Il femminile come “genere del disprezzo”. Il caso di presidenta: parola d'odio e fake news

di Paola Villani

Premessa*

Nel caso di lessemi che designano ruoli di prestigio e cariche istituzionali può il femminile essere usato come una sorta di hate gender (genere dell'odio)? Per una prima verifica di questa ipotesi [1], si è esaminato il caso della parola presidenta utilizzata per designare, con intenti denigratori e di dileggio, Laura Boldrini, presidente della Camera dei deputati nella XVII legislatura (16/3/2013 – 22/3/2018) [2]. Alcuni quotidiani (soprattutto le testate più vicine a partiti di centro-destra, come “Libero”, “Il Giornale”, “Il Tempo”, ma non solo) hanno portato avanti una campagna denigratoria nei suoi confronti, con l’intento dichiarato di ridicolizzare le sue iniziative in favore di un linguaggio rispettoso delle differenze di genere. Il termine presidenta, usato come “parola del disprezzo” [3], è diventato il Leitmotiv di questa campagna. Nel tempo, si è poi creato un cortocircuito fra l’uso iniziale, consapevolmente denigratorio, e gli impieghi successivi, tanto che in diversi articoli si è attribuita alla stessa Boldrini la volontà di essere chiamata presidenta, in assenza di qualsiasi controllo delle fonti [4].

Il termine non appartiene al repertorio dell’italiano, ma è stato utilizzato dalla stampa come iberismo non adattato, da oltre un decennio, per riferirsi alle ex presidenti di Argentina (Cristina Fernandez de Kirchner, presidente per due mandati, dal dicembre 2007 al dicembre 2011, e poi dal 2011 al 2015), Cile (Michelle Bachelet, presidente dal marzo 2006 al marzo 2010, rieletta a marzo 2014 e rimasta in carica fino a marzo 2018) e Brasile (Dilma Rousseff, presidente del Brasile da gennaio 2011 ad agosto 2016).

Come è accaduto che presidenta sia diventato una hate word? Dall’esame del termine in QuID-Quotidiani In Digitale [5], un archivio digitalizzato di ventuno testate giornalistiche [6], per l’intero periodo di presidenza Boldrini (2013-2018), e negli archivi online della “Repubblica” e del “Corriere della Sera”, consultati per il periodo 1984-2019, emerge che anche in riferimento alle presidenti Bachelet, Kirchner e Rousseff presidenta ha - come si evince dal cotesto - una connotazione ironica o spregiativa. Le attestazioni più frequenti del termine riguardano la presidente argentina Kirchner, della quale si sottolineano, in un buon numero di articoli, caratteristiche stereotipicamente attribuite alle donne, in particolare di potere (dispotica, mentitrice, umorale, ritardataria, vanitosa, e così via). E questa connotazione può essere stata il punto di saldatura con l'uso che se n'è fatto in riferimento a Laura Boldrini: presidente, sì, ma da non prendere troppo sul serio.


1. La presidente Laura Boldrini

Il 15 marzo 2013 viene eletta alla presidenza della Camera dei deputati Laura Boldrini, terza donna a ricoprire questo ruolo dopo Nilde Iotti (1979-1992) e Irene Pivetti (1994-1996). Subito dopo il suo insediamento, Boldrini chiedeva di essere chiamata la presidente, anche negli atti parlamentari, e signora presidente nelle allocuzioni, innovando su questo punto la tradizione della Camera [7].

Le due presidenti che l’avevano preceduta in questo ruolo erano state infatti designate al maschile. Nilde Iotti (1920-1999) [8], prima donna in Italia ad assumere la carica di presidente di un ramo del Parlamento, in linea con la prassi linguistica seguita fino ad allora per le vicepresidenti [9] d’aula e per le poche presidenti di Commissione, fu chiamata il presidente negli atti della Camera, e signor presidente nelle allocuzioni [10]. Per Irene Pivetti si trattò invece di una scelta deliberata, sottolineata nel discorso di insediamento anche dall’uso, nel riferirsi a sé stessa, delle forme cittadino e cattolico. In diverse interviste, Pivetti non mancò di mettere in evidenza che “il ruolo di presidente della Camera, come ogni altro ruolo parlamentare, non è né uomo né donna” e che “nella lingua italiana, anche se molti non se ne accorgono, esiste il genere neutro” [11].

La possibilità di designare una donna con un lessema maschile, quindi non congruente col sesso della persona designata, non deriva, in realtà, dall’esistenza del genere neutro, che l’italiano non ha ereditato dal latino, bensì dal fatto che il maschile, nella nostra e in altre lingue, è il genere “non marcato”, cioè può riferirsi in modo inclusivo anche ad esseri umani di sesso femminile [12].

Laura Boldrini ha scelto, invece, di seguire le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana di Alma Sabatini [13] e le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo [14], poi riprese nei più recenti Suggerimenti per l’uso dell’italiano [15], che indicano strategie grammaticali per dare visibilità linguistica alle donne, troppo spesso occultate, nelle professioni e nei ruoli istituzionali, dall’impiego del maschile generico.


2. Il presidente, la presidente
o (la) presidentessa?

Attualmente, per designare una donna che ricopra un ruolo presidenziale, i parlanti hanno a disposizione tre possibili forme, tutte attestate nell’italiano standard e usate in modo non occasionale: il presidente, la presidente, (la) presidentessa. Presidente, al pari di altri nomi ambigeneri, non varia al maschile e al femminile tanto al singolare che al plurale: sono i modificatori del nome - in particolare l’articolo per i nomi che inizino con consonante - a portare la marca di genere.

Fra i repertori lessicografici dell’italiano, il Tommaseo-Bellini alla voce presidente (“Colui che presiede, che è il capo di un'adunanza”) assegna al genere femminile un’accezione autonoma, e fornisce una serie di esempi:

Plutarco, Opuscoli morali, volgarizzati da Marcello Adriani il giovane, Milano, Sonzogno, 1825-29, 2, 121: La medesima Dea (Libitina) sia presidente non meno del natale, che della morte.

Anton Maria Salvini, Prose toscane, recitate nell'Accademia della Crusca, e stampate in due volumi; il primo, Firenze, Guiducci e Franchi, 1715; il secondo, ivi, Giuseppe Manni, 1735, 1, 333: La stessa memoria, chiamata Mnemosine…lo stesso Luciano fa essere di questa saltazione, ch'io voleva descrivervi, la signora e la presidente.

Lorenzo Magalotti, Varie Operette, con giunta di otto Lettere sulle terre odorose d'Europa e d'America, dette volgarmente Buccheri, per la prima volta pubblicate, Milano, Silvestri, 1825, 160: Finito il sermone, si venne alla distinzione delle cariche con eleggere una presidente con sue assistenti, come una cancelliera e una tesoriera.

Lorenzo Magalotti, Varie Operette, con giunta di otto Lettere sulle terre odorose d'Europa e d'America, dette volgarmente Buccheri, per la prima volta pubblicate, Milano, Silvestri, 1825, 161: La presidente, dama per chiarezza di sangue e per merito di virtù, principalissima.

Il GDLI e il GRADIT lemmatizzano la voce presidente come ambigenere (maschile e femminile). Nel GDLI, in 40 esempi su 45 presidente è usato al maschile (o perché riferito a persona di sesso maschile o perché il maschile è usato quale genere inclusivo, come negli articoli della Costituzione e dei codici); in due casi il sostantivo è impiegato in modo generico e non è accompagnato da modificatori, quindi il genere è indecidibile; solo in tre esempi il sostantivo è riferito a una donna, e nella citazione di Magalotti, la medesima di Tommaseo-Bellini (3), chiaramente usato al femminile:

Federico Luigini, Il libro della bella donna, in Trattati del Cinquecento sulla donna, a cura di G. Zonta, Bari, 1913, 279: Colei... ch’era fatta loro presidente surse e fece che tutte sursero doppo il disnare allegre.

