Sul verbo attenzionare

A intervalli regolari continuano ad arrivare richieste sulla legittimità dell'uso del verbo attenzionare (ultime in ordine di tempo quelle di Eleonora Morando da Catania e di un "laureato in Lingue Moderne per il Web" da Palermo); poiché allo stesso quesito aveva già dato risposta Marina Bongi sulle pagine della nostra rivista La Crusca per Voi (n. 29, ottobre 2004), crediamo di far cosa utile riproponendo quel testo, con un piccolo aggiornamento, a cura di Matilde Paoli, relativo alla lessicografia più recente.

Risposta

Sul verbo attenzionare

 

«Il verbo attenzionare non è registrato nei vocabolari sincronici né in quelli storici della lingua italiana consultati; tuttavia, pur avendo recentemente acquisito una nuova vivacità nell'uso, non può essere considerato un neologismo, dal momento che il Dizionario del nuovo italiano di C.Quarantotto (Roma, Newton Compton, 1987) lo lemmatizza riportando, all'interno della definizione, un riferimento bibliografico che risale agli anni '60: "v. tr. Sottoporre all'attenzione. Citato da Gino Pallotta (Dizionario della politica italiana, Pisani, 1964) che lo definisce 'mostriciattolo' del lessico burocratico, trasferitosi tuttavia, talora, nelle aule parlamentari". Attenzionare, dunque, fa parte di quei verbi utilizzati principalmente in ambito tecnico-specialistico e massimamente nel linguaggio burocratico, passati poi al linguaggio politico e da questo, eventualmente, a settori contigui quali il linguaggio giornalistico o dell'economia e, grazie all'influenza esercitata dai media, anche nel linguaggio comune. In corrispondenza di un sostantivo molto frequente nell'uso, può nascere in una lingua l'esigenza di avere a disposizione il corrispettivo semantico nella categoria grammaticale del verbo e viceversa, anche se non tutte le neoformazioni risultano necessarie o ben formate. Vediamo più accuratamente il caso di attenzionare. Rispetto ai verbi denominali presi in considerazione, attenzionare è diverso perché non equivale a 'sottoporre qualcuno', bensì 'qualcosa', cioè cambia il referente dell'azione del verbo. Il sostantivo attenzione dà luogo a molte locuzioni verbali: fare/prestare attenzione ('stare attento a qualcosa/ a qualcuno'), fare attenzione, con valore interiettivo ('esortare qualcuno a stare attento') e, specialmente al plurale, avere attenzioni per qualcuno significa 'coprire qualcuno di premure'. Attenzionare si inserisce tra tutti questi significati, ma non è sinonimo di nessuno perché è transitivo ed esprime il significato di 'sottoporre qualcosa all'attenzione di qualcuno'. Anche dal punto di vista grammaticale, la formazione attenzionare non è scorretta perché segue la flessione morfologica dei verbi denominali della prima coniugazione. Probabilmente, il fatto che questo verbo sia nato e sia normalmente usato in ambito burocratico fa sì che esso venga percepito, al di fuori dei settori nei quali comunemente si usa, come scorretto o, quanto meno, cacofonico; dal momento, perciò, che il verbo attenzionare è usato soltanto nel gergo tecnico degli uffici e nelle sedi amministrative piuttosto che nel linguaggio comune, non parlerei di "abuso" perché questo termine implica un uso eccessivo e, soprattutto, un uso in situazioni e in ambiti inadeguati. Le stesse riflessioni si potrebbero fare per altre forme verbali che hanno avuto ultimamente un rilancio nell'uso di alcuni ambiti settoriali come urgenzare, coniato, secondo il GRADIT (Grande Dizionario Italiano dell'Uso, a cura di Tullio De Mauro, Torino, UTET, 1999-2000 con aggiornamento del 2003) nel 1935, in epoca fascista, col significato di 'sollecitare con urgenza' e ingressare usato nell'ambito della biblioteconomia col significato di 'registrare un libro acquisito dalla biblioteca'. Sia attenzionare sia urgenzare hanno una costruzione transitiva che prevede una 'cosa' e non una 'persona', come oggetto diretto : "io ti attenziono questa pratica" e "il direttore urgenza questa pratica". Questi verbi non pare abbiano avuto finora una rilevante diffusione nel linguaggio comune; tuttavia, sulla base dei dati emersi da una ricerca libera su Internet, possiamo fare alcune considerazioni in merito alla distribuzione di attenzionare nella nostra lingua: in primo luogo,notiamo che i siti che contengono questa forma verbale (circa 699) sono, per la massima parte, siti a carattere politico, amministrativo, medico, burocratico, giornalistico, dato che conferma quello che abbiamo già evidenziato; in secondo luogo, emerge che un numero consistente dei siti in cui viene utilizzato il verbo attenzionare è legato alla Sicilia: siti della regione e di comuni siciliani, testate giornalistiche regionali e siti di altro genere o argomento ma sempre legati alla regione Sicilia. Questa particolarità può essere dovuta al fatto che il verbo attinziunari è attestato nel dialetto siciliano, come conferma il Vocabolario siciliano a cura di G. Piccitto (Catania-Palermo, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, 1977) in cui il lemma, marcato come 'antiquato',è registrato con il significato di "rendere ossequio a qualcuno; fare a qualcuno una visita di omaggio". Attinziunari e attenzionare sono formalmente equivalenti (ma non semanticamente), con la sola differenza che nel verbo siciliano l'oggetto diretto è 'persona', mentre nel verbo italiano è piuttosto una 'cosa'. Recentemente, il participio sostantivato del verbo attenzionare è entrato, con molta probabilità dal gergo delle questure e delle caserme, nel linguaggio giornalistico (fonte: www.repubblica.it e www.corriere.it) con una sfumatura ancora diversa rispetto a quelle finora considerate: gli attenzionati sarebbero le persone sottoposte ad un'intensa sorveglianza da parte delle forze dell'ordine, con particolare riferimento a coloro che sono sospettati di collaborare o di far parte di gruppi terroristici e, comunque, persone considerate di particolare pericolosità per la comunità internazionale».

 

Marina Bongi

 

Come aggiornamento di quanto sopra scritto, possiamo aggiungere che l'edizione 2004-2005 del Devoto-Oli riporta sia il verbo transitivo che l'aggettivo attenzionato, datandoli rispettivamente 1998 e 2000; le definizioni sono le seguenti: "Sollecitare l'attenzione di qualcuno, spec. delle forze dell'ordine o dell'autorità giudiziaria, allertare" e "Sottoposto all'attenzione di qualcuno, spec. delle forze dell'ordine o dell'autorità giudiziaria". Anche l'edizione 2007 del GRADIT riporta il verbo, datandolo 2001 e riferendolo al linguaggio burocratico; datato 2002, è registrato anche il sostantivo derivato attenzionamento, così definito: "da parte di un utente, il polarizzare l'attenzione su un determinato argomento o settore". Infine lo ZINGARELLI ha accolto il verbo (non l'aggettivo, né il sostantivo) solo nell'edizione 2009, mentre il Sabatini Coletti 2008, non accoglie la forma.

24 aprile 2009


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