Va bene una pizza a portar via?

Michele Bonatti dalla provincia di Pesaro e Urbino, Donatella Grassi, Marina Marini e Andrea Arcieri da Roma ci chiedono se sia corretto l'uso della locuzione pizza a portar via assai frequente in insegne di locali della capitale.

Risposta

Va bene una pizza a portar via?

 

La domanda posta ci porta a quella parte del discorso rappresentata dalle preposizioni e dalle reggenze che esse determinano.
Possiamo immaginare che il lettore, al posto di pizza a portar via letto nelle insegne o nella pubblicità di molti esercizi commerciali, si sarebbe aspettato pizza da portar via (con da al posto di a).
Questo è certamente legittimo se nell'espressione in questione si vuole vedere una funzione sintattica di tipo finale-destinativo. Come si legge nella grammatica di Luca Serianni (Italiano. Grammatica, sintassi, dubbi, Torino, UTET, 1988), nella parte dedicata alle proposizioni finali implicite, la sequenza nome/aggettivo+preposizione+verbo (con cui si designa la funzione, l'utilizzazione o la destinazione di qualcosa) prevede l'elemento da (si pensi a casa da vendere, libro da leggere, ecc.). Il valore di questi costrutti è propriamente a metà tra il finale e il consecutivo ("ti do un libro da leggere" può essere interpretato sia come "ti do un bel libro affinché tu lo legga", sia come "ti do un libro così bello che merita che tu lo legga"). Serianni ricorda inoltre come, in sintagmi del genere, una certa tradizione grammaticale consideri corretti solo quelli in cui il sostantivo è soggetto dell'infinito (che in tal caso ha valore passivo: "casa da vendere" ovvero "casa che deve essere venduta"), in base alla convinzione che da conferisca valore passivo all'infinito - interpretazione che ritiene peraltro infondata (cfr. A. Leone, Il tipo 'carta da scrivere', "Lingua Nostra" XXXIII, 1-5 e G. Skytte, La sintassi dell'infinito nell'italiano moderno, "Revue Romane", num. supplem. 27).
Se così fosse, ci ritroveremmo davanti a uno di quei casi per cui Cesare Marchi, nel suo libro Impariamo l'italiano (Milano, Rizzoli, 1984), richiama il principio classico dell'Error communis facit ius, ovvero che un errore generalizzato non è più tale. Proprio Marchi, nell'intento di guidare il lettore tra i dubbi e i crucci della nostra lingua, dedica un intero capitolo all'uso delle preposizioni, e lo intitola - nello stile leggero e umoristico che lo contraddistingue - "Sbagliato il gelato alla crema". Per le diverse preposizioni, l'autore propone una serie di esempi che ricordano la lontana tradizione di maestri che, con un intento normativo, si sono occupati di compilare liste di "prescrizione", ovvero elenchi di parole, con al primo posto la voce corretta e al secondo quella giudicata, per vari aspetti, da evitare. Marchi vuole cioè mettere in evidenza come, nella scelta della preposizione (per esprimere un complemento o per introdurre una proposizione), l'uso comune spesso si discosti da una forma tradizionalmente "preferibile".
Continuando, notiamo che nella lingua corrente ritornano altre due espressioni - vuoti a rendere e l'antonimico vuoti a perdere - che presentano la medesima sequenza nome+preposizione+verbo della forma in questione. Ora, nella Grande grammatica di consultazione del Renzi (Bologna, Il Mulino, 2001), tali voci ricorrono nella parte dedicata alla sintassi del periodo ovvero tra le infinitive (intese come frasi subordinate all'infinito), in particolare nella parte intitolata "Infinito come complemento predicativo". Nei sintagmi vuoti a rendere e vuoti a perdere Renzi vede il tipo di costruzione essere da + infinito che significa dovere essere + participio passato (con a al posto di da), nel quale la proposizione infinitiva svolge una funzione predicativa del soggetto, cioè si comporta come un nome o aggettivo riferito al soggetto che completa il significato del predicato (si noti anche l'espressione Come sarebbe a dire). Il senso di questo genere di costrutti è dunque passivo, e pizza a portar via indicherebbe allora un cibo pronto che viene preparato e confezionato perché debba essere, appunto, portato via.
La preposizione da ritorna invece nella locuzione pizza da asporto (che si alterna a pizza a portar via nelle insegne dei negozi e nella pubblicità in rete, e sembra in realtà preponderante nell'uso), in cui essa, anteposta a un sostantivo, ha il valore finale-destinativo che le è proprio (e che ritroviamo in altri costrutti del tipo arma da fuoco, tazzina da caffè, carta da lettere, ecc.).
Entrambe le espressioni attraversano la penisola e non ci sembrano caratterizzate in senso diatopico; lo conferma la pubblicistica presente nel web, che riporta a città e regioni differenti.
A sua volta, pizza a portar via rientra nel più ampio "genere" del cibo a portar via che, sul modello anglo-sassone del take-away, identifica un tipo di ristorazione veloce (da quella tradizionale a quella etnica) sempre più diffuso e di tendenza nelle nostre città.

 


A cura di Chiara Mussomeli 
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

 

17 dicembre 2010


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