Aldo Palazzeschi, Opere giovanili, Milano, 1958 (Il codice di Perelà [1910]; nuova edizione rifatta col titolo Perelà uomo di fumo, 1954), 234: Mi occupai di lavori femminili, e sono presidente di molti istituti di beneficenza: le fanciulle pericolanti e quelle abbandonate.

Nel GRADIT in nessun esempio ricorre un uso al femminile.

Per quanto riguarda presidentessa, Tommaseo-Bellini lemmatizza la voce come femminile di presidente, ma connotata come “familiare, quasi di celia”, e la correda con due esempi:

Lorenzo Magalotti, Lettere a Leone Strozzi, a Vincenzio Viviani e ad altri, Firenze, Manni, 1736, 121: Ricorrete pertanto alla presidentessa del Gineceo.

Giovanni Bottari, Lezioni sopra il Decamerone, Firenze, Ricci, 1818, 2, 220: Oltre il nome di Erodiana dà a questa presidentessa della turma quello di Nocticula.

Il GDLI registra come prima accezione quella di “donna che esercita le funzioni di presidente” e come seconda – nel registro popolare – “moglie di presidente”. Non fa cenno a una connotazione ironica, che tuttavia sembra potersi evincere, talvolta insieme a quella spregiativa, dagli esempi (7), (8) (i medesimi del Tommaseo) e (10), allegati a questa voce, e dai citati di altri lemmi:

s.v. presidentessa:

(9) Ugo Ojetti, Sessanta, Milano, 1943, 58: Poi, la beneficenza: presidenti e presidentesse, capolista nelle sottoscrizioni, concerti negli ospedali.

(10) Emilio Cecchi, Taccuini, Milano, 1976, 305: Ispezioni (anche signore presidentesse, coi baffi).

s.v. fagotto, accrescitivo fagottone:

(11) Luigi Bartolini: […] con la sua intelligenza..., si perdette a fare il lecchino, il gallo della Checca, ormai cappone, dei salotti; e in special maniera di quello della vecchia e fagottona presidentessa della confraternita delle pie dame.

s.v. regime:

(12) Marino Moretti, Romanzi dal primo all’ultimo, Milano, 1965, 854: Ha voluto ch’io accettassi la carica di presidentessa delle adoratrici permanenti di Santa Mana Nova... La spinta a un regime di pratiche sempre più rigorose pare l’abbia avuta un anno fa da un caso di obbrobrioso anticlericalismo.

s.v. sfavata:

(13) Achille Giovanni Cagna, Provinciali, Torino, 1925, 441: Per fare le cose corrette e stigmatizzare in qualche modo la sfavata americana di quelle due spaccone, le oblatrici principali tennero seduta in casa della presidentessa.

Il GRADIT s.v. presidentessa (prima attestazione av. 1712), oltre a rinviare alla voce presidente, registra come accezione “moglie di presidente”, connotata scherzosamente.

Le Raccomandazioni di Sabatini e i Suggerimenti di Robustelli sconsigliano l’uso dei femminili in -essa, sia pure con motivazioni differenti. Mentre Alma Sabatini [16] attribuiva al suffisso -essa una connotazione ironica, spregiativa e ostile, attenuatasi nel caso di nomi come professoressa, studentessa e dottoressa, grazie alla massiccia presenza di donne in queste professioni, senza tuttavia mai scomparire del tutto, secondo Robustelli «oggi il suffisso -essa non sembra avere la connotazione tanto negativa che le aveva attribuito Sabatini. Casomai rende le forme femminili foneticamente “pesanti” e per questo, ma solo per questo, si possono preferire, quando disponibili, altre forme» [17].

Come sottolinea Thornton [18], l’aggiunta del suffisso -essa a nomi d’agente in -nte si deve a una ipercaratterizzazione del femminile, soprattutto in epoche in cui l'accesso delle donne a certi ruoli o cariche era assai limitato, come in studentessa e presidentessa. Tuttavia “per la stragrande maggioranza dei nomi d'agente in -nte […] un femminile in -essa non solo non è attestato, ma appare decisamente inaccettabile: *insegnantessa [19], *consulentessa” [20].  

Da un punto di vista diacronico, secondo Manlio Cortelazzo, il suffisso -essa ha trasferito alle cariche il senso negativo di quando, in un precedente stadio linguistico, designava la moglie del titolare della carica (è il caso, appunto, di presidentessa). “Quando invece, il suffisso è servito fin dagli inizi a distinguere un'attività propria della donna, lo slittamento non si è verificato: dottoressa, professoressa, studentessa, campionessa” [21].
Delle due forme presidente e presidentessa, si era rilevato, in un precedente studio, una sia pur limitata specializzazione, nel senso che presidentessa è usata in genere per cariche ritenute di minor prestigio rispetto ai ruoli istituzionali [22]. Sembra ormai del tutto minoritario, anche se non completamente accantonato, l’uso di presidentessa nell’accezione di ‘moglie del presidente’. Nel corpus di riferimento QuID si contano, per l’anno 2013, 443 occorrenze di presidentessa. In 11 casi, vi è un uso metalinguistico legato alle polemiche sulla lingua di genere, come negli esempi (62), (67), (69) e (73). La distribuzione di 269 occorrenze in 14 testate sembrerebbe confermare l’ipotesi che il termine sia usato per riferirsi prevalentemente a donne che guidano associazioni, musei, club sportivi, circoli (156 occorrenze rispetto alle 113 usate per donne con incarichi istituzionali, incluse le 14 occorrenze riferite a Boldrini) [23]. In 4 quotidiani, però, presidentessa, oltre ad essere sovrautilizzata rispetto agli altri giornali, con 159 occorrenze, si riferisce prevalentemente a donne con incarichi istituzionali (134 occorrenze, in cui sono comprese anche le 61 occorrenze riferite a Laura Boldrini) [24]. Solo in quattro casi nell’intero corpus, presidentessa è usata per designare mogli di presidenti (Carla Bruni Sarkozy, Michelle Obama, Clio Napolitano e Leïla Ben Ali, vedova dell’ex presidente tunisino Zine El-Abidine Ben Ali).

La connotazione ironica e negativa ravvisata da Sabatini non è completamente scomparsa [25], come si evince anche dagli esempi che seguono:

(14) “Avvenire”, 29/1/2013: Nel cast di Rai Boh, tra gli altri anche Carlo Giuseppe Gabardini (“Il Paranoicomico”), Massimo Bagnato (“Il Gossipparo”) e Desy Luccini (“La presidentessa delle vallette”).

(15) “Corriere della Sera”, 29/8/2013: Dibattito partito discutendo il compenso della presidentessa del MAXXI (nello specifico discussione irrilevante perché basata su evidenti contraddizioni di annunci e comportamenti della stessa) [...].

(16) “Corriere della Sera”, 5/10/2013: “Il dubbio”. [Rubrica di Piero Ostellino] Ma, per la presidentessa della Camera, la mia famiglia è, invece, il segno distintivo di una cultura "sessista". Forse, dovremmo vergognarcene.

(17) “Il Giornale”, 11/1/2014: Una donna doveva essere, e donna è stata, anzi Femmina. [...]. Monica Guerritore, La lupa del teatro italiano, è stata nominata presidentessa della Giuria del Campiello [...]. Scelta più che correct. Comunque, Monica Guerritore è la presidente perfetta, la Boldrini dei salotti letterari [...].

