Propriocezione e propiocezione: troviamo un equilibrio tra le oscillazioni della lingua

Alcuni lettori ci chiedono se, al posto di propriocezione, sia corretta la grafia propiocezione, che qualcuno ricorda di aver letto in un manuale universitario.

Risposta

I principali dizionari italiani contemporanei registrano il sostantivo femminile propriocezione ma, precisiamo subito, non la forma propiocezione. Soffermiamoci sulla sua origine, riguardo alla quale nella lessicografia troviamo due spiegazioni leggermente diverse: il Devoto-Oli e lo Zingarelli riconoscono nella nostra parola un composto del latino prŏpriu(m) ‘proprio’ e di, rispettivamente, (ri)cezione e (re)cezione. Il GRADIT e Il Nuovo Treccani segnalano il suo derivare da propriocettore (voce anch’essa lemmatizzata nei dizionari, anche da quelli che non registrano propriocezione, come il Sabatini-Coletti). In entrambi i casi (propriocezione e propriocettore) i dizionari rimandano all’inglese proprioception, su cui la nostra parola è modellata, che effettivamente è un derivato, tramite la sostituzione del suffisso, di proprioceptor, a sua volta composto di prŏpriu(m) e di (re)ceptor. Anche receptor (come il nostro recettore) ha origine latina: l’omografo rĕceptŏr (gen. receptoris), proveniente da quel căpĭo (cepi, captum, căpĕre, ‘prendere’) che in italiano è alla base di verbi come recepire (lat. rĕcĭpio), percepire (lat. pĕrcĭpio). Nel caso di propriocezione non c’è un antecedente latino diretto, ma la parola è formata dalla combinazione di due elementi, il secondo dei quali senza la prima sillaba. Il meccanismo è quello di composizione delle “parole macedonia” (nelle quali di solito, però, in italiano, è il primo elemento a perdere una o più sillabe: pensiamo a cantautore, mandarancio, apericena).
Tutti i dizionari che registrano propriocezione collocano alla sua base il latino prŏpriu(m), evoluzione della locuzione pro privo ‘a titolo privato’ (DELI, l’Etimologico), antenato del nostro aggettivo e avverbio proprio.

Grazie alla trasparenza dei suoi componenti, forse anche chi non ha mai sentito la parola riesce a farsi un’idea del suo significato come di una qualche forma di “percezione” o “ricezione” di sé. Cerchiamo di disambiguare. Il significato riportato dai dizionari è quello tecnico-specialistico della medicina, e in particolare della fisiologia: propriocezione identifica quell’insieme complesso di funzioni che il nostro corpo esplica grazie ai propriocettori, recettori presenti “nei muscoli, nei tendini e nelle articolazioni” atti alla “percezione degli stimoli interni e alla loro trasmissione ai centri nervosi superiori” (GRADIT); un’altra definizione fornita è quella di “complesso delle funzioni dei recettori e dei centri nervosi che consentono l’acquisizione di informazioni sullo stato degli organi interni, con esclusione di quelli cavi” (Zingarelli); riportiamo infine quella più laconica di “sensibilità agli stimoli che insorgono all’interno degli organi (non cavi)” (Devoto-Oli). L’edizione 1967 del Vocabolario illustrato della lingua italiana di Giacomo Devoto e Giancarlo Oli e Il Nuovo Treccani spiegano questa attività di ricezione di stimoli interni come informazione ai centri nervosi superiori “della posizione e dell’atteggiamento del corpo e delle sue parti” o “della posizione del corpo nello spazio” (s.v. propriocettore): una puntualizzazione utile a chi non è esperto della materia, che trova conferma nelle numerose trattazioni che della propriocezione troviamo in rete. Nel Dizionario di medicina Treccani, per esempio, si introduce la propriocezione come l’”insieme delle funzioni deputate al controllo della posizione e del movimento del corpo”, e su Wikipedia, dove alla nostra parola si associa subito il sinonimo cinestesia, la si descrive come la “capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, senza il supporto della vista”.

