L’italiano tra passato, presente e futuro

Come Tema pubblichiamo, opportunamente adattato, l’intervento che il presidente Paolo D’Achille ha tenuto il 24 marzo 2026 a Ferrara, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2025-2026 dell’Università di Ferrara, su invito della Rettrice dell’Ateneo estense (nonché presidente della CRUI), la professoressa Laura Ramaciotti.


Forse non tutti sanno che l’aggettivo italiano, derivato da Italia con il suffisso -ano, il secondo per frequenza e produttività nella formazione degli etnici dopo -ese (in latino si usavano Italus e Italicus), stentò a lungo a imporsi come sostantivo per denominare quella che Dante chiamava “lingua di sì” e che oggi possiamo considerare la nostra lingua nazionale, comunemente parlata (pur con varie sfumature regionali) in tutto il Paese; e che è tale anche se non è indicata esplicitamente come lingua ufficiale della Repubblica nella nostra Costituzione. Il glottonimo italiano si impose, infatti, definitivamente solo nel corso del Settecento; prima fu contrastato, soprattutto in Toscana, da alternative come “lingua toscana” o “lingua fiorentina”, sulla base (certamente fondata) del fatto che le strutture fonomorfologiche dell’italiano erano quelle del fiorentino letterario trecentesco delle “Tre Corone”, Dante, Petrarca e Boccaccio, rilanciato, nel dibattito linguistico dell’inizio del secolo XVI, da Pietro Bembo e, alla fine dello stesso secolo, accolto anche a Firenze, grazie alla mediazione di Benedetto Varchi e di Lionardo Salviati. In effetti, lo stesso Vocabolario degli Accademici della Crusca, la cui prima edizione (o meglio “impressione”) avvenne a Venezia nel 1612, grazie al quale l’italiano è la prima lingua moderna a disporre di un dizionario monolingue, modello per i dizionari, posteriori, del francese, dello spagnolo, del tedesco e via dicendo (un primato, questo, di cui dovremmo andare fieri), non reca l’indicazione esplicita di quale sia la lingua di cui raccoglie il lessico, anche se, di fatto, si tratta del fiorentino.

Diversamente dalle altre grandi lingue di cultura europee, l’italiano non si è imposto, né all’interno dei confini nazionali, né tanto meno fuori d’Italia nei periodi, non brevi, in cui ha avuto un prestigio e una circolazione internazionali, con la forza delle armi. La nostra è stata una “lingua senza impero”, come l’ha definita, in uno studio che ha aperto la strada alle ricerche sull’italiano all’estero nei secoli passati, Francesco Bruni (accademico che voglio qui ricordare a pochi mesi dalla scomparsa, nel 2025). Evidentemente Bruni era memore della frase di Max Weinreich (1894-1969), il quale, parlando delle differenze tra lingue e dialetti, disse che “una lingua è un dialetto con un esercito e una marina”. Questa frase spiega benissimo le ragioni effettive della diffusione, in Europa e nel mondo, del francese, dello spagnolo, del portoghese, del russo e, soprattutto, dell’inglese. Ma per l’inglese è opportuno ricordare che il 6 settembre 1943, parlando all’Università di Harvard, Winston Churchill sottolineò l’importanza geopolitica della comunanza linguistica tra Gran Bretagna e Stati Uniti, considerata, profeticamente, un fattore egemonico su scala mondiale, e affermò che, grazie alla diffusione della loro lingua, “gli imperi del futuro” avrebbero “ottenuto guadagni migliori che portando via le terre o le province agli altri popoli, o schiacciandoli con lo sfruttamento”. 

È bene ribadire che, a parte alcuni periodi circoscritti nel tempo, non è stato con la violenza che l’italiano ha progressivamente sostituito, in Italia, i vari dialetti, i quali peraltro, in molte aree della penisola, hanno tuttora una vitalità maggiore di quella che si possa immaginare e che risulta dalle indagini statistiche. È stata la forza della letteratura, che ha toccato ben presto i suoi vertici con le opere dei già citati Dante, Petrarca e Boccaccio, a determinare l’accettazione dell’italiano nell’intera penisola e nelle isole maggiori ad essa geograficamente pertinenti, prima nello scritto e poi anche nel parlato. Si trattava di un italiano declinato secondo il modello del fiorentino cosiddetto “aureo”, che aveva il vantaggio, rispetto ai diversa vulgaria passati in rassegna da Dante nel De vulgari eloquentia, di essere rimasto più vicino al latino (lingua che in Italia, anche per la presenza del papato, ha sempre costituito un punto di riferimento, oltre che un serbatoio a cui attingere per arricchire il lessico, indicando nuovi designata) e di trovarsi in una posizione intermedia tra le due grandi aree dialettali del dominio italo-romanzo, quella settentrionale e quella centromeridionale, delimitate rispettivamente dalle linee La Spezia-Rimini a sud e Roma-Ancona a nord. Ed è stata innanzitutto la scuola postunitaria a diffondere presso le masse analfabete l’alfabetizzazione e l’italianizzazione, fatti tra loro indissolubilmente legati, determinando così una seconda standardizzazione, dopo quella cinquecentesca di matrice bembiana, e svolgendo, per molti decenni, quella funzione di ascensore sociale a cui, purtroppo, la scuola italiana sembra da tempo aver rinunciato, o forse piuttosto è stata costretta a rinunciare.

Ma, più che trattare della situazione dell’italiano in Italia, è opportuno ricordare il successo della nostra lingua all’estero, un successo che è durato dal basso Medioevo fino al Seicento e che è resistito, pur restringendo i suoi campi di influenza, fino alle soglie dell’età contemporanea, a dispetto dell’assenza di un’unità statale, o forse, chissà, proprio grazie a questo. In ogni caso, si tratta di un successo legato alla lingua come espressione della civiltà italiana presa nel suo complesso, vista – grazie anche a certi tratti strutturali di matrice fiorentina, tra cui il vocalismo, su cui tornerò tra poco, la variabilità della posizione dell’accento, la relativa libertà sintattica e il buon rapporto tra fonetica e grafia – come simbolo di raffinatezza, di gusto, di gentilezza: la lingua come espressione di uno stile di vita da ammirare e da imitare. E l’ammirazione per la nostra lingua è durata fino al pieno Novecento, quando un personaggio delle Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull di Thomas Mann definisce l’italiano come “la lingua più bella del mondo”, quella parlata anche dagli angeli, per la sua musicalità.

