Un po’ di accortenza

Alcuni utenti ci chiedono se la parola accortenza appartenga all’italiano comune.

Risposta

Un po’ di accortenza

Avvisiamo subito i nostri lettori che nei vocabolari della lingua italiana – “dell’uso” o “storici” che siano – non vi è alcuna traccia di accortenza, parola in uso a Napoli (e dintorni) e variante morfologica, anche se non perfettamente sinonimica (come vedremo più avanti), dell’italiano accortezza, il cui significato corrente è quello di ‘avvedutezza, prudenza che si accompagna a perspicacia, astuzia, capacità di agire’ (cfr. ZINGARELLI 2013, Sabatini-Coletti 2008, Devoto-Oli 2012), come in questo esempio ricavato da “La Repubblica”:

A tradire il rapinatore la sua altezza, che ha permesso a una delle pattuglie di identificarlo, nonostante avesse avuto l’accortezza di disfarsi della felpa blu scura con cappuccio, con il quale aveva appena effettuato il colpo.

Dal punto di vista morfologico, l’italiano accortezza e il napoletano accortenza divergono chiaramente nella selezione del suffisso: la forma italiana presenta infatti il suffisso -ezza (continuazione popolare del latino -ĭtia), suffisso che dà origine a nomi femminili di significato per lo più astratto derivandoli da aggettivi (bassezza da basso, larghezza da largo, ricchezza da ricco, sicurezza da sicuro); mentre quella napoletana ha il suffisso -enza (dal latino -ěntia), che forma anch’esso nomi femminili, ma deverbali e derivandoli soprattutto da participi presenti in -ente, come accoglienza da accogliente, concorrenza da concorrente (anche se va notato che alcune parole italiane terminanti in -enza o in -anza sono prestiti dal francese o dal provenzale entrati nella nostra lingua attraverso la poesia medievale, che risentiva fortemente di influssi franco-provenzali).
La forma accortezza è dunque quella “regolare”, quella cioè che segue le regole generali di formazione delle parole in italiano, dal momento che proviene da un participio passato che è a tutti gli effetti un aggettivo, accorto ‘chi unisce in sé la prudenza e l’astuzia’ (p. es.: un accorto uomo d’affari), e non direttamente dal verbo accorgersi (nel qual caso avremmo avuto *accorgenza).
In realtà, però, spigolando in grandi dizionari storici dell’italiano (come il GDLI e il TLIO) e tra le banche dati testuali, non è poi così raro imbattersi in altre forme “irregolari” come accortenza. Nel GDLI, ad esempio, c’è leggerenza (variante di leggerezza); grandenza per grandezza si trova invece nel volgarizzamento dei Disticha Catonis di Catenaccio da Anagni (testo in volgare laziale della fine del sec. XIII – inizio sec. XIV); e interrogando il motore di ricerca Google Libri si ricavano numerosi esempi di varianti irregolari in -enza, tra cui prontenza per prontezza.
Si tratta senza dubbio di varianti minoritarie, rare e considerate fuori dalla norma dai vocabolari dell’uso che perciò le escludono. Tali forme provengono dall’italiano cosiddetto “popolare”, ovvero dalla lingua di coloro che non hanno una piena competenza dell’italiano e di fronte a due suffissi di valore analogo, ma selezionanti basi diverse, possono avere qualche incertezza e scambiare l’uno con l’altro.
Talvolta può anche accadere che una forma “irregolare”, come scemenza ‘deficienza mentale, stupidaggine’ (da scemo, il cui derivato “regolare” sarebbe scemezza), diventi d’uso comune in italiano (mentre scemezza manca ai dizionari dell’uso, anche se è attestata, ma con un solo esempio novecentesco, nel GDLI col significato di ‘mancanza, scarsità’).
Tuttavia, a parte il caso di scemenza, le varianti popolari in -enza di solito si perdono, specialmente quando le forme concorrenti “corrette” sono d’uso frequente (come sono leggerezza, grandezza e prontezza). Esse resistono solo quando hanno avuto una diffusione maggiore delle forme “corrette” o quando hanno sviluppato un’accezione particolare (basta anche solo una qualche connotazione aggiuntiva).
E la parola accortenza pare essersi trovata almeno in parte in queste condizioni, anche se, a differenza di scemenza, è rimasta confinata nell’italiano parlato a Napoli (e in qualche altra area della Campania), dove è attestata fin dal Settecento in una lettera dell’architetto Luigi Vanvitelli: "Se avete la curiosità di vedere i disegni, abbiate accortenza di bene racchiuderli; il coperchio è serrato con la cera da scultore" (cfr. F. Strazzullo, Le lettere di Luigi Vanvitelli della Biblioteca palatina di Caserta, vol. III, Galatina, Congedo, 1977, p. 242).
Attestazioni remote di accortenza si trovano anche al di fuori di Napoli, e ciò è indizio del fatto che si tratta di un’espressione che ha origine nell’italiano “popolare” più che dialettale:

1) "Seguitando tuttavia il Senato a profittare con la più saggia accortenza della divisione de’ Confederati" (cit. da Saggio sulla storia civile, politica, ecclesiastica e sulla corografia e topografia degli Stati della Repubblica di Venezia ad uso della nobile e civile gioventù dell’ab. d. Cristoforo Tentori spagnuolo, IX, Venezia, Storti, 1787, p. 124; l’autore era nato in Spagna e lì aveva vissuto fino ai sedici anni).

