Storia del tempo, storia della lingua e grammatica emotiva

di Rita Librandi

Rita Librandi, vicepresidente dell'Accademia, invita a confrontarsi sul tema della percezione del valore della storia e della norma nella pratica linguistica dei parlanti.


La ricerca storica ha raggiunto, grazie alle metodologie sempre più rigorose, risultati di altissima affidabilità; nonostante ciò, si assiste, sul fronte del sapere condiviso e comune, a un progressivo crollo della cultura storica. Molto si deve, purtroppo, all’esaurirsi dello studio meditato e della lettura lenta, la sola che consenta di contestualizzare e collegare ad altri contenuti ciò che si sta assorbendo. La conseguenza è un’impropria frammentazione dei fatti, in particolare di quelli storici, che rimangono scollegati tra loro. La storiografia contemporanea, soprattutto a partire dalla scuola francese delle Annales, ha compiuto rivolgimenti importanti, dimostrando come una comprensione profonda delle dinamiche storiche possa raggiungersi concentrando l’attenzione non solo sugli eventi ma anche sui processi di lunga durata. Con processo si intende, semplificando, l’insieme dei cambiamenti che si sviluppano lungo un arco temporale molto ampio, esteso su decenni e talvolta secoli. Non è quasi mai possibile segnare con nettezza i confini temporali di un processo storico, né individuarne con certezza l’inizio o la fine: in ogni processo storico sono coinvolte, infatti, dinamiche socioculturali, economiche e politiche che non procedono mai di pari passo. Nell’immaginario storico più diffuso si tende, invece, a dare maggior peso ai singoli eventi, ovvero agli accadimenti puntuali, delimitati nel tempo e nello spazio. La storia viene vista, in tal modo, come un insieme di prove che, a seguito di un’indebita proiezione sul passato della sensibilità contemporanea, sono utilizzate solo per sostenere o contrastare visioni dei nostri giorni: il passato viene giudicato in blocco e i singoli fatti storici, privati di ogni contestualizzazione, sono collegati a casi etici e socioculturali contemporanei.

Poco più di vent’anni fa lo storico francese François Hartog ha definito presentismo il modo in cui le persone vanno tendenzialmente collocandosi nel tempo e nella storia (François Hartog, Régimes d’historicité. Présentisme et expériences du temps, Paris, Le Seuil, 2003; trad. italiana, Regimi di storicità, Palermo, Sellerio, 2007): il presente occupa l’intero spazio mentale degli individui e si estende, inglobandoli, tanto al passato quanto al futuro. Se il presente è assoluto, non riusciamo più a collocarci lungo la continuità storica, ma solo a giustificare chi siamo oggi; la storia passa, in tal modo, da strumento di conoscenza a strumento di conferma di ciò che pensiamo, viviamo e crediamo nell’attualità. Non è difficile capire quanto tutto ciò possa condurre alla cosiddetta cancel culture, che non va letta come cancellazione della cultura o della storia ma come censura delle interpretazioni storiche non più comprensibili. La crisi della conoscenza storica, però, non nasce da un’eccessiva invadenza della cancel culture, bensì da processi più profondi, che la cancel culture rende maggiormente visibili.

Nel condannare,   d’altro canto, l’acritica proiezione delle visioni contemporanee sul passato, non intendiamo disconoscere il valore della sensibilità odierna, che è al contrario da condividere quando condanni ogni genere di discriminazione e rispetti senza riserve la libertà di pensare o di vivere i sentimenti secondo la propria coscienza; intendiamo, al contrario, ribadire che la nostra sensibilità non può implicare un uso improprio del passato, un’incapacità di cogliere la distanza tra le epoche, giudicando senza aver capito e riducendo la storia solo a un’opposizione di sapore cinematografico tra buoni e cattivi o eroi e colpevoli.