E l’italiano è stato effettivamente all’avanguardia in Europa, e quindi nel mondo occidentale, non solo nella letteratura, nella filologia e nella cultura umanistica (che ha reso la nostra lingua anche un ponte per lo studio del latino e più in generale del mondo classico), ma pure in altri campi. Pensiamo alle parole italiane entrate nel settore dello spettacolo con le maschere della Commedia dell’arte (scenario, improvviso, (as)solo); in quello delle arti figurative, lungo una linea che parte da Giotto e Arnolfo di Cambio per arrivare almeno a Bernini e a Borromini (prospettiva, (af)fresco, chiaroscuro, scalinata); nel campo della musica (allegro, crescendo, soprano, libretto), specie con l’“invenzione” del melodramma, definito opera all’estero prima e più spesso che in Italia; nello stesso stile di vita, con il successo di testi come Il Cortigiano di Baldassar Castiglione, Il Galateo di Monsignor della Casa, La civil conversazione di Stefano Guazzo (pensiamo solo all’espressione dolce far niente, connotata tutt’altro che negativamente); e poi ancora (e arriviamo così al Novecento) nei lessici settoriali della moda, della cucina (riconosciuta lo scorso anno dall’Unesco patrimonio dell’umanità), del design. Ma non va dimenticato che in passato l’italiano si è diffuso in Europa anche nel linguaggio dell’economia, grazie ai banchieri e ai mercanti fiorentini (banca, banco, fiorino) e, nel mar Mediterraneo (che è stato spazio di incontri più che di scontri), grazie alle repubbliche marinare, da Pisa a Genova fino a Venezia (regata, gondola); nel linguaggio della politica, con Niccolò Machiavelli, e in quello della scienza, con Galileo Galilei. Galileo decise anzi di abbandonare il latino, allora lingua internazionale delle scienze fisiche, per usare l’italiano. Una scelta rischiosa, ma da cui la nostra lingua trasse beneficio, allargando il suo lessico ed espandendosi all’estero: molti scienziati stranieri, infatti, la appresero pur di leggere e tradurre le opere di Galileo e di entrare in corrispondenza con lui. L’ultima fiammata dell’italiano come lingua della scienza, prima di quella che sembra ormai come la definitiva affermazione del monolinguismo inglese, si ebbe all’inizio del Novecento, con Guglielmo Marconi e con Enrico Fermi, premio Nobel.

A questi “splendori” dell’italiano all’estero si contrapponevano però anche delle “miserie” sul piano interno, che costituivano ciò che nel 1873, in polemica con Alessandro Manzoni, il glottologo Graziadio Isaia Ascoli, fondatore degli studi linguistici italiani, avrebbe indicato come “il doppio inciampo” della nazione: la scarsa densità della cultura e l’eccessiva preoccupazione della forma, che – insieme ad altri fattori su cui non possiamo soffermarci – hanno impedito quell’unità linguistica di cui non godevano solo la Francia e la Gran Bretagna, ma, grazie alla Riforma di Lutero, anche la Germania, che pure si era unificata politicamente dopo l’Italia.

Nel corso dei secoli l’italiano è costantemente entrato in contatto con altre lingue: fin dal Medioevo ha accolto parole straniere (i cosiddetti prestiti), dalle lingue germaniche, dal francese e dal provenzale, dallo spagnolo, dall’arabo, ma ha mantenuto certe sue caratteristiche tipologiche che lo differenziavano, e che tuttora, almeno in parte, lo differenziano, da altri idiomi: i prestiti infatti sono stati adattati alle strutture fonomorfologiche del fiorentino, che danno ai “suoni” vocalici un’importanza maggiore rispetto ai “rumori” delle consonanti e dei gruppi consonantici. Scriveva Machiavelli nel suo Discorso ovvero Dialogo intorno alla nostra lingua:

io voglio che tu consideri come le lingue non possono esser semplici, ma conviene che sieno miste coll’altre lingue; ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale converte i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo; ed è sì potente, che i vocaboli accattati non la disordinano ma ella disordina loro, perché quello ch’ella reca da altri, lo tira a sé in modo che par suo.

Fino al Settecento le parole straniere entrate in italiano sono dunque state adattate o tradotte, con calchi composizionali e semantici; pochissime sono state le voci non adattate, che hanno mantenuto una o più consonanti a fine di parola oppure foni estranei al sistema dell’italiano. Anche per questo, seppure non solo per questo, l’italiano di matrice fiorentina ha mantenuto la sua stabilità, in continuità con la propria tradizione scritta medievale: caso, questo, unico tra le lingue europee, che con la nascita della stampa si sono standardizzate differenziandosi profondamente dalla loro fase “antica”.

Una svolta profonda nella storia dell’italiano si è avuta nel corso dell’Ottocento, con l’Unità, in seguito alla quale l’italiano è progressivamente diventato per gli italiani la madrelingua, usata anche nel parlato accanto ai dialetti e, in quanto tale, soggetta a quel mutamento che nei secoli precedenti era stato molto rallentato dall’uso prevalentemente scritto e dalla norma selettiva della tradizione grammaticale, col suo “si dice” e “non si dice”. Solo in tempi recenti si è ridotta la sovrabbondanza morfologica che fin dalle origini era stata tipica dell’italiano, spesso differenziando l’uso poetico da quello tipico della prosa (pensiamo soltanto alle alternanze tra veggo, veggio e vedo, tra sacrificio e sagrifizio, tra morirà e morrà). Non da molto tempo poi si sono diffusi nello scritto costrutti tipici del parlato prima considerati erronei (pensiamo al tipo di questo ne abbiamo già parlato); si è allargato notevolmente il lessico, anche in rapporto ai progressi della scienza, della tecnica, poi della tecnologia. Ma la centralità linguistica di Firenze – rinnovata e orientata verso il fiorentino contemporaneo nelle scelte letterarie di Alessandro Manzoni romanziere e nei suoi interventi pubblici, e culminata nel quinquennio (1865-1870) in cui il capoluogo regionale della Toscana (sede dell’Accademia della Crusca) è stato capitale d’Italia – è poi venuta progressivamente meno. Così, l’italiano novecentesco ha accolto voci e locuzioni di altra provenienza areale: alcuni lombardismi, molti romaneschismi, vari meridionalismi, non di rado mediati da Roma, ecc.: non sono fiorentine, per esempio, le tre parole italiane oggi più diffuse nel mondo, e cioè pizza, espresso e il saluto confidenziale ciao.

Sul piano interno, la letteratura, dopo Gabriele d’Annunzio e Luigi Pirandello, ha perso la funzione di punto di riferimento dello standard, mentre, sul piano internazionale, la conoscenza dell’italiano si è mantenuta solo o soprattutto nelle zone ad alta emigrazione, grazie al desiderio di molti nipoti o pronipoti di emigrati di imparare qualcosa della lingua del proprio Paese di provenienza o alla presenza dell’italiano come lingua straniera obbligatoria in alcuni Stati dell’America Latina in cui molti abitanti sono d’origine italiana; ma questa presenza è venuta poi a mancare con la necessità, per le generazione più giovani, di conoscere l’inglese accanto allo spagnolo, e solo in parte è stata compensata con la fortuna dell’italiano televisivo, nel corso degli anni Ottanta, a Malta e in Albania.