Più in generale, il suffisso -essa viene usato in determinati contesti con quel senso spregiativo, di dileggio e di “ostilità” che, sulla scorta del Devoto-Oli, aveva segnalato Alma Sabatini: [26]

(18) “Il Giornale”, 1/11/2014: [titolo] La battagliessa della presidentessa sulle articolesse.
Cara Presidentessa Boldrini, lei ha ragione quando si batte per il linguaggio di genere e afferma che è una questione importantissima. Infatti, tanto per cominciare, le do del lei, per rispetto e perché darle del tu già mi suona troppo fallico. Non voglio fare errori.

(19) Tweet https://twitter.com/Tommy_JP_91/status/1288419966631518208 del 29/7/2020.
L'hai letto l'articolo della cretinessa di Milano Bicocca? Di un egoismo vomitevole. 

Su un gruppo facebook, denominato in modo sarcastico “Irrestistibile simpatia [sic!] di Laura Boldrini”, Laura Boldrini viene spesso chiamata Boldrinessa:

(20) Post del 6/3/2015 su https://www.facebook.com/BoldriniLaura
La Boldrinessa si richiama a quanto indicato dall'Accademia della Crusca. Ma crede che qualcuno la prenda ancora seriamente?

(21) “Il Fatto quotidiano”, 7/3/2015: [titolo] Oddio, anche “otto” e “marzo” sono maschi. Che dirà la Boldrini?
Partiamo dalla grande emergenza: “Otto” e “marzo” sono entrambi maschili. Dove sono le nostre politichesse, le legislatore, le amministratore? [27]

(22) “Il Giornale.it”, 9/3/2016: [titolo] L’inutile battaglia della Boldrini: la Crusca [28] sdogana “presidenta.”
Questa “presidentessa” non ha niente di meglio a cui pensare. La crusca sarebbe meglio che se la mangiasse questa antipatica spocchiosa.
Commento di un lettore o di una lettrice del 9/3/2016 su https://www.ilgiornale.it/news/politica/ora-boldrini-sar-contenta-crusca-ha-deciso-si-pu-dire-presid-1233867.html

Sul sito web di finanza on line viene aperto un forum dal titolo:

(23) nemmeno un treddo [sic! scil. thread] di auguri x il compleanno della presidentessa della cameressa.
forum del 28/4/2018 su https://www.finanzaonline.com/forum/arena-politica/1599921-nemmeno-un-treddo-di-auguri-x-il-compleanno-della-presidentessa-della-cameressa.html.


3. Presidenta, esotismo a metà

Come si arriva dunque a presidenta? Nella maggior parte delle attestazioni dei quotidiani consultati, presidenta è un iberismo non adattato. In base alla distinzione tradizionale fra prestiti di necessità e prestiti di lusso [29], oggi meno utilizzata perché ritenuta non pienamente soddisfacente per descrivere i fenomeni di interferenza fra idiomi diversi [30], l’uso di presidenta non sembra necessitato dall’esigenza di colmare un vuoto lessicale nella nostra lingua. In italiano – come si è detto – vi sono addirittura tre differenti possibilità per riferirsi a una donna che ricopra un ruolo presidenziale: il presidente, la presidente e presidentessa, termine, quest’ultimo, che può occasionalmente caricarsi di connotazioni negative.

Il Diccionario de la lengua española de la Real Academia Española (RAE) [31] lemmatizza congiuntamente presidente e presidenta, e precisa che il femminile si usa talvolta nelle accezioni 2 e 3. La settima accezione, solo femminile, è quella di ‘moglie del presidente’ (nel registro colloquiale):

presidente, ta En acep. 1, u. solo la forma presidente; para el f., u. algunas veces presidente en aceps. 2 y 3. 1. adj. p. us. Que preside. 2. m. y f. Persona que preside un Gobierno, consejo, tribunal, junta, sociedad, acto, etc. 3. m. y f. En los regímenes republicanos, jefe del Estado normalmente elegido por un plazo fijo. 4. m. Entre los romanos, juez gobernador de una provincia. 5. m. En algunas religiones, sustituto del prelado. 6. m. Maestro que, puesto en la cátedra, asistía al discípulo que realizaba un ejercicio literario. 7. f. coloq. Mujer del presidente.

Nello scritto, in particolare nella nostra stampa quotidiana, l’impiego del termine presidenta è inizialmente dettato dall’intento “di evocare un ambiente o una situazione” [32]. E, più che di un prestito, si potrebbe parlare di una citazione da un’altra lingua, probabilmente per sottolineare in modo inequivocabile la novità che a presiedere un partito, una istituzione o uno Stato in paesi di lingua spagnola o portoghese sia una donna. Tale motivazione, accompagnata da notazioni metalinguistiche, ed espressa talvolta in modo esplicito, rende evidente il carattere citazionale del termine, come negli esempi [33] che seguono:

(24) “Corriere della Sera”, 13/2/2001: Gloria Magapacal-Arroyo vestita di rosso, che tutti chiamano con devozione "la presidenta", [34] avanza con passo sicuro sul tappeto rosso […].

In una intervista a Michelle Bachelet, tradotta dallo spagnolo, si lascia inalterato il termine presidenta per sottolineare la duplice innovazione, politica e linguistica, rappresentata dalla sua elezione:

(25) “la Repubblica”, 16/1/2006: Oggi voglio attenermi soltanto a una banale questione di protocollo. Ora che el presidente è una donna, e che non c'è più la necessità di urlare in rima, come in campagna elettorale, "Se siente, se siente, Michelle presidente", possiamo dare per acquisito che d'ora in poi, inequivocabilmente e per sempre, la si possa chiamare presidenta? Bene, señora presidenta, entriamo in argomento.

Il “Corriere della Sera”, 16/1/2006, titola l’articolo dedicato alle elezioni in Cile:

(26) Bachelet, prima "presidenta" in Sudamerica.

E, nel corpo dell'articolo, richiama la scelta di Bachelet di essere designata la femminile:

(27) Il profilo personale della presidenta, come si farà chiamare, rompe con la tradizione cilena su molti aspetti.

In occasione delle successive elezioni presidenziali del Cile nel 2013, che vedevano due candidate correre per la presidenza, “Il Manifesto”, 2/10/2013, commenta:

(28) Comunque vada sarà una "presidenta".

Analoga scelta fa, nel catenaccio, “Avvenire” il 13/8/2013:

(29) Tra machismo e "presidentas": il paradosso latinoamericano.

(E qui il plurale in -s è un segno inequivocabile che si tratta di un ispanismo non adattato).

Che l’uso del termine nella nostra stampa quotidiana sia legato in particolare all’elezione di donne alla massima carica dello Stato in alcuni paesi dell’America latina lo si evince anche da un semplice dato quantitativo: nell’archivio online della “Repubblica”, dal 1984 al 2005, quando l’unica donna alla guida di uno Stato latino-americano era la nicaraguense Violeta Barros de Chamorro (1990-1997), presidenta ricorre due sole volte: in un uso metalinguistico [35] e nell’accezione di ‘moglie del presidente’, riferito ad Ana Botella, consorte dell’allora capo del governo spagnolo, José Maria Aznar:

(30) “la Repubblica”, 9/6/2000: [titolo] Palco reale e San Martino: il tour di Presidenta Ana.
Dona Ana la bella Presidenta non è a caccia di quartieri popolari come in Spagna, durante la campagna elettorale del marito.

Anche in questo impiego, il lessema presidenta non sembra scevro da quella connotazione ironica che lo ha accompagnato successivamente, come chiosa il “Corriere della Sera”:

(31) “Corriere della Sera”, 13/3/2000: Eppure la Presidenta (come la chiama con una punta di ironia la stampa spagnola) è qualcosa di più di una moglie fedele e innamorata […].

