Molti lettori chiedono se l’aggettivo basico possa essere impiegato nella lingua comune con il significato di ‘basilare’; altri domandano se l’avverbio basicamente sia corretto.
Questa riflessione su basico prende le mosse da un commento del luglio 2024 uscito sulla rubrica della “Repubblica” a cura di Francesco Merlo, in cui un lettore chiedeva “la massima pena” per una parola che, a suo avviso, mutua dall’inglese il nuovo significato di ‘basilare’. A stupire non è tanto il lessico da aula di tribunale della stroncatura, ma la definizione di “tic linguistico” che lo scrivente assegna al nuovo uso. Il breve intervento che segue non vuole essere una nota di biasimo, anche se il concetto di disfunzione che il tic chiamerebbe in causa merita qualche precisazione.
Basico è un calco da basic, parola attestata in inglese da metà Ottocento. Nel GRADIT leggiamo che il prestito appare in italiano già nel 1865 con il significato di ‘basilare, fondamentale’. Lo si trova, però, registrato per la prima volta in un vocabolario della lingua italiana nel 1950, nell’Appendice alla nona edizione del Dizionario moderno delle parole che non si trovano nei dizionari comuni (Milano, Hoepli) di Alfredo Panzini curata da Bruno Migliorini, che lo include nel novero delle parole “dall’uso incipiente”, non già “largamente accolte dall’uso, ma che tendono a entrarvi”. Sappiamo bene che la lemmatizzazione in un dizionario di neologismi come quello del Panzini non è sufficiente a legittimare l’impiego di un vocabolo, ma la traccia novecentesca del Migliorini è pur sempre una spia del fatto che non si tratta di un termine nuovo per la nostra lingua.
Sgombrato il campo dalla questione cronologica, veniamo ai significati e all’uso. Innanzitutto, basico è usato nell’accezione di ‘di base’, andando a occupare ciò che fino all’ingresso ottocentesco e ancora per tutto il secolo successivo si è espresso in italiano con il sostantivo base in funzione di aggettivo invariabile (salario base, problema base, testo base, campo base). Il Vocabolario Treccani online aggiunge che si adopera con riferimento a sistemi linguistici semplificati (inglese basico). In effetti, nel significato di ‘di primo livello, per principianti’, l’aggettivo si adopera spesso per percorsi di apprendimento o di allenamento, mentre per indicare più genericamente ‘qualcosa di elementare’ si associa ad altri referenti di svariati àmbiti (esempio basico, rapporto basico, approccio basico, domanda basica, informazioni basiche ecc.).
A partire da questo significato primario sono numerosi e sfaccettati i valori e le funzioni che il termine è andato assumendo all’interno del repertorio dell’italiano. A guardarne le occorrenze nella lingua contemporanea, si ha innanzitutto la sensazione che si tratti di una parola non ancora pienamente entrata nell’uso, eppure piuttosto attiva in alcuni àmbiti. Primo fra tutti, il settore commerciale e del fast fashion (la moda veloce di marchi come Zara, H&M o Uniqlo), dove, in alternanza con basic, basico designa soprattutto capi dalle linee essenziali. Nel campo della moda, tuttavia, non mancano occorrenze che testimoniano il significato primario di ‘di base, costitutivo, fondativo’, come mostra l’esempio tratto dal messaggio online di un negozio di abbigliamento, in cui, come atteso nella comunicazione sensazionalistica delle pagine social, lo vediamo in una forma di iperbole ottenuta per triplicazione:
Oggi vi mostriamo uno dei nostri grandi classici, il nostro basico basico basico. Modello che è con noi dall’apertura del negozio, 25 anni fa! (profilo Instagram camiceriagentj, ultima consultazione: 20/2/2025)
Ancora con riferimento alla moda, ma con il valore di ‘adeguato, senza slanci e senza cadute’, non si fa fatica a trovarlo tra i commenti sullo stile sanremese dell’ultimo Festival della canzone italiana:
I look di Sanremo 2025, le pagelle della prima serata: Carlo Conti basico 7,5 (Gian Luca Bauzano, corriere.it, 11/2/2025)
L’esempio ci aiuta a evidenziare come lo spostamento di significato da ‘fondamentale’ a ‘elementare’ generi una duplice connotazione. La prima, positiva: ‘elementare’ nel senso di ‘essenziale, semplice’, generosamente accolta in recensioni (anche di professionisti) a tema gastronomico, in cui l’aggettivo è accostato in genere a una cucina sana e genuina:
Ma alla fine è la lunga carrellata di ricette, nate in 15 anni di sperimentazioni culinarie, a concretizzare la filosofia che prende forma in cucina. Vegetariano, basico, stagionale e senza nevrosi: così Sacha [chef del ristorante con libreria Brac, n.d.r.] definisce il menu della Brac. «Non ho il congelatore, né il microonde, cuocio il minimo indispensabile e sul momento per rispettare gli ingredienti e la mia idea di sapore» dice. (Barbara Gabrielli, Tra arte e ricette Brac da sfogliare, “la Repubblica”, sezione Gusto, 23/5/2024)
La seconda, negativa: numerose sono, per esempio, le occorrenze nel settore delle innovazioni tecnologiche in cui basico assume primariamente il significato di ‘elementare’ perché privo di altre e più sofisticate funzioni (cellulare basico, auto basica).