Ma anche questa fase si è chiusa con il volgere del millennio, quando ci sono stati tre eventi fondamentali per definire l’italiano del presente: 1) la forte immigrazione, che ha determinato la formazione dei cosiddetti “nuovi italiani”, madrelingua, ma figli di non italofoni (o di chi ha appreso l’italiano come L2); 2) la comunicazione mediata dal computer, che ha rivoluzionato le modalità di scrittura e di lettura; 3) l’affermazione dell’inglese come lingua del mondo globalizzato. Questi eventi hanno avuto varie conseguenze sul piano linguistico, tra cui, dovendo necessariamente semplificare il discorso, evidenzierei le seguenti: 1) una crescita  della distanza tra la lingua attuale e quella del passato, la cui comprensione non viene più assicurata dallo studio scolastico della letteratura, con relativa riduzione della competenza passiva di parole grammaticali come onde con valore di pronome relativo, poscia, indarno e di parole semanticamente piene, non solo arcaiche, come avello, fiata, occaso, ma anche semplicemente di registro elevato, come mesto, lieto, sdegnarsi;  2) la perdita della “sacralità” della scrittura, ormai fruita prevalentemente nella rete, con l’affermazione, soprattutto nei social, di un italiano spesso inutilmente aggressivo se non violento, sbrigativo, irriflesso (l’operazione di rilettura, fondamentale per la testualità scritta, viene ormai solitamente omessa), lessicalmente povero e, sul piano delle strutture grammaticali, spesso “accidentato” e comunque notevolmente lontano dalla norma tradizionale. Fornisco solo qualche esempio concreto: la frequente presenza di gerundi irrelati rispetto al soggetto a cui andrebbero riferiti (un esempio dalla rete: “Il duo comico […] ha avuto un gran successo. […] Il debutto c’è stato nel 2025 in radio, diventando ospiti fissi dello show […]”); l’estensione del dove relativo ben oltre lo spazio (anche figurato) e il tempo (“Credevo fosse una nuova patologia dove potevo rientrare non avendo nulla a che fare con le altre”); la diffusione di forme devianti e di neosemie, come pultroppo per purtroppo, dare adito per dare atto, reciproco per rispettivo.

Resta da dire qualcosa sul problema dei rapporti tra italiano e inglese. Il fatto che la conoscenza dell’inglese sia oggi indispensabile non può e non viene messo in dubbio da nessuno e, bisogna ammetterlo, è certamente positivo che le competenze linguistiche in inglese presso le generazioni più giovani siano costantemente in crescita (perfino migliori, secondo alcuni studi, rispetto a quelle possedute per l’italiano). Ma l’espansione dell’inglese non può non causare qualche preoccupazione relativa alle sorti dell’italiano. Non preoccupa particolarmente la massiccia (e molto appariscente) presenza di anglismi non adattati in vari linguaggi settoriali e nella stessa lingua comune, anche se, certo, l’uso sistematico di parole straniere quando si hanno già a disposizione alternative italiane più trasparenti fa pur sempre una certa impressione; e lo stesso vale per la presenza di pseudoanglismi, formali o semantici, come gli ormai datati ticket (‘quota a carico degli assistiti del servizio sanitario nazionale o di enti mutualistici per l’acquisto di  medicinali e per alcune prestazioni mediche’, ma anche, da qualche tempo, nelle amministrazioni, ‘richiesta di intervento da parte dell’ufficio tecnico competente’) e silver (usato come riduzione di silver-plated, e dunque non nel senso di ‘interamente in argento’, ma di ‘rivestito d’argento’), e i più recenti smart working (che viene poi indebitamente “accorciato” in smart, così come stepchild da stepchild adoption) e green pass. Disturbano piuttosto lo slittamento semantico di alcuni termini italiani, come conferenza nel senso di convegno o cortesia per concessione, certe novità sintattiche relative alla transitività verbale o alle reggenze preposizionali, già di per sé problematiche (cito solo il caso di aiutare con i compiti), e l’uso sempre maggiore delle sigle, assolutamente opache se mutuate dall’inglese, che prevede un ordine sintattico delle parole diverso da quello delle lingue romanze (si pensi ad AI, ben più frequente di IA per indicare l’Intelligenza Artificiale).

Ma c’è da riflettere, soprattutto, sul fatto che l’inglese sta progressivamente togliendo spazio all’italiano nello studio e nella ricerca. Ormai è divenuto indispensabile pubblicare in inglese non solo per essere letti all’estero ma anche per essere valutati in Italia; ci sono settori, e non solo delle cosiddette “scienze dure” o delle STEM, in cui l’italiano, di fatto, non si usa quasi più, così come ci sono corsi di studio universitari, anche triennali (nei quali la piena competenza dell’italiano è prevista dalla legge), che si svolgono interamente in inglese, in nome di una internazionalizzazione che potrebbe rivelarsi tale solo sulla carta, e che comunque sembrano fatti apposta per invitare i giovani ad andare a lavorare all’estero (e poi, magari, ci si lamenta della “fuga dei cervelli”!). Questo assalto alla nostra lingua da parte dell’inglese, o meglio dell’anglo-americano, che di fatto realizza le parole di Churchill che ho ricordato all’inizio, non riguarda (è vero) solo l’italiano, ma altre lingue resistono meglio, come, per un verso, il tedesco e, per un altro, lo spagnolo e il francese. Il problema è che queste lingue – per una serie di ragioni storiche – hanno, oltre che una diffusione internazionale, anche un radicamento più forte nei rispettivi Paesi d’origine di quanto non lo abbia l’italiano in Italia, nata molto tardi come Stato unitario.

Non è certo un caso se l’Académie française e l’Academia Española svolgono compiti che potremmo definire istituzionali che alla Crusca non sono stati mai affidati: in Francia e in Spagna c’è una politica linguistica che in Italia, anche a causa dei provvedimenti nazionalistici adottati nel corso del ventennio fascista, dal dopoguerra in poi ha sempre latitato. Bisogna pur dire che le parole si legano alle cose e che, se non solo l’economia e l’informatica, ma anche la musica, la moda, la cinematografia, l’arredamento ecc. parlano oggi inglese (e se sono prevalentemente inglesi le parole nuove raccolte e studiate dall’Accademia della Crusca), significa anche che la nostra capacità creativa si è ridotta e che preferiamo importare dal mondo angloamericano cose, concetti, idee. Bisogna tornare a inventare! Non possiamo illuderci di poter vivere di rendita sul melodramma, che pure dobbiamo conoscere e conservare.

Dovrei concludere trattando dell’italiano del futuro. Ma dobbiamo tutti essere consapevoli del fatto che, perché si possa parlare di un italiano del futuro, bisogna fare qualcosa al più presto: altrimenti l’italiano finirà solo per soppiantare definitivamente i dialetti, almeno in certe zone, perché si ridurrà esso stesso a dialetto, usato nel parlato, nelle scritture informali, o magari (come è infatti avvenuto per alcuni dialetti italiani) nella letteratura; continuerà a essere usato a scuola per la prima alfabetizzazione, ma poi, nel corso degli studi, verrà progressivamente abbandonato, anche perché ormai privato di uno standard di riferimento. Si tratterà quindi, di fatto, di un italiano avviato a quel processo di destandardizzazione che segna inevitabilmente la morte di una lingua, che è già avvenuto per il latino nell’età del basso impero. Probabilmente, per citare una famosa poesia di Thomas Stearns Eliot del 1925, The Hollow Men (Gli uomini vuoti), la fine dell’italiano avverrà “non con uno schianto ma con un lamento”, anzi (preferisco dirlo in inglese), “not with a bang but a whimper”, ma, ineluttabilmente, anche se dopo di noi, avverrà. Siamo ancora in tempo per impedirlo.