Nell’archivio online del “Corriere della Sera”, a parte due citazioni metalinguistiche del 1992 [36], si conta solo una manciata di occorrenze di presidenta riferita ad Evita Peron (nelle recensioni di alcuni spettacoli sulla sua vita), ad Ana Botella e a Gloria Arroyo.

È nel 2006, anno di elezione di Michelle Bachelet alla presidenza del Cile, che il termine presidenta inizia ad essere usato nella stampa quotidiana italiana in modo non del tutto episodico (nell’archivio della Repubblica si registrano 15 risultati). L’uso di presidenta si intensifica (22 risultati nell’archivio della “Repubblica”) nel 2007, quando è eletta Cristina Fernandez de Kirchner, controversa presidente dell’Argentina per due mandati e, dopo una leggera flessione negli anni successivi, ancora nel 2013 (28 risultati), anche per lo spazio dedicato dalla cronaca politica all’incontro tra Kirchner e l’ex arcivescovo di Buenos Aires, padre Jorge Mario Bergoglio, salito al soglio pontificio come Papa Francesco il 13 marzo di quello stesso anno. È proprio in riferimento a Kirchner, e in misura minore alle presidenti del Brasile Dilma Rousseff e del Cile Bachelet, che il termine presidenta inizia a caricarsi di connotazioni ironiche, quando non spregiative, mutuate dal contesto.

Il quotidiano “Avvenire” il 19/3/2013, nel descrivere il primo incontro fra Kirchner e Papa Francesco, usa, per riferirsi a Kirchner, alternativamente capo dello Stato, la presidente, il presidente:

(32) [catenaccio] Clima disteso dopo che le prime reazioni ufficiali del governo all’elezione non erano state molto calorose. Scambio di doni e colloquio "importante e fruttifero", nelle parole del capo dello Stato [Kirchner].
[sommario] Il Papa riceve la presidente argentina, che lo invita a visitare il paese "forse già a luglio".
Il presidente [Kirchner] s’è detta inoltre "profondamente colpita" dal riferimento che Papa Francesco ha fatto parlando del Sudamerica come "una patria grande" […].

Ma, facendo cenno al clima non propriamente cordiale fra Papa Bergoglio e Kirchner, si utilizza, nel medesimo articolo, presidenta:

(33) Con un tono un po’ freddo e distaccato, la presidenta si è congratulata con il Papa, augurandogli "un fruttifero impegno pastorale" di fronte a "così grandi responsabilità quali la giustizia, l’uguaglianza, la fraternità e la pace dell’umanità".

Analogamente, “il Messaggero”, 29/7/2013, usa il maschile nelle didascalie di una foto, mentre ricorre al termine presidenta nel corpo dell’articolo, in cui si sottolinea il comportamento interessato di Cristina Kirchner:

(34) Da Buenos Aires è arrivata anche la "Presidenta" Cristina Kirchner con il suo Tango 01, l’aereo presidenziale, per rendere l’onore delle armi al "nemico" di un tempo, Bergoglio. Ha vinto lui. Rio val bene una messa.
[Foto] Il Papa scherza con il presidente brasiliano Dilma Rousseff, a sinistra, quello argentino Cristina Fernandez [Kirchner] e il boliviano Evo Morales.

La scarsa simpatia che correva fra i coniugi Kirchner e l’ex arcivescovo di Buenos Aires e l’opportunismo di Cristina Kirchner per volgere in proprio favore l’elezione a Papa dell’argentino Bergoglio è un tema ricorrente nelle cronache politiche dell’epoca, al pari del termine presidenta:

(35) “Libero”, 15/3/2013: [occhiello e titolo] La reazione all'elezione [di Papa Bergoglio]. E la Kirchner sbottò: "Mala suerte!".
[...] mentre alla Direzione del Cerimoniale chiedevano se la Presidenta, visibilmente furibonda, non avesse intenzione di disertare la cerimonia di insediamento di Francesco I.

(36) “Il Foglio”, 19/3/2013: [occhiello e titolo] I rapporti tra il cardinale di Buenos Aires e la Presidenta argentina erano freddi. Ora un omaggio rapido e ben ragionato. Così Cristina Kirchner di Canossa s’è inchinata a Francesco.
"Quando stavano tutti e due a Buenos Aires, la Presidenta si rifiutava di percorrere 50 metri per ascoltare le omelie del cardinale Bergoglio nella cattedrale, e adesso ha dovuto fare un viaggio di undicimila km".

(37) “La Nazione”, 19/3/2013: C’è sempre una prima volta, anche per la ‘Presidenta’. "Non mi aveva mai baciato un Papa", dichiara una sorridente Cristina Fernandez de Kirchner, dal 2007 alla guida dell’Argentina [...].

(38) “la Repubblica”, 19/3/2013: Ieri un giornale locale ricordava che la Presidenta aveva respinto "almeno 14 richieste di appuntamenti avanzate dall’allora arcivescovo della città".

(39) “Il Messaggero”, 19/3/2013: Volevano farle qualche domanda sui dossier più scomodi. Dittatura, peronismo. La presidenta si è limitata a una dichiarazione centrata su ciò che le stava più a cuore del vertice bilaterale col neo-capo della Santa Sede, a partire dal dossier delle Malvinas, le isole contese con i britannici (che le chiamano Falkland).

(40) “la Repubblica”, 20/3/2013: Nemmeno Cristina Kirchner può evitarlo, la presidenta seduta lì in prima fila coi suoi capelli sciolti, col suo ventaglio nero, nemmeno lei che a Bergoglio aveva fatto la guerra ed ora, davanti a questo Papa con le scarpe consumate, si inchina vezzosa e consapevole della promessa che quelle scarpe coniugano.

(41) “Il Foglio Quotidiano”, 24/6/2013: Magari, sulla rete, qualcosa sarà anche arrivato alle orecchie della presidenta argentina Cristina Kirchner, venuta in Vaticano a salutare il suo vecchio oppositore, per chiedergli privatamente anche di intercedere con gli inglesi sulla restituzione delle Malvinas.

(42) “Avvenire”, 2/8/2013: L’immagine ritrae la presidenta Cristina Fernandez Kirchner e il “suo” candidato alle elezioni primarie dell’11 agosto, Martin Insaurralde, che salutano il pontefice in Brasile. Scattata sabato scorso, la foto formato cartellone ha scatenato un’ondata di polemiche politiche e mediatiche.

(43) “Avvenire”, 20/12/2013: La ricostruzione della giurista può contare su una testimone oculare autorevole e indipendente. Una personalità politica che milita nella formazione della presidenta Cristina Fernandez de Kirchner, notoriamente poco in simpatia con Bergoglio.

Alla presidente Kirchner sono attribuiti dalla stampa, di volta in volta, tratti stereotipicamente associati a donne di potere: vanitosa, ritardataria, dispotica – paragonata niente meno che a Maria Antonietta – umorale, mentitrice, seduttiva:

(44) “Corriere della Sera”, 12/2/2008: [occhiello e titolo] La stampa di opposizione contro la Kirchner: "Arriva tardi e delega al marito". Vestiti e viaggi, Cristina presidenta "lavativa".
Ma la Presidenta lavora?

(45) “Corriere della Sera”, 4/6/2008: [titolo] E prima dell’incontro la "presidenta" in visita da Bulgari.
Nota per le frequentazioni vip [...], la "presidenta" per alleggerire l’incontro [il vertice FAO sulla fame nel mondo] si è concessa qualche ora di shopping a via Margutta.

(46) “Libero”, 10/2/2013: Il governo ha imposto ai supermercati prezzi calmierati, eppure la presidenta Cristina de Kirchner continua a negare la presenza di inflazione galoppante.

(47) “Corriere della Sera”, 4/3/2013: [titolo] Il giudice [Garzòn] e la Presidenta. Voci di un flirt inconfessabile.

