Sbarcare il lunario

Alcuni lettori ci chiedono quale sia l’origine del modo di dire sbarcare il lunario.

Risposta

Sbarcare il lunario è un modo di dire ad altissima frequenza, in italiano, come provano le numerose occorrenze nell’archivio del quotidiano “la Repubblica” (5.837.724), consultato tramite la Stazione lessicografica dell’Accademia della Crusca (ricerca del 30/1/2023).

 I significati di ‘riuscire a campare a stento’ (DELI, s.v. lunario) o ‘riuscire a vivere stentatamente’ (cfr. anche quanto si dice nella sezione Domande e risposte del portale Treccani) si spiegano alla luce del valore assunto dalle componenti sostantivali (lunario) e verbali (sbarcare). Procediamo con ordine.

Il lunario, com’è noto, è un almanacco popolare, diffuso negli ambienti rurali, che riporta prima di tutto le fasi della luna, ma anche i giorni e i mesi dell’anno, le previsioni meteorologiche, le sagre, i mercati e le fiere; e ancora precetti, proverbi, modi di dire, poesie vernacolari, aneddoti e sapidi episodi di saggezza spicciola. Il termine, risalente al XVI secolo (l’Etimologico, s.v. lunario), è una voce semidotta, derivante dal latino lunarius (‘proprio della luna’), che originariamente indicava la tabula lunaris (cfr. il francese lunaire, sec. XIII: DEI, s.v. lunàrio) ovvero la tavola delle fasi lunari, delle lunazioni e dell’anno lunare (cfr. Arminio degli Armini, Lunario per l’anno bisestile, Firenze, 1580). Il significato attuale è a sua volta antico, se già nel 1584 Lionardo Salviati forniva la seguente definizione: “libretto che riporta i giorni del mese, le fasi della luna, i santi, le feste, le fiere, con previsioni meteorologiche” (v. DELI, s.v.); donde la locuzione far lunari o qualche lunario, che significa ‘almanaccare, fantasticare’; donde il valore di ‘pensiero, giudizio’ da cui discendono locuzioni ormai opache e in disuso, come al mio lunario (‘secondo me, secondo la mia opinione’), essere del medesimo lunario (‘avere la medesima opinione’) e perdere il lunario (‘perdere il giudizio, il senno’). Nel caso di sbarcare il lunario, il sostantivo assume il valore estensivo di ‘anno’, alla base del significato di “arrivare in porto alla fine dell’anno, cioè riuscire a percorrere da un giorno all’altro, da un mese all’altro, la difficile navigazione con una barca che fa acqua, tra scogli e difficoltà di ogni genere” (Pittàno, s.v. sbarcare il lunario).

Non meno essenziale, ai fini della comprensione del significato non composizionale del modo di dire, è il valore figurato del composto denominale di barca, sbarcare (parasintetico formato con prefisso sottrattivo s-); verbo anch’esso cinquecentesco (l’Etimologico, s.v. barca1), che intendiamo nel senso di ‘trascorrere per lo più stentatamente e faticosamente, vivendo di espedienti, un periodo di tempo, l’esistenza stessa’ (GDLI, s.v. sbarcare, n. 9). Così si spiegano espressioni come sbarcare l’estate, sbarcare l’inverno, sbarcare i mesi e appunto sbarcare il lunario, sbarcare la vita, che il GDLI illustra con esempi tratti da Giuseppe Giusti, Giovanni Faldella e Giovanni Papini. Analogamente le forme indeterminate, con il clitico oggettuale -la, ovvero sbarcarsela e sbarcarla, vanno intese nel senso di ‘cavarsela, superare un ostacolo, un momento critico, riuscire ad andare avanti più o meno bene’; e si vedano, a tal proposito, gli esempi tratti da Filippo Pananti (“e vedrem di sbarcarla con quattr’uova”), di nuovo dal Giusti (“sbarcarla per sé”) e da Giuseppe Bandi ("isbarcarla alla meglio").