Redazione
18 maggio 2026 - 00:00

Commento di chiusura di Paolo D'Achille

L’argomento affrontato e la segnalazione, alla fine del testto, del rischio che l’italiano possa regredire da lingua e dialetto hanno fatto sì che forse mai come in questa occasione un “tema” della Crusca trovasse una così vasta eco mediatica. Dopo il rilancio della notizia da parte dell’agenzia AdnKronos, vari giornali (e non solo italiani, come rileva nel suo commento Antonio Zoppetti) hanno parlato del mio intervento all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Ferrara e numerosissime sono le interviste che nelle settimane successive, fino a ieri, ho rilasciato, alcune delle quali andate in onda per radio o in tv.

Nessuna reazione, invece, si è avuta da parte della politica: non ci sono stati infatti ministri o parlamentari che si siano messi in contatto con me, anche solo per chiedermi spiegazioni, sebbene l’allarme lanciato non fosse affatto una “provocazione” (come qualcuno l’ha erroneamente interpretato) ma una preoccupazione effettiva. Spero che non si possa considerare una risposta, neppure indiretta, da parte del Ministero dell’Università e della Ricerca, il fatto che il nuovo bando per il finanziamento dei progetti di interesse nazionale (i cosiddetti PRIN) prevede che le domande (con la relativa documentazione) siano presentate esclusivamente in lingua inglese, senza neppure la possibilità di una “facoltativa” presentazione in italiano, che era stata permessa in occasione del bando precedente (ma non in quelli, più recenti, legati ai fondi PNRR). Si tratta di un argomento che è stato affrontato più volte dal precedente presidente, ora presidente onorario, Claudio Marazzini, al quale nessun ministro o ministra dell’Università o presidente del consiglio ha mai replicato (tranne Valeria Fedeli, seppure solo per rivendicare la scelta dell’inglese), a riprova che la “sudditanza” nei confronti dell’inglese accomuna, di fatto, i governi di qualunque parte politica.

Dopo questa premessa, che mi pareva doverosa, provo a rispondere, il più sinteticamente possibile, alle questioni sollevate dalle persone che hanno mandato i propri commenti, alle quali va il mio più fervido ringraziamento per l’attenzione dimostrata, le parole di apprezzamento (ricevute, per es., da Linda Quartararo e da Giovy) e il contributo di idee e di dati che molti interventi hanno apportato. Nelle mie risposte seguirò, in linea di massima, l’ordine cronologico.

A Francesco Casantini dico che ha ragione nel lamentare la mancata “menzione della parentesi imperiale italiana di inizio Novecento”; a questa, per la verità, volevo alludere quando ho accennato ad “alcuni periodi circoscritti nel tempo” in cui l’italiano si è imposto con la forza, ma effettivamente quell’espressione nel testo era riferita solo alla vittoria della lingua nazionale sui dialetti. Il motivo per cui non ho affrontato la tematica del colonialismo italiano del primo Novecento – che è stato certamente anch’esso un tentativo, per quanto sostanzialmente abortito, di “imperialismo linguistico” – è dovuto al fatto che la questione (che merita certamente un approfondimento) non rientrava nell’economia del discorso.

A Luca Fiocchi Nicolai, uno dei più assidui lettori dei nostri temi (a cui perciò la redazione ha concesso eccezionalmente un duplice intervento), dico che ha ragione nel sostenere che a volte la scelta dell’inglese si spiega con le difficoltà che molti italiani incontrano nel maneggiare a fondo la propria lingua, come dimostrano tanti testi in cui ci si imbatte quotidianamente, specie nella rete: sorvolo sulla frecciata circa la presenza nel mio “tema” di sigle come L2 e STEM (a mio parere di facile comprensione), per riprendere l’osservazione sui “geni” italiani e dire che la loro presenza era stata già considerata da Graziadio Isaia Ascoli nel suo Proemio antimanzoniano del 1873, che però rilevava come essa non fosse stata affiancata da quella, altrettanto importante, dei “seguaci”, con il conseguente profondo distacco tra colti e incolti. Sostanzialmente sottoscrivibili sono le considerazioni del secondo intervento dello stesso lettore.

Ringrazio Laura Sgubin per l’importante segnalazione delle iniziative di politica linguistica della Slovenia, così come sono grato a Giulio Mainardi per le informazioni sull’attività dell’API, rilevando solo che la necessità di conoscere bene l’inglese, a cui io faccio riferimento, è cosa ben diversa dalla progressiva sostituzione dell’italiano con l’inglese (non ancora, peraltro, perfettamente acquisito).

Dubbi sulla necessità di conoscere l’inglese nutre anche il prof. Davide Belelli, a cui mando un ringraziamento particolare non solo per le parole di stima ma anche perché il suo commento, che si conclude mettendo in dubbio la superiorità (da me asserita) delle generazioni più giovani nella conoscenza dell’inglese, invita opportunamente a distinguere la conoscenza effettiva di questa lingua (spesso, a suo dire, non dominata appieno neppure da quanti la insegnano a scuola) dall’uso approssimativo che se ne fa sui social. Lo invito però a non smettere di insegnare l’inglese, oltre al tedesco: la subalternità socio-culturale dell’italiano rispetto all'anglo-americano non dipende certo da coloro che lo insegnano bene, tanto meno se sono in grado di parlarlo correntemente.

A Filippo Puligheddu dico che la scelta di riportare anche nell’originale inglese il verso della poesia di Eliot non era né una battuta né l’ammissione di un “contagio” personale: mi pareva che, per delineare lo scenario prefigurato, fosse opportuna la citazione dalla lingua che potrebbe determinare la fine dell’italiano.

Ringrazio molto Antonio Zoppetti, già citato in apertura, per aver preso parte al dibattito – lui che al tema del rapporto tra italiano e inglese ha dedicato tanti importanti contributi – dichiarandomi d’accordo con quanto scrive a proposito delle conseguenze deleterie, anche dal punto di vista economico, di un insegnamento universitario esclusivamente in inglese, le cui attuali criticità (che non vengono mai seriamente accertate) sono ben evidenziate dal collega Gianpaolo Papaccio. Non so in che misura l’atteggiamento “antidirigista” di molti linguisti italiani abbia potuto influire sulla politica linguistica in Italia dal secondo dopoguerra in poi. È però indubbio, come rileva il collega Michele Gazzola nel suo ampio e lucido commento, che in Italia c’è stata e c’è una politica linguistica, perché anche decidere “quali lingue si studiano a scuola, in quali lingue è ammesso presentare progetti di ricerca scientifica, quale lingua si usa nella carta di identità, che formazione devono avere gli interpreti per gli alloglotti nei tribunali, in che lingue si può o meno scrivere un cartello stradale, ecc.” sono fatti di politica linguistica. Il problema, ribadirei, è che la politica (tutta, senza distinzioni, se non di facciata, tra sinistra, centrosinistra, centro, centrodestra e destra) ha imboccato una strada precisa, che penalizza – anche e soprattutto in prospettiva – la lingua italiana e che, di fatto, non sembra disposta a investire sull’italiano, né in Italia né all’estero. E intanto, come viene notato in vari commenti, anche nei vecchi e nuovi media l’uso dell’inglese si fa sempre più esteso (sebbene noi italiani non intendiamo rinunciare alla pratica del doppiaggio, all’estero assai poco praticata).

