Il GDLI come la fenice. Che cosa ne direbbe l’ultimo grande letterato-lessicografo?

di Claudio Marazzini

Il Grande dizionario “Battaglia” continua a conservare nell’uso comune il nome del suo fondatore, anche se sappiamo bene quanto grande sia stato il merito di chi lo ha lungamente diretto e condotto a termine. Senza Giorgio Bàrberi Squarotti il “Battaglia” non esisterebbe. I dizionari vivono molto lungo, non di rado proprio conservando il nome del loro creatore: si pensi al Cappuccini, al Mestica, allo Zingarelli, al Devoto Oli, al Sabatini-Coletti... Uno scherzo della sorte ha fatto sì che, per inerzia, il GDLI continui a chiamarsi “Battaglia”, non “Bàrberi”, come sarebbe giusto, o almeno “Bàrberi-Battaglia”. Possiamo certamente chiamarlo “GDLI”, con la freddezza di una sigla, ma si tratta comunque di un’opera tra le più notevoli in assoluto di tutto il ’900, un frutto di altissima cultura, e per questo il nome usuale con cui gli si fa riferimento non è senza significato. Per una deformazione professionale che perdonerete al presidente dell’Accademia della Crusca, sono portato a ritenere che la realizzazione di un dizionario quale è il GDLI possa essere un merito maggiore di tanti altri meriti, forse la gloria più grande di Giorgio Bàrberi, una gloria perenne che durerà nella memoria dei posteri, sfidando davvero i secoli, come accade appunto alle opere lessicografiche maggiori. Posso immaginare che anche Giorgio Bàrberi Squarotti la pensasse così, almeno stando alle ultime righe di un saggio su cui ci soffermeremo tra poco. Mi riferisco a un intervento pubblicato a conclusione del GDLI, nel convegno torinese e vercellese del 2002, i cui atti sono usciti a cura di Gian Luigi Beccaria ed Elisabetta Soletti. Nelle ultime righe di questo saggio, Bàrberi esprime la propria soddisfazione con le seguenti parole1:

Con un certo orgoglio, visto che siamo arrivati alla conclusione dell’opera, posso dire di sentirmi, con i colleghi, gli amici ai collaboratori, uno di quelli che sono riusciti a portare un poco avanti i valori culturali del mondo.

“I valori culturali del mondo”: sono le sue parole, insolitamente altisonanti. Se Bàrberi Squarotti, in genere alieno da qualunque forma di autocompiacimento e autoelogio, ha usato un’espressione del genere, dobbiamo ammettere che era ben cosciente di quello che significava avere realizzato un dizionario come il GDLI, costato quarant’anni di lavoro.

Sarò ora costretto a ripercorrere alcuni eventi successivi, che congiungono la storia del GDLI all’Accademia della Crusca. Nel 2016 ebbi una serie di incontri con dirigenti di UTET Grandi Opere, perseguendo un’idea che avevo espresso già prima di diventare, nel 2014, presidente dell’Accademia. Si profilava la possibilità, ancora remota, ma via via sempre più concreta, di arrivare a un accordo con la Casa Editrice per la cessione di una serie di diritti d’uso di quel grande dizionario. Seppure su scala minore, l’operazione aveva un precedente, l’accordo raggiunto nel 2014, perfezionato nel gennaio 2015, tra la Crusca e la casa editrice Zanichelli, per la pubblicazione online del Dizionario della lingua italiana di N. Tommaseo, cioè del dizionario da cui il “Battaglia” deriva. L’accordo con Utet Grandi Opere fu firmato a Firenze il 12 settembre 2017, durante l’incontro dal titolo “La Crusca torna al vocabolario. La lessicografia ‘dinamica’ dell’italiano postunitario”, un seminario di lavoro che coinvolgeva gruppi universitari di vari atenei, Napoli l’Orientale, Catania, Roma, Genova, Viterbo, Milano, Torino, il Piemonte orientale, oltre all’Istituto di linguistica computazionale di Pisa, e per di più alla presenza di altri osservatori con speciali competenze informatiche, provenienti da Torino e Firenze.

