Troppa saccenteria o… saccenza?

M. F. da Cuneo, M. P. da Waiheke Island (Nuova Zelanda), E. F. da Modena, D. T. da Trento, S. Z. da Napoli, A. M. dalla provincia di Bologna sono solo alcuni tra gli utenti che ci sottopongono la coppia costituita da saccenteria e saccenza. Nella maggior parte dei casi le domande vertono sulla legittimità dell'impiego di saccenza di cui si rileva la diffusione crescente di contro a un saccenteria considerato di "scarso utilizzo".

Risposta

Troppa saccenteria o… saccenza?

 

Rispetto alle altre richieste che arrivano alla nostra redazione, quelle sul rapporto tra le due forme saccenteria e saccenza si caratterizzano per alcuni aspetti particolari: coprono un arco di tempo abbastanza lungo (dal 2005 a oggi) con cadenza costante e regolare (una, due all’anno), almeno all’apparenza non rientrano nei dubbi più ricorrenti e non sembrano essere l’effetto di picchi di utilizzo delle parole oggetto delle richieste, dovuti a una concentrata e martellante diffusione mediatica su specifici temi d’attualità. Ci troviamo pertanto di fronte a un problema prettamente linguistico, relativo alle modalità di formazione delle parole nel contesto dell’italiano contemporaneo così permeabile alle interferenze di varietà e registri diversi, un aspetto, come vedremo, decisamente presente anche in questo caso.

 

Diciamo subito che la forma registrata in tutti i dizionari dell’uso è saccenteria con il significato di “essere saccente; ostentazione noiosa e irritante della propria erudizione, delle proprie cognizioni, spesso superficiali e, talvolta, solo presunte” (Vocabolario Treccani, ma si trovano definizioni pressoché analoghe in tutti i dizionari sincronici). Si tratta di un sostantivo derivato sulla base dell’aggettivo saccente, forma di origine meridionale derivata dal latino sapĭens -entis, participio presente del verbo sapĕre ‘essere saggio’, con l’aggiunta del suffisso -eria che, nel sistema di formazione delle parole in italiano, serve anche a formare i cosiddetti nomi di qualità (cioè nomi che esprimono una qualità tipica della persona designata dalla base) che spesso assumono un valore negativo con sfumature dispregiative, come avviene ad esempio in pedanteria, diavoleria, minchioneriaspilorceria e anche nell’incipiente subdoleria, già oggetto di una scheda di Matilde Paoli pubblicata nel nostro sito.  

 

E saccenza? Dal punto di vista della sua formazione si tratta sempre di un nome di qualità, costruito anch’esso a partire da saccente, trattato come un participio presente a cui è stato aggiunto il suffisso -(en)za, analogamente a moltissime altre parole come, arroganza (da arrogante) conoscenza (da conoscente), latitanza (da latitante), occorrenza (da occorrente), somiglianza (da somigliante) e via dicendo. Una modalità di formazione molto produttiva e del tutto regolare che, nel caso di saccenza però, produce una forma concorrente al già radicato e attestato saccenteria.  

E infatti, nella registrazione lessicografica della storia della nostra lingua si trova una sporadica e debolissima traccia di saccenza: manca nel Vocabolario degli Accademici della Crusca che, fin dalla sua prima edizione del 1612, ha saccenteria (con rimando a saccente) che diventerà voce autonoma nella terza edizione del 1691, in cui troviamo anche sacciutezza senza esempi e definita semplicemente come ‘saccenteria’, per poi sparire nelle due edizioni successive; il GDLI registra saccenza come parola arcaica e letteraria con il significato di ‘consapevolezza’ e con un’unica attestazione di Guido Guinizzelli; lo stesso passo del Guinizzelli è riportato, sotto la voce smirare, nel Tommaseo-Bellini che però non accoglie a lemma saccenza. Dunque per i vocabolari dell’uso in particolare, ma anche per i principali vocabolari storici, il sostantivo saccenza risulta pressoché inesistente.