Vorrei però ribadire che non sono mancati, specie tra i membri dell’Accademia, coloro che da anni hanno segnalato i rischi del morbus anglicus (per adottare l’icastica espressione del grande Arrigo Castellani), prendendo apertamente posizione contro il “monolinguismo inglese” spacciato come unico mezzo per l’internazionalizzazione della ricerca. Lo hanno fatto, ciascuno a suo modo, gli stessi presidenti della Crusca che mi hanno preceduto. Rispondo così anche, e soprattutto, ad Angelo Ravaglia e a Nicola Annunziata, che lamentano un ritardo da parte dell’Accademia, o comunque una sua scarsa incisività, nell’affrontare la questione. Ammetto che il gruppo Incipit abbia perso lo slancio iniziale, ma l’assenza di un dialogo con le istituzioni in questo ha sicuramente avuto un suo peso. E, come ho detto nel mio intervento, il “peso politico” della Crusca è alquanto limitato.

Certamente, come invitano a fare Zoppetti e Papaccio (ma, implicitamente, un po’ tutti gli altri intervenuti) è opportuno cercare di moltiplicare e coordinare le iniziative a tutela dell’italiano, che va considerato, come giustamente rileva Marco Zomer, un patrimonio comune, che non ha e non deve avere alcun colore politico, la cui conservazione deve andare di pari passo con la tutela dei dialetti e delle lingue di minoranza. Nel corso del mio secondo mandato da presidente, iniziato lo scorso 28 aprile, mi impegnerò in questa direzione.

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Luca Fiocchi Nicolai
06 maggio 2026 - 00:00
La lingua italiana non è di impedimento alla trasmissione al mondo di conoscenza e valori "made in Italy" (Dio mi perdoni!) se ai lettori stranieri di Eco, Calvino, Conte (Gian Biagio), Ferrante, Pasolini, basta una buona traduzione per apprezzarli; un conto è un opportunistico bilinguismo dettato da necessità di utilizzo dei media elettronici, e limitato nel tempo di tale pratica; un altro è che questa necessità si estenda all'abiura della propria lingua. In fondo, se una nazione è sicura del valore della propria civiltà, lungi dal rinnegare sè stessa, invita le altre ad uno sforzo per conoscerla. Questo sforzo a ben vedere lo fanno per i molti quei pochi stranieri in grado di leggere in originale e tradurre ai connazionali quanto di meglio l'Italia ha prodotto e produce; non si capisce il motivo per cui le élite accademiche e i direttori di riviste "scientifiche" siano così ansiosi di presentare i loro lavori direttamente in inglese, offrendo la pappa pronta. Una pappa sovente indigesta. Gli italiani che hanno idee, hanno anche una bellissima lingua per esprimerle, ma per gli italiani che difettano di idee e dello stile per dirle, l'inglese serve a poco.

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Michele Gazzola
13 aprile 2026 - 00:00
La questione sollevata è importante. Purtroppo, negli ultimi decenni, a mia conoscenza, tutte le iniziative legislative per introdurre nuove leggi a favore e a sostegno dell'italiano o proposte di revisione costituzionale si sono spesso scontrate con l'opposizione di una parte considerevole del mondo accademico italiano. Forse erano mal scritte; ammettiamolo pure. Ma il meglio, si sa, talvolta è nemico del bene, e l’esito alla fine è l’inerzia del legislatore, solo in parte compensata dall’azione giurisdizionale (si vedano le sentenze della Corte costituzionale). Sullo sfondo c’è probabilmente un equivoco, quello di credere che le lingue ‘vadano lasciate in pace’. Ma la ricerca in politica e pianificazione linguistica ha mostrato che questo è impossibile in uno stato moderno: i poteri pubblici possono essere neutrali verso le religioni, ma non verso le lingue, perché almeno una lingua deve essere usata nelle leggi, nella pubblica amministrazione, nei sistemi educativi e sanitari pubblici, nella toponomastica e nei tribunali. Ma usarne una vuol dire spesso non usarne un’altra (o altre) e comunque non usarle tutte allo stesso livello. Questo ha naturalmente un effetto sui comportamenti dei parlanti e sulle loro scelte quanto alla trasmissione intergenerazionale. Tanto è vero che ci sono norme sulle lingue nelle costituzioni di 125 paesi su circa 200 stati sovrani al mondo. Insomma, lo Stato non può non impicciarsi delle faccende linguistiche. Anche quello italiano lo fa continuamente, decidendo quali lingue si studiano a scuola, in quali lingue è ammesso presentare progetti di ricerca scientifica, quale lingua si usa nella carta di identità, che formazione devono avere gli interpreti per gli alloglotti nei tribunali, in che lingue si può o meno scrivere un cartello stradale, ecc. La questione non è se avere o meno una politica linguistica, ma solo quale politica linguistica adottare. Va detto che non basta fare le leggi: bisogna poi mettere le risorse e definire dei meccanismi di valutazione. Ad esempio, dove si è fatta la legge, per esempio la 482/99, le risorse sono modeste e non sono state adeguate all'inflazione, generando un'erosione del valore del finanziamento pubblico in termini reali negli ultimi decenni; non sono inoltre previsti meccanismi di rendicontazione e valutazione periodica dell'attuazione della legge. In realtà è tutto il patrimonio linguistico italiano a mostrare segni di sofferenza. Tanto per fare degli esempi, le ultime indagini sociolinguistiche condotte a livello regionale per il ladino e il friulano, due lingue protette dalla 482/99, mostrano un calo nell'uso della lingua minoritaria presso i giovani. Le ultime indagini Istat del 2024 mostrano segnali di arretramento per molti idiomi regionali e locali comunemente chiamati 'dialetti'. L'integrazione linguistica dei bambini immigrati alloglotti a scuola non è sempre efficace. La tendenza macrosociolinguistica mi pare sia quella di un progressivo arretramento delle lingue di minoranza / idiomi regionali anche nell'ambito comunicativo primario (famiglia e amici), un concomitante spostamento funzionale dell'italiano verso il basso: guadagna spazio nei dominî sociolinguistici bassi a scapito delle varietà locali, ma arretra in quelli 'alti' cedendo progressivamente funzioni all'inglese, ormai dominante nella comunicazione scientifica primaria nella maggior parte delle discipline (dati Anvur). Il tutto in un sistema sempre più complesso in cui l'inverno demografico e le migrazioni hanno un ruolo di rilievo. Includo in questo panorama anche le immigrazioni dei cosiddetti 'talenti' ovvero studenti stranieri e professionisti attirati dall'estero tramite vantaggi tributari che richiedono sempre di più eccezioni e dispense dall'uso e apprendimento dell'italiano, e misure che favoriscano l'inglese nel loro lavoro, studio, pratiche burocratiche e istruzione per i loro figli. La Finlandia, per esempio, sta discutendo di introdurre una filiera intera di scuola pubblica secondaria (tipo liceo) in cui la lingua di istruzione è l'inglese per permettere ai figli dei professionisti stranieri che si spostano in Finlandia per lavoro di completare la maturità senza bisogno di imparare il finlandese. In Italia c'è chi chiede politiche di questo tipo perché vede nell’italiano solo una barriera invalicabile, invece che una lingua che appartiene a tutti quelli che la imparano. Credo che servano due cose: una visione sistemica per la protezione del patrimonio linguistico italiano nel suo complesso per salvaguardare, nella misura del possibile, l'uso delle lingue minoritarie e degli idiomi regionali a fianco dell'italiano nei domini bassi, e per promuovere meglio l'italiano degli ambiti alti, senza negare per questo l'utilità dell'inglese in certi settori; servono anche meccanismi di programmazione e valutazione seri che ci permettono di capire l'evoluzione delle tendenze in atto e di meglio programmare.

