Se hai fatto primo, hai fatto prima

Alcuni lettori ci segnalano l'uso da parte di giornalisti sportivi dell'espressione fare primo, secondo ecc., in luogo di arrivare primo, secondo...

Risposta

Buona, se pur non ampia, fortuna sembra avere nell’italiano dei media il costrutto ho fatto primo (ma anche secondo, terzo, quarto, ecc.) in sostituzione di sono arrivato primo (secondo, terzo, quarto, ecc.). In particolare la documentazione si riferisce agli sport su due ruote, ciclismo e motociclismo, ma non mancano attestazioni per altri sport, compresi quelli di squadra.

Se osservato in una dimensione di stretta contemporaneità, il costrutto parrebbe pienamente funzionale alla richiesta di brevità tipica dei nuovi media; su tutti il servizio di microblogging Twitter, i cui messaggi non devono superare i 280 caratteri; basti come esempio un tweet del ciclista Matteo Trentin:

@MATTEOTRENTIN
Ah per la cronaca non ho fatto terzo #sapevatelo Magari domani provo a migliorarmi (19/2/2019)

In realtà la sua diffusione non pare legata a economia di spazio. Lo si trova infatti con frequenza anche in altri media. È rintracciabile nei notiziari radiofonici, come documenta il corpus LIR:

l’arrivo di ieri / avevo già fatto terzo / (Radio 1 15/05/2003)

Variamente lo si trova nelle pagine internet, ma anche nelle pagine sportive dei quotidiani, come si vedrà più avanti.

Pur se il costrutto è più frequente con il passato prossimo, è attestato anche con altri tempi verbali, in particolare con il passato remoto:

Basti pensare che l’anno scorso, sullo stesso percorso feci quarto di categoria con venti minuti circa di tempo in meno. (Carpaneto maledeto, buraciateam.it, 12/4/2017)

Tra gli organizzatori della bella manifestazione mi pare giusto ricordare il dottor Pietro Redondi (sportivo cocciuto, ma intelligente che nei tempi belli della gioventù fece primo nella staffetta 4 x 100 del campionato nazionale universitari. (Giuseppe Giupponi, Valle Brembana: due secoli ‘800-‘900, 1997, p. 457)

Per quel che riguarda la sua storia, le prime attestazioni sembrano risalire agli anni Ottanta del Novecento. Lo si trova nel quotidiano torinese “Stampa Sera” in articoli dedicati al ciclismo, ed è usato tanto per riportare le parole degli intervistati:

«Arrivare per due volte in zona medaglia al Campionato del Mondo e non riuscire a salire sul podio. È accaduto nel 1966 ad Adenau quando avevo fatto quarto distanziato di otto secondi dal terzetto Altig, Anquetil, Poulidor, e l’anno successivo a Heerlen, in Olanda, dov’ero stato superato in volata da Merckx, Janssen e dallo spagnolo Saez». (“Stampa sera”, 11/6/1983, p. 19)

quanto direttamente dal giornalista:

Dopo un inizio in sordina, in giugno è 20° al Giro a tappe della Valsesia dove corrono i «mostri» dell’Urss; in luglio si presenta con un 7° alla Susa — Pian del Frais e quindi «esplode» con la conquista di due titoli piemontesi in due giorni. A Bassignana quello assoluto su strada (lui, un 2° Serie, ha messo nel sacco tanti élite) e al Motovelodromo torinese l'inseguimento. Inoltre ha fatto quarto nell’individuale a punti (“Stampa sera”, 10/8/1983, p. 16)

Soltanto nel decennio successivo il costrutto compare sul “Corriere della Sera”:

«È stato davvero un bel problema: per aver fatto primo e secondo abbiamo discusso tutta la notte». (19/3/1992, p. 35)

Servendomi del corpus La Repubblica, recupero due esempi d’autore. Il primo, del 1989, di Gianni Brera, giornalista e scrittore che è stato definito, nel titolo di un articolo comparso nel “Magazine Treccani”, il padre della lingua italiana del calcio:

L’arbitro è un austriaco a nome Forstinger, che non promette nulla di buono. Il ct Azeglio Vicini ha varato una squadra che ha fatto quarta agli Europei avendo Ancelotti al posto di Berti e Mancini al posto di Carnevale. Tutto sommato, sembra meno forte questa, sia pure di poco.