(48) “Il Giornale”, 2/6/2013: Il 29 maggio, all’apertura alla stampa internazionale della Biennale di Venezia, il Padiglione argentino era inaccessibile per una ridicola cerimonia televisiva con la "presidenta" della Repubblica Cristina Kirchner.

(49) “Il Giornale”, 16/7/2013: [titolo] "Non c’è più il pane" La Kirchner traballa come Maria Antonietta.
La presidenta già da tempo non gode di grande popolarità come dimostrano le continue proteste di piazza degli ultimi mesi. [...] Ma c’è di più: per una fetta sempre più grande di argentini, la presidentessa è una despota che trucca i conti.

(50) “Avvenire”, 13/8/2013: Alle primarie, in vista delle elezioni legislative di ottobre, i dissidenti del suo schieramento […] hanno battuto i fedelissimi della “presidenta” […]. Lo stile aggressivo di “CFK” - come la chiamano -, però, non aiuta: il kirchnerismo ha esteso ormai la categoria del “nemico” a chiunque critichi, pur debolmente, la politica della “jefa” (capo).

Si noti che nella medesima pagina del quotidiano “Avvenire” si fa riferimento a Michelle Bachelet come ex capo di Stato del Cile e a Dilma Rousseff come la presidente.

Anche Dilma Rousseff e Michelle Bachelet, sia pure in misura molto minore, sono talvolta descritte in modo poco lusinghiero:

(51) “Corriere della Sera”, 24/8/2006: [occhiello e titolo] Prima seria crisi per la “Presidenta”, il cui consenso è calato di otto punti. La socialista Bachelet fa arrestare gli studenti.

(52) “Avvenire”, 26/6/2013: “A voi la parola”. [Rubrica del direttore Marco Tarquinio] La “presidenta” brasiliana doppiopesista.
[Lettera al direttore] Caro direttore, ma brava signora “presidenta” del Brasile. Ha impersonato in pieno il doppiopesismo di […] quando faceva la rivoluzionaria […].

(53) “La Stampa”, 22/10/2013: [catenaccio] "PRESIDENTA TRADITRICE". I dimostranti contro Dilma. "Ha svenduto agli stranieri il nostro oro nero".

(54) “La Stampa”, 21/6/2013: [titolo e sommario] Il Brasile in rivolta scova le spese folli di Dilma Rousseff. Nel mirino i viaggi all’estero della Presidenta. Spesi 19mila dollari per una notte a New York.

(55) “la Repubblica”, 16/6/2013: Ma poco dopo i fischi se li becca anche la Presidenta Dilma Rousseff, seccatissima, nonostante il vestitino della festa e l’acconciatura fashion.

(56) “la Repubblica”, 19/6/2013: Mentre sorseggiano, parla scegliendo bene le parole la presidenta Dilma Rousseff, la vecchia guerrigliera che negli anni ʼ70 imbracciava il fucile contro la dittatura militare e ora è agli antipodi, dato che siede sullo scranno del Planalto di Brasilia […].

(57) “Il Fatto Quotidiano”, 11/1/2013: [sommario] Brasile, un’inchiesta sulla compravendita di voti preoccupa anche la “presidenta” Dilma.

Abbastanza interessante è il trattamento paragrafematico di presidenta. Dei forestierismi usati in modo occasionale, e non acclimatati nella nostra lingua, nei testi a stampa si segnala convenzionalmente la non appartenenza al repertorio dell’italiano con l’uso del corsivo. Prima dell’avvento del computer, in testi dattiloscritti (e in quelli scritti a mano) si ricorreva, al medesimo fine, agli apici semplici o doppi, ai caporali oppure alla sottolineatura. Serianni riporta tuttavia alcuni esempi di forestierismi utilizzati in testi a stampa fra apici anche dopo l’avvento della videoscrittura [37]. Rilevano D’Achille e Thornton [38]:

l’estraneità di una parola al resto del testo può essere segnalata anche solo attraverso segni paragrafematici, ed è questa la modalità oggi più frequente: il carattere tondo o corsivo, e l’inserimento o meno tra le virgolette “di distacco” costituiscono un segnale assai significativo […] riguardo all’atteggiamento dello scrivente, o del suo pubblico, o anche della redazione cui è affidato l’editing del testo, nei confronti della parola straniera.

Nel caso di presidenta non vi è una soluzione uniformemente adottata da tutti i quotidiani, anzi neppure all’interno della medesima testata (e talvolta nemmeno nello stesso articolo). Ad esempio, nell’anno 2013, “Avvenire” nella maggior parte dei casi riporta la voce tra virgolette, ma anche un paio volte in tondo e una volta in corsivo. “Il Giornale” utilizza prevalentemente il tondo e, in misura minore, le virgolette; medesima scelta fa “Libero”. “Il Messaggero” usa prevalentemente le virgolette, ma utilizza talvolta il carattere tondo. “La Repubblica” alterna tondo, virgolette, e – in qualche caso più raro – il corsivo. Il “Corriere della sera” utilizza alternativamente caporali, corsivo e tondo.

Ciascuna delle soluzioni adottate costituisce, come notano D’Achille e Thornton, [39] “un segnale assai significativo […] riguardo all’atteggiamento dello scrivente, o del suo pubblico”: riportare una parola straniera in tondo equivale, in un certo senso, a ritenerla ormai acclimatata in italiano. Anche se presidenta resta un occasionalismo, tuttavia la vicinanza fra le lingue di partenza – spagnolo e portoghese – e l’italiano fa sì che risulti immediatamente trasparente il riferimento a una donna che esercita un ruolo presidenziale. D’altro canto, le virgolette che servono a segnalare l’estraneità di una parola al nostro sistema linguistico possono cumulare il valore di presa di distanza da parte di chi scrive e la connotazione ironica o sarcastica, come nell’esempio (52), ripetuto qui di seguito:

(52) “Avvenire”, 24/6/2013: Caro direttore, ma brava signora “presidenta” del Brasile. Ha impersonato in pieno il doppiopesismo di […] quando faceva la rivoluzionaria […].

Non è fra gli obiettivi di questo testo fare una disamina del modo in cui la stampa parla delle donne di potere. Ciò che importa ai fini del presente lavoro è verificare come il termine presidenta sia molto spesso utilizzato in contesti connotati negativamente verso la titolare della carica, che le critiche abbiano o meno fondamento.

Un altro dato significativo è che dal 2006 al 2012, anno precedente all’elezione di Boldrini, nel corpus QuID solo in due casi il termine presidenta è riferito a donne che non vivevano in un paese la cui lingua ufficiale fosse lo spagnolo o il portoghese (Carla Bruni, moglie dell’allora presidente francese Sarkozy, e Leila Daianis, presidente di un’associazione trans italiana). 

4. Presidenta e linguaggio di genere

Nel 2013, per schernire la presidente Laura Boldrini parte della stampa quotidiana e dei suoi oppositori politici ha a disposizione un termine, presidenta appunto, connotato abbastanza negativamente, e meno usurato, in questo impiego, di presidentessa. In virtù della vicinanza fra lingue di partenza e italiano, presidenta può apparire come una storpiatura iperfemminilizzata, una forma caricaturale di presidente. La scrittura del termine in tondo in diversi quotidiani ne ha probabilmente facilitato l’adozione.

Il primo quotidiano che ricorre al termine presidenta in riferimento a Boldrini è “Il Fatto Quotidiano” del 17/3/2013, nella cronaca della sua elezione a presidente della Camera, con un chiaro tono di dileggio:

(58) Eppure “la presidenta” è stata eletta con 327 voti, 18 in meno di quelli che poteva raccogliere al massimo. [...] La pasionaria dei diritti era già definita ieri nella sorpresa dai toni positivi dei media (più critici, e ironici, i commenti sui social network, soprattutto Twitter: Qualcuno informi #Boldrini che è presidente della Camera, non della Caritas, per fare un esempio).