Questa “abilità”, che regola funzioni per noi essenziali come l’equilibrio, la capacità di contrastare la forza di gravità e quella di muoversi nello spazio mantenendo una postura efficiente e, diremmo, “corretta”, è dunque acquisita e mantenuta, come accennano i dizionari, grazie all’attività di alcuni gruppi di recettori nervosi (localizzati all’interno delle fibre muscolari dei muscoli scheletrici, nei tendini, nei legamenti articolari e nei tessuti connettivi) che, stimolati dallo stiramento o dalla tensione dei muscoli e delle articolazioni, si attivano e conferiscono informazioni ai neuroni locali del midollo spinale e a quelli dei centri cerebrali deputati alla regolazione dei movimenti. In base agli stimoli ricevuti, i centri nervosi sono in grado di inviare a loro volta ai muscoli gli impulsi che regolano l’equilibrio e il movimento, apportando le continue correzioni che permettono di controllare la postura e la posizione del corpo nello spazio.

Queste poche informazioni, che forniamo in modo inevitabilmente semplificato al solo scopo di tracciare a grandi linee – per chi non lo conoscesse già – un profilo di ciò a cui la nostra parola si riferisce, aggiungono dettagli che ci permettono di giustificare quanto detto sopra riguardo alle componenti linguistiche di propriocezione: la propriocezione è effettivamente una forma di cognizione, per quanto “sotterranea”, inconsapevole e pre-conscia, di qualcosa di proprio (potremmo parafrasare, con molta approssimazione: del proprio corpo e del proprio essere collocati in uno spazio che ha determinate caratteristiche fisiche). Lo Zingarelli fornisce un ulteriore aiuto alla comprensione proponendo di confrontare propriocezione, per contrasto, con enterocezione (il ‘complesso delle funzioni dei recettori e dei centri nervosi che consentono l’acquisizione di informazioni sugli organi interni cavi’) ed esterocezione (il ‘complesso delle funzioni dei recettori e dei centri nervosi che consentono l’acquisizione di informazioni dall’ambiente esterno’; cfr. Zingarelli, entrambe datate 1993). Segnaliamo anche, per completezza, accanto alla lemmatizzazione di propriocettore, quella di enterocettore, esterocettore e infine di propecettore, formati a partire rispettivamente dal confisso entero- (dal greco ènteron, di solito al plurale, ‘cose interne’, ‘intestini’), dall’aggettivo estero (dal latino extĕrus ‘esterno’), dall’avverbio latino prope ‘vicino’. Quest’ultimo arricchisce la rosa dei recettori nervosi registrata dalla lessicografia dell’uso, definendosi ‘recettore (gustativo, cutaneo, tattile, termico, dolorifico) che viene eccitato da stimoli i quali agiscono direttamente e immediatamente’ (Zingarelli).

Data la presenza dell’elemento proprio, dal punto di vista morfologico per la nostra coppia di parole vale quanto spiegato da Paolo D’Achille a proposito del rapporto tra proprio e propio (cfr. “La Crusca per voi”, n. 51, 2015/II, pp. 19-20): la forma priva della r, esito di una dissimilazione (vale a dire di una differenziazione) del secondo nesso consonantico -pr-, è da considerarsi una variante fonetica (in linguistica: un allotropo) della forma in cui invece il nesso consonantico è intatto, che si mantiene più vicina alla comune antenata latina (prŏpriu[m]). 

La dissimilazione e la perdita della r sono fenomeni che nascono nel parlato, piuttosto sporadici in italiano e dall’esito, dunque, non scontato. Nel nostro caso proprio e propio rappresentano due diverse evoluzioni italiane, per lungo tempo concorrenti, di una parola di uso comune già in latino: per questa ragione di entrambe abbiamo molte attestazioni antiche. Per noi parlanti contemporanei, per i quali l’esito della “competizione” è già noto, sarà forse una sorpresa apprendere in particolare che la forma propio, ricorrente in documenti di varia natura già dai primi decenni del XIII secolo, è, delle due, la forma che compare nell’edizione del Convivio di Dante a cura di Franca Brambilla Ageno (Firenze, Le Lettere, 1995), e che si alterna serenamente con proprio nelle edizioni critiche di testi di autori come Brunetto Latini (Rettorica, testo a cura di Francesco Maggini, La retorica, prefazione di Cesare Segre, Firenze, Le Monnier, 1968) e Guittone d’Arezzo (Rime, in Poeti del Duecento, a cura di Gianfranco Contini, Milano-Napoli, Ricciardi, 1960, t. I, pp. 189-255). Anche Petrarca nel Canzoniere, testo di cui disponiamo quasi totalmente in forma autografa, le usa ambedue.

