Una palestra fiorentina per l’italiano in movimento: «io bisogna ve ne parli»

di Neri Binazzi

Nella convinzione che il parlato sia una sorta di cantiere aperto in cui  ciascun parlante, nel suo comportamento consuetudinario, costruisce e  verifica di continuo – più o meno consapevolmente – l’appartenenza alla  propria dimensione sociale e antropologica di riferimento, di recente ho  cominciato a individuare, in un ampio corpus di discorsi fiorentini, tipologie  di comportamento che, a diversi livelli di consapevolezza, possiamo ritenere  orientate alla manifestazione di appartenenza linguistica (Binazzi 2009). In  questa occasione mi occuperò di un costrutto che rientra in quell’ordine di comportamenti che, assumendo per capacità di suggestione il gergo  poliziesco, avevo indicato come impronta digitale del parlante fiorentino: si tratterebbe di un comportamento, cioè, non orientato a manifestare  apertamente senso di appartenenza, perché estraneo  alla percezione come  tratto specifico, ma la cui frequenza nel parlato consuetudinario contribuisce  a determinarne la cifra dialettale profonda.1

Del resto, nel quadro di un parlato non solcato da fratture fra “dialetto” e  “lingua” qual è quello fiorentino, sembra interessante osservare proprio il modo in cui la specificità – e nella nostra prospettiva il senso di appartenenza che a quella specificità di fatto si riferisce e su cui conta – è il  risultato della particolare tensione a cui elementi locali sottopongono il  parlato tout-court. In particolare sembra interessante chiedersi se l’esito  proposto da un parlato locale che, mettendo in funzione le proprie  peculiarità di sistema, produce comportamenti non vissuti come marcati  localmente (e anche per questo disponibili nei livelli stilistici più  sorvegliati), sia univocamente riconducibile alla configurazione locale di un  repertorio che non favorisce una chiara e distinta percezione dei localismi, o  – in una prospettiva di convergenza tra “fiorentino” e “italiano”– il carattere  non marcato del comportamento possa essere ricondotto al suo essere  compatibile con derive in grado di interessare anche l’italiano “tendenziale”  (e in questo senso, “rivelarle”).

La questione, come si vede, riguarda in generale e in definitiva – al di là del  contesto fiorentino oggetto di indagine – modalità  e risultati, a livello effettivo e percettivo, di un combinarsi sempre più diffuso e intenso,  all’interno del panorama linguistico italiano, di tradizioni linguistiche locali  e tradizioni “comuni”: in questo quadro sociolinguistico uno dei compiti  fondamentali della ricerca dialettologica è descrivere e analizzare – in  termini di forme e funzioni – il modo in cui una lingua italiana che nel suo  progressivo affrancarsi dall’ipoteca letteraria recupera, con l’allargarsi dei  suoi domini d’uso, andamenti tipici del parlato, entra in risonanza con le  grammatiche dei diversi sistemi dialettali con cui  viene necessariamente a  confrontarsi. In questa prospettiva una delle possibili chiavi di lettura della dinamica in  corso consiste nel verificare il modo in cui specifici costrutti dialettali  continuano a vivere sotto spoglie italiane: è la tipologia di comportamento  felicemente etichettata da Stehl come  parlare dialetto in italiano, ed è appunto definita dalla realizzazione di tradizioni  del discorso dialettali  utilizzando materiali reperibili nel repertorio della lingua comune. 2

Al  tempo stesso, se in un determinato contesto tale sintesi produce  comportamenti linguistici totalmente acclimatati e  assolutamente non marcati a livello percettivo, sembra interessante chiedersi se quei comportamenti possano rendere conto di potenziali tendenze comuni: si  tratterà allora di verificare quali modalità generali del parlato “italiano” sono  coinvolte in quei comportamenti, e quanto (e come)  il parlato locale le  sottoponga alla tensione della propria grammatica;  contestualmente, la  percezione del grado di specificità fuori dal contesto originario potrà dare  informazioni preziose sulla compatibilità di quel comportamento con una  deriva di più ampio respiro.

Il costrutto di cui proporrò una prima analisi sembra prestarsi in modo  particolare a una lettura dinamica come quella appena delineata. Come  vedremo, infatti, la sua peculiarità – a cui corrisponde nella comunità una  sostanziale assenza di percezione come costrutto locale – sembra il prodotto  di una particolare dinamica, determinata dal fatto  che le regole del parlato  fiorentino si inseriscono e insieme contribuiscono  al recupero e al  consolidamento di andamenti comuni ignorati (se non censurati) dalla  norma tradizionale dell’italiano. E così quel parlare dialetto in italiano che  per lo statuto del repertorio locale è notoria consuetudine fiorentina, può  così diventare il luogo di osservazione privilegiato delle tensioni a cui vanno  incontro le tradizioni dialettali e le tradizioni comuni nel panorama  linguistico dell’Italia contemporanea.