L’accordo che si firmò ebbe una certa ricaduta mediatica: non a caso, avevamo con noi per l’occasione il giornalista Armando Torno del “Corriere della Sera” (stranamente, però, fu minore l’interesse della stampa torinese: e dire che quel dizionario poteva ben essere sentito come patrimonio culturale della città subalpina, la città dei tipografi ed editori Pomba). L’accordo era stato preceduto da un’iniziativa comune, che in qualche misura aveva fatto presagire lo sviluppo degli eventi: la Strenna Utet 2017, pubblicata alla fine del 2016, curata da chi parla e dal dottor Cravetto della Utet, era dedicata al Laboratorio della parola, cioè alla storia dell’editoria lessicografica torinese, di cui la Utet era stata protagonista per due secoli. Il libro si apriva con una presentazione di Fabio Lazzari, presidente di Utet Grandi Opere, e conteneva due saggi, uno mio e uno di Massimo Fanfani, il primo dedicato alla tradizione editoriale lessicografica torinese da Pomba in poi, l’altro dedicato al contributo lessicografico fiorentino nella creazione del Tommaseo-Bellini. L'asse Torino/Firenze, insomma. Nel libro era raccolta anche una serie di documenti (taccio sulla parte iconografica, meno soddisfacente: le illustrazioni erano di taglio piuttosto diverso rispetto al resto dell’opera). I documenti allegati si aprivano con la prefazione al Dizionario militare di Giuseppe Grassi (un passo dalla prima edizione del 1817), per poi raccogliere testi che erano già stati editi in un fascicolo distribuito fuori commercio nel 2002, quando si era giunti alla conclusione del GDLI. In aggiunta alle testimonianze descritte, si ebbe l’idea, prontamente condivisa dal dottor Cravetto della Utet, di aggiungere tre testimonianze nuove e inedite: una di Raffaele Simone, sulla realizzazione del Dizionario analogico, il DAU, pubblicato dalla Utet nel 2010 (volume molto importante che ebbe esito non molto felice), e una di Tullio De Mauro, a proposito della sua collaborazione con la Utet per il GRADIT; naturalmente non poteva mancare un intervento di Giorgio Bàrberi Squarotti sul suo lungo lavoro alla guida del GDLI.

Tullio De Mauro, che aderì subito e volentieri all’iniziativa, poté correggere le bozze di quel suo testo, ma non lo vide mai stampato. Ci fu un ritardo nelle spedizioni nei giorni di Natale, e la Strenna arrivò ai destinatari, in particolare a quelli lontani da Torino, solamente nel gennaio 2017, a mese avanzato. Tullio De Mauro morì il 5 di gennaio. Il bell’intervento che ci aveva consegnato, in cui era accuratamente descritto, con aneddoti anche sconosciuti, il suo rapporto con la casa editrice Utet, gettava nuova luce sulla genesi e sulla realizzazione del maggior dizionario dell’uso uscito nel Novecento, il GRADIT. Il testo di De Mauro fu ripubblicato nel fascicolo di giugno 2017 della rivista “Lingua e stile”, preceduto da un editoriale firmato da me, a nome della direzione collegiale della rivista. Lo scritto che avevamo richiesto a Giorgio Bàrberi Squarotti, purtroppo, non arrivò a tempo per essere inserito nella strenna, che doveva per essere stampata entro la fine del 2016. Giorgio Bàrberi era già allora in condizioni precarie di salute, e tuttavia aveva accolto con grande piacere l’invito, anche se doveva farsi aiutare per battere il testo a macchina o passarlo alla scrittura elettronica del PC. Il suo intervento non arrivò a tempo per la Strenna, ma lo pubblicammo successivamente, nel corso del 2017, nel numero 54 della rivista “La Crusca per voi”. Si trattava di un intervento abbastanza breve, nel quale tuttavia possiamo ritrovare alcuni temi fondamentali del suo pensiero e della sua pratica lessicografica. Il testo raccontava come l’idea iniziale di rimettere le mani nel vocabolario di Tommaseo, aggiungendo l’arricchimento successivo dell’evoluzione della lingua, e avvalendosi del perfezionamento garantito dalla linguistica contemporanea, si era rivelata inattuabile, tanto è vero che si erano fatti da parte studiosi come Migliorini e Vidossi, prima che Salvatore Battaglia si accollasse il compito, lasciato poi a Bàrberi. Citando il precedente da cui si era partiti per realizzare il GDLI, era qui ripresa la definizione del vocabolario di Tommaseo come “grande e sublime romanzo della lingua italiana”, sulla quale torneremo tra poco. Subito dopo insisteva sulla leggibilità del GDLI, una leggibilità che nasceva proprio del collegamento alla lezione di Tommaseo. Bàrberi prendeva invece le distanze, con tono polemico, da alcuni critici e avversari2:

