori. La parola, non ancora registrata dai vocabolari, è effettivamente attestata in rete (e risulta abbastanza diffusa in spagnolo), ma il suo significato sembrerebbe poco compatibile con i numerosi composti “neoclassici” formati con il prefissoide etno-.

Quanto all’uso traslato di razzismo per qualificare e condannare ‘ogni atteggiamento discriminatorio nei confronti di persone diverse per categoria, estrazione sociale, sesso, opinioni religiose o provenienza  geografica’, si è talmente esteso, che è stato da tempo registrato dai principali vocabolari (ancora una volta abbiamo ricavato dal GRADIT la definizione appena riportata, in cui a sesso aggiungeremmo o orientamento sessuale).

Per concludere, un’osservazione di carattere fonetico: la parola razzismo (così come nazismo, nazifascismo, naziskin, ecc.) si sente spesso pronunciata con la z sonora: questo non solo è in controtendenza rispetto alla crescita, nell’italiano contemporaneo, della pronuncia sorda della z intervocalica resa nella grafia con la doppia, ma è anche in contraddizione con la stessa pronuncia sorda (almeno nello standard di base fiorentina) della zeta di razza (e anche di nazione, che è alla base di nazismo). Oltre tutto, in questo caso la pronuncia sorda di zz si oppone a quella sonora dell’omografo razza, nome di un pesce (caratterizzato dalla forma romboidale del corpo, appiattito, dalle ampie pinne pettorali e dalla lunga coda), e ha dunque funzione distintiva (sempre nello standard) sul piano fonologico. Possiamo almeno ipotizzare (o magari sperare) che questa pronuncia “illogica” della parola voglia esprimere una decisa presa di distanza dalla cosa?

 

Paolo D’Achille

 

 

Il Tema:

 

Piazza delle lingue: Lingua e storia

29 gennaio 2018


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