(59) “Il Giornale”, 28/4/2013: “L’Angolo di Granzotto” [rubrica di Paolo Granzotto].
[Lettera] Caro Granzotto, spero che non abbia mancato la prima trasferta istituzionale della sua nuova icona di riferimento, Laura Boldrini a Milano per la festa della Liberazione. Imperdibile.
[Granzotto] [...] Come avrei potuto [...], venerando come venero la Presidenta? Stupenda, ecco cosa posso dire di lei e arditissimi i picchi del suo pensiero: è riuscita a mettere nel novero delle conquiste partigiane, nel novero cioè delle cose liberate dalla Liberazione, anche la prestanza sessuale: "Ci siamo liberati - ella esclamò giuliva - dalla virilità, dal maschilismo".

Uno dei bersagli preferiti di alcuni quotidiani – soprattutto i più vicini ai partiti di destra, ma non solo – è l’impegno di Laura Boldrini in favore di un uso della lingua rispettoso della differenza di genere. Il contesto d’uso privilegiato di presidenta – come ha giustamente segnalato Claudio Marazzini [40] – è quello in cui si irride al tentativo di declinare al femminile i termini che indicano ruoli e professioni:

(60) “Libero”, 25/9/2013: [occhiello e titolo] I nuovi moralisti. Crociata della Boldrini contro le mamme.
La presidenta Boldrini (si noti bene: è d’obbligo l’uso esagerato del femminile, abbiamo appena cambiato tutto il corredo tipografico per l’occasione) ha trovato la sua nuova crociata […].

(61) “Il Foglio”, 26/10/2016: [occhiello e titolo] Presidenta Boldrini, non si fermi. Dopo sindaca vogliamo leona e uoma.
Vorrei permettermi qualche annotazione a margine dei preziosi interventi della nostra Presidenta della Camera on. Boldrini in materia di discriminazione linguistica, anche per sottolineare il fatto che c’è ancora tanta strada da fare.

All’indomani del convegno organizzato dalla rete di giornaliste GiULiA alla Camera dei deputati l’11 luglio 2014, per presentare Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano [41], alla presenza di Laura Boldrini, che aveva promosso l’iniziativa, “Il Fatto quotidiano” del 13/7/2014 commenta:

(62) La Signora Boldrini (sperando che l’appellativo non sia recepito come offensivo, nel dubbio se chiamarla Presidente, Presidenta, Presidentessa, La Boldrini) ha appoggiato l’iniziativa spiegando che la declinazione di genere è per sancire la natura definitiva e non effimera “come una meteora” della compiuta parità professionale tra donna e uomo.

E nella stessa pagina, oltre a una serie di inesattezze sul piano linguistico e di ironia a buon mercato [42], si attribuisce alla stessa Boldrini la volontà di farsi chiamare presidenta, circostanza non supportata da alcuna fonte, ma che inizierà a circolare come un caso di fake news:

(63) La presidenta (lei vuole essere chiamata così) della Camera rilancia un suo vecchio cavallo di battaglia: la questione di genere applicata alla sintassi. Il nuovo volume “Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano”, presentato venerdì a Montecitorio, vuole essere una guida per l’uso di un italiano politicamente corretto. Il testo è stato curato dalla professora [43] (sic) [nel testo] di Linguistica all’Università di Modena Cecilia Robustelli ed è edito da Giulia, l’associazione autonoma di giornaliste che si occupano di discriminazione femminile. Lo scopo è proprio questo: analizzare l’uso di maschile e femminile nei media e individuare esempi positivi e strafalcioni da evitare. Il libro si apre con una prefazione di Nicoletta Maraschio, presidenta [44] onoraria dell’Accademia della Crusca.

(64) “Il Giornale.it”, 9/3/2016: [titolo e sommario] L'inutile battaglia della Boldrini: la Crusca sdogana “presidenta” [45]. La presidente della Camera ai festeggiamenti per la festa della donna ha portato avanti la sua battaglia linguistica: "È sessista non declinare al femminile". E la Crusca le dà ragione.

(65) “Il Fatto Quotidiano”, 7/3/2015: Per fortuna c’è la presidenta Boldrini che dà voce alle nostre necessità più urgenti come “l’adeguamento del linguaggio parlamentare al ruolo istituzionale, sociale e professionale assunto dalle donne e al pieno rispetto delle identità di genere”. Eppure, nonostante gli editti, qualche maschilista-sciovinista osa ancora spiritosaggini tipo “quello che le donne dicono è peggio di quello che non dicono”. (Ps: mala tempora sarà mica femminile?).

(66) “Il Fatto quotidiano”, 19/4/2015: [occhiello e titolo] BIANCHETTO & PRESIDENTA: LA STORIA COME FARSA. Sbianchettare la storia non cancella la tragedia, ma alimenta la farsa.
LA RIVOLUZIONE culturale - M(i)ao – della presidenta della Camera Laura Boldrini avanza. Poco più di un mese fa, in occasione della Festa della donna, aveva scritto un’accorata epistola ai colleghi e alle colleghe di Montecitorio [46], sottolineando la necessità di adeguare il “linguaggio parlamentare al ruolo istituzionale, sociale e professionale assunto dalle donne e al pieno rispetto delle identità di genere”. Ne era nata un’esilarante campagna sui social, #declinaperlaura.

Gli argomenti e i toni non sono dissimili da quelli usati, a suo tempo, nei confronti delle Raccomandazioni di Alma Sabatini [47], nonostante siano passati più di trent’anni [48].

5. Parola del disprezzo e fake news

A partire dal Fatto Quotidiano [v. esempio (63)], nel corso del tempo, e soprattutto a distanza di qualche anno dalla sua elezione a presidente della Camera, diversi giornali hanno accreditato, in maniera esplicita o implicita, talvolta perfino in buona fede, l’idea che la richiesta di essere chiamata presidenta fosse partita dalla stessa Boldrini. Si è creato, in sostanza, un gioco di specchi fra gli stessi quotidiani, tale per cui si è fatta eco a notizie di seconda mano, senza risalire più alle fonti, ossia alle dichiarazioni della stessa Boldrini:

(67) “Il Giornale”, 12/7/2014: [titolo] L'ultima crociata della Boldrini? Le desinenze in -a.
Nostra Signora delle Battaglie Culturali (in sigla NSdBC), Laura Boldrini, Presidente/Presidenta/Presidentessa/Presidentera/Presidentalessa della Camera, ci sollazza con un'altra delle sue. [...] Se ricoperta da femmina - ammonisce Boldry - la carica ha da essere "ufficialmente declinata al femminile". […] Dice anche NSdBC che fra Presidente e Presidenta - ove il soggetto, pardon la soggetta sia donna - "la scelta è politica" […].

(68) “Il Messaggero”, 15/5/2017: […] la seconda [associazione sportiva è stata fondata] da una suora delle Sorelle Ministre della Carità di San Vincenzo de Paoli, suor Giovanna Saporiti, che ne è anche la presidente, probabilmente senza la sgrammaticata civetteria di farsi chiamare “presidenta”.

(69) “La Verità”, 19/1/2018: Ora, […] il Viminale [ha] coraggiosamente sfidato Laura Boldrini [in grassetto nel testo] chiamandola "presidente", e non "presidenta" o "presidentessa" […].

(70) “Libero”,1/3/2018: Finché continueremo a dire presidente e non presidenta […], finché parleremo di avvocato e non di avvocata – è il ragionamento – allora sarà inevitabile che il presidente o l’avvocato ci proveranno allungando le mani.

