Subdolerìe da linguisti

Matteo Mocci dalla provincia di Modena ci chiede se il "corretto" sostantivo derivato da subdolo sia subdolerìa.

Risposta

Subdolerìe da linguisti

 

Accreditati dizionari di lingua di uso frequente (Sabatini-Coletti, Devoto-Oli, ZINGARELLI) non attestano, anche nelle edizioni recenti, alcun sostantivo derivato da subdolo (voce di dotta, ma lunga tradizione visto che l'uso è quattrocentesco, con la prima attestazione in Leon Battista Alberti per il GDLI). Neppure un'opera vasta come il Vocabolario Treccani registra un sostantivo del genere, lo fanno invece il già citato GDLI e il GRADIT, pur non in modo concorde: GDLI riporta subdoleria, parola risorgimentale attestata nei Periodici popolari del Risorgimento ("Il Ministero Torrearsa... operando con le ventosità oramai screditate e colle subdolerie non ancora ben note di Cordova..."), mentre il GRADIT ha subdolità, voce di uso raro introdotta nel 1946 da Massimo Bontempelli in Dignità dell'uomo.

 

In realtà entrambe le forme risultano attestate nell'Ottocento: subdolità per esempio compare in un trattato di Melchiorre Missirini già nel 1837 ed è attestato sporadicamente fino agli anni Novanta del secolo scorso, mentre subdoleria sembra arrestarsi sulla soglia del Novecento. Oltre ai due sostantivi legittimati dalla lessicografia, troviamo anche subdolosità (più volte usato da Antonio Rosmini, assieme a subdolosamente, tratto dal latino tardo subdolosus), subdolezza (un'attestazione in Calendimaggio, dramma storico di Valentino Soldani, 1907) e gli "inediti" subdolaggine e subdolenza. Tutte queste forme si trovano impiegate in rete da utenti a dir la verità spesso consapevoli di trovarsi su un terreno assai incerto ("individui che con la loro subdolezza / subdolaggine / subdoleria mi stizzano i nervi"; "lo so che subdolaggine non esiste, ma falsità era..."; "Si può dire subdolosità / subdolezza?"; "si dice subdolezza?..."). Soltanto subdolenza, il meno attestato, non sembra suscitare dubbi in chi lo usa ("È indice di: perniciosità, subdolenza, semplicismo e superficialità loricarsi con la tastiera del PC...").

 

Tutte le opzioni sono costituite, a parte il caso di subdolosità, a partire da subdolo con aggiunta di diversi suffissi usati nei processi di derivazione di sostantivi da aggettivo.
Franz Rainer, che in I nomi di qualità nell'italiano contemporaneo (Wien, Braumüller, 1989) prende in esame i meccanismi della derivazione nominale tramite suffissi, a proposito di -erìa nota che è suffisso usato soprattutto in aggiunta ad aggettivi riferiti a persona che abbiano valore negativo o che comunque implichino una sfumatura dispregiativa (cfr minchioneria, bigotteria, pedanteria), con rarissime eccezioni (galanteria e il recente carineria). Da questo punto di vista quindi la forma subdoleria sarebbe del tutto coerente. Questo suffisso però è raramente applicato a basi uscenti in -olo atono; tra le poche forme che l'autore riporta, quella più vicina al nostro caso è il raro e toscano bindoleria da bìndolo, come subdolo trisillabo e sdrucciolo.
A proposito del suffisso -ità Rainer ricorda che Meyer-Lübke nella sua Italienische Grammatik (1890) sosteneva che si aggiungerebbe soprattutto alle basi colte, ma nell'italiano odierno è ormai ritenuto altamente produttivo (M. Dardano, La formazione delle parole nell'italiano doi oggi, 1978); poiché è indiscutibile la tradizione dotta di subdolo (la tradizione ininterrotta e popolare avrebbe sùddolo o suddoloso) anche questo suffisso acquista, per così dire, un "punto a favore". Il caso di subdolosità, avrebbe anche dalla sua il possibile parallelo con dolosità.
Riguardo a subdolezza l'elemento di maggior peso è di ordine quantitativo: il suffisso -ezza, caratteristico soprattutto delle basi aggettivali in -évole (si pensi al neologismo "pubblicitario" scioglievolezza), è applicato a molte basi bisillabiche (stranezza, tristezza, gonfiezza) e trisillabiche di alta frequenza (debolezza, tenerezza, sicurezza); tra queste ultime voci, due in particolare sono assai ricorrenti e presentano rispetto a subdolo lo stesso schema sillabico e accentuativo e la stessa terminazione: frivolo e piccolo.
Per -aggine, suffisso che "si aggiunge spesso ad aggettivi che hanno un valore negativo-spregiativo" (Dardano, Ibid., p. 63), Rainer sottolinea il riferimento a uno stato temporaneo; infatti le non molte forme di uso corrente in -aggine, hanno quasi sempre "un doppio" che solitamente si riferisce a uno stato permanente della qualità: cafonaggine e cafoneria, imbecillaggine e imbecillità, ridicolaggine e ridicolezza, stupidaggine e stupidità. Nell'italiano contemporaneo però il suffisso risulta poco produttivo.
Infine -enza è suffisso che si applica a basi in -ente o -ento (evidenza da evidente, violenza da violento), da voci uscenti in -fico o -volo (magnificenza, benevolenza) e da alcune altre forme singole come scemo (scemenza) o altre rare formazioni dialettali (come il romanesco schifenza). La forma subdolenza può essere motivata da un ipotetico dolente sottostante e dal parallelo con i sostantivi dolenza e indolenza.

 

Per adesso però dobbiamo constatare che tutti i sostantivi elencati sono usati raramente: da un sondaggio in rete la forma più diffusa è subdolezza che al 12.04.2011 annovera 272 occorrenze; seguono i due "legittimi" subdolità (254) e subdoleria (150); infine subdolaggine (80), subdolosità (43) e subdolenza 24.
Nessuna delle forme inoltre sembra trovare spazio nella lingua dei quotidiani di larga diffusione nazionale (a parte il caso della rubrica Lessico e nuvole di Stefano Bartezzaghi dell'8 gennaio 2008), che preferiscono usare sintagmi come metodi, meccanismi o modi subdoli.

 

Per tornare alla domanda del nostro lettore possiamo dire che se si vuole essere "corretti" nel senso di legittimati da un'attestazione lessicografica, si possono usare subdolerìa o subdolità, se ci basta la garanzia di un uso scritto appartenente alla nostra tradizione intellettuale, si può dire anche subdolosità. Se invece si vuol parlare o scrivere in modo corrente si possono impiegare espressioni con subdolo o sinonimi come falsità o doppiezza, in attesa dell'eventuale massiccia affermazione di una delle possibili forme.
Come si vede, una risposta subdola.

 

A cura di Matilde Paoli
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

 

29 aprile 2011


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