 

1. L’oggetto di analisi

Prima di entrare nel dettaglio della costruzione richiamata nel titolo, in cui  la posizione del pronome soggetto rivela un particolare trattamento  dell’impersonale  bisogna (che conduce a proporre  io bisogna ve ne parli  come ‘ho bisogno di / devo parlarvene’), ne va sottolineata l’estrema vitalità  nel parlato fiorentino, dove proprio quella costruzione costituisce la matrice  della modalità di congedo probabilmente più consuetudinaria:  io bisogna  vada è infatti formula introduttiva – e insieme giustificativa – di commiato  in grado di accedere anche a livelli stilistici elevati proprio in virtù della sua  generale impercettibilità come andamento marcato localmente. Altrettanto  diffuso è l’impiego del costrutto come modalità di richiesta di attenzione,  dunque giustificativa di apertura di un atto (io bisogna te lo dica; io bisogna  ve ne parli). La ricorrenza in atti particolarmente frequenti nell’interazione  faccia a faccia, che sono accomunati dal configurarsi come una preliminare  captatio benevolentiae rispetto a un comportamento che si richiede di  accettare e giustificare (l’attenzione rispetto a quello che si sta per dire; il  prendere congedo) potrebbe a sua volta funzionare da volano per il costrutto  in questione, che sul sostegno effettivo di quelle modalità ad alta frequenza  farebbe leva per diffondersi e muoversi indisturbato sulla scena del parlato  locale.  Osserviamo dunque, in rapida rassegna, il nostro costrutto in azione nel  fiorentino contemporaneo: 3
 

[I]

Io la canottiera bisogna la porti sempre. [Lablita]

Io bisogna vada a aiutar i’ mi’ marito. [Lablita]

Anch’io bisogna ci pensi.

Io ora bisogna mi informi sugli orari.

Io di questa cosa bisogna ne parli.

Di questa cosa io bisogna ne parli.

Io dice bisogna l’abbia a portata d’occhio! [Lablita]

Io bisogna la cerchi. [Lablita]

Io bisogna lo domandi. [Stamm]

Io bisogna vada via. [Stamm]

Lui deve pensare: “Io per l’amor di Dio bisogna stia attento a non perdere  questi genitori!”

Io bisogna recuperi l’affetto dei miei genitori.

Io questa cosa bisogna te la dica.

Io bisogna ti stia vicino.

Scusate ma io bisogna scappi.

Sennò io bisogna vada via.

Se non fanno la consegna io bisogna che senta un pony o un taxi merci.

Io bisognerebbe ci parlassi con questo professore.

Io bisognava sapessi subito! [VFC - Etnotesti]

Io bisognava te lo dicessi.

Te però bisogna che tu cominci a pensarci, a queste cose.

Te bisogna che tu ti copra.

Te bisogna che domattina tu sia qui.

Perché se la donna è intelligente, te bisogna tu abbia un linguaggio intelligente! [VFC - Etnotesti]

Se lui dice: “Bisogna fare dall’otto alle due”, allora te bisogna tu faccia dall’otto alle due!

Lui bisogna che se lo paghi [i.e. il certificato].

Lui bisogna che si metta a sedere.

Allo stesso modo si possono avere costruzioni con pronome indeterminato:


[II]

Allora uno bisogna che chieda l’anticipo il martedì.

Insomma, uno bisogna che senta, che s’informi per bene.

Qualcuno bisogna se ne ricordi.

 

2. Convergenze

2.1. “Tematizzazione”

Nella prospettiva di segnalare gli elementi di compatibilità fra il comportamento evidenziato e dinamiche “italiane”, si osserverà che la sua  matrice sintattica potrebbe essere riconducibile a  fenomeni di sintassi  marcata, con il pronome soggetto “anticipato” come tema. In questo senso  un costrutto come

Se non fanno la consegna io bisogna che senta un pony o un taxi merci [cfr. I]

richiamerebbe la tipologia  io speriamo che me la cavo, titolo, come si  ricorderà, di una fortunata (anche se, pare, in buona parte artefatta) antologia  di sgrammaticati pensierini di alunni napoletani. 4

Nelle esecuzioni fiorentine l’aspetto di tema sospeso sembrerebbe sostenuto  dalla possibile nominalizzazioni del soggetto:


[III]

La mia sorella bisogna che se ne faccia una ragione.