non ho preteso di essere un linguista con il rigore (posso dire arcigno e sussiegoso) dei Cruscanti […].

A questo punto Bàrberi ribadiva la sua concezione del vocabolario come scoperta di un piacere, di una curiosità, di una passione per la lingua, in un quadro in cui la letteratura aveva un ruolo fondamentale, come aveva insegnato l’unico linguista che Barberi citava con consenso, Benvenuto Terracini. La ricetta del vocabolario stava dunque nella passione per la parola come invenzione continua, per il patrimonio della lingua collocato in un vocabolario concepito come opera creativa, come manifestazione della storia linguistica inverata nella parola degli scrittori, i cui esempi si offrivano alla lettura, una lettura per lacerti, ma tale da offrirsi come una scoperta. Qui, a sorpresa, dopo aver ribadito il rapporto stretto tra lingua e letteratura, Barberi denunciava la rottura del rapporto con la letteratura contemporanea3:

[Quella del GDLI] È stata per me è un’esperienza fondamentale, ma ora sento lontanissimo il periodo della mia vita e della mia attività letteraria che impiegato nel dedicarmi al GDLI, come un’altra vita. Oggi la maggior parte dei narratori e dei poeti adopera al massimo cinquecento parole. E la comunicazione verbale in genere si è ridotta a formule e schemi. Il GDLI appare ormai come una specie di incunabolo da conservare nei musei.

Concludeva indicando il valore della parola, che è “vita” finché la parola stessa è pronunciata, riletta e ripetuta non solo a voce, ma soprattutto nella letteratura, che ne suscita gli infiniti echi. Lo studioso chiudeva il suo intervento presentando il GDLI come un dono di bellezza e verità duraturo nel tempo, al di fuori delle mode e lontano dalle ingannatrici sirene dell’attualità. La presa di distanza dalla letteratura contemporanea, linguisticamente impoverita per propria colpa o per una condanna dei tempi, è qui esplicita, e di sorprendente quanto condivisibile durezza.

Questo intervento di Giorgio Barberi, che ho voluto ripercorrere con voi, come già ho detto, uscì postumo. Lo studioso morì nell’aprile 2017. Questo breve scritto, reso sicuramente più scarno dalla stanchezza fisica che già impacciava lo studioso, si collega comunque perfettamente alle idee portanti della sua lessicografia, largamente esposte nel saggio intitolato Il vocabolario del Tommaseo come romanzo della nostra lingua, pubblicato in quegli atti del convegno torinese-vercellese del 2002 che già abbiamo avuto modo di menzionare4. Possiamo riepilogare brevemente i capisaldi di questo approccio lessicografico dominato dalla concezione morale, creativa e letteraria in cui si invera la parola, un modello linguistico e lessicografico, dunque, che, a differenza di quello dei linguisti, non poteva esibire neutralità. L’impostazione tecnicamente obiettiva e scientifica non era giudicata la via più efficace per illuminare la lezione della lingua, la cui vitalità era riconosciuta altrove, in una forma e in una sostanza più complesse. In questo senso, il Dizionario di Tommaseo era stato il migliore del suo tempo, anche migliore del troppo tecnico Tramater, da cui pure aveva in parte preso le mosse. Ciò che rendeva il Dizionario di Tommaseo superiore a tutti, anche alla Crusca, non era tanto la modernità, ma la “virtù di scrittura”, e questa virtù era certamente ineguagliabile, ma poteva ancora impartire una lezione su cui riflettere.