Per quanto riguarda la datazione, va detto che sbarcare il lunario è un modo di dire ottocentesco probabilmente coniato dal Giusti. La prima attestazione si trova nella seconda strofe (vv. 4-6) del Papato di Prete Pero (1845): “Si rassegna, si tien corto, / colla rendita d’un orto / sbarca il suo lunario”; dov’è chiaro il significato di ‘tirare a campare’. Successivamente, Giosuè Carducci, in una lettera datata 1869, si rivolge all’editore Barbèra lamentandosi di una spesa di 38 lire dovuta alla trascrizione di alcuni testi del Petrarca: “Mi conviene far conto anche di queste minuzie, per isbarcare mese per mese alla meglio il mio lunario” (Lettere, VI 85).

A quell’altezza cronologica, come opportunamente si afferma nella già citata risposta della Treccani, l’espressione non si era ancora cristallizzata nell’uso. Ce ne danno conferma le Voci e maniere del parlar fiorentino di Pietro Fanfani (1870), dove, alla voce sbarcare, si legge: 

Il signor Buscaino avrebbe voluto veder registrata la bella frase (dice lui) del Giusti (Sbarcare il lunario) per Passare la vita. Se egli ce la desidera, e se c’è altri del suo gusto, eccola qui; ma in quanto all’esser dell’uso, la non è; il Giusti la formò egli, credendo che la frase indeterminata Sbarcarsela o Sbarcarla, si potesse rendere determinata facendone Sbarcare il lunario; ma, a chi la guardi bene, questa frase non istà, perché, considerato il lunario per il corso della vita, bisognava dire Sbarcare del lunario, il che verrebbe piuttosto a significar Morire; dove sta benissimo lo Sbarcarsela o Sbarcarla, perché il suo pieno sarebbe presso a poco Sbarcare da un legno che approdi quel tanto via via che occorre per vivere. Noto poi al signor Buscaino che la frase vagheggiata da lui non vale semplicemente Passar la vita, ma sopperire alle necessità come meglio si può.

Di questo giudizio tenne conto Costantino Arlìa quando, dalle colonne del “Risveglio educativo” (n. 20, 23/2/1895, p. 157), dopo aver citato il Fanfani, prese posizione in favore di un distinguo tra sbarcarla e sbarcare il lunario: “Da tutto ciò mi par che riman chiarito che volendo significare Sopperire alle proprie necessità come meglio si può, Passar la vita alla meglio ec., va adoperato Sbarcarla o Sbarcarsela e non la dizione Sbarcare il lunario”. Significativo è il fatto che, nell’Arlia, a differenza del Fanfani, non si dia conto del costrutto intransitivo (sbarcare del lunario); il che potrebbe denotare un consolidamento della forma priva della reggenza, sbarcare il lunario, proprio negli anni 1870-1895.

Oggi tale distinzione è venuta meno e sbarcare il lunario si è affermato, con il valore di ‘tirare a campare’, fino a diventare di uso comune. Per usare un altro modo di dire – in chiave meta-fraseologica – possiamo rimandare ancora al Pittàno, che, nel suo Frase fatta capo ha, associa sbarcare il lunario a tirare avanti la baracca; dove ‘baracca’ – cito – “ha il significato di famiglia, impresa, amministrazione mal organizzata, in cattive condizioni economiche. La baracca infatti è una costruzione provvisoria, di legno o metallo, per ricovero di persone, animali, materiale, ed anche, in senso spregiativo, una casupola, una casa malandata”, proprio come la vita di chi sbarca il lunario.

Tra le attestazioni letterarie novecentesche si segnalano quella delle Stelle fredde di Guido Piovene (nono capitolo): «“[…] Per quale ragione pensa che un uomo entri nella polizia?”. “Non ne ho idea. Suppongo che per la maggior parte sia un modo come un altro di sbarcare il lunario”»; e ancora, ricavate dalla banca dati LIS – Lessico dell’italiano scritto dell’Accademia della Crusca, quelle di Carolina Invernizio, Eugenio Montale e Ettore Mo. Degne di nota sono poi le menzioni all’interno della voce industriarsi del Vocabolario Treccani online; e del neologismo filaro, termine romanesco che indica “chi, per sbarcare il lunario, fa le file al posto di altri, ricevendo un compenso” (Neologismi Treccani, 2008).

