Andiamo da te o veniamo da te? Quando è la posizione dell’interlocutore che conta

Alcune domande giunte alla redazione chiedono precisazioni sull’uso dei verbi andare e venire.

Risposta

Iniziamo con una precisazione sul significato dei due verbi: andare e venire condividono un nucleo semantico comune (l’idea di spostamento da un luogo a un altro) e presuppongono entrambi un ancoraggio ai riferimenti della persona che li utilizza dicendo io/tu, qui, ora (tecnicamente si definiscono “deittici” o “indicali” perché funzionano come indici puntati). Si differenziano però per l’orientamento spaziale del movimento: mentre andare descrive lo spazio in modo indipendente dall’interlocutore, venire descrive il movimento come avvicinamento a un soggetto rispetto al quale lo spazio si organizza.

Così il dizionario Nuovo De Mauro definisce venire: “recarsi nel luogo dove si trova o dove va la persona con cui si parla o la persona che parla”.

Schematizzando:

io vengo  (da te)

tu vieni   (da me)

Quando ci si riferisce a una terza persona, la differenza tra andare e venire diventa più evidente: una frase come “Lucia va ogni giorno a scuola” presuppone che chi parla non si trovi a scuola, né ci vada abitualmente (la frase potrebbe essere pronunciata da un genitore); se dico invece “Lucia viene ogni giorno a scuola” presuppongo di trovarmi a scuola nel momento in cui pronuncio la frase, o che la scuola sia comunque un luogo che frequento spesso (per esempio come docente).

Potremmo dire, quindi, che dei due verbi andare è quello “non marcato”, che esprime un movimento da un punto di partenza A a un punto di arrivo B comunque determinati; venire quello “marcato” perché porta un’informazione ulteriore e aggiunge un vincolo sulla meta del movimento. Notiamo che ha un funzionamento analogo ad andare il verbo pronominale recarsi, spesso considerato un’alternativa più formale, specie in àmbito scolastico, ma in realtà di uso più circoscritto e connotazione burocratica.

Il funzionamento dei verbi andare e tornare è spiegato da Laura Vanelli e Lorenzo Renzi nel capitolo dedicato alla deissi della Grande grammatica italiana di consultazione (Renzi-Salvi-Cardinaletti 2001 vol. III, § 2.2.4), che illustra anche i casi di agrammaticalità. I due verbi, infatti, pur avendo un significato fondamentalmente comune, non sono intercambiabili:

a) Giorgio viene qui da me ogni giorno

b) *Giorgio va qui da me ogni giorno

Nella frase b) l’uso di andare è escluso perché la meta dello spostamento di Giorgio coincide con la posizione di chi parla e dice io.

Possiamo quindi rispondere alla domanda di L. C., che dice di aver ricevuto un messaggino telefonico con il testo “Vorrei andare da te per le 15.30...”, giustamente sentito come “scorretto”: non perché siano violate regole grammaticali (per esempio l’accordo), ma perché è stato selezionato un verbo (andare) che presuppone un orientamento spaziale non coerente con le coordinate del discorso. Come chiarisce il capitolo citato della Grande grammatica italiana di consultazione, infatti, “se si ha coincidenza tra la meta del movimento e il luogo in cui si trova l’ascoltatore, diventa obbligatorio l’uso di venire” (p. 278).

La domanda di M. P. (si può dire “può andare da te” o bisogna dire “può venire da te”), impone qualche precisazione: sarebbe necessario conoscere il contesto dell’affermazione per capire se la persona che pronuncia la frase è in presenza o a distanza (nel caso di una telefonata o di un messaggio telefonico) e se la persona cui si rivolge si trova in quel momento là dove il soggetto sottinteso della frase dovrebbe raggiungerla. Se per esempio mi rivolgo a un amico dicendogli “Lucia può venire da te?” sottintendo che Lucia sta per andare a casa sua o che arriverà comunque in un momento in cui lui ci sarà; se invece chiedo “Lucia può andare da te?” voglio sapere se Lucia può andare da lui in sua assenza. Notiamo che l’uso della prima persona plurale complica ulteriormente il quadro: dirò Andiamo da te a una persona che si trova con me se uso il noi “inclusivo” (intendendo ‘io e te’ o ‘io con altri e te’); potrò dire Veniamo da te solo se mi rivolgo a una persona che non si trova con me e uso il noi “esclusivo” (‘io con altri’).