(71) “Corriere della Sera”, 14/2/2018: [occhiello e titolo] Strafalcioni dei politici (immortalati dai social). Su 7 il test sulla conoscenza dell'italiano usando frasi dei nostri leader.
Ex Presidenta [Boldrini] attivissima sul fronte del genere grammaticale. Con le migliori intenzioni, ma non sempre ottimi risultati. Molti segretari donna della Camera da lei presieduta hanno protestato perché ha imposto di chiamarle "segretarie" [49].

(72) “Libero”, 27/3/2018: [occhiello e titolo] Il nuovo presidente del Senato Casellati: "Chiamatemi Presidente" [50]. In due parole cancellata la Boldrini.
Bum! In un colpo solo, tutta la retorica femminista portata avanti dalla Presidenta Laura, tutta l’edificazione di una neo-lingua che avrebbe creato gli insostituibili mestieri di “avvocata”, “ministra” e “sindaca” è stata smontata, e per di più da una donna, politico come lei […]. [Casellati] chiede di essere chiamata solo “Presidente”, senza attribuzioni di genere.

(73) “Il Messaggero”, 5/4/2018: La Casellati s’è subito calata nel ruolo, senza concessioni pop – "Chiamatemi il Presidente", ha detto per esempio: e non la Presidente o la Presidentessa o peggio la Presidenta come piaceva alla Boldrini – e nell’ossequio formale, cioè sostanziale, alla carica a cui è stata chiamata.

(74) “La Repubblica”, 3/7/2018: “Le lettere di Corrado Augias”. [Titolo] Il meraviglioso italiano e le lingue del mondo.
[Risposta di Augias] Molti titoli sono legati alla funzione più che alla persona che li ricopre, per cui ci vorrebbe cautela nel gettarsi su assessora o presidenta per ansia di correttezza politica. Che dovrebbero dire i maschi delle zebre e delle scimmie nel sentirsi chiamare zebra e scimmia nonostante la loro esibita mascolinità?

(75) Il Tempo, 25/11/2018: “Lettere della domenica”. [Titolo] Sindaca o Sindaco? Un dilemma degno di Amleto.
Gentile lettore, […] la presidente di Fratelli d’Italia, signora Giorgia Meloni, disse ironicamente che per lei la Boldrini poteva anche farsi chiamare "presidenta" e che questa le appariva questione di poca rilevanza.

Presidenta è così diventata a tutti gli effetti nel repertorio dell’italiano, dall’elezione di Boldrini a presidente della Camera, una “parola del disprezzo”. Pur restando un occasionalismo, il termine è usato tuttora sia come iberismo non adattato, sia in riferimento a donne presidenti – o ex presidenti, come Boldrini – nei confronti delle quali si intenda manifestare avversione o esprimere dileggio:

(76) “Libero”, 24/04/2013: L’altra sera in tv, per spiegare la sua contrarietà alla presenza di Enrico Letta ai vertici dell’esecutivo, la presidenta [Rosy Bindi] si è lasciata sfuggire che sarebbe stato consigliabile non avere fra i ministri politici dei prima fila.  

(77) “Avvenire”, 14.4.2013: controstampa [rubrica di Pier Giorgio Liverani]
IL BARATTOLO DI EMMA. Nemmeno Il Fatto Quotidiano vuole Emma Bonino presidente della Repubblica. [...]. Naturalmente significativi sono anche, però, i silenzi del Fatto sulle ripetute campagne di Emma Bonino per l’aborto (quanti cittadini ha sottratto alla Repubblica quest’aspirante presidenta?), ma anche sugli aborti “politici” praticati personalmente.  

(78) “Il Giornale”, 5/9/2013: “L’Angolo di Granzotto” [rubrica di Paolo Granzotto]
Che è anche il primo amore di Renzi, di Enricoletta e pure della giusto appena ex presidenta del Pd, Maria Rosaria Bindi da Sinalunga (anticamente Asinalunga).

(79) “Libero”, 4/8/2019: [titolo] La nuova “presidenta” non cambierà nulla.
Che bello la nuova Presidenta (a proposito, come si permettono di chiamare una femminista come lei “presidente”?) dell’Ue Ursula von der Leyen […].

(80) “Il Fatto quotidiano”, 19/5/2018: Ѐ sempre difficile stilare un toto Palma, ma quest’anno di più. La variegata e indecifrabile giuria, per input della presidenta Cate Blanchett, vorrà preferire una donna?

Conclusioni

Questa breve storia del termine presidenta e del suo impiego in italiano appare significativa sotto più di un aspetto. Innanzitutto, ci dice che in Italia, sia pure in misura minore che in passato, continuano ad esserci forti resistenze verso l’adozione delle denominazioni femminili di cariche, ruoli e funzioni di prestigio. Le ragioni di questa contrarietà e resistenza sono ancora quelle evidenziate più di un decennio fa da Luca Serianni, il quale giustamente precisava che “la scelta non è tanto linguistica, quanto socioculturale” [51] e, aggiungerei, ideologica [52] (intendendo per “ideologia” l’insieme dei valori e delle opinioni che orientano gli individui e i gruppi sociali). Rispetto ad altre lingue, come lo spagnolo o il tedesco, nelle quali i femminili professionali appaiono pienamente affermati, l’italiano si dimostra particolarmente conservatore, come ha messo in evidenza Giuseppe Zarra [53].

Le battaglie linguistiche rappresentano talvolta un alibi per dissimulare una resistenza nei fatti all’accesso delle donne a ruoli apicali [54].

Infine, ma non ultimo per importanza, c’è un fattore messo sapientemente in luce da Giulio Lepschy: l’insofferenza, il sospetto e il senso di ribellione che suscitano nel nostro Paese i tentativi di imporre dall’alto dei modelli di lingua. Questo avviene a causa della lunga tradizione di prescrittivismo linguistico, ispirata a posizioni puristiche, che ha caratterizzato, dal Rinascimento, la nostra storia linguistica [55]. A questa ostilità ed insofferenza non si sottraggono neppure i tentativi – fatti per lo più da organismi ufficiali o da donne con incarichi prestigiosi in vari campi – di adottare un linguaggio rispettoso delle differenze di genere. Spia di questo malanimo è in primis la reazione di fastidio anche di molte donne (pur se mescolata a motivazioni di diversa natura). In secondo luogo, a fronte di raccomandazioni, suggerimenti, linee guida, in sostanza di “consigli per l’uso”, e non di leggi e sanzioni, si parla, in diversi organi di stampa, di “editti” [56], di una “concezione carceraria della lingua che vuole fare il lavaggio del cervello alla Nazione” [57], di “censura” [58] della “edificazione di una neo-lingua” [59] di orwelliana memoria. Gli esempi si potrebbero facilmente moltiplicare, e - come si è già più volte ribadito - non riguardano solo i quotidiani di orientamento conservatore.

Guardando poi più specificamente all’oggetto del presente lavoro, ossia al termine presidenta, notiamo come una qualsiasi parola possa acquisire un forte valore dispregiativo, fino ad essere impiegata come un insulto, pur non essendo, in origine, una “parola dell'odio” o del disprezzo.

De Mauro, incaricato nel 2016 dalla commissione parlamentare sull'intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio [60] di analizzare le manifestazioni verbali legate a tali fenomeni, sottolineava:

nel concreto dell’esprimersi può accadere che qualsiasi parola e frase, del tutto neutra in sé, in circostanze molto particolari possa essere adoperata per ferire. [...] Anche i nomi di categorie socialmente rispettate possono essere punto di partenza di espressioni ingiuriose [61].

