Una lettrice ci chiede informazioni circa l’uso dell’indicativo o del congiuntivo nelle proposizioni interrogative indirette, introdotte da se tanto tanto, con particolare riferimento alla seguente frase: “senti se tanto tanto tua mamma conosce/conosca questo piatto”.
La reduplicazione (De Santis 2011; Thornton 2023) di tanto, che già si usa come avverbio per il superlativo analitico di aggettivi e avverbi (“quell’attore è tanto bravo”; “hai giocato tanto bene”), può avere diversi usi: intensivo, con lo stesso valore avverbiale di ‘assai, molto’, prima di aggettivi (cfr. GDLI s.v. buono: “E voi la trovereste tanto tanto bonina, / quieta, savia, obbediente”, in Carlo Goldoni, Il ricco insidiato, 1758) o anche nell’uso assoluto (cfr. GRADIT s.v. tanto: “mi dispiace tanto tanto”). Inoltre può assumere il senso di ‘perlomeno, in qualche modo, più o meno’ (valore limitativo: cfr. GDLI: “Tanto tanto al tempo di Foscolo e di Cuoco lo stile, o all’uso di Goethe, o all’uso di Barthelemy, seguiva l’indole propria del romanzo”, Carlo Cattaneo, Recensione a Fede e bellezza di Niccolò Tommaseo, 1840) e anche di ‘appena’ (cfr. ivi: “Se la prestazione chiestale appariva tanto tanto possibile, lei vi si piegava, sia pure con miagolio di fastidio”, in Tommaso Landolfi, Des mois, 1967). Va aggiunto il valore conclusivo, in funzione di avverbio (su cui cfr. Serianni 2014, che, tra gli esempi più antichi di tanto e tanto, ne cita uno tratto dalla Moglie in calzoni di Angelo Nelli, 1731, atto I sc. 8: “Se poi son fuori del Paese, che abbiam da temere? Se poi non lo sono, tanto e tanto non mi dan soggezione”) o di congiunzione, nel senso di ‘ancora’ (cfr. GRADIT, che lo marca “b(asso) u(so)”: “se tu fossi ricco, tanto tanto capirei le cifre che spendi”), e “concessione insieme e di restrizione”, che si legge nel Tommaseo-Bellini (1879: vol. IV, parte II, in cui si citano i seguenti esempi: “Se gli desse una buona dote, tanto tanto la sposerebbe. Se fosse bella, tanto tanto si potrebbe compatire”). Anche il Rigutini-Fanfani 1875 menziona quest’ultimo impiego:
Tanto tanto, modo concessivo, che vale In questo caso o simile: «S’e m’avesse almeno dato un acconto, tanto tanto potevo avere un po’ più di pazienza.» || E con reticenza: «Se ero stato avvertito, tanto tanto…».
La costruzione può essere utilizzata per rafforzare la congiunzione se con valore condizionale, come del resto può avvenire con avverbi e locuzioni avverbiali del tipo casomai e per caso (cfr. GRADIT s.v. se, che riporta gli esempi: “se casomai cambiassi idea, fammelo sapere; se per caso esci, dimmelo"), ai quali infatti si sovrappone dal punto di vista semantico. Il valore eventuale potrebbe essersi sviluppato proprio dall’accostamento a se, rispetto al quale presenta «un’eventualità più remota» (per il significato di casomai, cfr. Massimo Palermo, Casomai aveste dei dubbi sull’uso di casomai). Si vedano questi contesti novecenteschi rintracciati in Google libri:
Quando qualcuno gli parla, se tanto tanto l’argomento lo riguarda da vicino, protende la faccia ed un lieve tic gli fa alzare ad intervalli il labbro superiore. (Mario Fucini, Una scassata, in “L’ala d’Italia”, 15, aprile 1937, pp. 57-61: p. 57)
Se tanto tanto un raggio di luce lo investe, fa uno schizzo come farei io se m’investisse un’automobile, o poco meno. (L.S., Sempre più difficile, in “Almanacco della donna italiana”, 20, 1939, pp. 191-198: p. 196)
[…] e se tanto tanto chiudi gli occhi un momento ti ritrovi impacchettato davanti a prete e chierichetti. (Enrico La Stella, È tardi, Mattia, Milano, Rizzoli, 1960, p. 122)