Nell’ultima parte di quel saggio del 2002, la lezione del Tommaseo illuminava ambizioni, intenti ed esiti del GDLI, nelle dichiarazioni del suo direttore: un dizionario così concepito non poteva essere semplice raccolta o elencazione di parole, cioè regesto inerte, ma doveva essere la dimostrazione di una ricchezza intellettuale, emotiva e inventiva, e al tempo stesso un invito alla letteratura, perché a questo servivano le citazioni, non certo concepite come testimonianza di autorità, alla maniera della vecchia Crusca. Emergevano qui altri idola polemici: per esempio il fastidio per la caccia ai neologismi. Costruire una raccolta di parole attraverso spogli di riviste, di settimanali, di giornali legati all’attualità, lasciava nelle mani degli utenti una sorta di cimitero di parole morte e anche mai nate, di cui, a distanza di un pochi anni, si rivelava la sostanziale inutilità. Il GDLI non poteva competere con il Tommaseo per virtù di scrittura, e questo Bàrberi lo ammetteva, ma l’impostazione era rimasta ben ancorata al modello, mantenendo le distanze dalla lessicografia scientifica o pseudoscientifica del ’900. Nell’ultima pagina del saggio, la polemica si faceva ancora più marcata, laddove si ribadiva la radicale presa di distanza dagli strumenti dell’informatica. L’antipatia per l’informatica è stata del resto esibita in molte occasioni dal direttore del GDLI, anche in un intervento orale all’Accademia delle scienze, in cui ricordo di aver io stesso dialogato con lui. Cito le sue parole dal saggio del 20025:

[Il GDLI] È un caso in cui i mezzi di registrazione elettronica non sono serviti né tuttora servono a fare un dizionario.

L’affermazione era assai forte, nel 2002, quando ormai l’era dell’informatica era già cominciata e lo stesso GDLI veniva ormai composto depositando i file per la tipografia su supporto elettronico. Ma l’elettronica non sarebbe stata mai in grado di mettere in luce l’elemento della bellezza, o la forza morale della lingua, cose per le quali occorreva un percorso attraverso gli scrittori segnato da una sensibilità che le macchine non hanno, e che sola rivela il significato più vero e autentico del lessico. Se il vocabolario deve essere “il grande romanzo della lingua”, che vantaggio si può trarre dall’elaborazione informatica, cioè dal semplice accumulo quantitativo dei dati?

Come ho già detto, il 12 settembre 2017, quando Giorgio Bàrberi Squarotti non era più tra noi, il suo grande GDLI è stato consegnato nelle mani dell’Accademia della Crusca, già depositaria di un notevole patrimonio lessicografico d’epoca, trasferito in Rete: abbiamo nel nostro sito, com’è noto, le nostre cinque crusche, e il dizionario di Tommaseo in una versione elettronica che reputo la migliore disponibile. Il GDLI è destinato ad essere collocato accanto a queste risorse, dunque è destinato a diventare a sua volta una risorsa informatica. L’operazione è compiuta quando Bàrberi Squarotti non la può più commentare, ma certo non posso fare a meno di chiedermi che cosa direbbe, che cosa ne penserebbe. Sono convinto che la trasformazione elettronica di un dizionario antico ci consegna uno strumento che non è identico a quello di carta, ma se ne distingue per una serie di funzioni vantaggiose, anche se, allo stesso tempo, la fruizione risulta diversa, e certe percezioni della stampa non ci sono più, anche se ci resta pur sempre la possibilità di aprire un PDF fotografico che riproduce la pagina originale, ma non va confuso con l'originale. Vedo insomma nel dizionario elettronico e in quello a stampa due strumenti tecnologicamente diversi, destinati ad essere affiancati, senza che uno rimpiazzi l’altro, perché si offrono per consultazioni mirate non identiche.

