Ancora sulla ludolinguistica

di Anthony Mollica

Professor Mollica, quali saranno le novità del corso di quest'anno?

La novità di quest'anno è che ad aprire il corso sarà il giocologo Ennio Peres. Ci sarà, inoltre, più approfondimento dell'insegnamento della grammatica attraverso la ludolinguistica e vi saranno anche attività di scrittura creativa. Quest'anno voglio poi introdurre anche il tema dell'umorismo. Come negli anni precedenti tutti i corsisti avranno un cd delle attività svolte durante l'intera settimana, ogni studente produrrà quindi la sua attività ma tornerà a casa con una raccolta di lavori pari al numero dei partecipanti, attività che possono essere direttamente proposte in classe. Il lavoro di gruppo sarà come sempre la chiave di tutte le giornate del corso. Si partirà con la teoria per poi entrare direttamente nelle attività laboratoriali. Come dico sempre non voglio dare solo pesce ma insegnare anche a pescare. Si tratta di dare agli studenti i cosiddetti ferri del mestiere.

 

Gli stessi ferri del mestire di cui vuole dotare gli insegnanti che partecipano al suo corso, del resto, sono progettati per rendere autonomi i loro stessi studenti. Non sempre, tuttavia, gli ambienti scolastici lasciano spazio per questo tipo di approccio.

La parola chiave come sempre è "motivazione". Come ha ben detto Paolo Balboni in una pubblicazione con Bonacci "non c'è acquisizione senza motivazione". Quanti di noi hanno seguito corsi all'università non perché ci piaceva la materia ma perché eravamo entusiasmati dal docente? Bisogna creare in classe un senso di aspettativa, avere la capacità di offrire varietà ai propri studenti. La ludolinguistica non dispone di un impianto teorico molto articolato, eppure ha la capacità di entrare in classe in modo molto efficace e rapido. Il suo successo dipende dal fatto di offrire attività didattiche che l'insegnante può utilizzare il lunedì mattina in aula. Le attività proposte sono sempre creative e motivazionali.

 

A questo proposito proprio Peres in una delle sue interviste dice che "il gioco è un ottimo mezzo per mostrare come il vero fine della matematica sia scoprire le regole su cui si basa il gioco della vita". Possiamo dire che l'approccio ludico può formare persone capaci di imparare in generale, insomma una via per "imparare ad imparare" attraverso il divertimento?

In italiano abbiamo un proverbio che funziona bene: il mondo è bello perché è vario. Come le dicevo, la varietà delle attività proposte e il coinvolgimento dello studente sono due elementi assolutamente necessari se vogliamo che gli studenti che imparano l'italiano rimangano nei nostri corsi. Questo discorso vale poi naturalmente non solo per la lingua ma per l'apprendimento in generale.

 

Quanto è importante l'aspetto strettamente ludico?

Provi ad andare alla prima edicola nelle sue vicinanze e a contare quante pubblicazioni sui giochi siano disponibili. Le comprano tutti: giovani, adulti e anziani. Recentemente sono stato a Imola a cena da amici, a casa di un'ex insegnante di scuola elementare, la signora Elena Costa, oltre ad essere una bravissima cuoca, è un'affezionata lettrice della Settimana Enigmistica. A cena sono stati serviti piatti esclusivamente della cucina romagnola. Il problema è stato che per poter passare da un piatto all'altro bisognava prima risolvere un'attività di ludolinguistica. Le attività – con il menù e la lista dei vari vini – abilmente preparate dalla stessa signora Elena, da suo figlio Enrico e da Monica Gardenghi, si basavano sul mio Ludolinguistica e Glottodidattica. Prima di iniziare con l’antipasto bisognava risolvere un rebus, dopo l'antipasto un indovinello o un engima, dopo il primo c'era un anagramma, e via discorrendo. È stata una serata piacevolissima e indimenticabile.

 

Immagino sia riuscito a mangiare tutto.

Sì, sono arrivato in fondo.

 

Anche in chiave interculturale il gioco diventa un linguaggio comune.

In questo senso mi interessa sottolineare come la ludolinguistica rappresenti una risposta di carattere eminentemente pratico alle dinamiche interculturali. Io non ho trovato ancora un manuale pratico che mi dica cos'è esattamente la didattica interculturale e quali siano gli strumenti pratici per attuarla. Uno dei primi a scrivere di comunicazione interculturale fu Nelson Brooks negli anni 60, potrebbe essere una lettura interessante per chi volesse approfondire la questione partendo da questa intervista. Tuttavia, gli approcci teorici all'intercultura non è che mi abbiano poi convinto molto. Lingua e cultura sono sempre inseparabili. Nei miei laboratori, ad esempio, suggerisco sempre di osservare le differenze tra connotazione e denotazione delle parole.

 

Può spiegarci meglio questo passaggio sulla denotazione e connotazione delle parole con degli esempi?