Sulla complessa semantica dei verbi di movimento (che entrano anche nella costruzione passiva dei verbi transitivi e in perifrasi verbali con valore aspettuale) si può leggere la voce di Erling Strudsholm per l’Enciclopedia dell’italiano (diretta da Raffaele Simone, Roma, Istituto dell’Enciclopedia, vol. II, 2011). Vengono qui segnalati altri verbi deittici che possono essere orientati verso la posizione dell’interlocutore, come arrivare e tornare, i quali presuppongono anche uno scarto temporale.

Una domanda più complessa è quella posta da C. L., un attore teatrale alle prese con la sceneggiatura di Assassinio sul Nilo di Agatha Christie, in cui un personaggio dice:

Louise ha buttato là una minaccia davanti a quattro persone. Ma perché non è andata direttamente dall’interessato? Poteva andare da Smith, allo stesso modo poteva andare da Bessner e poteva andare... (pausa) da me.

In questo caso, osserva giustamente l’attore, usare venire al posto di andare toglierebbe ogni suspence perché il verbo implicherebbe già la destinazione (da me) e renderebbe inutile la pausa. In effetti, in questo caso, la strutturazione retorica della frase (con la ripetizione del verbo andare che forma una terna) e l’inserimento della pausa rendono accettabile l’uso del verbo andare (dall’interessato) anche se l’interessato è proprio colui che parla. D’altra parte, visto che si tratta di una trasposizione scenica di un testo tradotto, si potrebbero tentare adattamenti delle battute che affidino l’effetto di suspence ad altri espedienti linguistici.

Nei testi letterari, i valori associati alla semantica dei due verbi possono essere utilizzati per creare effetti particolari, di focalizzazione e cambiamento di prospettiva comunicativa. Pensiamo a Dante che, all’inizio del suo viaggio oltremondano, dice “io venni in loco d’ogne luce muto” e, nel canto VII dell’Inferno, si vede ricacciato da un regno al quale non appartiene, nonostante vi si trovi con Virgilio (al quale i dannati si rivolgono dandogli del tu): «e disser: “Vien tu solo, e quei sen vada, / che sì ardito intrò per questo regno”». D’altra parte, i due verbi, andare e venire, sono spesso usati in coppia per indicare il movimento in due direzioni contrarie: vanno e vengono; si vedano anche le espressioni lessicalizzate va e vieni e andirivieni.

Si può notare che l’opposizione semantica tra verbi con significato di ‘andare’ e ‘venire’ è presente già in latino e si ritrova sia nelle lingue romanze sia in quelle germaniche, come mostra il volume di Davide Ricca (1993). Il pionieristico studio di Charles J. Fillmore sulla deissi (Lectures on deixis, 1975/1997), del resto, dedicava molte pagine proprio all’opposizione dei verbi inglesi (to) come e (to) go.

Notiamo anche che, nelle lingue romanze, i verbi di ‘venire’ continuano il latino vĕnire, di larga presenza indoeuropea (DELI, s.v. venire). I verbi di ‘andare’, invece, presentano coniugazioni che combinano almeno due radici, quella di ambulāre (‘camminare’) e quella di vadĕre (‘avanzare rapidamente’): di qui le diversità delle forme vado, vai, va, vanno rispetto ad andiamo, andate. Il francese utilizza anche la radice del latino īre (per esempio nel futuro: ça ira, anche titolo di un poemetto carducciano dedicato alla rivoluzione francese), continuato da molti dialetti italiani (si veda il participio passato ito, diffuso anche come forma regionale) e ben attestato nell’italiano antico (che, oltre a ito, prevedeva altre forme, conservate nella lingua poetica della tradizione: imperfetto iva e ìvano, futuro irémo e iréte, passato remoto isti e ìrono, congiuntivo presente ea), come riporta il Vocabolario Treccani online (s.v. ire). Il ricorso a radici morfologiche diverse nel paradigma dei verbi irregolari (il cosiddetto “suppletivismo”) è affrontato in un volume di Martin Maiden (2018). Si veda anche la risposta di Luisa Corona (2021) all’interno della rubrica “I perché dell’italiano” del Magazine Lingua italiana Treccani: Perché il verbo ‘andare’ ha sia forme come ‘andiamo’ e ‘andate’ che forme come ‘vado’ e ‘vai’?.

Nota bibliografica:

  • Charles J. Fillmore, Lectures on Deixis, Stanford, CSLI Publications, 1997 [1975].
  • Martin Maiden, The Romance Verb: Morphomic Structure and Diachrony, Oxford, Oxford University Press, 2018.
  • Davide Ricca, I verbi deittici di movimento in Europa: una ricerca interlinguistica, Firenze, La Nuova Italia, 1993.

Cristiana De Santis

27 agosto 2025


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