Tiriamo fuori le unghie! ...O le unghia?

Da tempo ci giungono domande su quale sia il plurale di unghia: le unghie o le unghia? La frequenza della domanda ci ha spinti a pubblicare la risposta sul sito.

Risposta

 

Tiriamo fuori le unghie! ...O le unghia?

 

La voce unghia, presente già nella I edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612) – la variante ugna farà invece il suo ingresso a partire dalla III edizione (1691) – mostra fino alla IV edizione (la V si chiuse alla lettera O) l'oscillazione della forma del plurale in due esempi portati a corredo della voce. Entrambi i passi in questione sono attribuiti all'Inferno di Dante: "Con l'unghie si fendea ciascuna il petto" (Inf. 9.49) e "Quale è colui, ch'ha sì presso il riprezzo Della quartana, che ha già l'unghia smorte" (Inf. 17.85-86). La variante "unghia smorte" del secondo passo, presente nell'edizione "ridotta a miglior lezione dagli accademici della Crusca" del 1595 e ancora accolta in quella con commento del Biagioli (Parigi, 1818), è stata poi ritenuta frutto di una lezione errata (cfr. Dizionario critico e ragionato della Divina commedia di L. G. Blanc, 1859); nel Tommaseo-Bellini, coevo della V Crusca, alla voce unghia e ugna si riportano tra gli altri gli stessi due esempi, ma nel secondo passo si legge "ch'ha già l'unghie smorte".

Anche se non attribuibile a Dante, l'uso di unghia al plurale era comunque possibile: nel Supplimento a’ vocabolarj italiani (Milano, 1852-1857), il milanese Giovanni Gherardini riporta alla voce unghia, per quanto non citi la possibilità del plurale in -a, il modo avere nelle unghie o nelle ugna, già presente nella III edizione del Vocabolario della Crusca nella forma aver nell'ugne. Lo stesso Gherardini al lemma ugna scrive "Nel plur. fa Le ugne e Le ugna" e cita un passo dall'Ercolano del Varchi ("Da' buoi e dagli altri animali, i quali, avendo l'ugna fesse, ruminano"). Nello stesso Supplimento alla voce frastaglie si legge: “non ci essendo veruna difficultà che impedisca il dire le frastaglia, in quella guisa che indifferentemente si dice Le frutte e Le frutta, Le mascelle e Le mascella, Le unghie o Le ugne e Le unghia o Le ugna". Il Gherardini a più riprese si era soffermato sul plurale unghia: nel suo Voci italiane ammissibili benché proscritte dall'elenco del sig. Bernardoni (Milano, 1812: pp. 70-71) laddove discute di legna "in singolare per le legna, le legne" osserva che "non sarà inutile il ricordare che di nomi, i quali nel numero singolare hanno la medesima uscita che nel plurale, ci sono altri esempi in buondato: cosi dicesi la unghia e le unghia; [...] la mulina e le mulina ec. ec.". E ancora nei Dubj grammaticali pubblicati assieme allaTavola di pretesi gallicismi (ristampa dell'edizione del 1847, Napoli 1852), a proposito di gesto che "in senso d'Impresa o Fatto glorioso ha nel maggior numero" gesti, gesta e geste, cita tra gli altri casi analoghi "La mascella, Le mascelle, Le mascella, e perfino L’orecchia, L'orecchio, Le orecchie, Li orecchi, Le orecchia, — La giuntura, Le giunture e Le giuntura, — L’unghia, L’unghie e Le unghia o Le ugna, — La tempia, Le tempie e Le tempia" (44° dubbio, p. 381). Alla fine della nota in cui si enumerano esempi letterari dei diversi plurali si scrive: "Avvertasi per altro che né Le tempia, né Le giuntura, né Le orecchia, e forse né pure Le unghia o Le ugna e Le mascella, sarebbero uscite oggigiorno lodate".