Facciamo un esempio molto semplice. Prendiamo la parola francese "pain" e quella inglese "bread" significano pane tutte e due e dal punto di vista della denotazione sono assolutamente uguali. Se le analizziamo dal punto di vista della connotazione, invece, queste due parole sono completamente differenti. Il pain francese si spezza con le mani, si porta sotto il braccio, si mangia con prodotti tipici, porta dietro dei profumi e dei rituali tipici della sua terra. Il bread americano, invece, è già tagliato a fette, ha una consistenza completamente diversa, si mangia in maniera totalmente diversa rispetto al "pain" francese. Il pensiero, le sensazioni, le associazioni che sono dietro a queste due parole sono culturalmente diverse, non basta dare agli studenti la traduzione della parola ma dovremmo sollecitare la curiosità di scoprire le diverse sensazioni nel magiarlo mangiarlo. Un altro esempio: una parola nella lingua madre può avere la stessa denotazione della lingua target, ma nella lingua target la connotazione può essere completamente diversa. Prendiamo, ad esempio, la voce “università”. Lo studente nordamericano, abituato a frequentare i corsi in una “university”, intesa come vasto campus, con grandi spazi coperti di verde, ampi ed estesi parcheggi, si trova a frequentare in Italia i corsi in una “università” che ha imponenti e magnifici edifici spesso situati nel centro storico della città e quindi, necessariamente, con spazi ristretti anche se l’atmosfera dell’ateneo promuove un ambiente positivo e accogliente. I linguisti americani hanno scritto moltissimo sulla cultura, segnati dai tempi della guerra.

 

Quindi non ci può essere scoperta della lingua se non si scopre la cultura?

Insegnare la lingua e parlare di cultura sono due cose inscindibili. Basta partire pensando alle cose più semplici come ad esempio la prossemica nel salutarsi, prima di sapere quali parole usare per salutarsi dobbiamo sapere se dobbiamo darci la mano o fare altro.

 

Prevede l'uscita di qualche nuovo lavoro?

Sto lavorando con varie colleghe ad una collana, i Quaderni di ludolinguistica che usciranno in autunno. In collaborazione con Caterina Braghin sto lavorando al quaderno che riguarda le interviste impossibili, con Silvia Gian sui contrari, sulla contestualizzazione dei modi di dire con Edvige Costanzo e Simonetta Rossi e con Paola Begotti stiamo invece producendo attività ludiche ed esercizi sul congiuntivo.

 

Lavori che riguardano più strettamente il discorso sull'intercultura?

Sto per completare un dizionario dei modi di dire. La spinta è nata dall'aver notato che i dizionari che riportano anche i modi di dire li riportano in maniera totalmente decontestualizzata. Lo sforzo che invece sto facendo è proprio quello di fornire a chi consulta il dizionario principalmente il contesto d'uso del modo di dire in modo da rendere la comprensione immediata e da trasmettere anche un modo di esprimersi che nasce dal modo di pensare di una cultura. In italiano, ad esempio, diciamo che una cena mi è costata l'occhio della testa, mentre in inglese ci sarebbe costata una gamba e un piede (an arm and a leg). Questo dizionario sarà una raccolta di modi di dire per esprimersi meglio!

 

Pensa che i modi di dire possano essere utilizzati dagli studenti da un certo livello di competenza in poi? Si tratta di elementi della lingua difficili da apprendere?

Assolutamente no, credo che possano essere appresi e utilizzati anche dai principianti.

 

Come si può utilizzare il gioco per insegnare le grammatica?

La parola chiave è scoprire. Attaverso il gioco si scopre tantissimo. Premesso che il gioco favorisce innanzitutto la creazione di rapporti personali, l'amicizia e il lavoro di gruppo, va rimarcato il fatto che quando lo studente gioca spesso non mette a fuoco che si tratta di un gioco. Sta giocando, ma in realtà sta soprattutto imparando. La frase "giocando si impara" usata da molti riflette in realtà un'impostazione metodologica molto precisa.

 

Come si può ad esempio insegnare il congiuntivo attraverso la grammatica, ci può fare qualche esempio concreto?

Nel mio saggio, Salviamo il congiuntivo!, ad esempio, ci sono tre attivitá proposte, attività di ludolinguistica che precedono gli esercizi sul congiuntivo. Risolvendo le attività ludiche proposte lo studente ricava la regola del congiuntivo e tutte le situazioni in cui è utile utilizzarlo. Lo studente scopre la regola giocando e poi continuando a giocare la applica e la esercita. Nel saggio inoltre parlo del congiuntivo ponendo la questione del suo mancato uso, ma l'ho fatto in modo da creare una complicitá intellettuale con il lettore, che dietro le parole scritte potrà trovare un riassunto delle regole d'uso del congiuntivo stesso.

 

Professore, grazie mille per il tempo dedicatoci e arrivederci a Siena a luglio.

Io sarò non solo a Siena ma mi piacerebbe prossimamente programmare un viaggio in Europa, cercherò di pensare ad un itinerario che possa comprendere varie tappe che preveda un tour di conferenze sulla ludolinguistica. Arrivederci e a presto.

 

Intervista a cura di Lua Albano

[L'articolo è tratto dal sito "INformalingua"]

 

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