Silvano bisogna si dia una regolata!

… evidentemente l’allenatore bisogna lavori meglio. 5
 

Questo costrutto, del resto, attraversa di per sé la storia linguistica  dell’italiano, come mostra questa rapida rassegna di testimonianze reperite  nel GDLI, in cui la caratteristica di bisognare come modalità impersonale  comporterebbe la possibilità di un “tema sospeso” in grado di produrre  anacoluti (particolarmente evidenti quando  bisognare introduce modi  infiniti):
 

[IV]

O il capestro, o il coltello, o qualche gran precipizio bisogna che dieno fine alle mie angosce. (Firenzuola)

Chi vuole operar bene bisogna allontanarsi da tutte le cure e i fastidi. (Vasari)

Il Re fece abbassar l’uscio della sua camera tanto, che chi voleva entrare in essa, bisognava per forza inchinarsi con il capo. (G.C. Croce)

Oppo, caporale di giornata, prima di stare insieme qualche minuto bisognò che sbrigasse la distribuzione del caffè. (A. Baldini)


Nell’ultimo esempio il distanziamento fra “tema” e  predicato contribuisce  evidentemente alla percezione della mancanza di un legame sintattico, come  succede anche in due esempi del Giorgini-Broglio, in cui la punteggiatura si  assume il compito di segnalare il carattere sospeso del tema (dunque, per una via diversa da quella che utilizza materiale lessicale, il suo distanziamento grammaticale dal predicato):


[V]

Chi vuol campare, bisogna che lavori.

Chi vuol imparare, bisogna che studi.


Il carattere di anacoluto pare invece meno evidente, in quanto non  annunciato da punteggiatura e da procedure di distanziamento, nel secondo  degli esempi riportati nel Tommaseo-Bellini per illustrare il valore del  verbo:


[VI]

Anco il vizioso bisogna che soffra se vuol soddisfare le sue voglie.  Quest’ultimo esempio richiama quelli fiorentini, in cui l’anticipazione  (tematizzazione) del soggetto logico non prevede il suo isolamento  intonativo rispetto al predicato.

 

2.2. Omissione del complementatore

Nel nostro costrutto, come si sarà notato, avviene di frequente l’omissione  del che subordinante, fenomeno di per sé pervasivo del fiorentino (tende a coinvolgere diffusamente, così, il ventaglio degli  usi del cosiddetto  che polivalente 6).

In generale, l’omissione – o, in una diversa prospettiva teorica, la mancata  realizzazione – del  che connettivo di subordinate si riscontra in genere nell’italiano (con spiccata preferenza per reggenza affidata a verbi che  esprimono opinione e di percezione 7), dove l’assenza del connettivo, come  noto, porta con sé l’obbligatorietà del congiuntivo (credo vada via; penso  venga).

Peraltro, le testimonianze della narrativa contemporanea rivelano una  particolare vitalità fiorentina del fenomeno. Pratolini, infatti, è l’autore in  cui l’omissione del complementatore si osserva con  maggior frequenza,  soprattutto nel caso di soggettive rette da modalità impersonali: 8


[VII]

Ma bastava tornasse dietro il banco […] perché rivivesse la sua antica prestanza.

…ma capitava s’inferocisse.

Tanto varrebbe lo sposassi, no?

Sarebbe davvero bello, riuscisse, soprattutto per Fernando.

È abbastanza, io le sia restata amica.

L’omissione del complementatore nelle soggettive sembra invece meno connotato geograficamente quando il reggente è un verbo impersonale dell’apparenza. Lo troviamo così attestato in Pavese:


[VIII]

Pareva cadessero dei rospi

A questo proposito in Calvino l’omissione del  che può andare insieme all’uso personale del verbo dell’apparenza:


[IX]

ognuno sembrava s’ostinasse a tirare dalla parte in cui non c’era nulla [...].

La testimonianza d’autore ha puntuali corrispettivi nel parlato fiorentino, dove il tradizionale parere tende a prendere il posto di sembrare:


[X]

Lui parea dovesse spaccare il mondo!

Mutu pare vada via.