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Nicola ANNUNZIATA
13 aprile 2026 - 00:00
Già un paio di anni (febbraio 2024 se non erro) D’Achille in questa stessa rubrica esprimeva preoccupazione per le sorti della nostra lingua, evidenziando i cambiamenti dell’italiano dovuti all’invadenza dell’inglese americano. Questi cambiamenti, rilevava già allora, non sono relativi solo al lessico, i sempre più diffusi anglicismi, ma molto più pervasivi, dagli aspetti grafici ai calchi che stravolgono il significato di vocaboli italiani, fino a coinvolgere anche la sintassi, come nel caso del gerundio irrelato. Da non linguista, ma semplice appassionato di questi temi, quell’intervento mi sembrò un cambiamento di passo: era la prima volta che la questione diveniva tema di discussione nella rubrica dell’Accademia e lo segnalai nel mio commento, insieme alla costatazione che l’attenzione che la Crusca dedicava al problema era stata sin lì poco incisiva. Lamentavo in particolare l’attività molto sporadica del Gruppo Incipit e devo dire che, quanto a questo, non mi sembra che ci siano stati grandi segnali di risveglio, giacché da allora (in due anni!) il Gruppo ha emesso un unico nuovo comunicato. Rileggendo il mio commento di allora mi accorgo che potrei replicarlo tranquillamente (e non solo riguardo all’attività del Gruppo Incipit). Il problema continua a essere negato o minimizzato da alcuni, soprattutto tra i non addetti ai lavori, mentre per altri viceversa un uso sempre più intenso di termini inglesi appare un fatto auspicabile. Gli anglicismi così dai linguaggi settoriali tracimano ad ambiti più generali, fornendo sostanziale conforto alle posizioni di coloro che parlano di “itanglese” per designare questa “lingua”. Rispetto ad allora forse potrei aggiungere che l’insensibilità dei media riguardo alle questioni linguistiche non è generalizzata: il loro linguaggio, infatti, appare oggi molto attento alle questioni di genere, mentre permane una compiaciuta permeabilità agli anglicismi, di cui non si esita a fare un uso smodato. D’Achille osserva che la politica linguistica in Italia dal dopoguerra in poi ha sempre latitato “anche a causa dei provvedimenti nazionalistici adottati nel corso del ventennio fascista”, centrando un aspetto estremamente rilevante. Attribuire alla difesa della lingua un connotato “nazionalista” costituisce infatti un grosso equivoco e un limite all’adozione di politica linguistica efficace. La contrapposizione politica finisce per giustificare l’inerzia oppure produrre la prospettazione di provvedimenti poco meditati e di pura immagine, laddove sarebbe forse sufficiente intervenire almeno sulla lingua dei testi normativi e su provvedimenti e comunicazioni delle Pubbliche Amministrazioni. Due anni fa terminavo il mio commento chiedendo a D’Achille cosa pensasse si dovesse fare, se assistere al cambiamento con atteggiamento notarile o cercare di dirigerlo. Devo dire che questa volta egli sembra suggerire una soluzione quando afferma che “l’Académie française e l’Academia Española svolgono compiti che potremmo definire istituzionali che alla Crusca non sono stati mai affidati”. Io leggo in questa osservazione il suggerimento che questi compiti siano anche in Italia affidati all’Accademia e penso che sarebbe il caso che il Presidente dell’Accademia rivendichi con forza queste competenze.

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Alberto Modelli
12 aprile 2026 - 00:00
Finalmente una voce autorevole che commenta l'abuso di anglicismi, diffuso purtroppo anche nei programmi della radio-televisione italiana. Lo scimmiottare gli anglofoni vorrebbe essere un'esibizione di padronanza della lingua inglese. In alcuni casi le finalità sono di natura "donanbbondiesca" In realtà, chi ha padronanza della lingua inglese non mescola le due lingue. L'uso inutile di anglicismi é una scorrettezza nei confronti degli ascoltatori e svaluta il valore della lingua italiana.

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Angelo Ravaglia
10 aprile 2026 - 00:00

Il tallone D’Achille dell’italiano…
Finalmente il nuovo presidente della Crusca Paolo D’Achille si duole e prova a mettere dei paletti al dilagare dell’inglese. Oh, almeno ci prova: per evitare che l’italiano diventi un dialetto.
Quello che avrebbe dovuto fare l’Accademia nelle passate gestioni. Segno che il livello di guardia è stato superato. Meglio tardi che mai.
Economia, musica, informatica; l’ultimo campo invaso è quello della pubblicità con insegne, annunci radio e tv, etc.
È una battaglia che i linguisti non hanno voluto combattere, rassegnati ad ammettere che le lingue sono porose e destinate ad essere invase...
Peggio, qualcuno l’ha fatto in modo maldestro come il deputato Rampelli che preannunciava sanzioni a chi usava termini stranieri nel linguaggio istituzionale.
E cosi non se ne fece nulla, bollandola come un rigurgito di nazionalismo anche per la sua provenienza politica (Destra). Ben diversamente si comportano Francia e Spagna e persino il Portogallo che hanno adottato da anni un apposito prontuario per tradurre, ove possibile, gli anglicismi. Perché di questi, soprattutto si tratta, in particolare quelli usati dai mezzi di comunicazione di massa anche quando esistono perfetti sinonimi italiani.
Grazie pertanto al professor Paolo D’Achille che con il suo recente discorso all’Università di Ferrara, ha fatto uscire la Crusca dal letargo.

Il prossimo passo sia rivolto al Parlamento, già infestato da well fare, made in Italy, budget, question time, etc. Un vero vezzo provinciale. Una moda segno dei tempi, frutto piaccia o meno, di una colonizzazione culturale: si arriva ad inventare anglicismi di fantasia come smart working che gli inglesi non conoscono (usano home working). Concludendo: lungi dal demonizzare l’inglese, sia chiaro, ormai diventato di fatto la lingua della globalizzazione e che, pertanto, va conosciuto e studiato.