Le debolezze della cultura storica si riverberano anche sulla storia della lingua, che non meno della storia del tempo richiede riflessioni attente, studi lunghi e lenti; solo questi ultimi, infatti, possono contrastare la concentrazione esclusiva sul presente, da cui perlopiù dipende la richiesta di risposte rapide e univoche. La storia di ogni lingua, e ancor più quella dell’italiano, è fatta di stratificazioni di lungo periodo, di evoluzioni quasi mai lineari, di coesistenza, per tempi non sempre definibili, di norme diverse e di sovrapposizioni di varietà legate all’area geografica, all’estrazione sociale dei parlanti, alle differenti situazioni comunicative: variazioni e componenti, cioè, che hanno caratterizzato e caratterizzano le strutture di ogni lingua al di là del tempo e dello spazio. Se, invece, perdiamo di vista la storia della lingua e siamo eccessivamente immersi nel presentismo, o abbiamo difficoltà ad accettare la coesistenza di tratti aspirando a norme univoche, o riteniamo accettabile qualsiasi innovazione. La storia della lingua, che spesso spiega e aiuta a escludere o ammettere, diviene, in tal modo, quasi invisibile o viene percepita come fastidiosa e inutile, perché ci obbliga alla lentezza e alla complessità della riflessione.

L’esigenza di regole immediate, di risposte perentorie favorisce l’instaurarsi di una grammatica che potremmo definire “emotiva”, da non identificare con la cosiddetta “grammatica delle emozioni”, utile a riconoscere le emozioni proprie e altrui, ma con l’atteggiamento che punta da un lato alla passiva accoglienza di forme e costruzioni linguistiche frequentemente sentite e tende dall’altro al rifiuto dogmatico di ciò che si ritiene erroneo solo perché estraneo alle abitudini o al gusto personale. La ricostruzione storica e le attente letture darebbero, al contrario, un senso alla variazione, aiuterebbero a scegliere in base al registro comunicativo, favorendo un uso consapevole della lingua.

Se è vero che la cittadinanza attiva, intesa come impegno responsabile e come contributo al bene collettivo, non può prescindere da una corretta considerazione della storia, è anche vero che non esiste “cittadinanza linguistica” senza una coscienza della storia della nostra lingua. Ignorare che le vie percorse dall’italiano sono state talvolta agevoli e talaltra impervie, che la norma è sempre stata oggetto di discussione, che il cambiamento linguistico va sorvegliato, ma non va inteso come degrado, conduce, come abbiamo detto, a due derive opposte: il purismo moraleggiante e il relativismo assoluto. Con il primo si è indotti a ritenere che si parli e si scriva sempre peggio a causa di un non meglio definito degrado sociale, un giudizio, dunque, che prescinde dall’analisi; con il secondo si accetta aprioristicamente ogni innovazione, fraintendendo i tempi e il sistema cui devono aderire i mutamenti linguistici. In entrambi i casi, la storia della lingua non è tenuta nella giusta considerazione: o viene rigidamente fissata, trascurandone l’articolazione, o viene ignorata, distorcendo il rapporto tra passato e presente.

La storia del tempo, dunque, e la storia della lingua soffrono da alcuni anni dello stesso male: una perdita di corretta riflessione critica, che solo l’ascolto, la curiosità, la lettura attenta e lenta di testi e fonti affidabili potranno restituirci.

Redazione
24 marzo 2026 - 00:00

La chiusura del Tema, di Rita Librandi

Ringrazio tutti coloro che sono intervenuti e che, pur soffermandosi ora su un aspetto ora sull’altro del mio Tema, hanno condiviso molte considerazioni. Cercherò, pertanto, di rispondere collettivamente.