Il fenomeno aveva attirato l'attenzione dei grammatici già nel Cinquecento: il conte Matteo San Martino, piemontese, nelle Osservationi grammaticali e poetiche della lingua italiana (Roma, 1555) trattando del numero dei nomi individua «quei nomi che si chiamano heterocliti, cioè “scambievolmente declinati”, per haver ciascun d'essi vario fine, [che] non stanno sotto ad alcuna determinata regola». Il primo tra questi nomi è osso, che nel solo Petrarca trova tre uscite diverse al plurale (ossi, ossa, osse), dopo il quale si citano molti altri plurali doppi (o tripli) e anche unghie, unghia, senza peraltro notare che si tratta dell’unico sostantivo in cui ci sarebbe coincidenza tra le forme del singolare e del plurale.

Sul motivo della molteplicità di uscite nel plurale di nomi in -a si sofferma invece il fiorentino Vincenzio Nannucci nella Teorica dei nomi della lingua italiana (Firenze, Tommaso Baracchi, 1847), opera contemporanea ai Dubj del Gherardini:

in sul nascere della lingua i femminini della prima ebbero una pari desinenza nel singolare e nel plurale, configurata su quella degli accusativi latini; cosicché da ungulam, copulam, auriculam, maxillam, zonam ec. si disse la unghia, la coppia, la orecchia, la mascella, la zona ec., e da ungulas, copulas, auriculas, maxillas, zonas ec. le unghia, le coppia, le orecchia, le mascella, le zona ec. (tomo 1, p. 356)

Sia Gherardini sia Nannucci supportano le loro affermazioni con esempi tratti dalla letteratura: il primo nei Dubj grammaticali, oltre al già citato verso dall'Inferno, riporta un passo dal volgarizzamento delle Metamorfosi ("Lo freddo discorre per l’unghia" per frigusque per ungues Labitur) del notaio pratese Simintendi (secolo XIV) e altri passi dalla traduzione di Lucrezio del toscano Alessandro Marchetti (1664-1668) nell'edizione fiorentina Molini, 1820, "collazionata con l'autografo". Nannucci nella Teorica dei nomi riporta per ugna alcuni esempi dalla Fiera di Michelangelo Buonarroti il giovane ed altri dalla Guerra de' topi e dei ranocchi (edito nel 1788, ma attribuito da alcuni ad Andrea del Sarto), dalla Firenze (Ferrara, 1777) di Gabriello Chiabrera e dalla traduzione dell'Iliade (Padova, 17422) dell'accademico della Crusca Anton Maria Salvini (1653 - 1729).
Si potrebbero anche citare esempi da Leonardo da Vinci, riportato in GDLI per unghia, dalle Rime del Burchiello, dall'Historia dell'Europa di Pier-Francesco Giambullari, dalla Vita di Benvenuto Cellini tanto per limitarsi ai toscani. Consultando il corpus BibIt si trovano anche testimonianze di diversa provenienza fino all'Ottocento.
Per quel che riguarda il XX secolo è interessante una "mancata" attestazione: l'edizione del 1958, la cosiddetta edizione Bassani, del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa non presenta mai il plurale unghia, benché, come nota Salvatore Claudio Sgroi (Il Gattopardo in cerca di... una identità, p. 106) l’originale dattiloscritto lo mostrasse più volte.

Nella stessa opera è usato anche il singolare maschile unghio ("per nascondere la propria emozione si grattava un orecchio con il lunghissimo unghio del mignolo sinistro"), presente anche nell'edizione Bassani e perciò testimoniato anche da GDLI, GRADIT e Vocabolario Treccani. Questi due ultimi lessici lo danno concordemente come forma rara e scherzosa; secondo GRADIT, che lo data avanti il 1956, sarebbe derivato da unghia. Come osserva giustamente Sgroi (Op cit., p. 117) deve invece considerarsi "ricalcato sul sic[iliano] ugnu", così come il plurale le unghia "appare ricalcato sul siciliano l'ugna".

Questa osservazione ci sollecita a estendere la ricerca in direzione della diatopia, verso cui pare anche indirizzare la provenienza delle domande rivolte al nostro servizio di consulenza: per la maggior parte le domande provengono dal sud della penisola (18 su 28 totali, così ripartite: 4 dalla Sicilia, 8 dalla Puglia, 5 dalla Campania, 1 dalla Basilicata), meno della metà provengono dal centro (7, di cui 4 dalla capitale, 1 da Pescara, 1 da Perugia e 1 da Livorno), tre soltanto dal nord (da Bologna, dalla provincia di Milano e da Genova).

