Passato, presente e futuro dei dialetti e dell’italiano

di Vittorio Coletti

In occasione della Piazza delle lingue 2025, manifestazione annuale della nostra Accademia, quest’anno dedicata ai dialetti in letteratura, teatro e musica, l’Accademico Vittorio Coletti ha pubblicato sull’Huffpost del 15 novembre l’articolo che, per gentile concessione dell’editore, ripubblichiamo qui – con un titolo diverso e con minime modifiche – come Tema.


A Firenze si festeggia questa settimana l’annuale Piazza delle lingue, una delle due grandi manifestazioni d’autunno (l’altra, precedente, è dedicata all’italiano nel mondo) con cui l’Accademia della Crusca cerca di promuovere la conoscenza, la qualità d’uso e lo studio della nostra lingua. Non solo della lingua nazionale, però; anche dell’intero patrimonio linguistico italiano, arricchito e articolato, come si sa, in decine di lingue locali: i dialetti. E ai dialetti è proprio dedicata la Piazza di quest’anno, che si occupa in particolare del loro uso letterario, nel teatro e in musica. 

Cinquant’anni fa Pasolini vedeva nella crisi dei dialetti il segno di quella di una civiltà povera ma dignitosa e plurale, soppiantata da una ricca ma volgare e conformista, il passaggio dalla verità dei prodotti della terra alla finzione di quelli dei supermercati. Giusta o sbagliata che fosse la sua diagnosi, la prognosi non è stata corretta, perché i dialetti non sono morti e in certe regioni restano abbastanza vivi anche nell’uso quotidiano. Pochi notano che lo sono soprattutto dove la lingua locale ha una struttura fonomorfologica non troppo diversa da quella dell’italiano, che consente di passare dalla lingua al dialetto e viceversa con molta facilità (per questo resistono meglio a Roma e nel Sud o, nel Nord, in Veneto, ma peggio nel Nord-ovest). 
I dialetti sono stati persino rilanciati da una politica secessionista, che non ha avuto successo ed è stata abbandonata dagli stessi che l’avevano lanciata (Lega), ma è servita a riabilitarli anche nelle aree (appunto del Nord-ovest) dove erano più trascurati. Sull’onda del separatismo leghista qualcuno si è spinto persino a esigere per essi di nuovo il nome di lingua, che ovviamente non si può negare (i dialetti sono lingue a tutti gli effetti), ma non deve far dimenticare che lo sono in dimensioni molto contenute (sia geografiche che sociali, che di uso), tanto che non è neppure giusto parlare di una lingua lombarda o ligure o emiliana, perché fatte di molti dialetti anche assai diversi tra di loro.

In ogni caso, i dialetti sopravvivono, ma non prosperano, e non è detto che sia solo un male, anche perché i motivi per cui, diversamente da Pasolini, non entusiasmavano Calvino restano tutti: coprono segmenti limitati della comunicazione (molto parlata e poco scritta), consentono alta espressività ma hanno modesta efficienza informativa (chi userebbe il dialetto per una diagnosi medica?), stanno in spazi ridotti di interscambio. Tuttavia, nella storia linguistica d’Italia, i dialetti sono stati coprotagonisti. Nel Medioevo, quando tutte le lingue locali si chiamavano volgari (anche il fiorentino futuro italiano), se la giocavano con quella di Firenze quasi alla pari. Dopo il Cinquecento sono regrediti di nome e di fatto al rango di dialetti (cioè, di lingue che non soddisfano tutte le esigenze comunicative di una comunità), ma hanno conservato quel tratto del linguaggio che l’italiano, estraneo a tanti cittadini non toscani, non copriva con efficacia: quello della quotidianità, delle emozioni più intime, dei colori della strada. 

Di qui, come ricorda la Piazza delle lingue di quest’anno, la fortuna dei dialetti in poesia, a teatro e in musica. I più grandi uomini di teatro in Italia (da Ruzante a Goldoni, da Eduardo De Filippo a Dario Fo) hanno lavorato con il dialetto, lo hanno usato puro o mescidato, perché più adatto della lingua a esprimere il discorso della realtà in un Paese come il nostro, in cui l’italiano è diventato davvero nazionale e di tutti solo dal secondo dopoguerra. E in dialetto hanno scritto alcuni tra i più grandi poeti italiani, sia una poesia non lirica, ma realistica, corposa, sociale (come Carlo Porta e Giuseppe Gioachino Belli, con Leopardi i maggiori poeti del nostro Ottocento), sia una poesia intima, che parla il linguaggio dell’anima e dei ricordi, o che prende di petto la realtà da dentro il cuore del poeta, come hanno fatto i grandi dialettali del secolo scorso: Biagio Marin, Tonino Guerra, Raffaello Baldini, Edoardo Firpo, Albino Pierro e ovviamente lo stesso Pasolini, poeti di razza non inferiore a quella dei sommi in italiano. Anche la canzone, specie quella d’autore, ha fatto ricorso al dialetto come voce dell’autenticità umana e dei rapporti sociali diretti e lingua degli ultimi: basti ricordare il grande Fabrizio De André. Chissà che cosa penserebbe Pasolini, che temeva che l’italiano consumistico spegnesse i dialetti, vedendo che invece oggi rischia di essere sopraffatto a sua volta dall’inglese e di diventare anch’esso un dialetto, lingua del bar o della cucina, mentre i discorsi socialmente importanti, la conoscenza scientifica, l’insegnamento accademico si diranno solo in un inglese globish! 

