Intervento al convegno Le lingue d'Europa, patrimonio comune dei cittadini europei

di Leonard Orban

Signore e Signori,


ringrazio innanzitutto gli organizzatori per avermi invitato a questo evento. Sono spiacente di non poter essere fisicamente con voi a causa di altri impegni, ma sono felice di potervi comunque esporre, grazie alla tecnologia, le mie riflessioni sulla politica linguistica, così come la vedo dalla mia ottica di commissario europeo per il multilinguismo.

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Le lingue che parliamo sono una parte inscindibile di noi stessi. La lingua è il mezzo attraverso il quale costruiamo il nostro universo: ciò che scriviamo, ciò che pensiamo e in generale la nostra visione dell'esistenza. Le lingue ci definiscono come individui, ma anche come parte integrante di una comunità. L'Unione europea di oggi ci offre un'enorme ricchezza linguistica, ed è mio desiderio trasformare questa diversità, questa ricchezza, in qualcosa che possa definire la nostra unità in Europa come membri di una comunità più ampia o, se me lo consentite, in un simbolo dell'europeismo.

L'Europa a 27 Stati membri, veramente multiculturale ed eterogenea, è il risultato degli allargamenti, della libera circolazione tra i paesi, della globalizzazione e della migrazione. Questa Europa non è un "crogiolo di razze", che annulla le differenze. È, semmai, la celebrazione della diversità. "Uniti nella diversità", dice il motto dell'Unione e, in realtà, la diversità non è un minaccia, ma un antidoto contro la stasi o la pigrizia. È l'opportunità di essere curiosi, di imparare, di confrontarsi e di apprezzarsi gli uni gli altri.

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La politica linguistica è appannaggio degli Stati membri, ma la Commissione europea dispone degli strumenti necessari a promuoverla. La Commissione, ad esempio, incoraggia le autorità nazionali a muoversi in una determinata direzione, anche se gli Stati membri sono liberi di decidere se seguire o meno tali raccomandazioni.

La Commissione dà attuazione, assieme alle altre istituzioni europee, alle decisioni dei capi di Stato o di governo riguardanti il regime linguistico dell'UE, in particolare il Regolamento n. 1/1958, il primo in assoluto adottato dalle Comunità europee. Questo regolamento afferma molto chiaramente che tutti gli atti giuridici e i documenti politici importanti devono essere pubblicati in tutte le lingue ufficiali dell'Unione europea, e a ciò si aggiunge il Trattato, secondo cui tutti i cittadini possono rivolgersi alle istituzioni europee nella lingua ufficiale dell'UE di loro scelta e ricevere una risposta in quella lingua.

Questo è il fondamento su cui poggia il multilinguismo istituzionale europeo. Col passar del tempo il numero delle lingue ufficiali è gradualmente passato da 4 a 23, ed è destinato a crescere ulteriormente con i nuovi allargamenti dell'Unione. Qualsiasi aggiunta, come pure qualsiasi deroga a questo principio richiede l'accordo unanime del Consiglio. Di conseguenza, il principio secondo cui tutte le lingue dell'UE hanno pari importanza è ben definito e tutelato.

Per quanto la traduzione degli atti giuridici e delle decisioni politiche abbia la priorità rispetto a quella di altri tipi di testi, noi desideriamo anche migliorare l'interazione e la comunicazione diretta con i cittadini mettendo a loro disposizione un numero via via crescente di pubblicazioni e di pagine Internet in sempre più lingue. Oggi il costo del multilinguismo, dei servizi di traduzione e di interpretazione, è pari a 1,1 miliardi di euro, ovvero l'1% del bilancio UE, il che equivale a 2-3 euro l'anno per ciascun cittadino. Mi chiedo: questa cifra rappresenta davvero un onere eccessivo per il contribuente europeo? La mia risposta è che il multilinguismo non è un lusso, ma un diritto di ogni singolo cittadino. Il multilinguismo è uno dei costi della democrazia.

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La politica linguistica va ben al di là della questione delle lingue ufficiali e del multilinguismo istituzionale: essa cioè non si limita alle lingue utilizzate dalle istituzioni al loro interno o nei loro rapporti con i cittadini, ma si interessa soprattutto delle lingue che tutti i cittadini parlano nella vita quotidiana. Ma ancora una volta è necessario rendersi conto che qualsiasi azione in questo campo è destinata ad avere un impatto limitato: in sostanza, è estremamente difficile imporre dall'alto anche il più piccolo adeguamento, per non parlare di cambiamenti più radicali, in qualsiasi sistema linguistico di qualsiasi comunità. Convincere una popolazione a modificare qualche regola ortografica si è rivelata un'operazione quasi impossibile in più di un paese.

Allo stesso tempo, le lingue sono sistemi organici e viventi in costante trasformazione, che continuano a mutare sotto l'effetto di fenomeni demografici, economici, sociali e culturali, oltre che delle rispettive dinamiche interne. Questi mutamenti possono spesso prendere le direzioni più imprevedibili.