Per una valutazione a livello dialettale disponiamo dei dati forniti dagli atlanti linguistici: abbiamo a disposizione quelli dell’AIS (v. I, c.157 “L'unghia, le unghie”), relativi alla prima metà del secolo scorso, e quelli tratti da un'analoga carta dell’ALI (v. I, c. 49), che documentano la situazione della seconda metà dello stesso secolo. L’AIS testimonia per la Sicilia una rilevante presenza del plurale in -a, quasi sempre affiancato dal singolare in -o. La stessa situazione è testimoniata per un solo punto umbro (Panicale, PG), mentre il singolare in -o con un plurale in -i è presente sia in Umbria (specificamente nel perugino come è confermato anche da repertori di area), sia in un punto della Toscana confinante appunto con l'Umbria (Cortona). Il successivo ALI, oltre alla conferma di ugnu singolare e ugna plurale per la Sicilia (ad esclusione del sud-est che si allinea all'italiano), mostra una maggiore diffusione della forma invariabile in -a sia al singolare che al plurale: la si trova a Messina, ma anche, risalendo verso nord, in Campania (in due punti, uno in provincia di Caserta e uno in provincia di Salerno), nel Lazio, sia meridionale (a Cori e Nettuno), sia settentrionale (il viterbese lo mostra compatto nella forma ogna). Lungo il versante adriatico le prime attestazioni si hanno, sporadiche, in Molise e Abruzzo, un po' più consistenti nelle Marche. In Umbria ritroviamo quanto già registrato in AIS (singolare in -o plurale in -i), ma a Norcia abbiamo unghia sia per il singolare che per il plurale.

Un simile orientamento verso un plurale in -a potrebbe essere, più che l'affioramento di una possibilità di lingua ormai esauritasi,  il risultato del concorso di più elementi favorevoli: in primo luogo, a livello di lingua, la presenza di una serie di termini maschili uscenti in -o al singolare che diventano al plurale (anche) femminili uscenti in -a, di cui si sono occupati nella “Crusca per voi” n. 50 (I, 2015)  Paolo D'Achille, Anna M. Thornton e precedentemente la stessa Anna M. Thornton negli “Studi di Grammatica italiana” (XXIX-XXX 2010-2011). Molti di questi nomi, apparsi anche nelle trattazioni citate più sopra, indicano parti del corpo (osso, corno, membro, braccio, ginocchio, dito, ciglio, labbro, orecchio): questa coesistenza nella stessa sfera semantica potrebbe aver favorito una sorta di attrazione verso il plurale in -a: si pensi ad esempio alla co-occorrenza di corna e unghie nella descrizione di animali o di labbra e unghie in testi che parlano di cosmesi. Questa possibile convergenza del plurale su -a trova ovviamente terreno fertile in Sicilia dove la situazione in dialetto è analoga: ugnu maschile come labbro e corno, ugna femminile come labbra e corna. E anche in casi come quelli che abbiamo visto in Umbria dove il dialetto presenta ogno/ogni maschile, passando alla lingua si potrebbe optare per unghio/unghia (in rete unghio si può trovare anche in testi caratterizzati da elevato controllo linguistico come conversazioni con medici e podologi e persino in un testo poetico) sul modello di labbro/labbra sentito più corretto di labbro/labbri. Altre aree dialettali offrono poi un una condizione di incertezza derivata dalla forma dialettale con finale indistinta sia al singolare che al plurale (come si verifica in Puglia e in Campania) o addirittura una “predisposizione” come la Sardegna che presenta per il singolare in -a il plurale in -as.

Si tratta comunque di una debole tendenza – lanciando in rete l'esortazione "fuori le unghia" si hanno circa 130 risultati, benché digitando la stringa "con le unghia e con i denti" i risultati crescano oltre i 1800 – e nell'italiano comune attuale l'unica forma del plurale di unghia è unghie: se oggi ci dovessimo trovare a difendere qualcosa che ci sta a cuore, dovremmo farlo con le unghie e con i denti.

 

Per approfondimenti:

 

A cura di Matilde Paoli
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

15 gennaio 2016