Parlare meno, parlare meglio

di Lorenzo Tomasin


Questo testo misura esattamente 4000 caratteri, spazi inclusi, ed è relativamente breve rispetto alla media dei Temi del mese normalmente pubblicati in questa sede. I sistemi di scrittura automatici come quelli che usualmente impieghiamo oggi per redigere testi destinati alla pubblicazione (senza nulla togliere ai manoscritti, ai quali ancora dovremmo continuare a dedicarci per mantenere il contatto con la scrittura più fisicamente coinvolgente) permettono di contare con estrema precisione la lunghezza di quello che scriviamo (a scuola, dove si scrive a mano, si usa piuttosto contare le parole). E anche quando parliamo, cronometri sempre più raffinati ci consentono di misurare la durata dei nostri interventi: già prima che esistessero simili contatori, comunque, le clessidre hanno scandito il tempo di dibattiti giudiziari o consiliari dei sistemi politici più democratici o almeno più rispettosi della dignità di ciascuno. Là dove oratori o capipopolo cominciano a parlare senza rispettare precisi limiti di tempo, si pongono di solito le condizioni per le peggiori dittature. E raramente l’eloquenza torrenziale si associa alla civiltà politica più fine.

Nella scuola e nella pratica di insegnamento della lingua – di quella scritta, come di quella parlata con accuratezza – non tutte le culture dedicano la stessa attenzione al rispetto dei limiti di tempo e di spazio concessi alla libertà di parola. Nella tradizione scolastica italiana, per esempio, sono mancati a lungo gli esercizi intesi non solo a sviluppare l’espressione – scritta e orale – più corretta, ma anche quella più rispettosa di termini definiti: solo in anni recenti la lunghezza prefissata degli elaborati è divenuta un criterio essenziale, e purtroppo la maggior parte degli italiani, anche colti, ha conosciuto sistemi scolastici nei quali tale elemento era negletto. Eppure, da sempre nella vita professionale molti cittadini devono fare i conti con i vincoli imposti al turno di parola o al testo scritto.

Ancora, in molti manuali di scrittura giornalistica si legge (o si leggeva) che il passaggio dall’informazione su carta (i cui spazi sono inevitabilmente limitati dal supporto) alla scrittura digitale ha liberato le misure dell’espressione, visto che nella pagina in rete un testo può di solito espandersi senza confini precisi. Ma dove a porre limiti non sono i centimetri quadri di un foglio, lo è l’attenzione di chi legge, che raramente resiste oltre le poche righe. Quella dell’eloquio senza termini resta insomma un’utopia.

Ci sono, purtroppo, molti ambiti nei quali debordare, sforare (come si dice) rispetto ai tempi o agli spazi concessi è considerato segno di particolare valore, o addirittura manifestazione di intenso interesse e dedizione. Càpita già all’università, dove in molti ambiti – soprattutto nelle discipline umanistiche, e in alcune più che in altre – la lunghezza media di tesine e tesi tende progressivamente ad allungarsi sempre di più (e magari ad annacquarsi), in base all’equivoco che scrivere tanto significhi necessariamente mostrarsi più bravi.

E càpita in molte pratiche di discorso pubblico: dai convegni alle allocuzioni, dalle occasioni della politica a quelle della vita associativa e religiosa. Senza considerare le circostanze nelle quali prendersi più tempo di quello concesso è una pratica che assume il sapore dell’abuso iattante, o di una feudale impunità: una manifestazione di potere, concessa a chi può arrogarsela.

Eppure, come sa chiunque abbia l’abitudine a simili circostanze, parlare – o scrivere – attenendosi a limiti rigorosi è molto più difficile e impegnativo che straparlare o scrivere senza il controllo degli spazi. In particolare, nella tradizione italiana, ma non solo in quella, sforare è un’abitudine molto diffusa, ma anche complessivamente dannosa, che andrebbe contrastata in ogni ambito, associando sempre la ricerca della chiarezza a quella della misura. Lunga o breve che sia: ma precisa, e perciò rispettosa di chi legge o di chi ascolta.

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