Tuttavia la forma priva di r, che resta ben attestata nella letteratura italiana fino al XVIII secolo, attualmente rappresenta, come sappiamo, la variante meno diffusa. Nei secoli più recenti proprio si è consolidata come variante standard: probabilmente, spiega D’Achille, anche in grazia del rinforzo di parole come proprietà, proprietario ecc., più fortunate delle varianti prive di r nei testi giuridico-amministrativi in cui massicciamente circolavano e da quelli passate al linguaggio comune. Quasi assente dai testi letterari novecenteschi, ormai diffusa solo in alcune circoscritte aree geografiche, propio compare come entrata a sé nei dizionari contemporanei, ma soltanto per rimandare al lemma proprio, al di sotto del quale è classificata come variante pop[olare] (Sabatini-Coletti, GRADIT, Zingarelli, Vocabolario Treccani online), o comunque di basso uso (GRADIT): per queste ragioni se ne sconsiglia l’impiego in contesti formali o nello scritto. Questa indicazione finale – lo si comprende anche dalla breve rassegna storico-linguistica che abbiamo proposto riassumendo la ricerca di D’Achille, alla quale rimandiamo per approfondimenti – non scaturisce dall’essere, la forma proprio, più “titolata” della concorrente perché più vicina all’originale latino. Esistono casi in cui è la variante meno simile al latino che prevale: pensiamo per esempio a una parola come roboante, ormai attestata in questa forma variata, stavolta per assimilazione, rispetto alla concorrente reboante, più vicina all’originale (reboans, -antis). Semplicemente, nel nostro caso come in altri, una variante ha prevalso sull’altra ed è oggi considerata standard per ragioni storiche e processi evolutivi non direttamente legati alla fedeltà etimologica e puramente grammaticale.

Anche nel caso della coppia di parole che qui analizziamo, propriocezione e propiocezione, la forma attualmente considerata standard è quella con la r. Lo sappiamo dai dizionari che, lo si accennava in apertura, non registrano propiocezione neppure come variante minoritaria, e rafforzano il “verdetto” lemmatizzando diverse altre parole della stessa famiglia lessicale, tutte acclimatate da alcuni decenni in forma non dissimilata: il già citato sostantivo propriocettore, che è datato 1958 (GRADIT, GDLI, Devoto-Oli, Zingarelli), l’aggettivo propriocettivo, ugualmente rintracciabile a partire dal 1958 (GRADIT, GDLI; Devoto-Oli 1967), l’avverbio propriocettivamente (GDLI, GRADIT, che lo data 1970), il sostantivo propriocettività (GDLI, GRADIT, stessa data).

Ulteriore conferma arriva dalla ricerca sulle pagine italiane di Google, che ci fornisce dati inequivocabilmente sbilanciati a favore di propriocezione (153.000 contro i 2.370, per di più uniti al suggerimento “forse cercavi propriocezione”, di propiocezione). Significativo è anche il fatto che spesso le due forme occorrono all’interno degli stessi contesti, nei quali la prevalente è quella con la r, e dove, dunque, propiocezione è da considerarsi semplice refuso. A suggello finale della nostra ricognizione in rete, Google libri interrogato su propiocezione restituisce appena 16 risultati, a fronte dei 5680 di propriocezione) (dati aggiornati al 20/4/2022).

A differenza di quanto accade per proprio/propio, per la nostra coppia di varianti (propriocezione/propiocezione) non disponiamo di attestazioni antiche perché, com’è facile immaginare guardando al loro significato, esse nominano qualcosa che gli scienziati hanno iniziato a studiare in epoca relativamente recente. Nei dizionari propriocezione è registrata molto tardi, negli anni ’90 (Zingarelli 1994, Devoto-Oli 1995, Supplemento 2004 del GDLI), ed è a volte datata con una certa approssimazione: in Devoto-Oli e GRADIT troviamo solo un vago “sec. XX”; Nuovo De Mauro e le ultime edizioni dello Zingarelli riportano 1991.

