Rita Librandi, vicepresidente dell'Accademia, invita a confrontarsi sul tema della percezione del valore della storia e della norma nella pratica linguistica dei parlanti.
La ricerca storica ha raggiunto, grazie alle metodologie sempre più rigorose, risultati di altissima affidabilità; nonostante ciò, si assiste, sul fronte del sapere condiviso e comune, a un progressivo crollo della cultura storica. Molto si deve, purtroppo, all’esaurirsi dello studio meditato e della lettura lenta, la sola che consenta di contestualizzare e collegare ad altri contenuti ciò che si sta assorbendo. La conseguenza è un’impropria frammentazione dei fatti, in particolare di quelli storici, che rimangono scollegati tra loro. La storiografia contemporanea, soprattutto a partire dalla scuola francese delle Annales, ha compiuto rivolgimenti importanti, dimostrando come una comprensione profonda delle dinamiche storiche possa raggiungersi concentrando l’attenzione non solo sugli eventi ma anche sui processi di lunga durata. Con processo si intende, semplificando, l’insieme dei cambiamenti che si sviluppano lungo un arco temporale molto ampio, esteso su decenni e talvolta secoli. Non è quasi mai possibile segnare con nettezza i confini temporali di un processo storico, né individuarne con certezza l’inizio o la fine: in ogni processo storico sono coinvolte, infatti, dinamiche socioculturali, economiche e politiche che non procedono mai di pari passo. Nell’immaginario storico più diffuso si tende, invece, a dare maggior peso ai singoli eventi, ovvero agli accadimenti puntuali, delimitati nel tempo e nello spazio. La storia viene vista, in tal modo, come un insieme di prove che, a seguito di un’indebita proiezione sul passato della sensibilità contemporanea, sono utilizzate solo per sostenere o contrastare visioni dei nostri giorni: il passato viene giudicato in blocco e i singoli fatti storici, privati di ogni contestualizzazione, sono collegati a casi etici e socioculturali contemporanei.
Poco più di vent’anni fa lo storico francese François Hartog ha definito presentismo il modo in cui le persone vanno tendenzialmente collocandosi nel tempo e nella storia (François Hartog, Régimes d’historicité. Présentisme et expériences du temps, Paris, Le Seuil, 2003; trad. italiana, Regimi di storicità, Palermo, Sellerio, 2007): il presente occupa l’intero spazio mentale degli individui e si estende, inglobandoli, tanto al passato quanto al futuro. Se il presente è assoluto, non riusciamo più a collocarci lungo la continuità storica, ma solo a giustificare chi siamo oggi; la storia passa, in tal modo, da strumento di conoscenza a strumento di conferma di ciò che pensiamo, viviamo e crediamo nell’attualità. Non è difficile capire quanto tutto ciò possa condurre alla cosiddetta cancel culture, che non va letta come cancellazione della cultura o della storia ma come censura delle interpretazioni storiche non più comprensibili. La crisi della conoscenza storica, però, non nasce da un’eccessiva invadenza della cancel culture, bensì da processi più profondi, che la cancel culture rende maggiormente visibili.
Nel condannare, d’altro canto, l’acritica proiezione delle visioni contemporanee sul passato, non intendiamo disconoscere il valore della sensibilità odierna, che è al contrario da condividere quando condanni ogni genere di discriminazione e rispetti senza riserve la libertà di pensare o di vivere i sentimenti secondo la propria coscienza; intendiamo, al contrario, ribadire che la nostra sensibilità non può implicare un uso improprio del passato, un’incapacità di cogliere la distanza tra le epoche, giudicando senza aver capito e riducendo la storia solo a un’opposizione di sapore cinematografico tra buoni e cattivi o eroi e colpevoli.
