Uso del verbo comminare nel senso di 'infliggere una condanna'

Negli ultimi mesi, alcuni nostri utenti (L. De Carolis da Cremona, M. Maffezzoli da Monza) hanno chiesto lumi circa l'uso del verbo comminare nel senso di 'infliggere una condanna'. La questione era già stata affrontata da Bice Mortara Garavelli nella risposta a un quesito apparsa sulla Crusca per voi n° 32 (ottobre 2006), che riproponiamo qui.

Risposta

Uso del verbo comminare
nel senso di 'infliggere una condanna'

 

"Giorgio Rinaldi nota che da parte di avvocati e magistrati si è diffuso l'uso del verbo comminare nel senso di 'infliggere una condanna' e chiede alla nostra redazione un parere in proposito.

L'uso del verbo comminare nel senso di "infliggere" una condanna è attestato non solo in scritti di avvocati e magistrati, ma anche in testi legislativi. Qualche esempio: «La pena detentiva, se è stata comminata per un fatto commesso nell'ultimo decennio, non può essere sostituita: a) nei confronti di coloro che sono stati condannati più di due volte per reati della stessa indole...» (art. 59 Legge 24 novembre 1981, n. 689 - Modifiche al sistema penale); «L'ispettorato compartimentale di cui al comma 2 dispone [...] la pubblicazione della sanzione comminata a spese del soggetto sanzionato, su uno o più giornali.» (art. 6, legge 18 gennaio 1994, n. 50); «L'UIC comunica alle amministrazioni che esercitano la vigilanza od il controllo sulle attività di cui all'articolo 1, le eventuali violazioni delle disposizioni contenute nel presente decreto, nonché le sanzioni comminate dal Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, ai sensi dell'articolo 5 della legge n. 197/1991» (art. 6 Decreto legislativo 25/9/1999, n. 374). Si tratta di un'estensione del significato originario di comminare (dal latino comminari "minacciare") in un'accezione non registrata nella maggior parte dei dizionari dell'uso, da alcuni bollata esplicitamente come impropria («la legge commina e il tribunale infligge», scriveva Aldo Gabrielli, precisando poi che il giudice «non commina, non minaccia la pena ma la applica in base a quanto stabilisce il codice, la dà, la infligge, l'assegna, o anche, con un latinismo proprio del linguaggio curialesco, la irroga»).

Lo Zingarelli 2006 dà la seguente definizione di comminare: «nel linguaggio giuridico, stabilire una sanzione per i trasgressori di una legge: comminare l'ergastolo, una multa; comminare il risarcimento dei danni», dove il verbo definiente (stabilire) può legittimamente far arguire che "stabilisce" una sanzione non solo chi la "propone" ma anche chi la "assegna", la "infligge". L'attuale estensione del significato di comminare è accolta nel Grande Dizionario Italiano dell'Uso di Tullio De Mauro (Torino, UTET, 1999, in sette volumi), che dà, oltre alla definizione conforme alla consuetudine vocabolaristica («minacciare una sanzione da infliggere ai trasgressori di una legge») anche l'accezione «infliggere una pena». È evidente che tale accezione devia dal significato originario del verbo in questione. Ma la storia delle parole insegna che non sono pochi i casi in cui l'uso - un uso via via consolidato - ha attribuito agli elementi del lessico sensi che contrastano con l'etimologia. Per questo lo studio della semantica mostra come e quando diventi problematico basare sugli etimi la spiegazione dei significati acquisiti dai vocaboli di una lingua nel corso delle loro vicende. Tra i molti esempi possibili, propongo la trasformazione semantica di uno dei verbi in cui ci siamo imbattuti qui. Il verbo italiano irrogare, che è continuazione dell'omonimo latino, ha come etimo in "contro"e rogare "chiedere": originariamente significava "proporre (al popolo) qualcosa contro qualcuno" e quindi "far approvare, mediante una proposta al popolo, una legge (ad esempio, un privilegium, cioè una legge eccezionale), una sanzione ecc. contro qualcuno". Il Thesaurus della lingua latina, da cui traduco, annota espressamente: «in materia giudiziaria, irrogare equivale a "proporre"; ma questa nozione di "proporre" da Asconio Pediano [commentatore di Cicerone, I sec. d. C.] in poi non si trova più, ma passa (transit) nella nozione di "imporre"»; negli esempi addotti, i soggetti delle varie forme del verbo irrogare sono magistrati e cariche pubbliche in genere. La trasposizione (il "senso traslato" come è qualificato dal dizionario latino-italiano Georges) avvenuta già in latino è stata ereditata dall'italiano. Possiamo dire a questo punto che al latino inrogare / irrogare è toccata la sorte che oggi si fa strada per l'italiano comminare: uno slittamento di senso per similarità o per contiguità, o per solidarietà degli oggetti del riferimento, siano questi entità o azioni. Nel caso di comminare è responsabile il rapporto di solidarietà, o di consequenzialità, tra "minacciare" ("stabilire", "assegnare") una pena da parte della legge, e mettere in esecuzione la minaccia, assegnare in concreto la pena da parte di chi applica la legge. Lo slittamento avviene di preferenza quando si affievolisce o si perde la conoscenza dell'etimo e perciò del significato originario. Il linguaggio corrente abbonda di parole usate trasponendo o estendendo il loro senso primitivo; per dirne una sola: oggi il lavoro di chi chiamiamo parrucchiere ha poco a che vedere con l'oggetto da cui deriva il nome, la parrucca, anche se possiamo chiamare metaforicamente così una capigliatura non posticcia. Basta sfogliare un dizionario per rendersi conto di quanta parte abbiano nella formazione e nell'evoluzione del lessico l'estensione del significato, l'acquisto e la perdita di valori figurati, le improprietà rispetto agli etimi istituite e legittimate dall'uso."

Bice Mortara Garavelli

Piazza delle lingue: Lingua e diritto

11 settembre 2009


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