Unenne, duenne, treenne

Silvia G., della provincia di Varese, Cristina C., di Bergamo, Stefania R., di Milano, Titti Di G., di Foggia e Guido E., di Messina, esprimono perplessità di fronte all'uso di forme come unenne, duenne, treenne e così via, riferite a bambini di età inferiore a dieci anni.

Risposta

 

Unenne, duenne, treenne

 

Non sembrano esistere una regola o una ragione di principio perché non possano essere utilizzate le forme unenneduenne, treenne, ecc.: esse rientrerebbero nella serie aperta degli aggettivi e dei sostantivi numerativi costituita dai derivati di un numerale cardinale + il suffisso -enne (lat. -ĕnne(m), da ănnus); ovvero, in misura minore, tratti direttamente da forme del latino tardo (trienne, settenne, novenne). Di fatto, tuttavia, l’utilizzo dei membri di questa serie è comune solo a partire da undicenne, fino agli ultimi di fatto riferibili alla vita umana (ad esempio, novantasettenne). Essi possono essere usati sia come aggettivi (un artista trentenne) sia come sostantivi (maschili e femminili: un/una quarantenne audace); e possono ricorrere anche in forme dal significato più generico (come ultrasettantenne). A un certo punto della serie, questi derivati subiscono la concorrenza delle forme più colte, che tuttavia indicano l’età dell’individuo in modo approssimativo, quinquagenario, sessagenario, settuagenario, ottuagenario, nonagenario e centenario. La serie derivabile da uno a dieci è invece pochissimo utilizzata, sia nel linguaggio comune sia in quello letterario.

Unenne e bienne sembrano assenti in tutti i più noti dizionari moderni. Duenne e quattrenne sono registrati come "rari" solo nel Grande Dizionario di Italiano Garzanti (che peraltro non registra ottenne). Trienne e treenne, cinquenne e quinquenne, seenne e seienne, settenne, ottenne, novenne e decenne figurano, ma non sempre in modo coerente, in altri dizionari dell’uso contemporaneo, tutti registrati come "non comuni". L’anomalia e la scarsa frequenza di queste forme è rivelata anche dalla presenza di varianti e dal fatto che il trattamento lessicografico non sia sempre uniforme (alcune forme sono presentate solo come aggettivi, altre come aggettivi e sostantivi, e a volte solo come sostantivi maschili).

Un caso a parte è il GRADIT (Grande Dizionario Italiano dell’Uso, di Tullio De Mauro), il più esauriente repertorio della lingua italiana dell'uso corrente, che registra tutta la serie, ma esclude le forme duenne e treenne. Unenne, bienne e trienne sono etichettati "vocaboli rari, di basso uso". Tutti gli altri sono considerati "comuni", non tuttavia in relazione alla frequenza d’uso, ma in quanto, presumibilmente in ragione della loro trasparenza, "vocaboli che possiamo capire indipendentemente dalla professione o mestiere che esercitiamo e che sono generalmente noti a chiunque abbia un livello mediosuperiore di istruzione".

La serie è invece quasi inesistente nei "monumenti" della tradizione lessicografica antica: il Vocabolario della Crusca (dal 1612 alla quinta edizione, 1863-1923) documenta solo novenne e decenne, e con esempi non riferiti all’età di persone ("balsamo novenne", "decenne impresa"); il Tommaseo-Bellini (1861-1879) accoglie trienne, cinquenne, settenne, ottenne, novenne e decenne, definendoli in genere latinismi non comuni, esclusivi della lingua scritta ("trienne festa"; "settenne servigio"; "novenne affetto"; ecc.); ma solo per trienne, ottenne e novenne dà per ciascun lemma, in subordine, un esempio riferito all’età.

La ragione della presenza di queste “caselle vuote” nel sistema del lessico italiano può essere dovuta ai seguenti fattori:

1) la ridotta trasparenza compositiva della serie da uno a dieci, rispetto a tredicenne, venticinquenne, ecc. (conseguenza della maggiore brevità del corpo fonico: in quasi tutti i casi la radice è monosillabica);

2) la possibile confusione con la pronuncia di una sigla o di una espressione numerico-letterale (treenne = 3 Enne, 3N; seienne= 6n); nel caso di ottènne, l’omografia con il passato remoto del verbo ottenere (il fanciullo ottenne...);

3) la tendenza dei parlanti, soprattutto toscani, a evitare le parole con iato, in questi casi non riducibile: tri-èn-ne e tre-èn-ne; se-èn-ne e sei-èn-ne (non pronunciabili trèn-ne o sèn-ne);

4) la tendenza a evitare la successione dell’identica vocale in sillabe contigue (treenne, seenne).

Da questi motivi nasce forse la ben più diffusa preferenza per le locuzioni perifrastiche "di un anno", "di tre anni", ecc., ovvero per il più limpido complemento di età.

È anche possibile che la rarità delle forme sia dovuta al fatto che in passato, prima dell’accesso dell’infanzia alla considerazione sociale, fosse molto meno avvertita la necessità onomasiologica di individuare i fanciulli collettivamente ("i seienni frequentano la prima elementare") o singolarmente ("un bambino duenne"). Oggi tuttavia il maggior riguardo assegnato al bambino in ambiti sociali, commerciali, educativi, giornalistici, ecc., sembra sospingere al recupero di queste forme, promosse sulla rete da scriventi, a dire il vero, non sempre consapevoli. Alcuni esempi: "Spiegare la realtà politica mondiale ad un unenne" (2015; si noti la faticosa pronuncia della sequenza ad un unenne); "Bambina unenne a dieta!" (2011); "Se il vostro treenne ogni cosa che tocca la disintegra..." (2009); "il fratellino (quasi quattrenne) della unenne" (2015); "Un quattrenne uccide il padre perché non gli ha comprato una PlayStation" (2012).

 

Massimo Bellina

 

15 dicembre 2015


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