Vada o vadi?

Alcuni lettori da diverse parti d’Italia ci chiedono se le uniche forme corrette del congiuntivo presente del verbo andare siano che io/tu/egli vada, … che essi vadano o se siano ammesse anche le forme che io/tu/egli vadi, … che essi vadino.

Risposta

L’alternanza nello stesso paradigma della coniugazione o flessione verbale di due basi lessicali formalmente diverse ma semanticamente compatibili viene indicata in linguistica con il termine suppletivismo: è appunto il caso di vado ~ andiamo, dove le radici vad- e and- hanno origini etimologiche distinte (vadere ‘avanzare’ e forse ambulare ‘camminare’). A volte le forme suppletive possono non solo “supplire”, ma anche aggiungersi a forme derivate dalla parola base, come nel caso del superlativo ottimo accanto a ‘buonissimo’ o dell’etnico partenopeo accanto a ‘napoletano’.

Il suppletivismo è un fenomeno tipico della coniugazione dei cosiddetti “verbi irregolari”, tra i quali è incluso anche andare, che appartiene alla prima classe per le forme con and- e alla seconda per quelle con vad-. Il fatto che le tre persone del singolare e la terza del plurale del congiuntivo presentino i morfemi -i, -ino nei verbi della prima classe (che io/tu/lui ami, che loro amino), vale a dire nella stessa classe di andare, può rappresentare un problema per gli apprendenti dell’italiano e talvolta per alcuni parlanti nativi meno esperti, indotti a preferire -i, -ino (che io/tu/lui vadi, che loro vadino) ai morfemi -a, -ano propri della seconda classe (che io/tu/lui veda, che loro vedano).

Un lettore osserva che «ogni qual volta la seconda persona singolare dell’imperativo termina con la vocale i, la prima persona singolare del congiuntivo presente terminerà con la vocale a e viceversa. Esempi: “vai!” → “che io vada”; “mangia!” → “che io mangi”». Questa però va considerata una semplice curiosità, peraltro smentita dalla perdurante presenza nell’uso scritto e parlato delle forme va’ e va, con apocope post-vocalica, che non comportano la modifica del congiuntivo esortativo vada, vadano in vadi, vadino.

Nella lingua antica forme analogiche come vadi e altre del genere non erano rare neppure in autori raffinatissimi come Dante o Ariosto (anche se entrambi impiegavano più spesso vada); ma oggi quelle medesime forme caratterizzano l’italiano incolto e screditano chi le usa: basti pensare allo sfortunato ragionier Fantozzi preso ripetutamente in giro da Paolo Villaggio proprio attraverso lo stigma popolare della desinenza -i nei verbi della seconda coniugazione. Se ormai vadi e vadino sono accettabili solo nel discorso ironico o comico, evidentemente si tratta di forme da evitare quando si parla e si scrive nella comunicazione ordinaria, senza fini scherzosi.




Pietro Trifone

28 febbraio 2024


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