Google libri ci permette di precisare e retrodatare, per quanto non con assoluta precisione. Le attestazioni più antiche di propriocezione appartengono a riviste scientifiche: tralasciando un risultato del 1945, frutto di un errore di indicizzazione, le prime due occorrenze valide sono del 1959 (riportiamo l’unico contesto disponibile: “La propriocezione nei muscoli extraoculari differisce da quella del muscolo scheletrico periferico ma aiuta a mantenere il delicato livello bilanciato dell'innervazione […]”, M. D’Esposito, C. Serra, A. Ambrosio, Acquisizioni recenti in neuroftalmologia. L'elettromiografia dei muscoli oculari, “Archivio di ottalmologia”, 63, maggio-giugno 1959, pp. 183-210: p. 195); nel decennio 1960-70 le occorrenze sono 15, ancora in riviste di oftalmologia e oculistica; tra il 1970 e il 1980 ne abbiamo 12, sempre in scritti di carattere scientifico, con un certo allargamento del campo di ricerca: se ne parla in studi di neurologia, psichiatria, psicologia (anche criminologia) e infine cibernetica. Andando avanti con gli anni le occorrenze aumentano esponenzialmente, e in modo progressivo lo fanno anche i settori scientifici in cui la parola è impiegata.

Una ricerca su Worldcat (la più vasta banca dati bibliografica mondiale) permette di rendersi conto dei settori disciplinari in cui la nostra parola è stata ed è impiegata. Complessivamente, una ricerca di propriocezione come soggetto o parola chiave restituisce 39 risultati tra il 1997 e il 2020; la ricerca per titolo ne fornisce 11 (1999-2017). Gli ambiti disciplinari interessati sono la medicina (soprattutto riabilitativa, fisioterapica, traumatologica, posturale, sportiva), la veterinaria, la filosofia, le neuroscienze, la psicoanalisi.

In inglese, per proprioception, i risultati per soggetto salgono a 21.116, distribuiti tra il 1952 e il 2021; a una ricerca per titolo i risultati sono 3.985, distribuiti tra 1938 e 2021. Salta all’occhio qui il risultato più antico (J.W.S. Pringle, Proprioception in insects, “Journal of Experimental Biology”, 1938, 15, 1, pp. 101-113), che ci testimonia come, in ambito scientifico, il concetto di propriocezione fosse già studiato negli anni ’30. Le attestazioni per lo più provengono ancora da studi di medicina, riabilitazione, fisioterapia, neuroscienze, psicologia, filosofia, ma compaiono anche in studi di linguistica, scienze dell’educazione e informatica.

Interessanti i risultati anche per il francese proprioception, che ricorre nel titolo di 117 testi (1949-2021) ed è presente come parola chiave 895 volte tra il 1904 e il 2021: in questo caso l’antichità del primo risultato non testimonia con certezza l’effettivo impiego del termine a quell’altezza temporale (dato che non si tratta di un titolo o di un’occorrenza nel testo) ma, al netto del fatto che la soggettazione potrebbe essere avvenuta in un secondo momento, è significativa perché ci informa di come, già nel primo decennio del Novecento, l’argomento cominciasse ad animare il dibattito scientifico.

Che sul concetto di propriocezione si indaghi dagli inizi del Novecento è confermato definitivamente dall’Oxford English Dictionary, il quale segnala la prima occorrenza dell’inglese proprioception in un testo scientifico del 1906: l’autore è Charles Scott Sherrington (1857-1952), il medico inglese a cui pare si debba la paternità del concetto (“It is instructive to note how all these separate pronouncements harmonize with the supposition that the organ [sc. the cerebellum] is the chief coordinative centre or rather group of centres of the reflex system of proprioception” [‘è istruttivo notare come tutti questi pareri separati si armonizzino con l’ipotesi che l’organo {cioè il cervelletto} sia il principale centro, o meglio gruppo di centri, di coordinazione del sistema di riflessi della propriocezione’, trad. mia], Charles Scott Sherrington, Integrative action of the nervous system, New Haven, Yale University Press, 1906, p. 349).

Torniamo all’italiano. Anche i risultati più recenti che Google libri ci restituisce testimoniano, come accennavamo sopra, l’approdo della nostra parola a testi diversificati per argomento e spesso caratterizzati da taglio divulgativo. Quello che è interessante notare, oltre all’ampliamento dei settori di ricerca in cui la propriocezione diventa un argomento studiabile, è una probabile conseguenza di questa apertura: l’estendersi, in alcuni casi, del significato della parola. Facciamo qualche esempio.