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Gianpaolo Papaccio
09 aprile 2026 - 00:00
Preg.mo collega, ho letto con interesse la Tua disamina sui corsi in lingua inglese che io ho sempre trovato non opportuni e frequentati, a Medicina e Chirurgia, da giovani e meno giovani provenienti da Paesi arabi/americani/sudamericani/est asiatico che non trovano lì collocazioni o cercano di sfuggire ai vari regimi. Il loro livello è generalmente molto basso e non essendoci alcuna soglia di sbarramento entrano anche con punteggio negativo! E ciò è scandaloso!! Si tratta di vero sperpero di risorse umane e pubbliche ed i nostri colleghi giovani trovano solo un modo per insegnarvi o sovente è molto difficile trovarne qualcuno disponibile sia perché alcuni settori sono molto carenti, sia perché non si tratta di una attività stimolante. Il dramma è che il MUR ed ANVUR valutano “maggiormente” le Università che li abbiano attivi, per cui c’è stata una corsa con risultati che definire mediocri è poco. Bisognerebbe sicuramente chiuderli tutti, ma occorrerebbe convincere i decisori politici immagino. Come Presidente del Collegio dei professori di istologia ed Embriologia Umana mi dichiaro disponibile a sottoscrivere appelli e/o altre forme di persuasione o a partecipare incontri pubblici esplicativi. Nel ringraziare per avere sollevato il problema e nella speranza di uscire dal provincialismo e non intaccare la nostra lingua saluto distintamente. Gianpaolo Papaccio

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Marco Zomer
07 aprile 2026 - 00:00
Ho apprezzato anch'io questo intervento. Ho studiato a fondo l'inglese (Cambridge Proficiency a 17 anni), perché è inutile negare che sia la koiné dei nostri tempi, ma trovo rivoltante l'inglese aziendalese che il mio lavoro di ingegnere mi porta a leggere e sentire. Se francesi e spagnoli scrivono "IA", perché noi (come nota il Presidente) troviamo spesso "AI"? Perché le scadenze sono diventate "deadline"? Perché gli Uffici Personale sono diventati "HR" anche in aziende italiane? Perché oggi la pagina iniziale di RaiNews (e sottolineo "News") riporta testualmente "Breaking News: Lockdown energetico..." Dov'è finito il senso del ridicolo? Già ai tempi del Covid "lockdown" doveva diventare "confinamento", ma cosa c'entra ora? Perché abbiamo inventato (solo noi) lo "smart working", di cui nessun vero anglofono capisce il significato? E la lista sarebbe molto lunga... Politica linguistica? Nessuno ha il coraggio di proporla, finché non si capirà che la lingua italiana non è di destra né di sinistra, ma un patrimonio comune che dovremmo fare di tutto per salvaguardare e sviluppare.

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Filippo Puligheddu
06 aprile 2026 - 00:00
Non ho capito se il finale: "... preferisco dirlo in inglese", sia una battuta o una triste realtà che ha colpito anche lei.

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Antonio Zoppetti
06 aprile 2026 - 00:00
L'allarme qui lanciato ha avuto un'eco mediatica rilevante, e dalle testate italiane è rimbalzato persino su quelle britanniche (prima sul Telegraph, e poi Sunday Telegraph, Daily Star e altre). Il che dimostra che il tema è sentito, oltre al fatto che quando la Crusca si pronuncia su argomenti del genere i suoi giudizi pesano. Condivido questa analisi, ma la domanda che pongo è: che fare? L'invito a essere creativi per esempio nel fare evolvere la nostra lingua è un auspicio, più che una soluzione politica. Se gli allarmismi in circolazione sulla regressione dell'italiano davanti al globish (personalmente denuncio queste cose da almeno un decennio) sono preoccupanti (invece di essere negati, talvolta derisi, sottovalutati o liquidati come una moda passeggera e “un'illusione ottica”), è necessario passare dai lamenti all'azione. Fare qualcosa di concreto presuppone un cambio di paradigma anche a partire dall'atteggiamento di molti linguisti italiani, figli dell'antidirigismo di Ascoli contrario a ogni politica linguistica (oltre che a una precisa e discutibile “soluzione manzoniana”). L'idea che la lingua sia “un fiume che va dove vuole”, per esempio, o che sia da lasciare in balia della “selezione naturale” si traduce in uno stare a guardare – in un limitarsi a descrivere e in una rinuncia a intervenire – che non può che favorire la lingua del più forte. Scottati dalla politica linguistica del fascismo, siamo rimasti fermi nel tempo a quel modello, incapaci di concepire politiche alternative e di guardare a quello che avviene all'estero, dalla Francia alla Spagna sino all'Islanda o alla Cina. La lingua è una questione politica (oltre a essere di tutti), e a proposito per esempio dell'anglificazione dell'università sorprende il fatto che nessuno ponga al centro del dibattito un tema civile e politico enorme come quello del “diritto allo studio nella propria lingua”. L'abbandono dell'italiano nella ricerca e nell'università non solleva solo questioni etiche e cognitive rilevanti, ma anche economiche: attira gli studenti dall'estero che poi se ne vanno, e poiché lo Stato interviene per coprire le bassissime rette di questi corsi (nel Regno Unito sono di ordini di grandezza superiori), si traduce in un suicidio economico: siamo noi a pagare gran parte dei costi della formazione di questo turismo universitario che poi torna in patria o va all'estero dove i nostri investimenti daranno i loro frutti nel mondo del lavoro, così come accade per i nostri studenti formati in inglese che portano poi alla fuga dei cervelli. Personalmente, oltre alla mia attività di divulgazione e denuncia, come singolo cittadino ho provato a lanciare petizioni firmate dal migliaia di cittadini, una proposta di legge di iniziativa popolare che chiedeva di avviare campagne di promozione dell'italiano, di porre la Crusca al centro di questo processo, di cancellare vergognosi provvedimenti che istituzionalizzano l'inglese come lingua dei Prin e dei Fis... ho anche provato a dare vita a un dizionario delle alternative agli anglicismi, visto che in Italia non ci sono molte risorse del genere di stampo non puristico. Le mie iniziative (e forse la qualità delle mie proposte che non devo essere io a giudicare) hanno la visibilità che hanno, e non possono incidere; ma se qualcosa di simile (e di migliore) arrivasse dalla Crusca, credo che sarebbe possibile ottenere qualcosa di più concreto. E me lo auguro con tutto il cuore. Grazie.

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Davide Bellelli
03 aprile 2026 - 00:00
Professore buongiorno, Grazie per ciò che fa e e per ciò che dice; ho avuto il piacere di leggere il resoconto del suo intervento stamane. Sono un qualsiasi professore di Inglese e Tedesco, che smetterà di insegnare Inglese per motivi di coscienza (ovvero cesso di farmi 'portatore sano' di una inaccettabile, immotivata e immorale subalternità socio-culturale) e per le ragioni linguistiche da Lei enunciate. Io ho lavorato all'estero e, ancor prima di insegnarle, le lingue straniere le ho parlate, e le parlo correntemente. Mi consenta perciò di 'contestarle' due punti: - io metto in dubbio eccome l'indispensabilità dell'Inglese ! E non solo, ritengo che oggi il pseudo-apprendimento di quell'idioma sia nocivo, perché insegnato al 90% da docenti che né lo parlano né lo comprendono a trecentosessanta gradi e - pertanto - fanno credere agli allievi che si tratti dello stesso abominevole intruglio che impiegano sui social; - se il migliore/peggiore livello si misura coi criteri odierni, mi creda, Lei è ampiamente fuori strada; le generazioni più giovani - statisticamente, s'intende - parlano peggio delle precedenti. Hanno esclusivamente perso il timore reverenziale verso la materia perché hanno licenza socio-culturale di farfugliare sintagmi o singole locuzioni; non mettono insieme una frase. Con grande stima e riconoscenza per il Suo lavoro, tolgo il disturbo. Il più cordiale saluto

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Giovy
02 aprile 2026 - 00:00
Grazie per questo suo lucidissimo intervento e per avere ancora la speranza che la scomparsa di una certa lingua, soprattutto scritta, possa essere evitata.

