La parola di Dante fresca di giornata

Una parola di Dante al giorno, per tutto il 2021. In occasione della ricorrenza dei settecento anni dalla morte del poeta, l'Accademia pubblicherà 365 schede dedicate alla sua opera: affacci essenziali sul lessico e sullo stile del poeta, con brevi note di accompagnamento. La parola di Dante fresca di giornata è un'occasione per ricordare, rileggere, ma anche scoprire e approfondire la grande eredità linguistica lasciata da Dante.

La parola di oggi

baiulo

(

Paradiso VI, 73

)

Di quel che fé col baiulo seguente,
Bruto con Cassio ne l'inferno latra,
e Modena e Perugia fu dolente.

Latinismo usato da Dante per indicare il “portatore” del segno dell’Impero, cioè l’imperatore: Dante era convinto che l’istituzione universale dell’antico impero di Roma continuasse anche ai suoi tempi, con Arrigo VII.

C.M.

(Paradiso XXVIII, 39 )

[...] e quello avea la fiamma più sincera
cui men distava la favilla pura,
credo, però che più di lei s'invera.

Neologismo dantesco per indicare l’immedesimarsi con il Sommo Vero, il divenire partecipi della verità. È uno dei neologismi della Commedia che ha avuto continuità: è stato, infatti, adoperato nel linguaggio filosofico con il significato di ‘rendere vero’. 

R.L.

(Paradiso XXVIII, 93 )

L'incendio suo seguiva ogne scintilla;
ed eran tante, che 'l numero loro
più che 'l doppiar de li scacchi s'inmilla.

Neologismo dantesco formato sul numerale mille, riferito alla moltiplicazione vertiginosa del numero degli angeli, che la mente umana non è in grado di contenere. Il verbo fu ripreso da Boccaccio e, in epoca moderna, da Pascoli, D’Annunzio, Gozzano, Saba e Montale.

C.G.

(Paradiso XXIV, 87 )

[...] ma dimmi se tu l'hai ne la tua borsa".
Ond'io: "Sì ho, sì lucida e sì tonda,
che nel suo conio nulla mi s'inforsa"

Neologismo dantesco formato sull’avverbio forse, significa ‘essere in dubbio’. Il verbo, usato anche come intransitivo non pronominale, ebbe un certo successo e fu ripreso, tra gli altri, da Petrarca, Boccaccio, Tasso, Alfieri.

C.G.

(Paradiso IX, 40 )

[...] del nostro cielo che più m'è propinqua,
grande fama rimase; e pria che moia,
questo centesimo anno ancor s'incinqua [...]

“Questo centesimo anno ancor s’incinqua”. Neologismo e hapax dantesco formato sul numerale cinque, che significa ‘si ripeterà cinque volte’ e si riferisce alla fama del trovatore Folchetto di Marsiglia, destinata, secondo Dante, a durare molto a lungo.

C.G.

(Paradiso XXX, 87 )

[...] come fec'io, per far migliori spegli
ancor de li occhi, chinandomi a l'onda
che si deriva perché vi s'immegli [...]

Neologismo dantesco formato sull’avverbio meglio, significa ‘diventare migliore’ e si riferisce alla facoltà visiva del poeta. Rare le riprese successive di tale verbo, la più significativa delle quali è forse quella di Vincenzo Gioberti nell’opera Del rinnovamento civile dell’Italia (1851).

C.G.

(Paradiso XII, 11 )

Come si volgon per tenera nube
due archi paralelli e concolori,
quando Iunone a sua ancella iube [...]

L’aggettivo, che ha il significato di ‘dello stesso colore’ (dal lat. concolorem), è usato una sola volta, al plurale, riferito al fenomeno atmosferico dell’arcobaleno doppio, a cui vengono paragonate le due corone di beati nel cielo del Sole.

P.D'A.

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(Paradiso VI, 77 )

Piangene ancor la trista Cleopatra,
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana e atra.

Latinismo per “serpente velenoso”, che indica specificamente l’aspide con cui Cleopatra si diede la morte.

P.D’A.

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(Paradiso IX, 81 )

[...] perché non satisface a' miei disii?
Già non attendere' io tua dimanda,
s'io m'intuassi, come tu t'inmii"

Neologismo dantesco formato sul pronome personale tu e usato, insieme a inmiarsi, per esprimere la compenetrazione degli spiriti beati. Il verbo è stato ripreso successivamente da Alfieri e, in tempi a noi vicini, dai poeti Cesare Ruffato e Davide Rondoni. 

C.G.

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(Purgatorio, XII, 89 )

A noi venìa la creatura bella,
biancovestito e ne la faccia quale
par tremolando mattutina stella.

“Vestito di bianco”, aggettivo usato in funzione attributiva, riferito a un angelo. È un composto in cui, come nelle lingue classiche, la testa (propriamente un participio passato) occupa la seconda posizione, modello per altri analoghi aggettivi usati nella lingua letteraria posteriore.

P.D'A.