Le debolezze della cultura storica si riverberano anche sulla storia della lingua, che non meno della storia del tempo richiede riflessioni attente, studi lunghi e lenti; solo questi ultimi, infatti, possono contrastare la concentrazione esclusiva sul presente, da cui perlopiù dipende la richiesta di risposte rapide e univoche. La storia di ogni lingua, e ancor più quella dell’italiano, è fatta di stratificazioni di lungo periodo, di evoluzioni quasi mai lineari, di coesistenza, per tempi non sempre definibili, di norme diverse e di sovrapposizioni di varietà legate all’area geografica, all’estrazione sociale dei parlanti, alle differenti situazioni comunicative: variazioni e componenti, cioè, che hanno caratterizzato e caratterizzano le strutture di ogni lingua al di là del tempo e dello spazio. Se, invece, perdiamo di vista la storia della lingua e siamo eccessivamente immersi nel presentismo, o abbiamo difficoltà ad accettare la coesistenza di tratti aspirando a norme univoche, o riteniamo accettabile qualsiasi innovazione. La storia della lingua, che spesso spiega e aiuta a escludere o ammettere, diviene, in tal modo, quasi invisibile o viene percepita come fastidiosa e inutile, perché ci obbliga alla lentezza e alla complessità della riflessione.
L’esigenza di regole immediate, di risposte perentorie favorisce l’instaurarsi di una grammatica che potremmo definire “emotiva”, da non identificare con la cosiddetta “grammatica delle emozioni”, utile a riconoscere le emozioni proprie e altrui, ma con l’atteggiamento che punta da un lato alla passiva accoglienza di forme e costruzioni linguistiche frequentemente sentite e tende dall’altro al rifiuto dogmatico di ciò che si ritiene erroneo solo perché estraneo alle abitudini o al gusto personale. La ricostruzione storica e le attente letture darebbero, al contrario, un senso alla variazione, aiuterebbero a scegliere in base al registro comunicativo, favorendo un uso consapevole della lingua.
Se è vero che la cittadinanza attiva, intesa come impegno responsabile e come contributo al bene collettivo, non può prescindere da una corretta considerazione della storia, è anche vero che non esiste “cittadinanza linguistica” senza una coscienza della storia della nostra lingua. Ignorare che le vie percorse dall’italiano sono state talvolta agevoli e talaltra impervie, che la norma è sempre stata oggetto di discussione, che il cambiamento linguistico va sorvegliato, ma non va inteso come degrado, conduce, come abbiamo detto, a due derive opposte: il purismo moraleggiante e il relativismo assoluto. Con il primo si è indotti a ritenere che si parli e si scriva sempre peggio a causa di un non meglio definito degrado sociale, un giudizio, dunque, che prescinde dall’analisi; con il secondo si accetta aprioristicamente ogni innovazione, fraintendendo i tempi e il sistema cui devono aderire i mutamenti linguistici. In entrambi i casi, la storia della lingua non è tenuta nella giusta considerazione: o viene rigidamente fissata, trascurandone l’articolazione, o viene ignorata, distorcendo il rapporto tra passato e presente.
La storia del tempo, dunque, e la storia della lingua soffrono da alcuni anni dello stesso male: una perdita di corretta riflessione critica, che solo l’ascolto, la curiosità, la lettura attenta e lenta di testi e fonti affidabili potranno restituirci.
L'accademico Massimo Palermo invita al confronto su come i testi generati dalle intelligenze artificiali rappresentino l'ennesimo spunto di riflessione sul rapporto, nella lingua, tra norma e uso.
Come Tema pubblichiamo, opportunamente adattato, l’intervento che il presidente Paolo D’Achille ha tenuto il 24 marzo 2026 a Ferrara, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2025-2026 dell’Università di Ferrara, su invito della Rettrice dell’Ateneo estense (nonché presidente della CRUI), la professoressa Laura Ramaciotti.
Rita Librandi, vicepresidente dell'Accademia, invita a confrontarsi sul tema della percezione del valore della storia e della norma nella pratica linguistica dei parlanti.