Il mio intervento intendeva accendere l’attenzione soprattutto su ciò che qualcuno ha giustamente definito "fragilità della cultura storica diffusa", un problema che, sebbene provocato in buona parte dal presentismo di cui parla Hartog, va sicuramente connesso anche alle tante forme di deprivazione culturale che purtroppo ancora contraddistinguono i nostri tempi. Ciò non deve, d’altro canto, farci indulgere nel catastrofismo: se pensiamo al livello di istruzione che caratterizzava la nostra società fino a sessanta o anche cinquanta anni fa, non possiamo non constatare un palese miglioramento. Vero è purtroppo che la più ampia e più diffusa istruzione non sembra accompagnarsi (a causa di fattori socioculturali nuovi e ancora tutti da governare) alla capacità di cogliere la complessità dei processi storici. Un dato che non viene smentito dall’abbondanza di ricostruzioni storiche sfornate dagli editori e che non è affatto un segno di crescente interesse verso la storia. È cosa ormai nota, infatti, che il numero delle pubblicazioni prodotto dalle case editrici non è mai direttamente proporzionale alla qualità dei libri editi o al numero dei lettori. Si tratta di criteri che gli editori non nascondono e che impongono, anche a fronte di basse e a volte bassissime percentuali di acquirenti, di tenere sempre pieni i magazzini: un tema, insomma, che meriterebbe una riflessione a parte.

Quanto al nesso tra debolezza della coscienza storica e atteggiamento verso la norma, vista ora come rigida e ineludibile, ora come relativa e sempre aggirabile, capisco che possa apparire forzato, ma solo se lo si guarda esclusivamente dal punto di vista linguistico. Nella speranza che mi si perdoni la considerazione critica, non posso non osservare che, con l’eccezione di qualcuno, una buona parte degli interventi denuncia una palese dose di emotività nello schierarsi verso l’una o l’altra ipotesi. Da un certo punto di vista è più che comprensibile: parlare di lingua, infatti, implica sempre un coinvolgimento personale. Ciò non dovrebbe comportare, tuttavia, un’adesione ideologica a questo o a quello schieramento, ma un giusto equilibrio, che è, anche in questo caso, difficile da trovare senza una piena consapevolezza storica. Il tema da me proposto non si riferiva né alle ovvie necessità di tutti di risolvere con velocità un dubbio su questa o quella forma né all’insegnamento scolastico; rinviava, al contrario, alla debole coscienza linguistica o all’incerta affezione verso la lingua comune, che spesso caratterizza la nostra comunità parlante e che a mio avviso si lega anche a una fragile cultura storica. "Un’accettabile composizione", come si legge in uno degli ultimi interventi, del dissidio tra "purismo moraleggiante e relativismo assoluto" sarebbe possibile solo a patto di inquadrare correttamente l’affascinante percorso compiuto dall’italiano nel bilanciamento che ogni lingua non può non mantenere tra il suo mutare e il suo conservarsi.

Ci auguriamo che queste nostre appassionate discussioni possano contribuire a consolidare l’affetto di ogni italiano verso la propria lingua.

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Luca Fiocchi Nicolai
13 marzo 2026 - 00:00
Ultime impertinenti bagattelle, in attesa dell'intervento di chiusura della Prof.ssa Librandi. 1) Un esempio venuto a noia ,perfino nel lessico, di storia rivisitata per avvalorare l'idea che la classe dirigente ha di sé stessa è, udite udite, la trattazione di un tema "nella prospettiva di genere". Questa pseudostoria, che ricorre alla tematologia per trovare disperatamente, ad ogni costo e in ogni argomento la prova di un'ingiustizia perpetrata per millenni ai danni delle donne, da parte degli scrittori, tutti uomini, è destinata all'oblio riservato alle cose non vere. 2) Fino a trent'anni fa per la preparazione dell'esame di Letteratura Italiana era prescritto o consigliato lo studio della storia letteraria su un buon testo ricco di informazioni, come poteva essere la Letteratura Italiana Laterza del Muscetta o il "Cecchi-Sapegno" o addirittura uno dei volumi della Vallardi, ciascuno dedicato a un secolo della nostra letteratura. Oggi imperversano i manualetti striminziti scritti a più mani, ogni anno riproposti in nuove edizioni con minime differenze, se non nel titolo sempre accattivante ove la parola storia è rigorosamente omessa per non spaventare i poveri discenti, edizioni così simili da risultare equivalenti ai fini dell'esame, ma profittevoli per gli editori. E magari per gli autori. O no ? Tali testi insistono quasi solo su un' analisi formale apodittica, consistente in note ovvie ed elementari. Nessuna profondità storica è resa possibile da opere che ignorano deliberatamente il contesto che rese possibili le creazioni letterarie. Gli studenti degli anni ottanta-novanta erano più colti di quelli di oggi. 3) L'unico modo per assimilare un testo è instaurare nella lettura solitaria e silenziosa un confronto con l'autore: all'uopo è consigliabile togliere l'audio a telefonate, messaggi e notifiche. Impossibile ? sì , per gli inadatti allo studio della grande poesia e letteratura, tra cui continuo a comprendere la narrazione storica ben scritta. 4) Per leggere con profitto un libro di storia occorre scegliere tra quelli in grado di resistere all' erosione operata dal tempo. In tal modo si avrà un'emozione simile a quella di chi affronta la lettura di un classico. A chi mi rivolgo ? ai pochi come sempre in grado di amare il bello. E bella è la storia. Solo che sia narrata da un grande scrittore. Come Croce ad esempio.

