Giacomo Devoto

Giacomo Devoto nacque a Genova il 9 luglio 1897, ma compì gli studi a Milano e l’università a Pavia, perfezionando poi la sua formazione a Berlino, Basilea, Parigi. Frutto della sua tesi, il volume Adattamento e distinzione nella fonetica latina (1924) gli dette subito notorietà.

Dopo un incarico a Firenze, dove incoraggiato da Carlo Battisti si appassionò all’etrusco, nel 1926 ottenne la cattedra di Grammatica comparata delle lingue classiche e neolatine, insegnando a Cagliari, a Firenze, e dal 1930 al 1935 a Padova, per tornare in quell’anno, come professore di Glottologia, definitivamente a Firenze. Intensa e di largo respiro l’attività del periodo: nel 1931 dette vita alla rivista «Studi Baltici» e pubblicò Gli antichi Italici, seguiti dall’edizione delle Tabulae Iguvinae (1937); a Firenze elaborò il suo capolavoro, la Storia della lingua di Roma (1940), affinando i suoi interessi per la teoria della lingua e iniziando a occuparsi di stilistica e dell’italiano contemporaneo, stimolato in ciò dall’incontro con alcuni colleghi dell’università, in particolare Vittorio Santoli e Bruno Migliorini, insieme al quale nel 1939 fondò «Lingua nostra». Segno dei suoi nuovi interessi l’originale Introduzione alla grammatica (1941) e diversi saggi confluiti in Dizionari di ieri e di domani (1946) e Studi di stilistica (1950).

Membro del Comitato di Liberazione durante la resistenza, dopo la guerra ebbe numerosi incarichi pubblici, impegnandosi in una profonda riflessione sul ruolo della cultura con Pensieri sul mio tempo (1951). Dette slancio alla ripresa della vita universitaria, istituendo nel 1945 il “Circolo linguistico fiorentino”, portando a termine la ricostruzione storica delle Origini indeuropee (1961) e pubblicando, in contrapposizione alle concezioni miglioriniane, i Fondamenti della storia linguistica (1951) e il Profilo di storia linguistica italiana (1953). Una personale impronta risalta anche nelle opere lessicografiche, l’Avviamento alla etimologia italiana (1966) e il Vocabolario illustrato della lingua italiana (1967), redatto insieme a Gian Carlo Oli. Gran parte della sua produzione scientifica è raccolta nei tre tomi degli Scritti minori (1958, 1967 e 1972); altri saggi e articoli in Civiltà di parole (1965 e 1969), Gioco di forze (1971), Il mio compito (1972), Civiltà di persone (1975): quest’ultimo uscito dopo la sua morte, avvenuta a Firenze il 25 dicembre 1974.

Socio della Crusca dal 1946, sotto la sua presidenza (1963-1972) dette all’Accademia una nuova dimensione politico-culturale favorendo, attraverso una convenzione con il CNR, la ripresa dei lavori lessicografici e varando un nuovo statuto con cui si istituivano i due centri di lessicografia e di grammatica, affiancati al preesistente centro di filologia: «In un orizzonte teoricamente più ristretto, ma con un impegno nuovo – scriveva nel 1967 – si è svolta la mia attività nell’àmbito della Accademia della Crusca di cui sono stato, più che presidente, ministro degli Esteri. Un’opera colossale come quella del “Vocabolario storico della lingua italiana”, ivi compreso il “Tesoro dei primi due secoli”, era per l’Accademia un dovere e un incubo... L’impresa assomma in sé quattro valori: quello scientifico perché offre agli studiosi uno strumento di lavoro senza pari; quello nazionale, perché restituisce all’Italia un primato, che essa aveva nel Seicento, di fronte all’Europa tutta, e che aveva lasciato perdere; quello amministrativo, perché, nonostante le lunghe fatiche, il finanziamento ha provato che cosa può dare la collaborazione fra enti, diversi in senso topografico come gerarchico; infine quello morale, perché l’impegno dei dirigenti è totale, anche se nessuno di essi riuscirà a vedere l’opera terminata». Nel 1965 era riuscito ad assicurare una nuova sede all’Accademia nella Villa di Castello, dove, dopo i necessari restauri, essa poté trasferirsi nel 1972.

Sulla Villa della Crusca e sui suoi “orizzonti”, Devoto ha lasciato alcune pagine che ci fanno capire il suo lucido atteggiamento alla guida dell’istituzione, e insieme ci portano a riflettere sul valore di ogni pur ristretto orizzonte, di ogni lavoro ben fatto:

«Se io guardo dalle finestre del “palazzo” a Castello, in direzione di occidente, certo vedo il piazzale col suo bel semicerchio, e il lungo viale alberato fino alla via di Sesto, e edifici moderni, e qualche sagoma di officina. Ma su tutti prevale la pianura, appena più lontana, che mi si presenta ampia regolare ben definita, leggermente inclinata verso il Bisenzio.

L’orizzonte, in quella direzione, non è infinito. Le propaggini del Montalbano, le colline di Signa e Lastra a Signa, sulle due rive dell’Arno, lo delimitano anzi nettamente. Ma esse non contrastano con la definizione italiana di “orizzonte”, non richiamano l’imagine di una linea da percorrere, di una meta da raggiungere. Mi invitano a guardare, non solo in avanti, ma a destra, a sinistra.

Contrariamente a quello che dicono i dizionarî, “orizzonte” non è la parola greca “horìzon”, che vuol dire “limitante”, adagiata tale e quale  in latino e poi in italiano; né è solo un resto della formula greca “kyklos horìzon”, “circolo delimitante”, passato da aggettivo a sostantivo: è parola greca sì, che ha però capovolto il suo valore, e richiama a noi ciò che è infinito, e si associa non già a un limite ma all’imagine della libertà.

Il retro del “Palazzo” è altrettanto bello. Ma da quella parte mi affaccerò ogni volta che avrò desiderio di contemplare e ricordare, piuttosto che di operare. Lo splendido giardino in salita, la visione e organizzazione non indegna della Reggia di Caserta, condurranno il mio sguardo, per la collina in ascesa, fino a Monte Morello. In quei momenti non avrò voglia né di predicare né di redarguire né di confrontare né di recriminare. Al massimo considererò meco stesso che cosa possa realizzare una amministrazione, formalmente estranea ai problemi di strade, quando abbia degli “orizzonti”».

 

(a cura di Massimo Fanfani)

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