In un testo dedicato alla preparazione atletica sportiva si propongono esercizi mirati a migliorare la propriocezione, il che sottintende come di essa risulti rilevante, per lo meno in questo ambito di studi, il suo essere un’abilità perfezionabile attraverso l’esercizio e la capacità di concentrazione:

Propriocezione. È necessario premettere che questa capacità/abilità dipende prevalentemente da fattori coordinativi e neuromuscolari, piuttosto che condizionali. Logicamente, si avranno anche riscontri sulla forza e resistenza dei distretti muscolari interessati, ma il principale fattore al quale si punta, per l’ottenimento di una buona propriocezione, è quello del controllo, legato quindi all’azione riflessa del SNC [sistema nervoso centrale, ndr]. (Luca Martorelli, Preparazione atletica negli sport di combattimento e nelle arti marziali, Milano, Hoepli, 2013)

In modo simile, in testi che trattano di educazione infantile, la propriocezione viene studiata come un’abilità basilare sviluppabile attraverso il gioco e le attività manuali:

Il nostro cervello analizza le informazioni provenienti dai recettori e ci dà il senso della posizione e del movimento del nostro corpo. La propriocezione regola la quantità di forza necessaria per portare a termine un compito, come sbucciare un uovo sodo senza schiacciarlo, tenere un pulcino senza stringere troppo, e scrivere con una penna senza strappare il foglio. I bambini sviluppano la propriocezione spingendo e tirando in una serie di attività quotidiane, come raccogliere bastoni pesanti e usarli per costruire un fortino, rastrellare le foglie, spalare la neve. (Angela J. Hanscom, Giocate all’aria aperta! Perché il gioco libero nella natura rende i bambini intelligenti, forti e sicuri, traduzione dall’inglese di Michela Orazzini, Torino, Il leone verde, 2017)

La possibilità di controllare e sviluppare la propriocezione, intesa quasi come una forma di consapevolezza che è possibile individuare e coltivare attraverso esercizi specifici (in questo caso non fisici ma mentali e immaginativi), compare per esempio in questo testo dedicato alle pratiche di meditazione:

Anche la scienza riconosce ormai che gli esseri umani hanno più di cinque sensi e che sono dotati di abilità sensoriali di grande importanza per le loro vite e per il loro benessere.
Una di queste è chiamata propriocezione. “Proprio” significa “se stesso”. La propriocezione è quel senso che ci permette di percepire e sentire la posizione del nostro corpo nello spazio sia da fermi che in movimento. Può capitare, molto raramente, che la propriocezione si perda a causa di danni neurologici. […] Il semplice rendersi conto che quello che diamo per scontato possa essere smarrito può farci capire quanta poca attenzione prestiamo a questo senso di cui i nostri corpi sono dotati, e da cui le nostre vite dipendono senza esserne consapevoli.
[…] Nelle pratiche meditative, molta attenzione viene data al corpo considerato come un tutt’uno, sia nel caso della meditazione seduta che in movimento. Possiamo imparare ad “abilitare” il corpo in totale consapevolezza e a sostenerlo incorporando questa “presenza” nel tempo. (Jon Kabat-Zinn, Mindfulness per principianti, a cura di Anna Lucarelli, Lorenzo Colucci, Franco Cucchio, Gherardo Amadei, Milano, Mimesis, 2017)

In un testo dedicato alla pratica dei neogenitori di “portare i bambini” a stretto contatto con il corpo, propriocezione sembra indicare (con un sensibile cambio di significato) una forma di consapevolezza precategoriale, diremmo “incarnata”, della propria condizione emozionale, capace di agire sull’equilibrio psicologico della coppia genitore-figlio:

Un altro esempio viene dall’ambito dei gruppi post-parto. Le mamme sono sedute in cerchio con i loro bambini; una di loro racconta in modo impassibile il suo parto terribile, molto lontano dall’essere stata un’esperienza naturale […]. Durante il racconto, il bambino in braccio comincia all’improvviso a piangere molto forte e in modo inconsolabile. […] Non ci sono dubbi che il bambino portato a contatto percepisce le emozioni inespresse e a volte nascoste di chi le porta. Credo che questa conoscenza della propriocezione e del suo ruolo nell’interazione tra genitore e bambino sia una prospettiva interessante verso una lettura nuova di molte situazioni difficili che si incontrano durante il percorso del portare. (Esther Weber, Portare i piccoli_2a edizione. Un modo antico, moderno e... comodo per stare insieme, Torino, Il leone verde, 2014)

Il concetto di propriocezione è impiegato anche nello studio delle piante, per spiegare come anch’esse siano capaci di una qualche forma di orientamento spaziale: qui la propriocezione, della quale ovviamente non viene evidenziata la componente “consapevole” e “mentale”, è considerata come una funzione di regolamento, diffusa su tutta l’estensione fisica della pianta e non necessariamente coordinata dall’azione di un sistema nervoso centrale, in modo da renderla applicabile anche alla descrizione della vita vegetale.