 

Lo scenario cambia radicalmente se consultiamo la rete e gli archivi dei quotidiani, che possiamo considerare i “luoghi” in cui spesso nascono e si consolidano innovazioni dell’italiano contemporaneo e che, in un caso come questo, sembrano attingere non solo a una forma apparsa nell’italiano antico, ma alle molteplici risorse derivative della nostra lingua. Solo facendo una ricerca sommaria con Google (al 12 giugno 2015), risulta che saccenza ha 60.900 occorrenze, a fronte della 25.400 di  saccenteria; gli archivi digitali dei due principali quotidiani nazionali offrono dati altrettanto interessanti: nell’archivio di “Repubblica” si rintracciano 59 occorrenze di saccenza (dal 1° febbraio 1985 all’ottobre 2013) e 119 di saccenteria, mentre nel “Corriere della Sera” si contano 22 occorrenze di saccenza (dal 19 agosto 1994 al 3 gen. 2015) e 52 di saccenteria, in un rapporto quindi di circa 1:2 che, nella scrittura mediamente formale di questi due giornali, è un segnale da tenere in considerazione.

Questi dati rivelano la solida e crescente diffusione della forma saccenza che, in rete, addirittura ha doppiato il concorrente “regolare” saccenteria; anche nei giornali, considerati ormai naturali traghettatori di novità linguistiche, la forma si sta conquistando uno spazio considerevole.

Proviamo quindi a vedere quali siano le caratteristiche che possono avere favorito l’uso e la diffusione di saccenza, benché sostanzialmente doppione di saccenteria. Un certo peso va attribuito all’attrazione che la base aggettivale saccente, di origine meridionale, può aver esercitato sul suffisso -enza presente in altre varianti minoritarie sempre di area meridionale (in particolare napoletana, come avviene per leggerenza/leggerezza; grandenza/grandezza, già citate nella scheda di Antonio Vinciguerra su accortenza pubblicata nel nostro sito). C’è poi senza dubbio la scarsa frequenza del sostantivo saccenteria e la difficoltà ad associarlo ad altre formazioni simili, decisamente poco numerose. Qualche osservazione merita anche la semantica delle due forme: benché saccenteria nasca con una sfumatura ironico-dispregiativa, forse per la sua diffusione limitata e in declino nel tempo, potrebbe essere stata avvertita, a un certo punto, come parola alta, letteraria e quindi, a livello popolare e colloquiale, si è ricorsi a una nuova formazione che, grazie anche al suffisso -enza, facilmente riconducibile a registri più informali e regionali, ha recuperato e amplificato il valore negativo dell’originario derivato. E infine, ma forse il fattore più incisivo, l’analogia di saccenza con i molti nomi di qualità derivati con lo stesso suffisso che pare non aver  ancora esaurito la sua produttività come dimostrano le neoformazioni decananza, determinanza, leaderanza, luccicanza, varieganza (tutti registrati in Neologismi. Parole nuove dai giornali, Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana, 2008); possiamo vedere una conferma della pressione dell’analogia nei numerosi casi in cui saccenza ricorre in coppia con altri derivati con lo stesso suffisso -enza. Solo alcuni esempi tratti dalla rete (i corsivi sono miei) in cui la scelta di saccenza da parte degli scriventi pare determinata dalla convergenza del fattore analogico e di chiari intenti espressivi : “Non sarà certo Forza Italia a presentarsi con saccenza e supponenza al tavolo del dialogo che da qui a pochi giorni dovrà essere attivato nel centrodestra”(http://www.leccenews24.it/politica/elezioni/provinciali-prove-di-disgelo-nel-centrodestra.htm); “insopportabile poi il sottosegretario […], individuo di rara saccenza e supponenza, che martedì mattina dai microfoni di Radio anch’io ha chiuso le porte a qualunque discussione” (http://lavocechestecca.com/index.php/2015/05/09/sc-sc/); “Per il Comune, è un’altra grave brutta figura. Un cocktail di incompetenza, superficialità, cocciutaggine, saccenza e prepotenza” (http://www.gianvitocasarella.it/news.asp?id=677); “Questi messaggi pieni di saccenza e incompetenza mi fanno ribaltare dalla seggiola” (http://www.quellidellelica.com/vbforums/archive/index.php/t-22776.html).

Per il momento dobbiamo limitarci a indicare saccenteria come unica forma legittimata dai dizionari, pur registrando una notevolissima diffusione, che diviene prevalenza in alcuni ambiti, del concorrente saccenza; tale andamento può preludere, nelle dinamiche di economia della lingua e vista la regolarità della modalità di formazione, a una sua futura più salda e riconosciuta affermazione. 

 

Per approfondimenti:

  • M. Dardano, Costruire parole, Bologna, il Mulino, 2009.
  • M. Grossmann e F. Rainer (a cura di), La formazione delle parole in italiano, Tübingen, Niemeyer, 2004.
  • G. Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, vol. III, Sintassi e formazione delle parole, Torino, Einaudi, 1969.

 

A cura di Raffaella Setti
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

 

6 luglio 2015


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