Una tantum

Alcuni lettori pongono domande sull’espressione una tantum: si tratta di una locuzione già esistente in latino?  Qual è il suo significato nell’italiano comune e in quello giuridico-burocratico?

Risposta

La spiegazione fornita concordemente, o quasi, dai dizionari è sostanzialmente giusta: si tratta di una locuzione in latino moderno o addirittura “pseudolatino”, fissata in una formula giuridica propria del linguaggio burocratico, che è formata da una, ellissi per una volta, e da tantum ‘soltanto’, ed è riferita alla concessione di una gratifica straordinaria o, al contrario, all’obbligo di un versamento anch’esso straordinario. La sua datazione ossia l’ingresso ufficiale nel lessico della lingua italiana si fa coincidere in genere con la prima registrazione lessicografica, avvenuta nell’VIII edizione del Dizionario moderno di Alfredo Panzini (Milano, Hoepli 1942) per opera di Bruno Migliorini.

Gli interrogativi nascono a questo punto e si riducono a due: come si spiega in latino la locuzione una tantum? È possibile consultare la documentazione anteriore al 1942? La prima domanda nasce da una constatazione che chiunque abbia una conoscenza scolastica del latino è in grado di fare: la giustapposizione di due avverbi quali unā ‘insieme’ e tantum ‘soltanto’ non dà senso ed è uno sproposito così grosso che non può essere attribuito a un anonimo giurista poco esperto di latino, tanto è vero che si presuppone dopo una l’ellissi di un sostantivo come volta, che però è incoerente col resto della locuzione in quanto esito romanzo del lat. (ricostruito) *volvĭta.

Alla seconda domanda siamo in grado di rispondere facendo tesoro dei documenti messi disposizione da Google libri e scopriremo così che i due interrogativi si riducono a uno. Procedendo a ritroso nel tempo, si scopre che la formula giuridica una tantum, per accompagnare la concessione di un beneficio straordinario, ricorre periodicamente nelle delibere pubblicate nella “Gazzetta Ufficiale” durante il ventennio fascista e risale a prima della Grande Guerra. Ma il salto decisivo per la nostra ricerca avviene per bocca di uno degli uomini politici più influenti del periodo postunitario, il bolognese Marco Minghetti, che il latino lo conosceva bene visto che fu scelto come precettore per istruire Margherita di Savoia. Nella relazione sul bilancio dello stato, presentata alla Camera dei Deputati il 21 gennaio 1875 in qualità di Ministro delle Finanze, egli parla di una “spesa fatta una tantum vice”, dove vice corrisponde a ‘volta’.

Tornando indietro di qualche anno, la stessa formula appare in un contesto del tutto diverso. Fra i documenti relativi al Concilio Vaticano I, aperto nel 1868 e sospeso sine die in seguito alla breccia di Porta Pia (documenti pubblicati nel 1873 da Eugenio Cecconi nella Storia del Concilio Vaticano), si legge a p. 413: “qui in censuras et casus reservatos inciderit una tantum vice absolvi possit”, cioè si contempla la possibilità di assolvere in via eccezionale chi si sia macchiato delle colpe specificate sopra, che non è il caso qui di precisare. Bisogna però aggiungere che il testo citato non è coevo al Concilio, ma è una delibera di Benedetto XIV, meglio noto come il Cardinale Lambertini, papa dal 1740 al 1758. Precede quindi di qualche anno una bolla di papa Clemente XIII datata 1765, dove si tratta della concessione dell’indulgenza plenaria “una tantum vice”.

Facendo un altro salto all’indietro, all’inizio del Seicento troviamo nell’Archivio di Stato di Napoli il testamento di Sebastiano Fontana, discendente da una famiglia di insigni architetti di origine ticinese, dove la formula ricorre ripetutamente nella sequenza “una vice tantum” per qualificare i lasciti elargiti una volta per tutte a differenza delle disposizioni testamentarie con carattere vitalizio.

Si giunge così ai Diarii dello storico veneziano Marin Sanudo, italianizzato come Marino Sanuto il Giovane, che nell’anno 1499 registra un’indulgenza plenaria ottenuta da papa Alessandro VI “pro una vice tantum”: la locuzione latina compare finalmente nella sua formulazione completa e sintatticamente coerente, fornita della preposizione pro ‘in ragione di’, che possiamo tradurre parola per parola con ‘per una volta soltanto’.

Ripercorrendo l’itinerario secondo la successione cronologica dei testi, siamo indotti a fissare il punto di partenza nella formula giuridica del latino ecclesiastico pro una vice tantum, che riguardava in primo luogo la concessione dell’indulgenza pontificia e che nel corso del tempo ha subito l’usura tipica delle formule: prima ha perduto la preposizione pro, divenuta ridondante, poi il sostantivo vice è stato relegato in coda ed infine è caduto, lasciando una locuzione ellittica con gli elementi ritenuti essenziali dal punto di vista semantico.

Alberto Nocentini

4 agosto 2020


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