La costruzione personale dei verbi dell’apparenza è peraltro ben attestata anche in modalità implicita: 9


[XI]

il clima sembra vietare la vita (pubblicistica)

egli non pareva interessarsi affatto… (E. Morante)


Questi ultimi rilievi – la costruzione personale in modalità esplicita con  omissione del complementatore; la costruzione personale in modalità  implicita – si dovranno tenere presenti perché gli usi di bisognare di cui ci  occupiamo richiamano il trattamento in senso personale a cui, a Firenze e  nel resto d’Italia, vanno incontro i verbi cosiddetti dell’apparenza (cfr. infra, § 4.).

Quanto alla cronologia relativa dei fenomeni, l’omissione del  complementatore sembra facilitata dal consolidamento degli usi personali:  va in questo senso anche la ricordata attestazione del costrutto nel fiorentino rustico messo in scena da Paolieri ad inizio Novecento (“io bisogna che me  ne vada”: cfr. nota 2). 

 

2.3. “Lessico familiare”: bisognare vs dovere?

In generale, a Firenze come nel resto d’Italia,  bisogna trova ampia  diffusione in locuzioni e modi idiomatici in genere, cosa che potrebbe  favorirne una promozione come forma impersonale di per sé più familiare  rispetto a dovere (e ancora di più rispetto a essere necessario, occorrere) 10.

In questo senso, si può osservare che a Firenze sono proprio i parlanti scandire la diversa collocazione stilistica dei due verbi, con dovere di tono più sostenuto, nel quadro di una percepita sinonimia dei costrutti che loro stessi propongono:


[XII]

Bisogna levi i’ vin da’ fiaschi! Come dire: Bisogna mi dia da fare! Devo levare questo vin da’ fiaschi, sennò qui un si va! [levare il vino dai fiaschi ‘risolversi definitivamente in una decisione’]

Io, e’ bisogna che sappia di ciascuno quando gli scade [i.e. il certificato medico]: io devo sapere la scadenza!

Nel parlato fiorentino, del resto, ricorrono usi di bisognare che affidano al  verbo il compito di restituire evidenze incontrovertibili, contribuendo a promuoverlo come alternativa locale a dovere 11:


[XIII]

Pe’ mangiare a codesta maniera bisognàa fossero digiuni! (= era necessario che fossero; dovevano essere) [VFC - Etnotesti]

Bisognàa l’avesse detto una bugia parecchio grossa! (= doveva aver detto; evidentemente aveva detto) [Stamm]

 

3. Divergenze (dissonanze)

Fin qui, sostanzialmente, si è osservato il modo in cui il parlato fiorentino  condivide – eventualmente allargandone il paradigma – elementi diffusi  anche nel parlato comune.

Si tratta ora di osservare che nel contesto del parlato fiorentino ciascuno di  questi tratti fa i conti con consuetudini grammaticali che sembrano favorire una percezione e una relativa proposta del costrutto io bisogna (che) ve ne  parli come modalità personale. L’ipotesi su cui sembra interessante  lavorare, in particolare, è che, declinandosi nella grammatica fiorentina, la  tematizzazione promuova usi di bisogna vissuti come personali in virtù del  loro coinvolgimento in un parlato particolarmente disponibile, al tempo  stesso, all’espressione dei pronomi soggetto, all’uso personale di forme  verbali impersonali, all’omissione del complementatore.

 

3.1 Il tema sospeso nel territorio dei pronomi soggetto

Per quanto riguarda la tematizzazione va rilevato il suo coinvolgimento nel  paradigma locale dell’espressione del pronome soggetto, com’è noto elemento significativo della diversa deriva del fiorentino rispetto  all’italiano. 12

In particolare andrà sottolineato, perché riguarda direttamente  il costrutto in questione, come l’espressione dei pronomi soggetto sia  compatibile a Firenze con la parallela proposta in  chiave personale di  modalità di per sé impersonali:


[XIV]

Noi si deve essere convincenti. ‘(noi) dobbiamo essere convincenti’

Noi domani si parte presto. ‘(noi) domani partiamo presto’

Noi si va; noi si dice ‘(noi) andiamo’; ‘(noi) diciamo’

Non stupisce dunque che un verbo di per sé impersonale come  bisognare venga coinvolto in questo procedimento:


[XV]

Scusate ma noi bisogna andare.

Noi bisogna mettere la Facoltà nella condizione di lavorare bene. 13

Noi stasera bisogna essere a Firenze. 14

L’espressione del pronome conferma, e insieme contribuisce a promuovere,  questo uso personalizzato di una modalità impersonale.

