Come si commenta un testo letterario?

di Gian Luigi Beccaria

"Fare discorsi su discorsi senza tornare continuamente al testo, al suo senso letterale… conduce a rifriggere aria fritta"

 

Come si commenta un testo letterario? Non ho precetti da fornire, ricette pronte all’uso. Le teorie del commento credo siano perfettamente inutili. Il ricettario non serve. Allontana dai testi, non aiuta né esorta al  leggere. Certo, occorre della tecnica per interpretare, una qualche malizia di mestiere: aiutano il lettore a gustare meglio i testi. Si prova piacere a leggere non soltanto perché l’autore ha dei contenuti da comunicare. Non è, il leggere, semplicemente una fedele trasposizione comunicativa di una storia, di un’idea, non è soltanto un venire informati, ricevere notizie. Un testo letterario ha un potenziale di senso superiore al testo comunicativo, il quale si esaurisce semplicemente nell’individuazione dei significati, e dopo aver comunicato, si svuota, e smuore. I testi comunicativi di solito sono più semplici e diretti. Sono più scorrevoli, li si legge senza troppa fatica. Invece un testo letterario non va sorvolato in fretta, né riassunto: va letto. Ne scrissi qualcosa anni fa, in un breve Elogio della lentezza[1].

I testi letterari sono complicati: molti hanno bisogno di note, di commenti, specialmente quelli più antichi. La fatica per leggere i testi del passato ha suggerito qualche tempo fa l’idea di tradurre in italiano moderno i nostri classici, Dante, Machiavelli e Leopardi, fornirli all’utente in forme ammodernate, per avere un Leopardi addomesticato, un Dante travestito alla moderna. Il che serve poco. Rispetto a «Noi leggiavamo un giorno per diletto / di Lancialotto come amor lo strinse; / soli eravamo e sanza alcun sospetto» non è certo più trasparente «Noi leggevamo un giorno per diletto / di Lancillotto come amore lo strinse; / soli eravamo e senza alcun sospetto». Mi pare la stessa cosa. Si può grattare via la lieve patina del tempo, sanza per senza, leggiavamo per leggevamo, Lancialotto per Lancillotto. Ma si tratta in definitiva di operazione che non si fa neppure restaurando il vecchio tavolo della nonna. E dunque non vedo proprio perché con Dante, che linguisticamente non è così lontano. Quel che è indispensabile, per i tre versi citati, non è tradurre, ma soltanto annotare che «sospetto» nelle intenzioni di Francesca vuole dire ‘senza dubitare che la nostra lettura potesse diventare peccato’, per evitare l’eventuale lettura ‘senza sospetto di essere sorpresi’. Punto e basta. Che differenza c’è tra «Per le valli, ove suona / del faticoso agricoltore il canto, / ed io seggo e mi lagno / del giovanile error che m’abbandona» (Leopardi) e «Per le valli, nelle quali risuona il canto dell’affaticato agricoltore e dove mi rifugio a lamentare il venir meno delle illusioni giovanili»? Basta una nota a faticoso che ne spieghi il significato: ‘affaticato’. E perché immiserire un «Di gloria il viso e la gioconda voce, / garzon bennato, apprendi…» in un «o bravo ragazzo, impara a conoscere il volto e la voce festosa della gloria»[2]. Questo vincitore di pallone (a lui sono dedicati quei versi) non è affatto un «bravo ragazzo» ma (come il greco eughenés) un‘giovane nobile, generoso e virtuoso insieme’. E si veda ancora nello stesso componimento, al v. 53, quell’«o buon garzone» che per Leopardi significa ‘valoroso’, mentre nell’ammodernamento leggiamo «o buon ragazzo». La parola “semplice” di arrivo in realtà complica anziché chiarire l’originale, qualche volta lo travisa.

Mi si darà del passatista, per il motivo che Dante, Manzoni e Leopardi li considero come degli intoccabili, testi marmorei da lasciare come sono. Ed è pur vero: lasciamoli intatti, almeno per ora, visto che fruiscono di un singolare privilegio. Mi riferisco alla nostra lingua che per essere rimasta lungo i secoli più scritta che parlata non ha subìto per questo motivo mutamenti radicali, come è successo ad altre, per esempio ai testi medievali francesi o spagnoli[3]. Certo, della nostra condizione fortunata c’è il rovescio della medaglia, l’insidia del facile equivoco, la tentazione di considerare immutati i significati e i valori dal momento che immutate sono restate le forme (si veda il notissimo Esercizio d’interpretazione continiano sopra il sonetto di Dante Tanto gentile e tanto onesta pare)[4]. Ogni testo è costruito entro la storicità degli usi linguistici contemporanei, ma poi la lingua si evolve, e l’interprete corre il rischio di sovrappore alle parole del passato i significati e le connotazioni che esse hanno finito per assumere oggi. Se leggo nel Decameron la novella di Lisabet­ta, dovrò preliminarmente annotare, pena il traviamento del lettore, che noioso varrà ‘penoso’ e non ‘molesto’, legger­mente ‘facilmente’ e non ‘per leggerezza’, e dimora varrà ‘indugio’, e che trista è un allomorfo di triste, e terra è ‘città’, e quivi non sarà ‘qui’, ma ‘lì’. Ne derivano i frequenti errori di lettura, di valutazione, le distorsioni, l’attribuire al testo significati che gli sono estranei, sino a caricare di incongrui effetti stilistici fatti interni alla lingua. Lo ha mostrato Giovanni Nencioni quando faceva il caso del pronome atono nel tipo Fecemi la divina potestate, che noi saremmo portati a caricaredi eventuali effetti stilistici mentre si tratta di un fatto interno alla lingua, dovuto alla legge Tobler‑Mussafia, quella che impedisce nei primi secoli sino a quasi tutto il Trecento di mettere al primo posto della frase un pronome atono, che doveva invece, obbligatoriamente, collocarsi dopo il verbo, diventando enclitico[5].