I dialetti non sono morti, anche se non sono più tornati ad essere delle lingue, nel senso di idiomi capaci di coprire tutti i bisogni della comunicazione, i più alti e complessi e i più semplici e bassi. Nessuno più oggi parlerebbe di filosofia in dialetto, come facevano Alessandro Manzoni e i suoi amici, trovandosi poi in difficoltà la volta in cui, aggiuntosi alla compagnia un non milanese, avevano dovuto passare all’italiano “finito”. I dialetti non posseggono più il vocabolario della modernità avanzata, anche se conservano quello dell’umile realtà umana di sempre. Oggi, però, l’italiano sembra avviarsi a seguire la loro strada: continuare a fornire le parole dell’intimità e della strada e restare fuori dai palazzi del potere, della scienza, della conoscenza. Potrebbe essere un guaio grosso, perché la crisi funzionale dei dialetti riguardava comunità limitate e a volte molto piccole, con danni quindi modesti; quella dell’italiano riguarderà un’intera, grande comunità nazionale, che rinuncia alla sua lingua e alla sua storia, per farne un dialetto, non pensa più in essa, o perlomeno, se ci pensa, poi non la usa quando deve comunicare i suoi pensieri più complessi e importanti.

Ma, comunque vadano a finire le cose (si sa che le profezie dei linguisti non sempre hanno fatto centro), è giusto e bello non dimenticare il contributo dei dialetti alla storia del nostro patrimonio linguistico e al prestigio della letteratura italiana. Se, tra qualche centinaio di anni, l’italiano, uscito dagli usi cόlti e ufficiali della nazione, si salverà almeno in letteratura, teatro e musica come hanno fatto i dialetti, mi sa che potremmo metterci la firma.

SIMONA CRESTI
29 dicembre 2025 - 00:00

Commento di chiusura di Vittorio Coletti

I commenti al mio Tema (nato, lo ricordo, come articolo su un quotidiano) sono stati tutti interessanti, lucidi e indicativi della sensibilità ancora molto diffusa per i dialetti. Naturalmente, con una loro difesa più decisa da parte di lettori di regioni in cui sono ancora abbastanza forti da essere usati comunemente e anche in discorsi di un certo livello culturale. L’osservazione, però, che più mi ha colpito è quella di chi pensa che, forse, la riduzione d’uso dei dialetti è solo una delle (ultime) tappe della loro prossima estinzione e che in futuro la stessa sorte toccherà all’italiano deposto dalla nuova lingua globale, come un tempo gli idiomi dell’Europa preromana sono stati spinti alla scomparsa dal latino dei vincitori. Un’ipotesi, la seconda, che il mio “tema” autorizzava, ma non avanzava con la sicurezza del lettore che l’ha ripresa. L’ipotesi, sia chiaro, è tutt’altro che campata per aria, ma vale per essa tutto ciò che si può dire degli eventi oggetto di previsione: non è affatto detto che si verifichino. Se, come è stato giustamente osservato, la morte (di fatto) del provenzale in Francia attesta, anche in tempi non remoti, il collasso di un’importante lingua locale ad opera di un’altra (il francese) ancor più prestigiosa, la previsione di Pasolini sulla fine dei dialetti può certo essere ribadita, ma, per il momento, come avevo scritto, non si è ancora verificata. E anche lo scivolamento di molte lingue nazionali verso l’inglese non è detto che sia definitivo.

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Lorenzo Bergerard
26 dicembre 2025 - 00:00
In Francia e in Spagna le Accademie della lingua sono istituzioni dotate di poteri che consentono loro di difendere l'idioma nazionale e di contrastare efficacemente la diffusione degli inglesismi. In Italia la Crusca non ha e non vuole avere questa funzione e, più in generale, da qualche tempo preferisce descrivere i fenomeni linguistici piuttosto che tentare di governarli. Se la riduzione dell'italiano a dialetto entro un sistema totalmente anglofono potrebbe "essere un guaio grosso" (cit.), forse sarebbe il caso di fare qualcosa a livello statale. La proposta Rampelli non era la migliore possibile, ma almeno era qualcosa, e poteva essere migliorata, invece è stata totalmente abbandonata. Del resto la Costituzione italiana menziona la bandiera, ma non afferma che l'italiano è la lingua ufficiale della Repubblica. Ci vorrebbe un po' di coraggio. Diciamolo senza ambiguità: difendere la lingua nazionale non è fascista!