Al termine del decennio successivo (1998) compare anche nella pagina di un altro giornalista e scrittore attento alle scelte linguistiche e stilistiche, che riconosceva in Brera un maestro, Gianni Mura:

Ha fatto terzo e secondo alla Roubaix e forse vincerà la prossima. Segue molti sport, era compagno di banco del pallavolista Bracci, è juventino e amico di Lippi.

Con il conforto del padre della lingua calcistica italiana e di un suo bravo allievo, il costrutto pare dunque avere piena autorizzazione d’uso, almeno nella lingua dello sport.

Si potrebbe ragionevolmente pensare che il costrutto abbia origine dall’ellissi del sostantivo posto; ipotesi confortata da esempi come il seguente, in cui “abbiamo fatto primo, secondo e terzo” è evidentemente ellittico rispetto al precedente “facendo primo e secondo posto”:

È, quella di Cervinia, la terza uscita del suoi nuovi bob. Continua Oupteniek: «A Winterberg, nella Germania Federale, a novembre, abbiamo vinto la Coppa Veltins (un minicampionato mondiale), facendo primo e secondo posto e, a dicembre, nella Coppa Cortina, abbiamo fatto primo, secondo e terzo. Partecipavano solo equipaggi minori, ma abbiamo abbassato tre volte il record della pista». (“La Stampa”, 17/1/1985, p. 29)

Se così fosse, l’ordinale sarebbe facilmente interpretabile come l’oggetto del verbo fare usato, secondo tipicità del parlato, come verbo generico in luogo di verbi più puntuali come conquistare, ottenere. La spiegazione sarebbe convincente però solo se fare primo funzionasse anche per un soggetto femminile, cioè se, oltre a “lei ha fatto primo posto”, fosse possibile anche “lei ha fatto primo”. In realtà le cose stanno diversamente e con un soggetto femminile l’ordinale ne segue il genere:

Poi c'è la squadra, ma qui siamo abituati a farci male da soli. Perché, dietro la Juventus che ha fatto valere il suo spessore, negli ultimi cinque anni si è stagliata a livello di piazzamenti solo la Roma, capace di fare, a partire dall’ultimo, terza, seconda, terza, seconda, seconda. Nello stesso periodo il Napoli ha un quinto posto, l’Inter e il Milan non sono mai salite sul podio, la Lazio ha fatto quinta, quinta, ottava, terza, nona, le altre sono disperse più in basso. (Daniele Lo Monaco, Roma maltrattata da media e ambiente, ma in 5 anni solo la Juve ha fatto meglio, “il Romanista”, 23/11/2018)

così come, nel caso di un soggetto plurale, è il numero a variare:

“La gara è stata molto veloce. Quando ero in testa mi sentivo molto bene. Alla curva 11 però ho avuto un problema alla marcia e per questo motivo Joan mi ha superato. Ho cercato di ripassarlo ma lui poi si è espresso ad un livello altissimo in pista. Ho cercato di trovare un compromesso tra gomma anteriore e posteriore. Congratulazioni alla Suzuki, abbiamo fatto primi e secondi in gara e vediamo se riusciremo ad adattare la moto meglio per la prossima gara”. (Silvia Maestrelli, MotoGP | GP Europa – Rins: “Congratulazioni alla Suzuki per la doppietta”, 8/11/2020)

Insomma, come se fosse venuta meno la memoria della sua origine ellittica, il costrutto presenta l’ordinale piuttosto come un complemento predicativo del soggetto argomentale (Salvi 1991) e fare si comporta come verbi del tipo:

1a) questo affare risulta vantaggioso
1b) questo affare è risultato vantaggioso

2a) Maria non stava attenta
2b) Maria non è stata attenta

4a) Luisa arrivò terza
4b) Luisa è arrivata terza

5a) Marco fece primo
5b) Marco ha fatto primo

La successione delle coppie serve però a chiarire l’anomalia sintattica, pur di per sé evidente: fare transitivo (e dunque con ausiliare avere) si comporta come una serie di verbi intransitivi, tutti con ausiliare essere.

