La Villa Reale di Castello era detta il Viaio?

Lucilla T., Maurizio F. e Gabriele M., tutti di area fiorentina, si stupiscono di non riuscire a trovare in nessun vocabolariola forma viaio, nonostante che nella loro esperienza risulti usata comunemente per indicare il "lavatoio esterno", ovvero " quel posto in muratura costruito su un ruscelletto di acqua fresca per lavare i panni". "Forse perché è solo toscana?", suggerisce Gabriele.

Risposta

La Villa medicea di Castello, sede dell'Accademia della Crusca dal 1980, o meglio la costruzione che era in quell’epoca, era detta, sembra a partire dal XIV secolo, "Il Vivaio". Non è difficile pensare che, nel parlato di qualche contemporaneo fiorentino, l’antico nome potesse suonare come i vviaio, con le modalità tradizionali di realizzazione dell'articolo davanti a consonante e il completo dileguo della v intervocalica.

Ma cosa mai può entrarci (non c'entrare, mi raccomando) una storica villa medicea, recentemente dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco, con un “plebeo” lavatoio?
Intanto vediamo di capire cos'era un vivaio quando la villa aveva questo nome. Il Vocabolario degli Accademici della Crusca nella sua prima edizione (1612) descrive vivaio come un "Luogo concavo, pien d'acqua viva, comunemente per uso di conservar pesci", come il latino vivarium da cui deriva, con citazioni dal Decameron e dal Tesoro di Brunetto Latini. E poco cambia nelle edizioni successive (fino alla settecentesca IV edizione perché, come è noto, la V si chiude alla lettera o), se non che si fa esplicito riferimento a un bacino artificiale: "Ricetto d'acqua murato, comunemente per uso di conservar pesci". E sostanzialmente invariata, con l'unica differenza della scelta sull'accordo del participio, resta ancora la definizione del Tommaseo-Bellini: "Ricetto d'acqua murata [sic], comunemente per uso di conservar pesci". Ed è il Tommaseo-Bellini a introdurre quello che oggi è il significato più comune, "Parte separata di terreno, dove si pongono piantoncelli d'alberi, e sim., per allevarli", e che, stando al GDLI, vede le prime attestazioni nel XVIII secolo, nell'Agricoltore sperimentato del pistoiese Cosimo Trinci e nelle lezioni di agricoltura del fiorentino Marco Lastri. Sicuramente quindi la denominazione della villa non si riferiva alla presenza di un vivaio di piante. In realtà la villa di Castello è ubicata in un luogo molto ricco di acque e, fino all'intervento di interramento voluto da Pietro Leopoldo di Lorena alla fine del XVIII secolo, nella zona dell'attuale piazzale su cui si la villa affaccia, era presente una grande vasca in cui si trovavano pesci, attraversata da un ponte ad archi che coincideva con parte del viale d'ingresso e che la divideva in due parti: un vivaio, appunto.

 

Giusto di Utens, la villa medicea di Castello (fine XVI secolo) 

Ancora nel Tommaseo-Bellini si dice che la voce poteva indicare genericamente qualsiasi “vasca murata”; inoltre, al significato principale, viene associato un contesto dal Volgarizzamento della Bibbia (edizione di Venezia, 1471): "E tutti coloro che facevano vivai, ovvero gorghi, per pigliare li pesci… " (Isaia, 19.8) e si aggiunge tra parentesi la notazione di Giuseppe Campi "Qui pare si riferisca alle serre o buche che si facevano nel letto d'acque correnti, per radunarvi i pesci e pigliarli".

Quest'ultimo particolare senso testimoniato per vivaio lo ritroviamo "quasi intatto" alla voce viàio del Vocabolario del fiorentino contemporaneo definita come "bacino prodotto artificialmente in un torrente", a corredo della quale troviamo due brani di parlanti fiorentini residenti rispettivamente negli odierni quartieri di Santa Croce e San Frediano:

I’ viaio che ’ c’era da me era, per essere... […] Cioè, c’era un torrente che andava in questo viaio, l’avevano fatto chiarame... Tipo, tipo... piscina, tipo pisci... e da una parte... E dall’altra parte c’era l’uscita, che... colla grata, che magari se arrivava degli sterpini, la grata all’inizio e la grata alla fine, però l’acqua correva e riandava, l’orto eccetera... E da una parte era tutto... come dice lui, ma sarà stato... – ora vabbè, ricordi d’infanzia – ma sarà stato sempre, come minimo, quattro metri. Questo era uno solo. Tipo pisci... cisternó... Piscinona, però bassa. Non tanto profonda, no.
Si faceva una giratina, vers’i’ viaio. I’ viaio er’un posto ’ndove c’era l’acqua, vero?
[rivolto a un ascoltatore]I’ viaio non è un posto dove c’è l’acqua, in campagna? Viaio si chiama, propio, la parola. Viaio. No vivaio, viaio. Ecco, e si andava a questo viaio pe far una giratina