 

3.1.1. Reduplicazione

In un dominio morfosintattico in cui, anche per il sostegno assicurato dalla  contestuale espressione dei pronomi soggetto, costrutti impersonali vengono proposti come personali, la tipologia di esecuzione di cui ci stiamo  occupando viene naturalmente coinvolta nel procedimento fiorentino di  “reduplicazione pronominale”, 15 definito dalla presenza del pronome tonico  e del clitico per le II persone e per la IIIª femminile, secondo lo schema:

PRON. SOGG. (+ MATERIALE LESSICALE) + clitico + verbo. Es.:  te (stamattina) tu dormi

Analogamente, nel nostro caso si può avere:


[XVI]

Te bisogna (che) tu dorma

Voi bisogna (che) vu dormiate

Lei bisogna (che) la dorma

Le istanze che governano in genere il fenomeno della reduplicazione  costituiscono la ricorrente cornice pragmatica anche degli usi che stiamo osservando: coinvolgimento emotivo e messa in rilievo del soggetto 16

costituiscono la matrice di un procedimento che non a caso coinvolge una forma verbale di per sé pragmaticamente connotata (il volitivo  bisogna).

Questa, a sua volta, nell’armonizzarsi all’andamento della reduplicazione  trova conferma della propria disponibilità a essere letta a Firenze anche  come modalità personale, cosa che porta con sé il relativo configurarsi del  pronome “tematizzato” come soggetto grammaticale.

Procedimento di per sé celebrativo del soggetto logico, la reduplicazione  fiorentina si offre dunque come modalità in grado di sostenere una proposta  in chiave personale di bisogna che troviamo vivacemente testimoniata negli usi che vedono protagonisti i pronomi di Iª persona, singolare (con il verbo  che introduce modi finiti) e plurale (con il verbo  che introduce modi  infiniti): si vuol dire insomma che un tratto forte della grammatica fiorentina  qual è la reduplicazione pronominale, che troviamo puntualmente applicato  negli usi di  bisognare appena ricordati (ma cfr. anche il ventaglio di usi  elencati in [I]), rappresenta un naturale punto di riferimento per una generale  percezione del verbo, all’interno del costrutto, come personale. La  reduplicazione, in definitiva, si configura come modalità che nel nostro caso  specifico può contribuire a orientare in senso morfologico la tematizzazione,  proponendo il soggetto logico nelle vesti di soggetto grammaticale di  bisogna.

Il fatto che  bisognare sia coinvolto, nei luoghi previsti del paradigma morfosintattico, al procedimento della reduplicazione avvalora in ultima analisi un tendenziale articolarsi del costrutto – nella percezione e negli usi– nel modo che segue:


[XVII]

Io bisogna (che) vada

Te bisogna (che) tu vada

Lui bisogna (che) vada

 Lei bisogna (che) la vada

Noi bisogna andare

Voi bisogna (che) vu andiate

Loro bisogna (che) vadano
 

Andrà notato che per tutte le persone è possibile l’espressione del clitico e’ come modalità enfatizzante, in quanto tale preceduta da pausa (cfr. [XII]  «Io, e’ bisogna che sappia di ciascuno quando gli scade»): questo elemento,  di per sé, potrebbe sostenere una configurazione dei nostri pronomi come “temi sospesi” e un parallelo profilo di  bisognare come modalità  impersonale. Tuttavia, anche in questo caso la possibile espressione del  clitico e’ va ricondotta più direttamente a una grammatica locale in cui essa  è prevista per motivi stilistici: un eventuale Io, e’ bisogna (che) vada andrà  così confrontato e inserito in un paradigma che prevede allo stesso modo per  finalità espressive Io, e’ mangio parecchio; Te, e’ tu dormi troppo, ecc., e dunque è da ritenere che svolga le stesse funzioni, in un comune quadro di  usi personali.

Nello specifico contesto grammaticale fiorentino un tratto di per sé  condiviso del parlato tout-court (non solo di oggi) come la tematizzazione  tende insomma a risolversi morfologicamente, negli  usi di  bisognare che stiamo osservando, assumendo il tema come soggetto grammaticale, con il risultato di proporre il verbo in abiti personali che nessun parlante, a  Firenze, ritiene censurabili e fuor di luogo, al punto da indossarli in ogni  circostanza, anche la più formale. Tutto ciò contribuisce ad allargare, a  Firenze, il paradigma d’uso di bisognare, che appunto nell’offrire la propria  disponibilità a usi personali può accreditarsi come forma locale per  ‘dovere’. 17

 

3.2. Omissione del complementatore

Nel nostro costrutto alla diffusa omissione del  che subordinante  sembrerebbe corrispondere un mantenimento del complementatore  connotato stilisticamente: il mantenimento, infatti, si lega in genere a una  minore velocità di esecuzione, e tende dunque a ricorrere in modalità più  controllate. Nei casi di reduplicazione, poi (cfr. [XVI-XVII]), l’omissione  del connettivo dopo  bisogna sembra facilitare l’espressione del clitico, proponendo una struttura più vicina a quella classica della reduplicazione  fiorentina: lei bisogna [-che] la vada ricalca infatti direttamente lo schema  ‘SOGG. + (materiale lessicale) + PRON. CL. + PREDICATO’ (lei ora la  va).