Non ci è facile perciò condividere le scelte di quanti, non accettando il primato del testo, sono meno interessati all’analisi prima linguistica e poi stilistica, e mirano di­rettamente al senso globale, senza passare attraverso signi­ficati singoli, significanti, codici, modelli, o magari le fondamentali regole sociali come i «generi» letterari. Commentare significa illustrare ciò che non si comprende, migliorare i risulta­ti di una prima lettura, conquistare sempre più zone oscure, ma bloccando la deriva dei significati: perché fare discorsi su discorsi senza tornare continuamente al testo, al suo senso letterale preso come imprescindibile punto di partenza, conduce a rifriggere aria fritta. Se ci può essere una ricomposizione tra sapere critico e sapere linguistico, questa prenderà sempre l’avvio dalla considera­zione prioritaria della materia verbale e oggettiva del testo. Il resto viene dopo. È fondamentale capire che i concetti, le immagini ecc. non sono le sole cose importanti in un testo: ne sono i costituenti sostanziali, ma che diventano rilevanti solo in quanto espressi da parole. Perché un testo letterario è innanzitutto arte verbale, non arte di pure sensazioni e di pure immagini e di idee («gli scrittori sono scrittori, e anche dei più intinti di pece filosofica al critico letterario è la verbalità che interessa»)[6]. L’esperienza insegna che è soprattutto attraverso le figure della parola che si riesce a cogliere l’impronta dell’individualità creatrice. Soltanto attraverso analisi formali riesco a vedere un determinato testo come un’esperienza unica. Non l’«io» dell’autore ha da essere l’obiettivo principale di un’analisi, ma quello che di lui si dissolve nella parola, nei materiali della scrittura (evitando, si capisce, di ricadere nel difetto opposto, vale a dire fermarsi soltanto sull’autonomia del messaggio, e considerare l’emittente come assente e il de­stinatario sconosciuto).

 

Dicevo poco fa che basta un commento adeguato e minuzioso per capire un testo del passato, senza bisogno della manomissione di una traduzione che tra l’altro sconquassa i ritmi di un testo, ne rompe l’intimità della lingua, l’emotività dello stile. A meno di credere, come dicevo, che gli aspetti stilistici contino poco, che importa invece mirare in letteratura direttamente al senso globale, al mero contenuto, senza passare attraverso le strutture formali portanti. Che insomma importa per chi studia poniamo Cavalcanti, stabilire soltanto la portata che possono avere avuto su di lui la scolastica o l’averroisimo, e che per commentare compiutamente la celebre canzone Donna me prega basta capire i principi filosofici che la reggono («lingua e poesia erano accessorie, semplice ornamento: sostanza era la filosofia» affermava in proposito il De Sanctis)[7]. 

Morale: non si ami il solo grezzo contenuto (come se il resto fosse l’accessorio formale, accessorio che la scorciatoia della citata traduzione, se mai dovesse attecchire nella pratica scolastica, in gran parte eliminerebbe). Finiremmo col chiederci: «ma perché mai sforzarsi a leggere un testo del passato così com’è scritto? Leggiamo la traduzione, la parafrasi! È meno faticosa! Ci offre direttamente il contenuto del testo per vie più facili».

 

Gian Luigi Beccaria

[Da Alti su di me. Maestri e metodi, testi e ricordi,  Einaudi 2013 cap. 1. Commentare un testo, per gentile concessione dell’Autore e dell’Editore]

 

[1] G. L. Beccaria, Elogio della lentezza, Aragno, Marene 2002.

[2] Cito da G. Leopardi, Canzoni,  Oscar Classici Mondadori, Milano 1998.

[3] Rimando a G. L. Beccaria, Mia lingua italiana. Per i 150 anni dell’unità nazionale, Einaudi, Torino 2011, pp. 16 ss.

[4] Rimando alla p. 257.

[5] Rimando alla lettura di G. Nencioni, Lettura linguistica, in M. Lavagetto (a cura di), Il testo moltiplicato. Lettura di una novella del «Decameron», Pratiche, Parma 1982, pp. 87-102.

[6] G. Contini, Ultimi esercizî ed elzeviri, Einaudi, Torino 1988, p. 206.

[7] Cfr. G. Contini (a cura di), Poeti del Duecento, Ricciardi, Milano-Napoli 1960, II, p.  490.

Piazza delle lingue: Lingua e letteratura


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