La spiegazione di questo comportamento potrebbe essere rintracciata nelle caratteristiche semantiche e sintattiche del verbo fare, che lo rendono verbo poliedrico ed elastico nell’uso. Innanzitutto, per chiarirne l’estensione semantica, riporto la definizione di fare che si ritrova nel GDLI:

Eseguire, mettere in opera, portare a termine (in questo suo valore fondamentale ha per oggetto tutto ciò che può essere compiuto, sia in concreto, sia in astratto, con riferimento non solo a persone, ma anche a cose inanimate o a enti ideali, e, abbracciando un’estensione vastissima di significati, viene genericamente a identificarsi con tutti i verbi che indicano azione).

E questa disponibilità semantica di fare è sottolineata, pur nell’uso assoluto del verbo, anche da Andrea Moro (2010): «Usato in modo assoluto, cioè senza complementi, il verbo fare diventa quindi una sorta di abbreviazione, un “pronome verbale”, ovvero sta per “fare qualcosa”, o meglio “fare qualsiasi cosa”. [...] il verbo fare viene usato come abbreviazione per tutte le attività concepibili [...]».

D’altronde, già nel Cinquecento Vincenzio Borghini, nelle Annotazioni sopra il Decameron (1574), aveva osservato questa potenzialità semantica – ma anche sintattica – di fare:

Questo verbo ‘fare’ sopra tutti gli altri della lingua si vede pregno di significati, e non è meraviglia. Perché la natura commune de verbi non importa altro che azione et operazione, la quale è tutta e proprio di questo. Onde convenevolmente con esso si risponde a tutti gli altri, come che e’ vaglia in genere, quel che ciascheduno in proprietà. Non altrimenti che si faccia fra’ nomi la parola ‘cosa’, che naturalmente a tutti i nomi per la medesima ragione risponde, importando l’essere, che è così propio de nomi, come de verbi il fare.

Il paragone tra il verbo fare e il nome cosa chiarisce bene come Borghini individui in entrambi una maggiore estensione semantica rispetto a verbi e nomi più puntuali, dotati però questi ultimi di un numero maggiore di tratti semantici.

Ma è soprattutto l’osservazione della sintassi che può condurci ad una comprensione del costrutto. Fare sembra comportarsi, nel costrutto considerato, come un verbo supporto, cioè un verbo semanticamente vuoto mentre il significato è dato dal suo complemento; il verbo mantiene la funzione di indicatore dei tratti grammaticali di tempo, modo, persona, numero e al nome spetta la funzione predicativa (Salvi 1988). Per chiarire, consideriamo i due esempi seguenti, il secondo dei quali contiene fare come verbo supporto:

a) Il barista fa il caffè.
b) Il barista fa una scelta.

Nell’esempio a) si descrive un’azione compiuta con l’oggetto ‘caffè’, e il verbo equivale a ‘preparare’; nell’esempio b) fare è verbo supporto e il nome scelta indica l’azione che viene espressa dal verbo, ne garantisce la semantica e l’intero costrutto equivale a scegliere (Jezek 2011).

Un altro esempio utile può essere quello di fare con i nomi che indicano un mestiere:

a) Adamo fa l’agricoltore.
b) Pio fa l’ingegnere.

A proposito di questi ultimi esempi, hanno osservato La Fauci e Mirto (2003) che la costruzione del verbo fare accompagnato dalla designazione definita del mestiere:

dice tutto il necessario senza ricorrere a nulla di superfluo e si presenta come un arnese di grande efficienza e flessibilità [...]. In altre parole, per via della costruzione FareLavoro l’italiano dispone di migliaia di locuzioni che potremmo chiamare «verbi» come farelingegnere, farelambasciatore, fareilmaggiordomo [...] e così via che svolgono egregiamente il compito degli ipotetici e, in linea solo teorica, più regolari *ingegnerare, *ambasciatorare, *maggiordomare [...].