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vincenzo vitale
26 febbraio 2026 - 00:00
In un mio ormai datato studio apparso su "Rivista internazionale di filosofia del diritto" del 1990 ( II, pag. 255-281), dal titolo "Grammatica e diritto. Una normatività fragile?", dedicato ad una possibile comparazione tra il fondamento della normatività giuridica, da un lato, e quello della normatività grammaticale, dall'altro, osservavo che "la verità della grammatica non risiede né in in un'eidetica pura del linguaggio ( come vorrebbe Husserl) né in un qualsivoglia uso sufficientemente differenziato e organizzabile secondo criteri di regolarità estrinseca. La grammatica, insomma, né prescrive norme né descrive usi, perché supera l'irreale separazione fra 'Sein' e 'Sollen'. La grammatica é, nel significato proprio del termine 'nomo-grafica', cioè descrittiva di strutture di doverosità vale a dire di 'essenze'". Non mi sento perciò di escludere che la diatriba fra purismo moraleggiante (?) e relativismo assoluto possa forse trovare un'accettabile composizione, dal momento che - ancora una autocitazione - "il dover-essere dell'uso linguistico pare fondarsi sull''essere' del 'Senso', il comune orizzonte che rende possibile il dialogo fra gli uomini". Infatti, in definitiva, "solo il 'Logos' é 'naturalmente' normativo": e ciò vale sia per la regola giuridica che per quella grammaticale.