Un'altra interessante testimonianza ci viene dal Dizionario delle fornaci da laterizi e da stoviglie nel contado fiorentino di Massimo Casprini (Firenze, Polistampa, 2011) che così descrive il viaio:

era quella grande vasca in cui l’acqua circolava liberamente e in continuazione, dove le donne andavano a lavare i panni e che in altri luoghi è detta lavatoio. Ogni fornace doveva necessariamente essere dotata di tale struttura che serviva come riserva d’acqua utile per lavorare l’argilla e per stemperare i pezzi di terracotta appena usciti dal forno. I fornacini usavano il viaio come piscina per farci il bagno prima di tornare alle loro abitazioni e Virgilio Piazzini di San Gersolè, ricorda che andava a lavarsi in quella «grande vasca rettangolare aperta che noi chiamavamo viaione», che altro non erano che «due lavatoi dove poter lavare gli indumenti da lavoro e la biancheria» (Piazzini, 1998, 32, 38). Oggi i viai ad uso di lavatoi non esistono più – sostituiti da comode e moderne lavatrici – ma è sopravvissuto il diminutivo viaino (Rosi, 2009, 170) che indica il lavandino o il pilozzino o la pila, fuori dell’abitazione dove si sciacquano i panni. Fino a pochi anni fa era diffuso anche il modo di dire: È fatto come un tappo di viaio, indirizzato a quelle persone con enormi spalle e una vita molto stretta, simili ad un grosso sugherofatto a tronco di cono che si usava per tappare i viai.

Ed ecco la definizione di vivaio nel Vocabolario d’arti e mestieri (18562) di Giacinto Carena, riportata anche da Casprini: "un gran truogolo, costruito stabilmente in luogo pubblico, con mattoni o con pietra, col piano superiore delle spallette di cinta inclinato in dentro, talora con tettoja per riparo dal sole e dalla pioggia, insomma fatto acconcio, a ciò che molte lavandaje insieme possano in ogni tempo lavare comodamente i panni".
Siamo quindi al viaio (vivaio) di cui parlano i nostri utenti.

La lessicografia contemporanea però non attesta il valore di 'lavatoio' per vivaio, che invece ha diverse accezioni. Ad esempio in GRADIT 2007 troviamo: come termine della zootecnia "impianto costituito da vasche o piccoli bacini per allevare o mantenere vivi pesci, molluschi o crostacei destinati al consumo o alla riproduzione"; come termine marinaresco, "vasca installata su particolari tipi di imbarcazioni addette al trasporto del pesce vivo" e in funzione aggettivale, "di imbarcazione, dotata di tale attrezzatura"; come termine dell'agricoltura, "terreno su cui vengono coltivate varie specie di piante, in attesa di essere trapiantate in un luogo stabile"; in senso figurato, "luogo, ambiente in cui si formano personalità destinate a distinguersi in determinato campo"; infine, nel linguaggio sportivo, "centro in cui vengono addestrati i giovani atleti in vista di un loro impiego in una squadra a livello agonistico" e anche "l'insieme degli atleti allenati in tale centro".

Questa assenza, come bene hanno supposto i nostri lettori, si spiega col fatto che l'uso di vivaio, o viaio che sia, con questo significato particolare (distinto da quelli indicati per vivaio dai dizionari italiani) è effettivamente ristretto all'area toscana. Infatti l'Atlante lessicale toscano attesta come vive negli anni Ottanta del secolo scorso le forme viaio e vivaio, con i rispettivi diminutivi viaìno e vivaino, per 'lavatoio domestico' o 'bacino di una fonte, usato per sciacquare i panni' o 'lavatoio pubblico', esclusivamente nell’area intorno a Firenze. La distribuzione sul territorio è rappresentata da questa immagine.

È chiaro adesso il motivo per cui viaio non è presente nella lessicografia di lingua: non solo costituisce un esito fonetico tipico del parlato tradizionale dell'area fiorentina, ma ha anche assunto un significato che attualmente è testimoniato solo in quest'area. 

A cura di Matilde Paoli

Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

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