L'accademico emerito Lorenzo Renzi invita alla discussione ricordando Tullio De Mauro e facendo riferimento al dibattito suscitato dagli appelli del Gruppo di Firenze.
Febbraio 2017

Tullio De Mauro, scomparso il 5 gennaio scorso a Roma, non è stato solo un grande linguista, è stato anche per decenni il punto di riferimento più autorevole, vivo e efficace, nella difesa e promozione della lingua italiana, del suo studio e del suo insegnamento. È stato il primo che ha scritto la storia dei parlanti l’italiano, dei dialettofoni e delle minoranze, il primo che ha monitorato le proporzioni statistiche tra analfabetismo e alfabetizzazione nella storia dell’Italia moderna. Il primo che ha studiato l’efficacia della scuola e delle altre istituzioni nell’insegnare l’italiano agli italiani. Il primo che ha segnalato i pericoli di nuove forme di analfabetismo: l’analfabetismo di ritorno, e l’analfabetismo funzionale di chi non sa capire o scrivere un testo breve di media difficoltà, due forme che, vinto l’analfabetismo storico, allignano oggi forti nella nostra società.
Eppure, secondo quanto hanno scritto recentemente di lui Giorgio Ragazzini, Spartaco Pupo e Ernesto Della Loggia, sarebbe stato, lui, proprio lui, il principale responsabile dell’attuale declino del buon uso dell’italiano nella scuola. Sostenute dal suo prestigio, che era grande, e adottate dai suoi seguaci, le idee di De Mauro, ispirate all’anarchia e al lassismo sessantottini, avrebbero alla lunga corroso la buona pratica dell’insegnare a scrivere bene e in modo corretto. E così si sarebbe arrivati all’attuale disastro. La cornice in cui questi attacchi a De Mauro è stata offerta della proposta dei Seicento “contro il declino dell’italiano a scuola”, che, con le adesioni ma anche con le opposizioni che ha suscitato, ha avuto forte eco nei mezzi di comunicazione dai primi giorni di febbraio fino ad oggi.
De Mauro, si è scritto, avrebbe sostenuto l’abolizione della grammatica e esaltato l’anarchia ortografica. Non è vero. È vero invece che sosteneva che la grammatica non è la migliore via per iniziare i bambini all’uso della lingua, e che l’insistenza eccessiva sull’ortografia spegne e avvilisce il desiderio di scrivere e paralizza l’insegnamento. Negli anni Sessanta, quando era cominciata l’attività di De Mauro, il problema non era accademico. Persisteva in Italia una forte percentuale di analfabetismo (nel 1961, l’8,28%). Dall’alfabetizzazione e dal buon possesso della lingua dipendevano le sorti di milioni di Italiani, della democrazia e dello sviluppo del paese. Grazie anche a De Mauro, si può dire che quella battaglia è stata vinta e l’Italia è diventato un paese moderno. Quanto all’attuale “declino” della conoscenza della lingua italiana, resta da dimostrare. Se parliamo di declino economico, guardiamo i dati, se si parla di “declino” delle capacità linguistiche, basterà affermarlo?

Tullio De Mauro alla Piazza delle Lingue 2014
(Accademia della Crusca, 6-8 novembre)
con uno studente scherzosamente travestito da Dante Alighieri
nel ristorante "L'Antico fattore", il 7 dicembre 2014
San Girolamo, grande letterato del suo tempo, scegliendo come lingua della Vulgata il latino dei poveri invece del latino classico, diceva di non temere l’accusa di non essere abbastanza ciceroniano. Qualcosa di simile si può dire di De Mauro. De Mauro scriveva un italiano alto, semplice, spesso solenne, qualche volta con un tocco ironico. E così parlava, efficace e sicuro. Come studioso e critico della lingua, (e non mancava anche qui un riflesso politico) ha biasimato la prosa retorica delle “belle lettere” e quella spietatamente burocratica, e ha valorizzato l’“italiano popolare” delle lettere di soldati della Grande Guerra, di una “tarantata” del Salento, dei migranti che scrivevano a casa usando quel po’ di italiano che sapevano. De Mauro vedeva e apprezzava in quelle povere realizzazioni linguistiche che erano le loro lettere, opere prime di semianalfabeti, lo sforzo fatto per passare dall’orale allo scritto, dal dialetto a una prima forma, spesso scorretta, provvisoria, di italiano. Dietro a quelle forme rudimentali vedeva la luce di un futuro.
L'accademico Massimo Palermo invita al confronto su come i testi generati dalle intelligenze artificiali rappresentino l'ennesimo spunto di riflessione sul rapporto, nella lingua, tra norma e uso.
Come Tema pubblichiamo, opportunamente adattato, l’intervento che il presidente Paolo D’Achille ha tenuto il 24 marzo 2026 a Ferrara, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2025-2026 dell’Università di Ferrara, su invito della Rettrice dell’Ateneo estense (nonché presidente della CRUI), la professoressa Laura Ramaciotti.
Rita Librandi, vicepresidente dell'Accademia, invita a confrontarsi sul tema della percezione del valore della storia e della norma nella pratica linguistica dei parlanti.
Anche questo Tema, come il precedente, si collega alla Piazza delle lingue 2025, che quest’anno l’Accademia ha dedicato ai dialetti e al loro uso in letteratura, teatro e musica. L’accademico Lorenzo Coveri commenta una recente indagine demoscopica condotta sugli usi e la percezione dei dialetti e delle lingue delle minoranze alloglotte, ripercorrendo la storia di questo tipo di ricerche, iniziate dalla Doxa nel 1974 e arrivate, con l’ISTAT, al 2015. Con tutte le cautele del caso, il confronto tra i dati di dieci anni fa e quelli del sondaggio di quest’anno offrono molti motivi di interesse.
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È aperto il bando per il Servizio civile regionale 2026-2027.
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