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Risposta
Luca Fiocchi Nicolai
04 marzo 2026 - 00:00
Il "senso", il "Logos", le cose non sembrano mettere, oggi più di ieri, d'accordo nessuno. È stato un bene gettare il velo della finzione per mostrare al mondo (in realtà all'Europa) che, forse forse, Eraclito col suo polemos aveva ragione ? La grammatica normativa ha motivo di imporsi in quanto funziona, è persuasiva e convince una comunità a fare a meno di modelli alternativi; ma a ben vedere le sue realizzazioni migliori ancorano le regole agli esempi degli scrittori più autorevoli: Bembo, Buommattei, Cinonio, Salviati, Monti, Cesari, Soave, Puoti ecc. non partono da essenze ma da passi di autori ritenuti canonici. Ciò che permane non è la particolare forma transeunte bensì la sua necessità didattica e retorica. Lingua e diritto arrancano nei periodi di crisi (per i quali è à la page evocare lo "stato d'eccezione") per star dietro ai movimenti tellurici sottostanti: faticano ma servono, onde scoraggiare l'informe, l'anarchia e l'indisciplina (per quest'ultima a scuola si rimpiange la ferula!). Svolgono una funzione economica ed estetica. Cioè morale.
Risposta
Luca Fiocchi Nicolai
04 marzo 2026 - 00:00
P.S. Le parole vogliono tradurre il pensiero di chi le dice. Gli illetterati non comprendono le sfumature, usano un lessico limitato e una sintassi imprecisa e primitiva ma tra loro comunicano; ai dotti i modi verbali, i sinonimi, gli avverbi, in un sistema grammaticale condiviso da un gruppo omogeneo, servono, quando squisitamente adoperati, a comunicare sentimenti, intenzioni, tesi e ipotesi, volontà e leggi. Ogni gruppo esige le sue regole, perché senza regole la comunicazione fatica. Il gruppo dirigente impone le sue alla massa. Ogni lingua si organizza come un sistema chiuso secondo il genio della stirpe, ma la sua trasponibilità in un altro sistema semiotico o la sua traducibilità in altra lingua è resa possibile dall'essere essa espressione del pensiero umano, quasi il medesimo a tutte le latitudini, ovunque sia presente l'Homo Sapiens Sapiens; e il pensiero si organizza pure secondo regole formali. La questione poi se l'essenza sia riposta nel pensiero o spirito è da lasciare ai filosofi.
Luca Fiocchi Nicolai
22 febbraio 2026 - 00:00
La grammatica storica può essere utile in una fase successiva degli studi, ma ai fanciulli servono regole, e queste regole e la loro presentazione con relativa terminologia non possono venire lasciate alla discrezione degli sperimentatori, e magari alla tendenza di alcuni all'ibridismo di forme e definizioni. La buona grammatica normativa, che insegni con esempi probanti e intimidenti a curare la forma in funzione delle diverse esigenze espressive o cominicative non passerà mai di moda; solo che si scelgano per ogni registro dei modelli di scrittura alti e ufficiali, solo che si faccia capire ai ragazzi l'importanza strategica di saper scrivere una mail a chi di dovere, e quindi di padroneggiare sovranamente e in modi personali la nostra lingua. Alla consapevolezza della sua storicità "basta" l'arma formidabile dello studio del latino, che dell'italiano rappresenta l'inizio; lo studio di morfologia e sintassi latine, la lettura dei classici italiani in ordine cronologico, unita a quella di una buona storia della letteratura scritta con stile in forma narrativa, servono meglio di ardue grammatiche storiche o dell'inserzione di box di notizielle storiche. A livello di senso comune, la coscienza della storicità della lingua è attinta dall'etimologia, nei modi intuitivi "a orecchio" e sovente fallaci consentiti agli indotti, a un dipresso come quella di un S. Isidoro di Siviglia (Lesa Maestà !), che componeva mentalmente sciarade per spiegare l'etimo di "Tenebrae". Ma questa coscienza si è come allentata da quando alle cose si è preso a non dare più il loro nome, o viceversa ai nomi il loro originario ed espressivo significato (leggere Pasolini sulla scomparsa dell'espressività): sostituire ai pregnanti "Coronavirus" e "Indennità di disoccupazione" gli algebrici "Covid" e "Naspi", che come altre sigle o acronimi non contengono quasi più l'etimo cioè l'informaziine storica del vocabolo, trasformare "i fragili" in una categoria reddituale, usare termini anglosassoni di derivazione non latina al posto di quelli italiani significa assorbire passivamente lo stile della semplificazione giornalistica, e accelerare la perdita, questa sì , delle radici storiche del linguaggio, per il popolo condensate nell'etimo.

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Luca Fiocchi Nicolai
18 febbraio 2026 - 00:00
La profondità storica è necessaria a ristabilire il senso delle proporzioni, ma oggi ce n'è troppa, non poca! proliferano storie di quasi tutto, di case editrici, editori imprevedibili, collane di classici, quasi a ricreare un ordine di valori in un'epoca di smarrimento critico. Quando vengono pubblicati centinaia di articoli accademici, sillogi e libri che parlano di altri libri (rileggere Calvino su questo), quando escono monografie rievocative di questo o quello studioso (Marchesi, Muscetta, Romano ecc.) quando insomma la critica diventa storia, guardando indietro alla ricerca di numi tutelari troppo sbrigativamente dimenticati, siamo in piena crisi creativa accontentandoci di fare il punto della situazione. De Sanctis nel fare storia offrì una teleologia, dando un senso e una continuità al presente e al futuro: oggi si fa ricerca erudita di minuzie, e persino la filologia, le edizioni critiche di testi minori e minimi, i ripescaggi di autori o autrici (cercate col lanternino in nome delle quote rosa) stanno a dirci che a mancare non è la storia ma idee nuove