I sensi delle piante sono localizzati nelle radici, nelle foglie e a volte si trovano diffusi nell’intero organismo; non sono infatti concentrati in organi specifici come in molti animali, data la struttura modulare e ramificata dei corpi vegetali, soggetti a frequente predazione. Le piante, inoltre, possono captare campi magnetici e percepire la forza di gravità che ne influenza costantemente la crescita. […] È grazie alla gravità che una pianta riesce a orientarsi nello spazio, fin da quando, sotto forma di seme, germina nel buio suolo, spingendo la prima radichetta verso il centro della terra e l’ipocotile, da cui si svilupperà il germoglio, verso il cielo.
Si definisce propriocezione la capacità di determinare la propria posizione nello spazio nella consapevolezza della disposizione delle diverse parti del proprio corpo, in relazione l’una con l’altra. […] Ad oggi è stato più volte confermato che le piante percepiscano la gravità. (Margherita Bianchi, La vita ramificata. Cognizione e comportamento nelle piante fra scienza e filosofia, Milano, Mimesis, 2021)

Citiamo, infine, un contesto interessante perché in grado di informarci su una particolare applicazione contemporanea delle ricerche sulla propriocezione, ossia lo sviluppo del concetto di VR (virtual reality, realtà virtuale):

Un dispositivo come il visore VR è considerato nel nostro immaginario ancor più immersivo del medium cinematografico, nel senso che ci isola totalmente dal mondo reale, facendoci perdere la propriocezione e immergendoci in una dimensione di sospensione virtuale in cui, tuttavia, possiamo ancora percepire elementi della realtà reale. Siamo cioè ancora coscienti, in comunicazione con gli altri ma, al tempo stesso, radicalmente isolati. Esistono, dunque, vari gradi di immersività che dipendono da diversi fattori: uno di questi è sicuramente quello spaziale […]. (Bruno Di Marino, Nel centro del quadro. Per una teoria dell’arte immersiva dal mito della caverna alla VR, Sesto San Giovanni, Aesthetica, 2021)

Lo sbarco di propriocezione nei territori della divulgazione è dimostrato anche dalla ricerca sui quotidiani: nell’archivio della “Repubblica” ricorre 30 volte (2005-2022), in quello del “Corriere della Sera” 29 (1984-2021), in quello della “Stampa” 11 (2013-2020). Segnaliamo inoltre la presenza di propriocettivo (14 occorrenze sulla “Repubblica” [1991-2018], 44 sul “Corriere” [1956-2021], 4 sulla “Stampa” [2004-2015]), propriocettore (3 occorrenze sulla “Repubblica” [2001-2012], 5 sul “Corriere” [2001-2014]), propriocettività (13 occorrenze sulla “Repubblica” [1995-2020], 13 sul “Corriere” [1987-2014], 2 sulla “Stampa” [1998-2005]).

Per quanto riguarda la variante meno fortunata propiocezione, che sui quotidiani compare sporadicamente (una volta sulla “Repubblica” nel 2014, una sul “Corriere” nel 2008), Google libri sembra fornirci attestazioni in riviste specialistiche di stomatologia, oftalmologia e gerontologia rispettivamente nel 1969, nel 1975 e nel 1987, ma non ci permette di verificare i contesti. Nel 1997 troviamo comunque propiocezione lemmatizzata nel glossario di un testo tecnico-scientifico (Giampaolo Riva, L’equilibrio precario. Valutazione e prevenzione delle cadute degli anziani, Milano, Franco Angeli, p. 119: “propiocezione: raccolta neurologica di informazioni, provenienti dai muscoli e dalle articolazioni, relative ai movimenti e alla posizione spaziale inconsce [sic.] del corpo”), il che ci conferma come anche questa variante meno fortunata abbia avuto un uso formale in contesti “alti” e controllati, e dunque non possa essere in tutti i casi derubricata a semplice refuso.