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(Purgatorio XI, 81 )

"Oh!", diss'io lui, "non se' tu Oderisi,
l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte
ch'alluminar chiamata è in Parisi?"

Una sola attestazione in Dante di questo termine tecnico dell’arte dei miniatori, richiamato espressamente come un francesismo (Dante ci avvisa che quest’arte è così chiamata a Parigi: c’era mai stato? Anche questo è un mistero).

C.M.

(Paradiso, XXVIII, 23 )

Forse cotanto quanto pare appresso
alo cigner la luce che 'l dipigne
quando 'l vapor che 'l porta più è spesso [...]

È un latinismo molto raro, coniato direttamente su halos. Dante se ne serve per indicare l’alone degli astri. Il termine non avrà seguito e solo nel XVI sec. entrerà in italiano alone.

R.L.

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(Purgatorio XXVI, 87 )

[...] in obbrobrio di noi, per noi si legge,
quando partinci, il nome di colei
che s'imbestiò ne le 'mbestiate schegge. 

Il verbo, formato su bestia, è usato in riferimento a Pasifae, la quale si rinchiuse in una vacca di legno per farsi possedere da un toro. Non sfugga la ripetizione del verbo nello stesso verso, prima come ‘entrare dentro una bestia’ (s’imbestiò), poi, nella forma participiale, come ‘in una sagoma di legno a forma di bestia’ (imbestiate schegge).

C.G.

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(Inferno, XVIII, 116 )

E mentre ch' io là giù con l'occhio cerco,
vidi un col capo sì di merda lordo,
che non parea s' era laico o cherco.

Questa parola (che ricorre due volte nella Commedia) non è certo sconosciuta agli italiani del nuovo millennio. Realismo dantesco, che si esplicita bene nei canti di Malebolge. Plurilinguismo dantesco, che gli permette di dire tutto e parlare di tutto. Dante, poeta che sa essere molto concreto, e anche brutale. 

C.M.

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(Inferno, XXXII, 30)

[...] com' era quivi; che se Tambernicchi
vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
non avria pur da l' orlo fatto cricchi.

Voce onomatopeica (forse la più antica attestata nell’italiano scritto), con cui Dante rende il rumore dello scricchiolio del ghiaccio che sta per rompersi, riferendosi al Cocito, il fiume ghiacciato infernale, che neppure i monti Tambernicchi e Pietrapana, cadendovi sopra, sarebbero riusciti a scalfire.

P.D'A.

(Inferno, XXIV, 111)

[...] erba né biado in sua vita non pasce,
ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,
e nardo e mirra son l'ultime fasce.

La misteriosa mirra, una resina, era reputata sostanza medicinale e veniva usata anticamente anche nell’imbalsamazione. La portarono in dono i Magi a Gesù, assieme all’incenso. Dante la nomina una sola volta. La pone tra le sostanze connesse alla mitica Fenice: incenso, amomo, nardo e, appunto, mirra.

C.M.

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(Paradiso, X, 143)

[...] che l'una parte e l'altra tira e urge,
tin tin sonando con sì dolce nota,
che 'l ben disposto spirto d'amor turge [...]

Voce onomatopeica, usata da Dante per indicare il gradevole suono prodotto dalle ruote del congegno di un orologio a sveglia, a cui viene paragonata la corona delle anime beate che appaiono a Dante, muovendosi in giro e cantando.

P.D'A.

(Inferno, V, 25)

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote

Dante comincia a sentire le grida di dolore dei condannati per aver peccato di lussuria. La diffusione della Commedia a livello popolare ha portato all’uso comune dell’espressione dolenti note per intendere ‘fatti, circostanze, argomenti spiacevoli’.

A.N.

(Inferno, V, 101)

Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende

Espressione con cui Francesca da Rimini si riferisce al proprio corpo, di cui Paolo si innamorò e da cui l’anima è stata violentemente separata. Dante la usa in senso fisico; oggi l’espressione si riferisce invece a chi ha doti morali (generosità, lealtà, ecc.).

P.D'A.

(Inferno, II, 52)

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.

È detto da Virgilio parlando di sé, perché sta nel Limbo, ma è passato nell’italiano come forma proverbiale per indicare uno stato di incertezza e di attesa.

C.M.

(Paradiso, I, 70)

Trasumanar significar per verba
non si poria; però l' essemplo basti
a cui esperienza grazia serba

Neologismo dantesco per indicare un’esperienza che va oltre l’umano. Dante lo usa per indicare l’avvicinamento a Dio, ma il termine può essere esteso ad ogni condizione che vada al di là dell’esprimibile, dove le parole non bastano più.

C.M.

GLI AUTORI

Per le citazioni del poema si fa riferimento all'edizione allestita da Giorgio Petrocchi (Dante Alighieri, La Commedia secondo l’antica vulgata, a cura di Id., Firenze, Le Lettere, 1994; 1a ed.: Milano, Mondadori, 1966-1967), con alcune normalizzazioni grafiche ormai condivise dalle edizioni moderne e accolte dal Vocabolario Dantesco.