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Luca Fiocchi Nicolai
15 febbraio 2026 - 00:00
Alcune osservazioni: 1) Nel Medioevo gli auctores di riferimento erano scelti per il valore canonico dei loro testi percepito come assoluto, senza alcuna profondità storica: Stazio uguale a Virgilio. 2) I rifacimenti romanzi di classici come l'Eneide sopportavano un'ambientazione contemporanea; 3) alla grammatica definita nell'intervento "emotiva" andrebbe associato l'aggettivo corretto di sempre, ovvero "normativa". 4) Ciò che permette di assorbire un testo e conoscerlo come le proprie tasche, riconoscendone il dialogo con altri testi, in un gioco di rimandi infinito in quanto circolare, è la sua assunzione a classico. In passato non avevamo i noiosi Annales ma il conciso Sallustio (o Tacito) tutto preso dalla drammatica e gustosa narrazione di eventi contemporanei limitati alla sfera politico-militare, l'unica che conta (ottimo oggi De Felice, ormai un classico - ci aggiungerei il negletto Spriano -, appassiona di più di un peraltro grande Ruggero Romano). Eppure nei collegi Sallustio, Cicerone, Orazio si sapevano a memoria. Un tempo si leggevano, no, che dico, facevano propri pochi libri. San Tommaso era testo universitario, oggi lo legge integralmente giusto qualche frate, oltre ai filosofi di professione. Nel presente si leggiucchiano una volta sola centinaia di romanzi e contributi accademici che fanno CV di cui, come vuole un noto latinista di cui ometto il nome, tra dieci anni non rimarrà traccia alcuna. Inutile aprirsi a ventaglio a un vano enciclopedismo, bisogna avere il coraggio di non inseguire "le novità " che le case editrici ci propinano, coi loro ridicoli percorsi di lettura. Ma scegliersi un canone di classici e imitarne se non il lessico ("rancido" dicevano nelle società di Antico Regime) almeno il culto della forma. 4) La questione della lingua, il cui ultimo, geniale cultore fu Pasolini, fu sempre legata alla scelta, di per sé escludente, di quegli autori da prendere a modello; ma oggi, Crusca in testa, la lingua dotta, modulata per generi letterari, viene ignorata a vantaggio di quella dei giornali e di internet, compulsati già dal GDLI, che si occupò dei CCNL ma sfregiò il cognome di Giovanni, grande poeta lombardo, in "Rabani". Ha vinto De Mauro e la sua fissazione sulla lingua dell'uso. Auspichiamo il ritorno di un Bembo, solo che si affacci alla ribalta un novello Petrarca. Ne dubito, nel vuoto di cultura classica che affligge "gli scrittori" di oggi. È scomparso lo scrittore ferrato in tutti i generi letterari. Questi in passato fu sempre prima di tutto un poeta o in possesso almeno di quella preparazione letteraria di base, attinta dall'imitazione ed emulazione dei classici, grazie alla quale gli fosse possibile cimentarsi con i generi seri. Per questo, l'ultimo Dante Alighieri è stato Pier Paolo Pasolini, grande sperimentatore.