 

4. Sintesi: il fiorentino tra le tensioni del parlato comune

Questo tentativo di isolare gli elementi che, nella particolare costruzione che  stiamo considerando, risentono al tempo stesso di derive comuni e di peculiarità locali, consente di proporre un suggestivo confronto fra gli usi  fiorentini fin qui ricordati e le costruzioni previste, a Firenze come altrove,  per verbi impersonali ai quali, diversamente da quel che succede per  bisognare, viene esplicitamente riconosciuta la titolarità di esprimersi in  modo personale, con soggetto espresso. Si tratta della categoria degli  impersonali dell’apparenza, che già abbiamo evocato a proposito  dell’omissione del connettivo, e che ora considereremo per il modo in cui  sono costruiti in prospettiva personale.

Gli esempi “di lingua” riportati in [IX] e [XI] riflettono infatti un paradigma  di espressione della personalità che è lo stesso che ritroviamo negli usi di bisognare che abbiamo proposto come impronte digitali del fiorentino.  Rileggiamoli:

ognuno sembrava s’ostinasse a tirare dalla parte in cui non c’era nulla

il clima sembra vietare la vita

egli non pareva interessarsi affatto alle costumanze […] che lo aspettavano
 

Non si tratta, dunque, di rilevare – come peraltro abbiamo già fatto in [X] –  la presenza di questa costruzione nel parlato fiorentino, con preferenza accordata a parere («Mutu pare vada via»), ma il fatto che in essa si realizza  in pratica lo stesso schema morfosintattico che coinvolge i nostri usi di bisognare. Oltretutto, all’interno di questa modalità personalizzante, gli  stessi usi negativi, che sembrano previsti solo quando il verbo introduce un modo infinito, richiamano da vicino quanto succede  per  bisognare.

Cerchiamo di visualizzare gli elementi di questa convergenza:

  bisognare "impersonali dell'apparenza"
Affermativa esplicita Qualcheduno bisognava lo facesse Ognuno sembrava s'ostinasse...
Affermativa implicita Mi dispiace ma ora noi bisogna andare Il clima sembra vietare la vita
Negativa Io e te non bisogna leticare Egli non pareva interessarsi...

Il parallelismo fra gli usi fiorentini di  bisognare e gli usi previsti dalla  lingua comune per gli impersonali dell’apparenza sembra dunque sostenere  un consolidarsi dei costrutti fiorentini come modalità orientate in senso  personale. Come si vede, il parallelismo si riscontra anche nella forma  negativa 18, che, ricalcando in questo la modalità prevista per la costruzione  impersonale dei verbi in questione, è adottata in pratica solo nel costrutto  che prevede una subordinata implicita (quindi  noi non bisogna confidare funziona allo stesso modo di noi non bisogna leticare, mentre *qualcheduno  non bisognava lo facesse parrebbe escluso al pari di *ognuno non sembrava  s’ostinasse).

Rispettando un paradigma previsto in genere per gli impersonali, e che di  per sé è disponibile ad accogliere modalità specifiche come la  reduplicazione (Lei pare la dorma), il fiorentino sembra procedere – con la  testa di ponte rappresentata dalla frequenza degli  usi di  bisognare che stiamo osservando– a un’estensione del ventaglio degli impersonali passibili  di resa in senso personale 19.

Andrà notato, semmai, che il profilo semantico e pragmatico di bisognare rende possibile un’estensione dei suoi usi personali a tutto il ventaglio delle persone del verbo (cfr. schematizzazione in [XVII]), cosa che invece che  non sembra condivisa dall’altra tipologia di impersonali, per la quale  sembrano prevalere – a Firenze come nella lingua comune – costrutti con la  III persona.