Voglio cogliere l’occasione della giornata di oggi per annunciare che l’operazione di trasferimento del GDLI dalla carta alla Rete è conclusa. Si è conclusa in tempi così rapidi che nessuno avrebbe osato immaginare, dal settembre 2017 alla primavera del 2019. Il miracolo è stato tanto più notevole, se si tiene conto del fatto che non è stato possibile reperire il materiale digitalizzato originale, che pure esistette, almeno per gli ultimi volumi: almeno in questo, la profezia di Bàrberi sull’inutilità dell’informatica per il GDLI si è realizzata. Tuttavia il passaggio alla Rete, tutto postumo, è avvenuto. Il nuovo GDLI online sarà a disposizione di tutti, in libera consultazione, a partire dal 9 maggio 2019, in occasione del Collegio accademico di Crusca previsto per quella data. La versione che viene offerta in questa prima fase è ancora provvisoria e perfettibile, tuttavia permette la ricerca a tutto testo nell’intero dizionario. Ciò significa che si potranno raggiungere non soltanto gli esempi collocati sotto un lemma specifico, ma anche tutte le altre occorrenze della parola sparse in tutte le voci del vocabolario. L’immensa ricchezza del GDLI, in questo modo, si moltiplica, potenziandone la straordinaria valenza anche come occasione di lettura, proprio come Giorgio Bàrberi suggeriva.

Il GDLI è destinato ad essere l’ultimo grande vocabolario della storia linguistica italiana costruito integralmente sul grande pilastro della lingua letteraria. Nessuno potrà ripetere un’esperienza del genere con questa vastità di documentazione. È l’ultimo risultato di una grande tradizione, che qui si conclude, ma che ritrova vita proprio attraverso l’informatica. Per questo nel titolo del mio intervento ho fatto riferimento alla fenice, l’uccello che rinasce dalle proprie ceneri. Non si tratta soltanto di riproporre pari pari il GDLI in una versione elettronica. L’accordo con la casa editrice Utet ci concede di smembrare i materiali, disaggregandoli in vista di un’utilizzazione differente. Anche in questo caso, penso a Giorgio Bàrberi Squarotti: non so se userebbe verso di noi benevola comprensione, come di fronte ad allievi un po’ indisciplinati, infatuati di tecnologia, o se sarebbe più severo. Tuttavia credo che ammetterebbe almeno una cosa: quel grande monumento, che egli stesso paventava di veder chiudere in un museo, riprenderà a vivere. Già ora il GDLI è termine di confronto in vista del nuovo VoDIM, il vocabolario dell’italiano moderno postunitario che la Crusca ha messo in cantiere.