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Luca Fiocchi Nicolai
15 febbraio 2026 - 00:00
P.S. L'iperspecialismo che ha invaso la cultura umanistica introdotto dalla versione linguistica di teorie filosofiche novecentesche con la loro terminologia tecnica, è rivelato dalla prosa pressoché illegibile di buona parte del diluvio di articoli di riviste "scientifiche" (di sociolinguistica o filologia) che i docenti universitari (di cui la storia, sì , proprio la storia dovrà fare una scrematura) hanno rinunciato a scrivere con il giusto tono cordiale e insieme dotto, nel dispregio della letterarietà del dettato, sacrificata al moloc del tecnicismo e dell'esattezza illuministica malintesa, finendo per parlare - noiosamente - ai soli colleghi di disciplina. Ovvio poi che proprio essi siano meno sensibili ai valori estetici della lingua. I quali sono quelli che più durano.

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Rosa Casapullo
11 febbraio 2026 - 00:00
Difficile non essere d’accordo con questo complesso intervento, che sollecita numerose riflessioni (fra le quali seguirò quelle che mi interessano maggiormente in questo periodo). Il quadro delineato coglie con precisione la forbice crescente tra l’elevata qualità della ricerca storica specialistica e la fragilità della cultura storica diffusa. Tuttavia, ciò che osserviamo oggi sembra andare oltre la dinamica – pur rassicurante – descritta da Hartog. La cosiddetta “cancel culture” non appare soltanto come l’effetto di un regime di storicità in cui il presente assorbe e semplifica il passato, ma piuttosto come il sintomo di una debolezza cognitiva e culturale che riduce la complessità dei processi storici a segmenti franti e polarizzati, come coglie puntualmente Rita Librandi. Più che di presentismo, si potrebbe parlare di analfabetismo storico: il problema non è soltanto che il passato sia giudicato con categorie attuali, ma che sia letto senza strumenti e senza categorie (emotivamente, appunto). La questione è solo parzialmente sovrapponibile alla storia della lingua. La difficoltà ad accettare la coesistenza di norme, così come la deriva verso il purismo moraleggiante o il relativismo assoluto, mi sembra che non dipendano esclusivamente da incapacità di cogliere le sfumature, ma anche da un’esigenza lecita di risposte rapide, operative, immediatamente spendibili nel lavoro e nella scuola, nella comunicazione quotidiana scritta e parlata, come ben sanno i redattori, dei quali Rita Librandi è parte importante, della splendida rubrica “La Crusca risponde “. All’esigenza di risposte semplici e univoche sta forse rispondendo la “medietà algoritmica” dei testi generati con l’IA, il paradigma col quale, oggi e non nel futuro, le nostre generazioni devono fare i conti. A questo bisogna dare risposte chiare, semplici e operative.

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Salvatore Claudio SGROI
08 febbraio 2026 - 00:00
Una lucida “lezione” quella della vicepresidente dell’Accademia della Crusca, sui rischi del “presentismo” a scapito della storia, con una “acritica proiezione delle visioni contemporanee sul passato”. Con la conseguenza sul piano linguistico di “due derive opposte: il purismo moraleggiante e il relativismo assoluto”, che “accetta aprioristicamente ogni innovazione, fraintendendo i tempi e il sistema cui devono aderire i mutamenti linguistici”. Come non condividere quanto sopra sostenuto contro “il purismo moraleggiante”?. Quanto al “RELATIVISMO”, difendo invece un relativismo non “assoluto” ma “razionale”, “LAICO”. Ovvero con Ferdinand de Saussure 1891: “il ne faut rien dire; tout ce qu’on dit a sa raison d’être”. E ancor prima con J. Baudouin de Courtenay 1870: “Tutto ciò che esiste è razionale, naturale e legittimo: ecco il motto di tutte le scienze”. Di ogni “innovazione” o uso occorre, a mio giudizio, (i) in primo luogo individuare la “regola” che lo ha generato, e poi (ii) giudicare normativamente la correttezza o l’erroneità di tale uso, sulla base di criteri espliciti. Per limitarci a un solo esempio, il periodo ipotetico col doppio condizionale, modo potenziale presente nei due membri del periodo ipotetico (se potrei lo farei), si spiega (i) col fatto che la potenzialità, indicata dal condizionale della principale (apodosi "farei"), è ribadita nella secondaria (protasi) con valore ipotetico data la presenza del connettivo ipotetico "se" ("se potrei"), seguito appunto dal modo tipico della potenzialità, il condizionale, anziché dal congiuntivo, modo indicante soltanto che si tratta di una dipendente. (ii) Normativamente il periodo ipotetico col doppio condizionale va – senz’alcun dubbio – giudicato errato in quanto tipico dell’italiano popolare. Storicamente si ricorderanno gli esempi, inconsci o meno, di scrittori dell’800 quali G. Verga 1856-57, 1860, 1879, e del ’900 come T. Landolfi 1950 e L. Sciascia 1969. Fuori dell’italiano si ricorderà anche che il periodo ipotetico col doppio condizionale è il più diffuso nelle lingue del mondo; è “normale” in rumeno; “popolare” nel francese europeo, ma “élégant” nella Touraine ; normativamente accettabile nel francese dell’America del Nord, sistematico in Luisiana, mentre a Ottawa è “informale” . E ancora: “popolare” nello spagnolo europeo e americano; “raro” in occitano antico e “canonico” nell’occitano moderno/provenzale.