Nell’aprirsi a un andamento personale, dunque bisognare vede irrobustirsi  un legame semantico e pragmatico con  dovere che ha come ricaduta sul versante morfologico la parallela estensione dei suoi possibili usi personali a  tutte le persone del verbo; d’altra parte, l’essere invariabilmente coniugato alla terza persona (a differenza di quanto succede per dovere e nei costrutti  personali degli impersonali dell’apparenza) rimanda alla sua impronta costitutiva di verbo impersonale. In questa prospettiva, è significativo che  bisogna non è in grado a Firenze di introdurre implicite fuori dalla Iª  persona plurale, cioè dal luogo in cui a Firenze avviene in genere l’uso  personale di modalità impersonali (domani si va allo stadio = domani noi andiamo allo stadio).

Riguardo all’introduzione di modalità implicite si viene così a costituire un  paradigma di  bisognare lacunoso e asimmetrico sia nei confronti delle  forme con cui il nostro verbo condivide  coté impersonale e particolarità  sintattiche come la possibile omissione del complementatore (gli  impersonali dell’apparenza), sia nei confronti di forme affini sul versante  semantico e della pragmatica degli usi (dovere):

sembrare bisognare dovere
Io sembro andare Ø io devo andare
Te (tu) sembri andare Ø te (tu) devi andare
Lui sembra andare Ø lui deve andare
Lei (la) sembra andare Ø lei (la) deve andare
noi si sembra andare noi bisogna andare noi si deve andare
voi (vu) sembrate andare Ø voi (vu) dovete andare
Loro sembrano andare Ø loro devono andar

Il paradigma degli orientamenti personali di bisogna legati all’anticipazione  pronominale è allora più direttamente confrontabile con quello che mostrano i verbi dell’apparenza quando introducono – indossando anch’essi gli abiti  impersonali della IIIª persona singolare – subordinate esplicite; in questa prospettiva, il costrutto che coinvolge  bisogna avrebbe come riferimenti  paradigmatici da un lato gli usi effettivamente riscontrati di  parere / sembrare, dall’altro quelli – possibili in linea teorica come costrutti marcati  – del sinonimo essere necessario (o del sostenuto occorrere, peraltro ancor meno proponibile negli usi effettivi).

pare (/ sembra) bisogna è necessario (/ occorre)
io pare (che) vada io bisogna (che) vada io è necessario (che) vada
te pare (che) tu vada te bisogna (che) tu vada te è necessario (che) tu vada
lui pare (che) vada lui bisogna (che) vada lui è necessario (che) vada
lei pare (che) la vada lei bisogna (che) la vada lei è necessario (che) la vada
noi pare (che) si vada noi bisogna andare noi è necessario (che) si vada
voi pare (che) vu vada voi bisogna (che) vu vada voi è necessario (che) vu vada
loro pare (che) vadano loro bisogna (che) vadano loro è necessario (che) vadan

La simmetria, come si vede, continua ad essere imperfetta per l’eccezione  costituita dalla preferenza che bisogna accorda al costrutto con subordinata implicita nella sede della Iª pers. plur. (nel quadro di un noi bisogna si vada comunque possibile, a fronte di improponibili *noi pare andare e *noi è necessario andare).

Di fatto, l’unico impersonale con cui è possibile ricostruire un parallelismo  su tutto il paradigma è  bastare, che a Firenze può essere coinvolto in modalità personalizzanti allo stesso modo di bisogna:

bisogna

(bisognava / bisognerebbe)

basta

(bastava / basterebbe)

io bisogna (che) vada io basta (che) vada
te bisogna (che) tu vada te basta (che) tu vada
lui bisogna (che) vada lui basta (che) vada
lei bisogna (che) la vada lei basta (che) la vada
noi bisogna andare noi basta andare
voi bisogna (che) vu vada voi basta (che) vu vada
loro bisogna (che) vadano loro basta (che) vadano

La particolarità che il costrutto di cui ci occupiamo presenta alla Iª persona  plurale, in cui si passa da una subordinata esplicita a una implicita conferma d’altra parte il valore personale che assume il costrutto, dal momento che – come si è già avuto modo di sottolineare 20 – proprio in questa sede si manifestano a Firenze gli usi personali di modalità impersonali: si può  dunque ritenere che la sede della prima persona plurale, proprio per il  conforto rappresentato dalla vitalità fiorentina degli usi che ad essa fanno riferimento (si va = noi andiamo; si arriva = noi arriviamo; ecc.), funzioni  da punto di riferimento per il paradigma degli usi personali.

Il parallelismo semantico e morfosintattico noi bisogna andare / noi si deve  andare diventa allora illuminante, perché consente di apprezzare il senso di bisogna come forma impersonale assunta, all’interno del quadro  grammaticale fiorentino, in funzione personale (noi bisogna = noi si deve);  d’altra parte i connotati formali di verbo impersonale “costringono” a  completare il quadro degli usi personali di  bisogna rifacendosi ai costrutti  espliciti previsti per gli impersonali in genere (lui bisogna vada / lui pare  vada).