La Commissione europea è impegnata in una politica linguistica attiva, volta a difendere e a promuovere la diversità linguistica. Sono stato molto felice quando il Presidente Barroso ha deciso di assegnarmi questo portafoglio così impegnativo, e sono sicuro che, grazie a un'ampia concertazione tra tutte le parti interessate - istituzioni europee e nazionali, autorità responsabili dell'istruzione, docenti di lingue, imprese e, in definitiva, tutti i cittadini - riusciremo a migliorare la situazione odierna e a perfezionare in maniera significativa le competenze linguistiche dei cittadini europei.

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Nei miei incontri a Bruxelles e negli Stati membri sento spesso esprimere la preoccupazione per il futuro delle lingue. La gente teme che il processo di globalizzazione in atto nelle nostre società possa tradursi nell'emarginazione di tutte le lingue europee a vantaggio dell'inglese, che assolverebbe la maggior parte delle "funzioni di prestigio": dalla comunicazione scientifica a Internet, dalla musica e dallo spettacolo agli affari e alla finanza internazionale.

Per questo i cittadini chiedono a me, e in generale alle istituzioni europee, di fare qualcosa. Essi insistono sul fatto che tutte le lingue sono parte del comune patrimonio culturale europeo. Mi ricordano, per parafrasare la famosa frase di John Donne, che nessuna lingua è un'isola, e che la morte di qualsiasi lingua europea renderebbe tutte le altre più povere [1]. Tutti gli Europei dovrebbero comunque preoccuparsi allo stesso modo del futuro delle tante famiglie linguistiche.

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Signore e Signori,

a chi spetta dunque il compito di garantire che le lingue dell'Europa mantengano intatta tutta la loro ricchezza e la loro attrattiva in un'epoca, come questa, di rafforzamento degli scambi internazionali e di rapida integrazione? Come possiamo accertarci che esse vengano studiate all'estero e non dimenticate in patria?

Come ho già detto, questo sforzo richiede una vasta cooperazione tra un gran numero di attori. Scrittori e poeti sono probabilmente i migliori amici delle lingue, quelli che più si adoperano per mantenerle in buona salute rinnovandole costantemente. Ma spesso anche i cantanti di musica leggera e i registi cinematografici possono rivelarsi ambasciatori altrettanto efficaci, nel senso che possono spingere i giovani a intraprendere lo studio di una particolare lingua.

Dal canto loro, le autorità nazionali devono poter soddisfare la domanda di apprendimento linguistico, tramite le scuole, le biblioteche o i corsi per adulti. A questo proposito esorto tutti quanti voi, docenti universitari e scolastici, a presentarmi le vostre idee e proposte.

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Nel frattempo, la Commissione europea porterà avanti il suo impegno attivo nella promozione del multilinguismo. Il 26 settembre prossimo, in occasione della Giornata europea delle lingue, presenterò le raccomandazioni formulate dal gruppo ad alto livello sul multilinguismo. Il gruppo ha analizzato le complesse relazioni esistenti tra lingue, mezzi di comunicazione, mondo economico e ricerca, esplorando i vari modi per incoraggiare l'apprendimento delle lingue straniere e per aiutare le lingue regionali e minoritarie a conservare tutta la loro vitalità in un' Europa ampliata.

Ho poi pensato di dare vita a un nuovo gruppo di intellettuali, che si è riunito per la prima volta la settimana scorsa. Il gruppo ha l'incarico di studiare le relazioni tra lingue e culture e di esplorare i possibili sistemi e strumenti atti a promuovere la coesistenza pacifica delle nostre molteplici identità culturali, sviluppando al tempo stesso una comune identità europea. Come certo sapete, il 2008 sarà l'Anno europeo del dialogo interculturale e al tempo stesso l'Anno internazionale delle lingue: in effetti, promuovere l'apprendimento delle lingue e la diversità linguistica può rivelarsi un mezzo molto efficace per rafforzare anche il dialogo interculturale.

Ciò che però più conta è sviluppare un nuovo atteggiamento nei confronti delle lingue. Il vero problema non è decidere quale lingua o quali lingue gli studenti debbano avere acquisito alla fine della scuola dell'obbligo, ma piuttosto trovare i mezzi migliori per aiutarli a imparare come si impara una lingua straniera, come si imparano le lingue straniere.

Signore e Signori,

l'iniziativa presa in Italia dall'Accademia della Crusca, la più antica Accademia linguistica d'Europa, di intitolare a Firenze una Piazza a tutte le lingue d'Europa esprime in modo esemplare il patto che i popoli d'Europa devono stringere per far vivere tutto il proprio patrimonio linguistico. Siamo tutti grati all'Italia per questo dono.

Grazie e buon lavoro.


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