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Luca Passani
07 febbraio 2026 - 00:00
Intervento bello e condivisibile che vede sullo sfondo la classica contrapposizione tra prescrittivisti e descrittivisti. Forse sbaglio, ma sotto sotto avverto sempre quel feeling di "prima era meglio" (i linguisti sanno che non è mai stato così, ma ovviamente il presentismo vuole ancora la sua parte). Il lettore di passaggio potrebbe concludere che la Crusca di oggi predichi storicismo, flessibilità, attenzione all’uso reale; e quindi che ci sia una critica al purismo, alla “polizia linguistica”, alla grammatica ridotta a morale. Peccato che poi, nei casi concreti, faccia spesso l’opposto. Basta guardare a "pò" e "qual’è". Dal punto di vista sincronico, po’ è ormai un avverbio autonomo, non più percepito come "poco" troncato, normale quindi che segua la strada di può, più, piè, però ed altri. Qual’è è grafia difendibilissima sia dal punto di vista sincronico che di analisi diacronica (nonché unica grafia pienamente coerente con la pronuncia). Sono rianalisi naturali, diffuse, coerenti con il sistema. Non sono "errori ingenui", ma adattamenti spontanei della lingua. Eppure la Crusca continua a respingerli in nome di una norma etimologica e scolastica ormai opaca per i parlanti e non coerente con la morfologia moderna della nostra lingua, dando così armi formidabili al purismo moraleggiante che l'autrice dice di stigmatizzare. In quei casi, non c’è scienza della lingua: c’è ideologia normativa. Il paradosso è evidente. Da una parte la professoressa Librandi denuncia la “grammatica emotiva”, dall'altra la Crusca la alimenta quotidianamente. Una scheda critica il pedantismo, un'altra lo legittima. Un giorno si invita alla complessità, il giorno dopo si rafforzano le regole-feticcio. Così, si forniscono munizioni ai correttori compulsivi e si trasformano dettagli ortografici in criteri di superiorità culturale. Non va bene. Se davvero si crede che la norma debba fondarsi su storia, uso e sistema, non basta citare "chill" tra le parole nuove per darsi arie da giovini attenti all'evoluzione della lingua. Serve di più. Bisogna dare all'uso lo spazio che merita anche quando contraddice le pseudoregolette delle maestre, altrimenti si resta moderni nei discorsi e conservatori nei fatti. Che serva una separazione delle carriere anche all'Accademia della Crusca?

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Claudio Giovanardi
04 febbraio 2026 - 00:00
Una disamina puntuale che ricolloca la vicenda linguistica dell'italiano lungo l'asse di una storia millenaria, ricca di contraddizioni. L'attenzione alle varietà è una bussola che deve guidare gli studiosi e gli utenti comuni, evitando irrigidimenti pseudo-normativi o atteggiamenti superficiali e poco meditati.

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