In conclusione, la perfetta simmetria rilevata alla prima persona plurale tra  forme e funzioni di  bisognare e  dovere conferma da un lato il valore personale che accompagna a Firenze l’uso del costrutto ‘pron. pers. +  bisogna’, dall’altro una “naturalezza” che viene al costrutto dal suo  inserimento nel paradigma degli usi personali di modalità impersonali (si  mangia alle due / si vuole mangiare alle due sono esecuzioni che a Firenze,  com’è noto, arrivano indisturbate nei livelli più controllati: e lo stesso  succede a noi bisogna / si deve mangiare alle due).

Conclusioni: le impronte digitali nel dialogo tra lingua e dialetto  Pur tenendo conto, come si diceva all’inizio, di una generale (e, come  sappiamo, “strutturalmente giustificata”) indisponibilità fiorentina a  riconoscere nel proprio parlato elementi dissonanti con l’italiano tout-court – atteggiamento peraltro che proprio al livello morfosintattico può  manifestarsi vistosamente – la mancata percezione di io bisogna (che) ve ne  parli come costrutto marcato e al tempo stesso la sua effettiva gestione  come modalità in grado di catalizzare ed esprimere senso di appartenenza, 21 invita a riflettere su caratteristiche e funzioni che possono prodursi nella dinamica contemporanea lingua-dialetto.

Un costrutto in grado di attraversare inosservato, in tutto lo spettro dei suoi livelli, la tessitura del parlato locale, potrebbe  così essere testimonianza esemplare di un  parlare dialetto in italiano definito dalla prosecuzione di tradizioni del discorso dialettali affidata a materiali linguistici della lingua comune: sul piano formale l’operazione consisterebbe nel coinvolgere in  una specifica matrice morfosintattica tratti disponibili, in quanto tali, nell’inventario “di lingua”; sul piano pragmatico,  declinare tratti comuni  all’interno della grammatica locale attribuirebbe a quel comportamento la capacità di recepire e trasmettere appartenenza al fuori di una dimensione di  consapevolezza. In questo senso possiamo considerare le esecuzioni compatibili con questi requisiti impronte digitali dei parlati locali.

D’altro canto la capacità della costruzione di cui  ci siamo occupati di  muoversi indisturbata e inavvertita nei diversi livelli del parlato fiorentino  può essere ricondotta al modo in cui andamenti generali del parlato vengono  accolti, elaborati e riproposti da una specifica grammatica locale. Nel  proporre una particolare sintesi di elementi comuni, i parlati locali possono  dunque portare alla luce, sottoponendole a una sensibile accelerazione,  derive di portata sovralocale compatibili con la propria grammatica: in  questo modo le caratteristiche di un determinato parlato locale  consentirebbero l’emersione di “tradizioni” di più  ampio raggio e respiro.

Nel nostro caso il procedimento della tematizzazione, calato e declinato in  un territorio linguistico densamente popolato dall’espressione dei pronomi soggetto, si dispone a promuovere usi personali di un verbo impersonale che  del resto sono puntualmente riscontrabili nella lingua comune per altre tipologie di impersonali. In un’ottica di convergenza fra “dialetto” e  “lingua”, il coinvolgimento a Firenze di  bisognare in andamenti personali  da un lato suggerisce da un lato la necessità di approfondire – sulla scorta del ventaglio di usi come quelli riscontrati – il profilo semantico e  pragmatico del verbo nel parlato contemporaneo, dall’altro invita a riflettere  sull’effettivo grado di marcatezza del procedimento della tematizzazione  (anche alla luce dell’omissione del complementatore osservabile nei nostri  contesti). 22

In questa prospettiva, allora, il costrutto di cui  ci siamo occupati potrebbe  essere significativo di un  parlare italiano in dialetto riconducibile alla disponibilità della grammatica locale ad accogliere e al tempo stesso  promuovere modalità più o meno latenti nel territorio ampio del parlato  italiano. Per questa via, contando cioè sulla promozione, sul sostegno e  sull’innervamento che le viene assicurato dai diversi parlati locali, la lingua  comune può procedere nel suo percorso di acclimatamento e di  riconoscimento come strumento in grado di garantire non solo  comunicazione, ma anche appartenenza.

 

 

Piazza delle lingue: La variazione linguistica


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