Anche questo Tema, come il precedente, si collega alla Piazza delle lingue 2025, che quest’anno l’Accademia ha dedicato ai dialetti e al loro uso in letteratura, teatro e musica. L’accademico Lorenzo Coveri commenta una recente indagine demoscopica condotta sugli usi e la percezione dei dialetti e delle lingue delle minoranze alloglotte, ripercorrendo la storia di questo tipo di ricerche, iniziate dalla Doxa nel 1974 e arrivate, con l’ISTAT, al 2015. Con tutte le cautele del caso, il confronto tra i dati di dieci anni fa e quelli del sondaggio di quest’anno offrono molti motivi di interesse.
Evento di Crusca
Collaborazione di Crusca
Evento esterno
È aperto il bando per il Servizio civile regionale 2026-2027.
La chiusura del Tema, di Rita Librandi
Ringrazio tutti coloro che sono intervenuti e che, pur soffermandosi ora su un aspetto ora sull’altro del mio Tema, hanno condiviso molte considerazioni. Cercherò, pertanto, di rispondere collettivamente.
Il mio intervento intendeva accendere l’attenzione soprattutto su ciò che qualcuno ha giustamente definito "fragilità della cultura storica diffusa", un problema che, sebbene provocato in buona parte dal presentismo di cui parla Hartog, va sicuramente connesso anche alle tante forme di deprivazione culturale che purtroppo ancora contraddistinguono i nostri tempi. Ciò non deve, d’altro canto, farci indulgere nel catastrofismo: se pensiamo al livello di istruzione che caratterizzava la nostra società fino a sessanta o anche cinquanta anni fa, non possiamo non constatare un palese miglioramento. Vero è purtroppo che la più ampia e più diffusa istruzione non sembra accompagnarsi (a causa di fattori socioculturali nuovi e ancora tutti da governare) alla capacità di cogliere la complessità dei processi storici. Un dato che non viene smentito dall’abbondanza di ricostruzioni storiche sfornate dagli editori e che non è affatto un segno di crescente interesse verso la storia. È cosa ormai nota, infatti, che il numero delle pubblicazioni prodotto dalle case editrici non è mai direttamente proporzionale alla qualità dei libri editi o al numero dei lettori. Si tratta di criteri che gli editori non nascondono e che impongono, anche a fronte di basse e a volte bassissime percentuali di acquirenti, di tenere sempre pieni i magazzini: un tema, insomma, che meriterebbe una riflessione a parte.
Quanto al nesso tra debolezza della coscienza storica e atteggiamento verso la norma, vista ora come rigida e ineludibile, ora come relativa e sempre aggirabile, capisco che possa apparire forzato, ma solo se lo si guarda esclusivamente dal punto di vista linguistico. Nella speranza che mi si perdoni la considerazione critica, non posso non osservare che, con l’eccezione di qualcuno, una buona parte degli interventi denuncia una palese dose di emotività nello schierarsi verso l’una o l’altra ipotesi. Da un certo punto di vista è più che comprensibile: parlare di lingua, infatti, implica sempre un coinvolgimento personale. Ciò non dovrebbe comportare, tuttavia, un’adesione ideologica a questo o a quello schieramento, ma un giusto equilibrio, che è, anche in questo caso, difficile da trovare senza una piena consapevolezza storica. Il tema da me proposto non si riferiva né alle ovvie necessità di tutti di risolvere con velocità un dubbio su questa o quella forma né all’insegnamento scolastico; rinviava, al contrario, alla debole coscienza linguistica o all’incerta affezione verso la lingua comune, che spesso caratterizza la nostra comunità parlante e che a mio avviso si lega anche a una fragile cultura storica. "Un’accettabile composizione", come si legge in uno degli ultimi interventi, del dissidio tra "purismo moraleggiante e relativismo assoluto" sarebbe possibile solo a patto di inquadrare correttamente l’affascinante percorso compiuto dall’italiano nel bilanciamento che ogni lingua non può non mantenere tra il suo mutare e il suo conservarsi.
Ci auguriamo che queste nostre appassionate discussioni possano contribuire a consolidare l’affetto di ogni italiano verso la propria lingua.
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