Una connotazione negativa, da ricondurre però al significato già visto di ‘livello minimo per principianti’, ritroviamo nell’unica attestazione letteraria rinvenuta, vale a dire nel saggio Il mostro dalle cento teste di Eugenio Montale del 1962, in cui, in una cornice discorsiva dalla forte vis polemica, basico viene usato per disprezzare i metodi educativi di una immaginaria (e da Montale) ricusata scuola “moderna”:
Non so se sia stato già fatto il tentativo di creare una scuola moderna del tutto nuova: l’«Unesco» potrebbe farlo a titolo sperimentale. Prendere un centinaio di ragazzi al disotto dei dieci anni e per altri dieci anni istruirli coi mezzi tecnici più moderni: cinema, radio, lingue straniere (compreso il russo e l’arabo) insegnate con metodi «basici» e pratici, non scientifici […]. Sarebbe interessante vedere quali Euforioni, quali surrogati di uomini ne verrebbero fuori. (E. Montale, Il mostro dalle cento teste, in Auto da fè. Cronache in due tempi, Milano, Il Saggiatore, 1966, pp. 248-249; già in “Corriere della Sera”, sez. Ritagli, 29/8/1962)
Tale attributo negativo trova riscontro in un numero elevato di casi, in cui basico è accompagnato da una puntualizzazione, perlopiù introdotta da ma, che ne accentua la negatività, come nel primo esempio, o la attutisce, come nel secondo, dove l’aggettivo è anche mitigato dalla locuzione un po’ più:
«Nessun integralismo, ci mancherebbe. Va trovato, anzi, il giusto baricentro e cogliere l’obiettivo di sviluppare una cucina che si integri con i fabbisogni nutrizionali. I due estremi? Da un lato quella di sola gola, fatta per sedurre gli appetiti opulenta e direi quasi “pornografica”: dall’altro quella che nel sentire comune – lo dico io stesso – è spesso definita “da ospedale”. Ovvero basica, ricca di nutrienti ma priva di qualsiasi appeal di gusto». (Jacopo Fontaneto, “Alleggerire il classico” I consigli di Canzian per una cucina sana, “la Repubblica”, sez. Cronaca, 25/1/2025)
Valgono entrambi una visita, ma KOI è anche il posto perfetto per il pranzo, quando la proposta si fa un po’ più basica ma straordinariamente conveniente. (Valentina Dirindin, Quell’inaspettato sushi fusion con tartare e carpacci che ti svolta la giornata, “la Repubblica”, sez. Tempo libero, 8/11/2024)
La nuova torsione in senso spregiativo è tracciata, come spesso accade, dalla lingua dei giornali. Dalla nostra ricognizione emerge tuttavia un uso limitato solo ad alcune testate e a poche firme. Sebbene non possa considerarsi l’indizio di uno sfondamento nella lingua comune, val la pena farvi cenno, trattandosi comunque di un “documento della lingua d’oggi”, come diceva Migliorini per i neologismi. Un caso per tutti, Michele Serra per “la Repubblica”, che adopera il termine per designare una retorica cattiva e povera (di Trump nel primo caso, dei guerrafondai nel secondo):
Se leggete la recente intervista di Trump su Israele e Gaza, la rudezza dei concetti e al tempo stesso la loro banalità, da chiacchiera mentre si fa la coda a un fast-food («gli ebrei democratici odiano Israele», «a Gaza Israele deve finire il lavoro») vi sembreranno indegni di un leader così importante; e vi sembreranno tali perché lo sono, perché quell’uso basico e presuntuoso delle parole non appartiene ad alcuna delle tradizioni politiche del passato. (Michele Serra, Le parole povere di un capo, “la Repubblica”, sez. Commenti, 26/3/2024)
se il pacifismo è afasico, il bellicismo è di un’eloquenza basica e idiota (Michele Serra, Più nemici di prima, “la Repubblica”, sez. Commenti, 21/1/2025)