Nell’esempio fornito dalla lettrice ci troviamo di fronte due questioni: la prima riguarda l’accettabilità/diffusione di tanto tanto, la seconda la scelta del modo del verbo della subordinata (conosce/conosca). Si tratta di una proposizione interrogativa indiretta retta dal verbo sentire, che esprime una percezione, e introdotta da se con tanto tanto, che assume, anche in questo caso, il significato ‘casomai, per caso’, e si comporta, dal punto di vista pragmatico, in modo simile a niente niente, locuzione dell’italiano regionale di Roma (D’Achille 2011; cfr. anche VRC s.v. tànto), e a pure pure (Giovanardi-De Roberto 2016). Va precisato che non ho rintracciato in rete, negli archivi e nei corpora elettronici (PTLLINC, Italian Web 2020 – itTenTen20) attestazioni simili: potrebbe dunque trattarsi di una costruzione tipica dell’oralità, forse diatopicamente marcata (cfr. ancora quanto detto a proposito di niente niente, che si trova proprio soprattutto nelle interrogative indirette). Sulla sintassi del verbo in questo tipo di frasi rimando a una risposta di Luca Serianni, pubblicata sulla “Crusca per voi” (XXXI, ottobre 2005, che si può leggere qui), in cui si rileva come “l’uso del congiuntivo è quello più comune (e quindi raccomandabile)”, in contesti come “mi chiedevo se non fosse meglio”, “mi domando se la proposta X non sia migliore della Y” e “non c’è alcun dubbio che il migliore sia/fosse lui” (cfr. anche D’Achille 2019, p. 124). Nella sua grammatica, lo stesso Serianni (Serianni 1989, XIV.86) precisa che «i due modi fondamentali, indicativo e congiuntivo, non corrispondono in genere a un diverso grado di certezza ma, semmai, a un livello stilistico più o meno formale o a semplici variazioni libere (significativo il seguente esempio di C. Alvaro, cit. in Moretti-Orvieto 1979: I 107, in cui di tre interrogative coordinate due sono all’indicativo e una al congiuntivo: “gli chiedeva quanti erano in casa, se avesse il padre e la madre, se era fidanzata”)». Va detto che, nell’italiano contemporaneo, “almeno in dipendenza dei verbi di opinione, nelle interrogative indirette e nelle relative restrittive, il congiuntivo cede sempre più spesso […] il campo all’indicativo; la categoria della modalità espressa dal congiuntivo può essere resa con la scelta del tempo (imperfetto, futuro) o grazie a un elemento avverbiale (credo che forse viene)” (D’Achille 2019, p. 126; cfr. inoltre ivi, p. 190; Dardano-Trifone 1995, pp. 465-466). Sabatini (1985) include il tratto tra le caratteristiche dell’“italiano dell’uso medio”. Offriamo qualche esempio, ripreso dal PTLLINC, in cui le interrogative indirette dipendono dal verbo domandare:
Mi domando se sei ubriaco (Mario Tobino, Il clandestino, 1962; va precisato che si trova all’interno di un discorso diretto)
Ma è che più m’addentro nel suo cuore segreto, più mi scopro trepidante, più mi domando se ho diritto a proseguire. (Mario Pompilio, Il Natale del 1833, 1983)
Mi domando se questo che provo ora è rimorso. (Maria Bellonci, Rinascimento privato, 1986)
Anche in X si trovano esempi simili. Ne riportiamo alcuni retti da chiedere:
A volte penso di meritare di più. Poi mi accontento e mi chiedo se è saggezza o resa (post del 10/1/2026)
pt. 1824916 in cui chiedo se il demonesso è andato via da questo paese perché non ce la faccio + (post del 19/1/2026)
A volte mi chiedo, se nella vita reale, alcune persone, sono così cattive, come lo sono qui dentro. Nel caso fosse così, rabbrividisco per chi gli/le sta vicino nel quotidiano….sera (post del 20/1/2026)
È da precisare che il ricorso all’indicativo nelle interrogative indirette è diffuso anche nell’italiano antico, come si può osservare nei numerosi esempi citati da Munaro (2010), che tiene a precisare, tra le altre cose, che “il verbo flesso della frase interrogativa subordinata può essere talvolta al congiuntivo” (ivi, p. 1155).
Per concludere, possiamo dunque dire che l’italiano standard richiede l’impiego del congiuntivo; tuttavia, negli usi parlati e scritti, specie meno sorvegliati (o, comunque, vicini all’oralità), è in notevole espansione l’indicativo, la cui presenza perciò nella frase proposta dalla lettrice, contenente tanto tanto, non sorprende.
Nota bibliografica:
Andrea Riga
3 luglio 2026
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