In che cosa consiste questo confronto? Mi soffermerò su di una delle voci oggetto del nostro esperimento di revisione, la voce nebulosa, scelta tra le altre perché di interesse scientifico, e destinata a essere integrata con una serie di spogli ricavati da testi di un nuovo corpus di scienziati di epoca postunitaria, interrogato attraverso metodi informatici. La prima constatazione, di fronte la voce dei GDLI, è che la definizione di nebulosa lì utilizzata utilizza ben 1718 caratteri, uno spazio davvero considerevole per una definizione lessicografica, che infatti qui assume un taglio vistosamente enciclopedico, adottato anche per rimediare alle carenze della documentazione originaria. Si sarebbe portati a pensare che un dizionario letterario trascuri senza scrupoli i termini scientifici, non testimoniati attraverso le scritture degli scienziati. In realtà il linguaggio scientifico non è affatto assente nel GDLI, anche se non è affidato a esempi tratti da testi di uomini di scienza. La compensazione avviene appunto mediante l'innesto di una forte carica di enciclopedismo, che trova posto nello spazio delle definizioni, probabilmente anche facendo tesoro di un patrimonio in possesso della casa editrice, specializzata in grandi opere di carattere enciclopedico. La documentazione degli esempi di Nebulosa portata dal GDLI attraversa tutta la nostra storia letteraria, a partire da Galileo per arrivare a Calvino. Non è raro che gli scrittori utilizzino il termine nel senso propriamente scientifico, oltre che in senso figurato. Bàrberi ne sarebbe contento, perché vi vedrebbe una riprova della bontà della sua impostazione. Tuttavia l'integrazione con veri testi scientifici permette di ristabilire un equilibrio, recuperando il valore di scrittura che è anche un prodotto del lavoro degli uomini di scienza, non del solo Galileo che pur sta all’inizio della serie. Le integrazioni che noi abbiamo ritenuto possibili per la sperimentazione di una voce del VoDIM fanno rientrare in gioco autori come Secchi, Schiaparelli e Celoria, astronomi celebri e al tempo stesso anche scrittori di qualità, protagonisti a loro volta della civiltà italiana della scrittura, autori di testi capaci di sollecitare il piacere e il valore della parola6. Queste integrazioni ristabiliscono giustizia nei confronti di grandi esclusi. Si tratta dunque di integrazioni che possono essere ricavate da corpora testuali estranei al GDLI. Ma ancora più interessante è il confronto con quella parte della voce Nebulosa del GDLI che dà conto degli usi metaforici della parola. Qui il nostro intervento è stato drastico nel ridurre il numero altissimo di sottolemmi e di significati accessori registrati nel vocabolario. Il GDLI suddivide i significati metaforici in cinque categorie (1. luce poco intensa e come annebbiata; 2. agglomerato urbano residenziale molto vasto con scarsa densità di popolazione; 3. gruppo sociale composito; 4. sentimento, sensazione lo stato mentale vago indefinibile alquanto confuso privo di determinazione di certezza e di concretezza; 5. insieme di concetti di idee e di informazioni di nozioni appena abbozzato di potenzialità destinata esplicarsi in seguito). Queste distinzioni sono tante e sono poche, allo stesso tempo, a seconda della prospettiva adottata. Sono comunque perfettibili, perché altre se ne potrebbero aggiungere: il nostro corpus automatizzato ci ha restituito per esempio il significato di “nebulosa” politica, come aggregato di forze, che nel GDLI non c’era, e che pure mostra una sua specificità. Per questo abbiamo riunito tutti questi significati sotto la classificazione di “insieme incerto non ben definito confuso; entità composita evanescente”, che comprende tutti gli usi metaforici e figurati possibili.

Questa drastica riduzione delle categorie metaforiche può essere considerata necessaria ed è coerente con la strutturazione delle voci di tutti gli altri dizionari dell'uso. Tuttavia un tale intervento non può essere considerato solo un miglioramento, anche se è dettato da un’istanza di razionalizzazione, che infatti abbiamo adottato. Anche in questo caso, tuttavia, occorre distinguere. Nel mettere in atto questa semplificazione necessaria e nel confrontarla con i principi metodologici espressi con chiarezza da Giorgio Bàrberi Squarotti, ci si rende conto che il direttore di quest’opera magistrale sapeva bene che la sua scelta aveva un significato profondo, anche se contrario al rigore oggettivo della linguistica, che egli infatti non amava: razionalizzando, qualche cosa si guadagna, ma allo stesso tempo molto va perduto. Sparisce qualche cosa è caratteristica talmente specifica del GDLI da non essere riproducibile o utilizzabile in altri contesti lessicografici, perché rappresenta in maniera emblematica la sua unicità. Le sottovoci metaforiche che abbiamo unificato in un’unica categoria possono essere considerate una complicazione lessicografica, ma al tempo stesso sono la perfetta espressione di quella duttile analisi degli usi individuali degli scrittori che è tipica del DGLI. Indicano il passaggio dal piano propriamente linguistico all’uso stilistico individuale, all'uso reale della lingua, nelle sue sfaccettature e sfumature. Intervenire sulla voce, insomma, è lecito, a patto che ci si renda conto della straordinaria irripetibilità di questo dizionario. La grande massa dei dati offerti resta identica anche strutturando in maniera differente le voci, ma, comunque si operi, non si tratta di miglioramento, semmai di una diversa ottica applicata per scopi differenti, al di là di ogni polemica tra la propensione al gusto letterario e la disponibilità alla fredda anatomia linguistica.