Una dialettica tra le connotazioni negative e positive di basico, da un lato ‘senza optional’ e quindi ‘elementare’, dall’altro ‘senza optional’ ma ‘essenziale, sano, autentico’, è acutamente problematizzata nel recente Romanzo di un maschio (Torino, Einaudi, 2024). Nella scheda di presentazione dell’opera leggiamo:
Il protagonista di questa storia ha ventotto anni, si è laureato in Economia aziendale, sogna di arricchirsi con le criptovalute e di entrare nella classifica «Forbes», ma intanto è disoccupato e vive con i genitori. Ad appesantire un periodo già confuso, le donne intorno a lui non fanno che parlare di coppie aperte e nuova coscienza femminista. Gli unici a non voltargli le spalle sono gli amici, quelli dello stadio, del calcetto, dei viaggi a Mykonos, «quelli di sempre». Tra episodi paradossali, storie di vita quotidiana, vicende goliardiche e grottesche, un racconto della postura con cui il maschio basico abita il mondo, a partire dai vari ambiti della sua esistenza: l’amore, il lavoro, il sesso, l’amicizia, la famiglia. Fino all’inattesa, ma inevitabile, messa in discussione della sua stessa identità. (Eterobasiche, Romanzo di un maschio, ultima consultazione: 20/2/2025)
Qui il significato non univoco di basico oscilla appunto tra i pregi e i difetti che la basicità di un maschio contemporaneo ancora in grado di mettersi in discussione genererebbe. Sul nome delle autrici, le Eterobasiche, non ci soffermeremo, poiché sembrerebbe un conio letterario momentaneo. Vedremo se rimarrà tale o se avrà la forza di attecchire.
A partire da basico si forma l’avverbio basicamente, lemmatizzato solo nel Supplemento 2004 del GDLI nel significato di ‘in modo irriflesso, senza sovrastrutture mentali’ (s.v.). Un nucleo significativo di attestazioni è datato agli anni Novanta, quando il derivato indicava perlopiù qualcosa di ‘fatto in modo semplice’ o ‘in modo elementare’. Nell’arco di un decennio, a questo uso oggi ancora attivo si è affiancato un significato che si discosta dall’accezione della base, come nell’esempio che segue, dove il termine sta per ‘essenzialmente, in sostanza’:
L’etica delle virtù è basicamente l’etica del bene comune. È il fatto che gli scambi avvengano entro un contesto di reti di solidarietà, all’interno cioè di una comunità, a rendere legittima l’attività di mercato. (Stefano Zamagni, Bene comune e fraternità, 2012, in Enciclopedia Treccani online, ultima consultazione: 25/2/2025)
Mentre basico, dunque, si presta a una pluralità di significati e di valori, che si differenziano in relazione all’àmbito d’uso, con (poche) escursioni anche stilisticamente connotate, basicamente è adoperato nelle sole due accezioni presentate indipendentemente dal tipo di testo. Nonostante l’allargamento dei contesti di impiego, con la conseguente espansione di tipo semantico, appaiano continui, anche perché alimentati dalle consuetudini scrittorie dei giornali, siamo di fronte a due termini dalla circolazione limitata, discretamente presenti in alcuni settori, ma che non hanno ancora avuto la forza di penetrare negli usi alti e sorvegliati della lingua. Per questo motivo, resta valido, ancora una volta, l’invito a dosarne l’uso soprattutto in relazione al registro e alla situazione comunicativa. Per tornare al punto di attacco, e per concludere: nessun “tic”, nessuna disfunzione, solo la storia ordinaria di un prestito, con le ordinarie raccomandazioni per usarlo.
Claudia Tarallo
29 agosto 2025
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