Infine, in riferimento alla domanda di un lettore che ipotizzava che sbarcare abbia sostituito un originario smarcare, occorre specificare che smarcare, nel senso di ‘cancellare da un elenco, depennare’, è verbo non comune, ma specialistico e proprio del linguaggio marinaresco (Vocabolario Treccani online, s.v. smarcare). Deriva da marca, antica voce germanica alla base di marcare (‘contrassegnare con una marca’), risalente al XIV secolo (av. 1348, G. Villani, cfr. DELI, s.v. marca1). Molto più recente di marcare, il verbo smarcare si è diffuso in ambiti settoriali della lingua, e con diversi significati: dal lessico della marineria a quello della letteratura, a quello dello sport. Dell’accezione marinaresca si è appena detto, mentre a proposito di quella letteraria, è interessante l’Antidannunziana di Gian Pietro Lucini, dove si trova smarcare nel senso di ‘far sparire da un testo l’impronta di un autore imitato’ (“L’abilità del d’Annunzio fu somma nello smarcare dal suggello swinburghiano i versi di lui: cambia il loro posto, li anticipa o li fa seguire”, p. 414; cfr. GDLI, s.v. smarcare). Quella sportiva, la più diffusa e nota, viene efficacemente spiegata da Lanfranco Caretti alla fine delle Noterelle calcistiche (1951), dove si legge: “Opposto all’arte del ‘marcare’ è quella dello ‘smarcare’ (da cui ‘smarcamento’). In senso attivo e riflessivo (‘smarcare sé stessi’, cioè sottrarsi alla vigilanza dell’avversario; ‘smarcare il compagno’, cioè effettuare un passaggio, fuori dalla portata degli antagonisti, in modo da permettere ad un compagno di proseguire liberamente l’azione)”. Si tratta di verbi tipici della lingua del calcio, ma anche del rugby (Proietti, 2011, p. 1398).

Si può concludere pertanto che, alla base del nostro modo di dire, vi sia effettivamente la barca e non la marca; per cui il lunario non si smarca, ma, giorno dopo giorno, si sbarca.

Nota bibliografica:

  • Rita Caprini, Etimologia e storia di marca, marco, marchio, marcare, marchiare, in «Lingua Nostra», 37, 3-4 (1976), pp. 74-76.
  • Giosue Carducci, Lettere, vol VI, 1869-1871, [Bologna], N. Zingarelli, stampa 1941.
  • Lanfranco Caretti, Noterelle calcistiche, in “Lingua nostra”, XII, 1 (1951), pp. 14-18, p. 18.
  • Pietro Fanfani, Voci e maniere del parlar fiorentino, Firenze, tip. del Vocabolario, 1870 [rist. an. Bologna, A. Forni, 1996].
  • Giuseppe Giusti, Il papato di Prete Pero, in Versi editi e inediti, Firenze, Felice Le Monnier, 1852, pp. 204-207, p. 204.
  • Gian Pietro Lucini, Phaedra e del «Plagio», in Prose e canzoni amare, a cura di I. Ghidetti, prefazione di G. Luti, Firenze, Vallecchi, 1971, pp. 411-422.
  • Guido Piovene, Le stelle fredde, prefazione di A. Zanzotto, Milano, Bompiani, 2017.
  • Giuseppe Pittàno, Frase fatta capo ha. Dizionario dei modi di dire, proverbi e locuzioni, Bologna, Zanichelli, 1992.
  • Domenico Proietti, Sport, lingua dello, in Enciclopedia dell’italiano, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, 2011, pp. 1397-1400.

Paolo Rondinelli

24 luglio 2023


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