A partire da queste osservazioni, è ragionevole supporre che così accada anche per il costrutto fare + ordinale, con il quale si rende disponibile alla lingua una serie infinita di “verbi” capaci di esprimere ogni piazzamento in un ordine di arrivo: fareprimo, faresecondo, fareterzo, farennesimo. È vero che, diversamente da quanto si è visto per i verbi che esprimono FareLavoro, esistono già in italiano, almeno per i primi cinque posti in graduatoria, delle possibili alternative. Ma la loro storia, la loro modalità d’uso e il loro significato le rendono incapaci di esprimere puntualmente un piazzamento. Ci sarebbe, ad esempio, primeggiare per chi arriva primo; ma in realtà primeggiare non può soddisfare la necessità, perché significa ‘essere primo o tra i primi’ (GRADIT) e dunque anche chi arriva secondo primeggia. A sua volta secondeggiare, ignoto ai dizionari, si incontra, interrogando la rete, soltanto in usi scherzosi:


E poi, scorrendo la graduatoria, terzeggiare è confinato in pochi esempi secenteschi di un solo autore – Francesco Fulvio Frugoni – e con un significato differente:

Venere suol sempre terzeggiare fra i due; e se lontana da quegli irrigidisce: posta fra loro avvampa. (Del sagro Trimegisto descritto nella vita di S. Massimo vescovo di Riez, 1666, p. 333)

Oppure ricorre come antico tecnicismo della ragioneria:

Come in mezzo a questo dedalo di monete avessero saputo destreggiarsi i nostri liquidatori non è detto: certo si è che a complicare le cose si aggiungeva ancora la così detta regola del Terzeggiare. Essa consisteva nel dividere le monete da liquidare: «in tre parti uguali; l’una si liquida in oro la seconda in argento e la terza in moneta». (“Rivista italiana di Ragioneria”, 1928, p. 351)

Quanto a quarteggiare, il GDLI, dopo averlo segnalato come antico, così lo definisce: “Abbinare in uno stesso scudo o emblema nobiliare le insegne di due diverse casate, ripartendole nei quattro quarti in cui esso è diviso”; e ne dà un solo esempio cinquecentesco. Infine quinteggiare è tecnicismo musicale e significa: ‘di strumento, produrre la quinta’ (GRADIT).

Appare molto comodo, facilmente produttivo e semanticamente inequivoco sfruttare il verbo fare per la creazione di locuzioni verbali che non solo danno conto delle prime posizioni e informano con precisione che Anna ha fatto prima mentre Marco ha fatto terzo, ma con altrettanta puntualità potrebbero dirci che Luca e Giovanna hanno fatto ennesimi.

Se dunque indubbiamente il verbo fare, come si è sopra ricordato, è un verbo di amplissima estensione semantica, ciò forse dipende anche dalla sua elasticità sintattica che gli consente di entrare armonicamente in una pluralità di combinazioni. Con ciò il verbo fare si presenta come un verbo zelig, capace non solo di assumere il significato di una molteplicità di altri verbi, ma anche di imitarne il comportamento sintattico.



Nota bibliografica:

  • Jezek 2011: Elisabetta Jezek, Verbi supporto, in Enciclopedia dell’italiano 2011.
  • La Fauci e Mirto 2003: Nunzio La Fauci e Ignazio M. Mirto, Fare. Elementi di sintassi, Pisa, ETS, 2003.
  • Moro 2010: Andrea Moro, Breve storia del verbo essere, Milano, Adelphi, 2010.
  • Salvi 1988: Giampaolo Salvi, La frase semplice, in L. Renzi, G. Salvi, A. Cardinaletti, Grande grammatica italiana di consultazione, vol. I, Bologna, il Mulino, 1988, pp. 29-113.
  • Salvi 1991: Giampaolo Salvi, Complementi predicativi, in L. Renzi, G. Salvi, A. Cardinletti, Grande grammatica italiana di consultazione, vol. II, Bologna, il Mulino, pp. 191-226.

Mario Piotti

14 dicembre 2021


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