Proprio restando nel campo delle voci scientifiche, ci si accorge però che qualche volta il GDLI non ha ubbidito perfettamente alle linee programmatiche che abbiamo visto indicate dal suo direttore. Tralasciamo il caso di termini scientifici molto tecnici e rari, che emergono dall'analisi di un corpus specifico, parole che possono essere considerate estranee alla vita della lingua, come spintariscopio ho tissotropico, per le quali non avrebbe senso lamentare la mancata presenza in un dizionario come GDLI. In altri casi, tuttavia il GDLI si dimostra disponibile alla registrazione del termine scientifico, e tuttavia non è in grado di indicare nessun esempio, perché la parola non ha avuto corso in letteratura. Posso citare il caso di idronefrosi, che si arricchisce nel GDLI di una lunga definizione lessicografica di taglio enciclopedico, ma non può portare esempi, visto il corpus del dizionario, prevalentemente letterario. In altri casi, invece, e ciò può sorprendere, gli esempi ci sono. Prendiamo il termine tensioattivo, anche questo caratterizzato da una definizione lessicografica molto ampia, di taglio enciclopedico, ma con due esempi, che sono però entrambi di fonte giornalistica, dal quotidiano di Torino “La Stampa”. La provenienza può stupirci, dopo che abbiamo letto le critiche di Giorgio Bàrberi Squarotti verso la lessicografia deteriore a caccia di termini nuovi nei giornali. In questo caso la lessicografia che voglia proseguire il GDLI, riprendendone gli elementi, potrà trovare gli esempi d’uso di queste parole non nella stampa periodica, ma in libri scritti da scienziati o da divulgatori di più alto livello. Il corpus VoDIM, ad esempio, offre una occorrenza di tensioattivo in un libro di Piero Bianucci7.

Insomma, il GDLI è al centro dell’attenzione della lessicografia di Crusca, e la Crusca ne garantisce il trasporto nell’era elettronica. Dunque il GDLI vive ancora, così come vivrà nella consultazione ampia del pubblico.


Note:

1. G. Bàrberi Squarotti, Il “Vocabolario” del Tommaseo come il romanzo della nostra lingua in La lessicografia a Torio dal Tommaseo al Battaglia, a cura di G. L. Beccaria ed E. Soletti, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2005, p. 308.
2. Id., Una testimonianza sul Grande Dizionario della lingua italiana, in “La Crusca per voi” n. 54 (2017, I), p. 9.
3. Ivi.
4. Cfr. Id., Il “Vocabolario” del Tommaseo come il romanzo della nostra lingua cit.
5. Ibid.., p. 308.
6. Claudio Marazzini/Ludovica Maconi, Il Vocabolario dinamico dell’italiano moderno rispetto ai linguaggi settoriali. Proposta di voce lessicografica per il redigendo VoDIM, in “Italiano digitale. La rivista della Crusca in Rete”, VII (2018), n. 4, pp. 110-12.
7. Cfr. P. Bianucci, Le macchine invisibili: scienza e tecnica in tre camere e cucina, Milano, Longanesi, 2009, p. 137: “Il sapone comune è un tensioattivo anionico, cioè contenente molecole che hanno acquisito qualche elettrone in eccesso, e quindi hanno carica negativa […]”.


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