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Pier Paolo Ragnetto
10 dicembre 2025 - 00:00
Come veneto concordo il sig,. Maraia specialmente per quanto riguarda la terminologia. Quando mai un bellunese userebbe il ™pissè™ dei veronesi? Mi preme far notare una cosa: la cadenza. Anche se parla in perfetto italiano una persona (anche nella combinazione colta) ha la cadenza della zona dialettale in cui é cresciuto (fatto salvo per attori e chi cura la dizione). Anche le differenze di cadenza potrebbero venir meno? '

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Un puzzone
09 dicembre 2025 - 00:00
Semplice: come l'italiano ha ridotto i dialetti a lingue inferiori, l'inglese sta facendo lo stesso con l'italiano. Il punto è che non si faccia nulla per arginare tale declino, anzi pare a molti italiani allupi, per non dire arrapi, l'idea di questo omologamento culturale e linguistico. Sarò folle ma l'americanizzazione dell'italiano e la sua esclusione da ambienti seri, come quello scientifico e universitario, mi ricorda un po' quello che i Francesi del Nord fecero con le lingue regionali, in particolare con l'Occitano, o quello che gli Statunitensi fecero con gli Indiani d'America/Nativi Americani.

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Ciro Gabrielli Maraia
01 dicembre 2025 - 00:00
Io sono veneto e nella mia regione, seppur con terminologia differenti tra province, la lingua locale resta a tutti gli effetti una lingua madre che non conosce limiti di uso per età, classe sociale, professione e luoghi. Io sono un medico e anche tra colleghi conterranei, con cui si hanno rapporti abituali, è normale comunicare in "dialetto" per questioni professionali. Ricordo che il mio docente di radiologia all'università di Verona, il prof. Pistolesi, ci fece anche qualche lezione in veneto! Anche nella pratica della medicina ambulatoriale di famiglia è fondamentale conoscere la lingua locale (i ghe ne sà calcossa i me coleghi foresti, sora de tuti quei ch'i vien da zò...🙂). Nella mia regione, il veneto resta sempre diffuso e costantemente parlato. Con l'avvento dei social, si è anche consolidato un frequente uso anche di un forma scritta corretta, anche grazie alla notevole presenza di numerosi dizionari e testi di grammatica storici o più recenti che spingono ulteriormente ad una "ripulitura" dalle versioni errate. Par tanti de noialtri veneti, parlàr in dialeto l'è pissè facile che parlàr in talian. 👋

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Luca Passani
29 novembre 2025 - 00:00
L’analisi del Prof. Coletti è lucida, ma credo si possa dire con altrettanta franchezza che i dialetti, più che "sopravvivere", sono ormai lingue morenti o destinate a una vitalità sempre più marginale. Capisco la tentazione di inquadrare il fenomeno come trasformazione dei dialetti a varietà diastatica o diafasica, ma la realtà è che il declino non riguarda solo la funzione (come indicato da Coletti), ma anche l'aspetto articolo o identitario sta venendo meno (Qual'è l'autore tanto audace da scrivere "Ma mi" al giorno d'oggi? Diciamocelo. Il '900 è il passato, non il futuro e neanche il presente). Sull'aspetto del declino demografico, poi, stendo un pietoso velo, anche se è forse il fattore di maggior peso nella scomparsa dei dialetti minori. Il prosciugamento dei dialetti può dispiacere, quindi , perché portano con sé memoria, cultura e identità locali, ma dal punto di vista sociolinguistico è un esito naturale e perfino coerente. Una lingua vive nella misura in cui serve ai bisogni comunicativi della comunità che la parla. Quando una comunità piccola confluisce in una più grande, le esigenze cambiano e la lingua si adegua: i giovani si orientano verso l’idioma dominante, mentre i vecchi—ultimi custodi del dialetto—scompaiono. Non è un tradimento, è semplicemente l’effetto dei nuovi ambiti d’uso, che oggi sono nazionali, europei e globali. Per l’Italia, l’italiano ha assorbito quasi tutte queste funzioni, lasciando ai dialetti solo nicchie espressive sempre più ristrette. La vera questione interessante, semmai, riguarda ciò che accadrà all’italiano stesso. Come Coletti osserva, nessuna lingua è garantita per sempre nella sua piena funzionalità: francese, tedesco, spagnolo e italiano sono già sotto la pressione crescente della lingua globale, verso cui scivolano ogni giorno di più per gli usi scientifici, tecnologici e istituzionali. Forse, dunque, il destino dei dialetti non è un’eccezione ma un’anticipazione: prima le varietà locali sono state assorbite dalla lingua nazionale; ora le lingue nazionali vengono spinte verso un nuovo equilibrio sovranazionale. Il fenomeno può piacere o no, ma ha una sua logica profonda: le lingue "forti" avanzano, quelle deboli arretrano, e questo accade da millenni. Gli antichi Romani non fecero nulla di molto diverso da ciò che vediamo oggi su scala globale: conquistarono e integrarono i popoli vicini; e, nel giro di qualche secolo, imposero il latino come lingua dell’amministrazione, della legge, del commercio e della cultura, relegando gli idiomi locali a usi sempre più marginali. Il risultato fu una trasformazione linguistica immensa, che—e sfido chiunque a negarlo—portò ordine, cultura e progresso nei secoli a venire. Osservare come oggi le lingue nazionali scivolano verso un nuovo centro di gravità internazionale è, almeno per chi guarda le dinamiche linguistiche con un minimo di distacco storico, abbastanza affascinante.