2) "Tentare è usato nel senso di Esplorare con accortenza l’animo altrui" (cit. da L. Del Prete, Favole esopiane, Milano, Bettoni, 1869, p. 115 nota 3; l’autore era lucchese).

Da dopo l’Unità d’Italia, però, l’uso di accortenza si diffonde a tal punto tra i napoletani da divenire un vero e proprio regionalismo, come dimostra il fatto che il filologo e grammatico purista Leopoldo Rodinò (che fu allievo del caposcuola del purismo napoletano, il marchese Basilio Puoti), nel suo Repertorio per la lingua italiana di voci non buone o male adoperate (3ª ed., 1866) (opera in cui sono segnalati e corretti molti napoletanismi), prescrive ai lettori di dire accortezza e non accortenza.
Negli stessi anni, uno scrittore dialettale napoletano, Gabriele Quattromani, nelle sue Ode d’Arazio Fracco stravestute da vasciajole de lo Mandracchio (1870), scrive: "Aveva l’accortenzia de cocenà, d’arrepezzà li panne", "Si l’accortenzia avesse avuto de lassà chillo callo mmalorato". E poco dopo troviamo la prima registrazione lessicografica di accortenza nel Vocabolario del dialetto napolitano (Napoli, Chiurazzi, 1891) di Emmanuele Rocco.
Ancora oggi l’utilizzo di accortenza è molto diffuso tra i napoletani e gli abitanti delle zone limitrofe (cfr. A. Altamura, Dizionario dialettale napoletano, Napoli, Fiorentino, 1956 e F. D’Ascoli, Dizionario etimologico napoletano, Napoli, Edizioni del Delfino, 1979, s. v. accurtènza), ma ciò che più colpisce è il fatto che quest’uso si riscontra anche in parlanti cólti e in contesti formali. Ecco alcuni esempi che ho tratto da testi che rientrano nella letteratura scientifica di discipline quali la psicologia, la giurisprudenza, l’architettura (gli autori sono campani):

1) "La variabilità rende liberi: l’unica accortenza è domandarsi se ..." (cit. da F. Aquilar, Le donne dalla A alla Z, Milano, F. Angeli, 2006, p. 39).

2) "sempre che si abbia l’accortenza di adottare le opportune soluzioni" (cit. da S. Cervelli, I diritti reali, Milano, Giuffrè, 2007, p. 67).

3) "Dopo un giorno di assestamento si ripeteva l’operazione avendo l’accortenza di procedere lungo la direzione perpendicolare a quella precedente" (cit. da B. De Sivo-R. Iovino, Manuale del recupero delle antiche tecniche costruttive napoletane. Dal Trecento all’Ottocento, Napoli, Clean, 1996, p. 229).

Il “successo” di accortenza nell’italiano regionale campano è dovuto, molto probabilmente, anche al fatto che questa forma ha assunto un significato leggermente diverso da quello dell’italiano accortezza, che, lo abbiamo visto sopra, vale ‘prudenza, cautela’ ma combinata a perspicacia, scaltrezza, abilità, mentre il napoletano accortenza è spesso adoperato in modo generico come sinonimo di ‘attenzione’:

Elezioni Comunali Provincia Napoli 2013: quando un voto è valido e quando no?
[...] Ma, quando un elettore si reca alle urne deve sempre fare molta attenzione ed esprimere il proprio voto con accortenza per essere così certo che il voto sia valido (cit. da NapoliToday del 23 maggio 2013).

E sempre in rete troviamo una ditta di traslochi napoletana che garantisce "Smontaggio e rimontaggio dei mobili con il massimo dell’accortenza", mentre un agriturismo del casertano assicura "l’accortenza nei particolari e l’arredamento scelto".

Questo significato specifico di accortenza sembra provenire dall’uso che i napoletani fanno dell’aggettivo accorto, che essi adoperano comunemente per ‘attento’ nella locuzione statte accuorto che sta letteralmente per ‘fa’ attenzione’.
L’uso di accortenza, insomma, almeno per ora è certamente da ritenere regionale, anche se in Campania questo termine non è sempre avvertito o riconosciuto come un regionalismo. Esemplare, al riguardo, la “disavventura” capitata a una studentessa ligure dell’Università di Napoli, che così scrive (a proposito di accortenza) in uno dei tanti forum della rete (trascrivo fedelmente il testo):

l’ho sentito a Naples all’uni dalla mia prof. di filosofia... Dopo due ore di lezione con accortenza a destra e a sinistra ho cercato sul dizionario, le ho fatto notare l’assenza della parola incriminante ed è partita una lezione di latino su etimologia e tutto il resto. Su quanto sia più etimologicamente corretto accortenza rispetto ad accortezza ecc ecc... Forse è anche per questo che la tipa poi mi ha bocciato per ben 4 volte di fila. Per questo e per il mio “Bè io parlo italiano, se non capisce quello che dico non è un mio problema” forse...

 

Per approfondimenti:

  • F. Bruni, L’italiano. Elementi di storia della lingua e della cultura. Testi e documenti, Torino, UTET, 1984, p. 79.
  • F. Politi, A proposito di neologismi, in "Lingua nostra", XIV (1953), pp. 114-117: 116.
  • G. Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, vol. III, Sintassi e formazione delle parole, Torino, Einaudi, 1969, § 1107.

 

A cura di Antonio Vinciguerra
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

 

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7 giugno 2013


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