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Linda Quartararo
01 aprile 2026 - 00:00
Disamina chiara e completa, grazie

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Giulio Mainardi
01 aprile 2026 - 00:00
Bene che dal presidente D'Achille giungano toni allarmati, ma... finché si continuerà ad avere la promozione dell'inglese come punto di partenza imprescindibile, quasi dogmatico («non può e non viene messo in dubbio da nessuno»), senza fare una riflessione critica sulla questione dell'ecologia linguistica più in generale, dubito che per l'italiano la tendenza possa cambiare. Invito chi ha a cuore la questione a informarsi sulle attività dell'API (Associazione per l'italiano), che cerca di colmare questa grave lacuna nel discorso pubblico italiano.

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Laura Sgubin
31 marzo 2026 - 00:00
Ho apprezzato molto la sua analisi e il richiamo alla necessità di dotarsi di una politica linguistica che affronti in modo organico la questione dell'uso, dell'apprendimento e della diffusione della lingua. Il Governo della Repubblica di Slovenia, ad esempio, adotta con cadenza quinquennale un Piano nazionale di politica linguistica, redatto in accordo con le massime istituzioni linguistiche del Paese. Oltre a stabilire linee guida e raccomandazioni sull'uso della lingua, il Piano prevede anche una serie di incentivi e finanziamenti destinati all'editoria, ai media, alle scuole, alle istituzioni pubbliche e agli organismi privati che applicano le disposizioni del Piano in questione.

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Luca Fiocchi Nicolai
30 marzo 2026 - 00:00
Premesso che le sigle o gli acronimi escono dalla porta per rientrare dalla finestra, come L2 e STEM, la pervasività dell'inglese è dovuta, se vogliamo essere brutali, alla difficoltà storica di gran parte degli italiani nel parlare e, soprattutto, scrivere bene nella propria lingua. È vero che la consecutio temporum è più libera di quanto anche in Crusca si possa pensare, ma la lingua italiana resta una lingua difficile, proprio per la ricchezza che offre in termini di modulazioni espressive; la scuola ha ammainato bandiera bianca prima col latino, definito classista, ora con l'italiano. E lo si può credere: gli italiani annaspanti con i modi verbali e la sintassi hanno tirato un sospiro di sollievo il giorno che dalle istituzioni dal palazzo dalla rai dai giornali dalle cattedre si è gridato :" Liberi tutti!". Il giorno che nelle aziende si è cominciato a comunicare via Whatsapp, il giorno che il "refuso" (o l'errore?) sui giornali è divenuta l'occorrenza di maggior frequenza, il giorno che l'IA ha mostrato al volgo il modo per scrivere una mail, il giorno, infine, in cui qualcuno ha fatto comprendere agli studenti italiani che importante non è il risultato ma l'impegno profuso. Vi sono persone a proprio agio con l'inglese commerciale e della conversazione, ma incapaci di scrivere un testo ufficialmente accettabile. La lingua italiana scritta correttamente non è mai andata a genio agli italiani alfabetizzati per finta, che hanno provato sempre forte disagio, senso di inferiorità insofferenza nei confronti della grammatica, e che ora vedono finalmente la possibilità di mascherare la propria ignoranza bofonchiando skill e smart a gogo. La lingua italiana è stata forgiata e modellata da grandi geni e da essi imposta alla moltitudine riottosa; oggi dei geni nemmeno l'ombra, ma la moltitudine ha la sua rivincita su secoli di declinazioni e letture forzose di ciò che mai avrebbe potuto lontanamente nonché apprezzare comprendere.

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Francesco Casantini
11 aprile 2026 - 00:00
Avrei una domanda sul concetto di "lingua senza impero". Da una parte, credo non sia fatta menzione della parentesi imperiale italiana di inizio Novecento per il motivo che, là dove l'Italiano sia effettivamente stato importato o imposto con le armi, comunque esso non abbia raggiunto livelli di standardizzazione tali da renderlo equiparabile all'inglese o al francese nelle loro rispettive aree di diffusione, per esempio in Africa. Dall'altra parte, però, mi chiedo se questo criterio, cioè la necessità di un certo livello di standardizzazione, costituisca un criterio accettabile. Perché allora, se è così, deve necessariamente vigere il primato della considerazione primariamente quantitativa della diffusione di una lingua, quando si tratta di casi di imposizione? Riconosco che il tipo di radicamento di una lingua istituzionalizzata è ben diverso da quello di una lingua compresa al massimo da una minoranza. Tuttavia, considerando il carattere violento di tale imposizione, non saprei se considerare la questione da un punto di vista di profondità, più che di estensione, possa essere più corretto. Se anche solo un centinaio di persone fossero state costrette a imparare una decina di parole o poche espressioni, posto che penso sia difficile considerare semanticamente unitaria e isolabile ognuna di quelle parole o espressioni, ciò non costituirebbe comunque un tentativo di "imperialismo linguistico", non meno giustificabile di un imperialismo compiuto? Grazie.

Il tema corrente

Sui testi generati dall’intelligenza artificiale. Verso un nuovo rapporto tra norma e uso?

L'accademico Massimo Palermo invita al confronto su come i testi generati dalle intelligenze artificiali rappresentino l'ennesimo spunto di riflessione sul rapporto, nella lingua, tra norma e uso.

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L’italiano tra passato, presente e futuro

Come Tema pubblichiamo, opportunamente adattato, l’intervento che il presidente Paolo D’Achille ha tenuto il 24 marzo 2026 a Ferrara, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2025-2026 dell’Università di Ferrara, su invito della Rettrice dell’Ateneo estense (nonché presidente della CRUI), la professoressa Laura Ramaciotti.

Rita Librandi

Storia del tempo, storia della lingua e grammatica emotiva

Rita Librandi, vicepresidente dell'Accademia, invita a confrontarsi sul tema della percezione del valore della storia e della norma nella pratica linguistica dei parlanti.

Lorenzo Coveri

Usi e percezione dei dialetti italiani secondo una recente indagine

Anche questo Tema, come il precedente, si collega alla Piazza delle lingue 2025, che quest’anno l’Accademia ha dedicato ai dialetti e al loro uso in letteratura, teatro e musica. L’accademico Lorenzo Coveri commenta una recente indagine demoscopica condotta sugli usi e la percezione dei dialetti e delle lingue delle minoranze alloglotte, ripercorrendo la storia di questo tipo di ricerche, iniziate dalla Doxa nel 1974 e arrivate, con l’ISTAT, al 2015. Con tutte le cautele del caso, il confronto tra i dati di dieci anni fa e quelli del sondaggio di quest’anno offrono molti motivi di interesse.

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