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Risposta
Luca Fiocchi Nicolai
10 dicembre 2025 - 00:00
La lingua "forte" non è certo quella in cui si scrivono per lo più contributi scientifici: il latino ha svolto per secoli questa funzione residuale senza arrestare l'affermazione delle lingue volgari: Roma, Graecia capta, non ha scalfito la posizione della lingua greca nella parte orientale, l'Europa non costringe nessuno, tanto meno colla forza, a rinunciare alla propria lingua nazionale. Una lingua dalla grande tradizione letteraria è ben altra cosa da un dialetto circoscritto e non può farsi da parte solo perché gli insicuri e gli zelanti di oggi , vergognandosi della propria lingua, inglesizzano il più possibile come quelli di ieri francesizzavano. Siamo ancora qui. La prosa scientifica, dell'economia, di internet non può rimpiazzare la lingua del popolo, da cui trae alimento pur stilizzata quella letteraria: entrambe sono creative e tengono viva una lingua. È sconcertante vedere in quale considerazione è presa la lingua della produzione scientifica, o quella dell'economia, che servono ad uso pratico di veicolazione rapida e scambio di informazioni tra studiosi o economisti o agenti e operatori finanziari. Questa prosa utilitaria può essere trasposta in italiano con facilità , mentre è molto più complesso tradurre un testo letterario. È su questo ultimo terreno che avviene il vero confronto tra le lingue. Certo coloro che alla grande letteratura non prestano più attenzione (Ah, la Crusca non è più quella di una volta, e si vede) non vi si affidano punto. Pensano ai social, ai contributi open access, credendo di leggervi il futuro (funesto) dell'Italiano. Questa sfiducia che suona quasi come un auspicio, che produce certificati di morte dell'Italiano senza offrire alcuna dimostrazione se non quella, assai azzardata, offerta dall'analogia storica usata male, fastidisce chi ha a cuore il rinnovellarsi e il futuro della nostra lingua.
Risposta
Fede Conti
02 dicembre 2025 - 00:00
Avviso ai naviganti! Non cascate nella provocazione di chi commenta allo scopo di usare "qual'è" con apostrofo nella speranza che qualcuno abbocchi e lo corregga così poi può ribattere che no, ha ragione lui e che il presidente della Crusca concorda.
Luca Fiocchi Nicolai
26 novembre 2025 - 00:00
Che l'italiano presenti i segni di un'inadeguatezza a permettere i discorsi "socialmente importanti", a tal punto da invogliare a pronostici su un suo destino all'emarginazione, è idea senza fondamento. Nella nostra lingua possono esprimersi tutti i pensieri, ma i primi a non crederlo sono le élite economiche, afflitte da senso di inferiorità. A ruota seguono politici e accademici. Per loro conta essere internazionali, esse, le élite di cui sopra, credono che la lingua inglese permetta ai loro marchi di sedurre consumatori innumerevoli. È un peccato che pure gli accademici confondano gli articoli scientifici in inglese, che all'italiano della strada, giustamente, così come sono scritti, non importano nulla, con il pensiero elevato. E che, la Gianotti balbetta forse quando parla di scienza nella lingua del sì ? " non "pensa più in essa" ? Certo, il sito di una casa editrice importante offre gli abstract (orrore!) e la presentazione degli articoli dell'ultimo numero di una rivista di critica letteraria in lingua inglese, ma non ve n'è alcun bisogno, dato che sono scritti in italiano! purtroppo siamo fatti così, ma il problema siamo noi, non la favella.

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