D’altra parte propiocezione non è l’unica concorrente di propriocezione nella quale capita di imbattersi. Abbiamo già citato la presenza nella lessicografia e nei quotidiani di propriocettività, lemmatizzata nel GRADIT (2000) e nel volume XIV del GDLI (stampato nel 1988, dunque ben prima della registrazione di propriocezione, che avviene solo nel Supplemento 2004) con la definizione, forse un po’ vaga, di ‘capacità di un organismo di percepire gli stimoli interni’: dall’unico contesto riportato apprendiamo che già nel 1970 la parola era impiegata in un testo non medico, scritto da un famoso critico d’arte (peraltro laureato in medicina):

L’elemento sessuale è, tra le forme che ci offre la natura, una delle più tipiche ‘Urformen’, ed è logico, quindi, che venga ripreso da ogni simbologia mitica, rituale, magica forse per quella peculiare tendenza a estrinsecare in tutto ciò che è creativo gli elementi primi della propriocettività umana. (Gillo Dorfles, Le oscillazioni del gusto. L’arte d’oggi tra tecnocrazia e consumismo, Torino, Einaudi, 1970, p. 97)

Derivata da propriocettivo (che a ben guardare è anch’essa parola più longeva di quanto ci dicono i dizionari, dato che su Google libri se ne trovano occorrenze a partire dal 1910), propriocettività ha 19.700 occorrenze sulle pagine italiane di Google e 1.750 su Google libri, tra le quali le prime tre provengono da riviste specialistiche di medicina degli anni ’30 (precedono dunque quelle di propriocezione). Oltre alla prima, citiamo la seconda, significativa perché, richiamando Sherrington, ci conferma la coreferenzialità di propriocettività con propriocezione:

L’obbiettivazione [sic] spaziale delle allucinazioni è condizionata conformemente ai suoi principi innanzi tutto dalle attitudini motrici, dalla propriocettività muscolare e nervosa, dai movimenti nascenti. (“Le monde médical. Rivista internazionale di medicina e terapia”, 1933, p. 341)

Così compreso, l’engramma è come un complesso di elementi allo stato di frangia subliminale (Sherrington), cioè (con meno pomposità) stato di latenza di eccitazioni ed inibizioni; la corteccia quindi produce una ecforia armonica, stato dinamico di tutti questi elementi di propriocettività nervosa. (“Il Cervello. Giornale di nevrologia”, 13-14, 1934, p. 229)

Propriocettività è anche, nel rispetto dell’originale francese proprioceptivité, la forma usata da Andrea Bonomi nel tradurre la Fenomenologia della percezione, classico della fenomenologia e tappa importante per la diffusione dello studio della – oggi diremmo – propriocezione in ambito umanistico (Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, trad. it. di Andrea Bonomi, Milano, Il Saggiatore, 1965; ed. or. Phénoménologie de la perception, Paris, Gallimard, 1945). Sono tutti indizi, questi, che inducono a pensare che almeno in un primo momento propriocettività abbia rappresentato un’alternativa preferibile a propriocezione, e rivelano come il percorso di affermazione e consolidamento della nostra parola non sia stato perfettamente lineare.

Come si è visto, tutte le forme che consideriamo hanno carattere di internazionalismi scientifici: è allora probabile che sulla fortuna di propriocezione rispetto a propriocettività abbia agito l’uso saldo di proprioception nel dibattito accademico in lingua inglese (proprioceptivity conta poche occorrenze su Google – appena 5.600 risultati, contro i 4.180.000 di proprioception – e non è presente nei principali dizionari di lingua).

Per capire invece l’esito dell’oscillazione tra propriocezione e propiocezione, che a differenza di propriocettività non ha mai goduto di impiego sistematico, consideriamo, oltre al parallelismo con l’inglese, anche fattori interni all’italiano. Il fatto che propriocezione nasca come tecnicismo, il suo diffondersi – com’è normale per i tecnicismi – in contesti scritti e stilisticamente sorvegliati, e infine il suo entrare nel lessico italiano solo nel Novecento, a un’altezza temporale in cui la componente proprio era già, rispetto a propio, saldamente attestata come standard, sono tutti elementi che hanno certamente favorito un maggiore controllo della sua variabilità morfologica. Per questo oggi possiamo serenamente consigliare i nostri lettori di preferire propriocezione a propiocezione.



Simona Cresti

9 gennaio 2023


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