Questa ultima affermazione riguarda soprattutto i nomi di attività, ruoli e funzioni di prestigio declinati al femminile. Il caso di presidenta è per certi versi paradigmatico: inizialmente usato come iberismo non adattato, è stato poi piegato, in determinati contesti ed usi, all’esigenza di ridicolizzare le diverse proposte di usare al femminile i nomina agentis. E questo effetto caricaturale lo si è ottenuto con dei mezzi “grammaticali”: declinando il nome presidente come se appartenesse, in italiano, alla classe di flessione prototipica per i femminili (classe in -a/e) [62]. È, in definitiva, lo stesso genere femminile (inteso come genere grammaticale e identificato con “la desinenza in -a”) [63] a diventare strumento di derisione, in quanto «vidim[erebbe] un complesso di inferiorità […] snaturando le desinenze: “ministra”, “sindaca” etc; manca solo “presidenta” in luogo di presidentessa» [64]. I Suggerimenti di Cecilia Robustelli e le iniziative di Boldrini diventano la “crociata” per le “desinenze in -a” [65]. Viene riconosciuta “una dimensione politica della declinazione al femminile" che trasforma «la definizione dei generi in un luogo di sperimentazione” e che “impone […] sostantiv[i] di nuovo conio per adattarsi alle signore che ne incarnano la funzione, presidenta, sindaca, avvocata, e perché no presida, e allora magari anche atleto per evitare […] la disparità […]” [66]. A nulla valgono le considerazioni equilibrate e pacate di linguiste e linguisti, di storici e storiche della lingua, che mettono in evidenza come ministra e sindaca siano forme “impeccabili” dal punto di vista grammaticale [67], che funzionano in modo diverso rispetto ai nomi in -e.

“La teoria che le donne vogliano sentirsi appellare con la desinenza in -a è […] facilmente smontabile”, afferma in modo apodittico Il Fatto Quotidiano [68], come se “le donne” costituissero un monolite, che non lascia spazio a distinzioni soggettive, anche rispetto alle preferenze su come essere chiamate [69], e come se tutti i nomi femminili appartenessero ad un’unica classe di flessione.

Di fronte a simili affermazioni, si potrebbe dunque concludere, parafrasando Alma Sabatini, che non solo l'uso del maschile inclusivo, ma anche l'impiego di un femminile caricaturale può servire da memento perenne che le cariche prestigiose spettano agli uomini [70].

 

Note:

*Ringrazio Anna M. Thornton e Paolo D’Achille per aver discusso con me alcune delle questioni trattate e per i preziosi suggerimenti che mi hanno dato. Ringrazio anche i revisori anonimi che, con le loro indicazioni, mi hanno consentito di migliorare il testo.

1. V. anche Thornton 2009 e Thornton 2016.

2. Il carattere di “invenzione polemica degli avversari del linguaggio di genere” del termine presidenta, in particolare per deridere l’impegno di Laura Boldrini su questo tema, è stato messo in luce dal presidente della Crusca Claudio Marazzini (Marazzini 2019, p. 147). 

3. V. Yaguello 1978, pp. 187-206.

4. V. anche Cortelazzo 2018.

5. L’archivio digitalizzato QuID-Quotidiani in Digitale fa parte delle risorse elettroniche della Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini” ed è consultabile solo in loco; consente la visualizzazione in formato pdf di ventuno quotidiani (v. nota 5) dal 2008 fino al giorno precedente a quello dell'ultima edizione pubblicata. L’archivio è interrogabile per parola chiave, per data e per testata (v. http://www.senato.it/4311).

6. “Avvenire”, “Corriere della Sera”, “Giornale di Sicilia”, “Il Fatto Quotidiano”, “Il Foglio”, “Il Giornale”, “il manifesto”, “Il Mattino”, “Il Messaggero”, “Il Riformista”, “Il Sole 24 Ore”, “Il Tempo”, “Italia Oggi”, “La Nazione”, “la Repubblica”, “La Stampa”, “La Verità”, “Libero Quotidiano”, “L’Osservatore Romano”, “L'Unità” e “Il Secolo d'Italia”.

7. “Repubblica tv”, video del 24/9/2013 in https://video.repubblica.it/politica/boldrini-ai-giornalisti-chiamatemi-la-presidente/140853/139390.

8. La senatrice Giglia Tedesco Tatò (1926-2007), molti anni orsono, in una conversazione sulla figura di Nilde Iotti, mi disse che Iotti non aveva alcuna remora ad utilizzare la forma femminile la presidente, ma che per la propria presidenza aveva preferito muoversi lungo una linea di continuità con la tradizione linguistica parlamentare che designava tutti i ruoli al maschile. È vero che nel 1993, in alcuni dibattiti in aula, Iotti, che non era più presidente della Camera, parlando di donne con un ruolo presidenziale, usa l’espressione la presidente (v. Villani 2012, p. 328, n. 18). Ma è altrettanto vero che tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta si era via via affermata una diversa sensibilità rispetto all’uso del femminile, anche grazie alla pubblicazione del libro di Alma Sabatini (Sabatini 1987). In assenza di un pronunciamento diretto sul tema da parte di Nilde Iotti, pur tenendo conto di testimonianze preziose come quella citata, ci si può attenere solo alle attestazioni dei resoconti parlamentari.

9. La prima a ricoprire la carica di vicepresidente fu Maria Lisa Cinciari Rodano nella IV legislatura (1963-1968): v. Andreuccioli et alii 2018, 4.

10. Solo i radicali si rivolgevano a Iotti chiamandola signora Presidente. Sulle vicende parlamentari relative all’uso del termine presidente, v. Villani 2012, pp. 327-328.

11. Intervista a Irene Pivetti, in: “Corriere della Sera”, 3/5/1994, cit. in Villani 2012, p. 328.

12. Sulla nozione di marcatezza e sul maschile come genere non marcato, v. Thornton 2016, p. 17 e sgg.

13. Sabatini 1987, pp. 95-119.

14. Robustelli 2012.

15. Robustelli 2014.

16. Sabatini 1987, p. 26.

17. Robustelli 2014, p. 49.

18. Thornton 2004, p. 222.

19. Insegnantessa è stata usata dal filologo Giorgio Pasquali con una connotazione spregiativa: “[…] leggendo senza far sentire le quantità e secondo gli accenti grammaticali […], come fanno tuttora i più stupidi e ignoranti fra gl’insegnanti medi e particolarmente fra le insegnantesse […]”; “Del resto gli insegnanti e peggio le insegnantesse ordinariamente non esigono nulla di più […]” (Pasquali 1951, p. 140  e p. 182); “È vero che la scuola tedesca non ha mai tanto caricato gli alunni quanto fanno ora moltissimi insegnanti e insegnantesse italiane, dei meno colti e dei meno intelligenti […]” (Pasquali 1953, p. 16). Cantantessa è il denominativo per riferirsi alla cantautrice Carmen Consoli (sulla storia del termine v. D’Achille 2019). Si tratta tuttavia di usi occasionali ed individuali.

20. La stessa Anna M. Thornton, nella sua prima circolare firmata come presidente della Società di Linguistica Italiana (v. Bollettini SLI 2/2015), chiedeva di essere chiamata la presidente, osservando: «Sono ben consapevole che gli usi linguistici privati e informali non si impongono per legge, ma mi fa piacere rispondere a chi mi chiede la mia preferenza. Chi trova strana la formula “la presidente” si chieda: Mina è “un cantante” o “una cantantessa”?» (cit. in D’Achille 2019).

21. Cortelazzo M. 1996, p. 51.

22. Villani 2012, 331; analoga osservazione in Sabatini 1987, p. 52.

23.  Vanno in questa direzione “Avvenire”, “Corriere della Sera”, il “Giornale di Sicilia”, “Il Mattino”, “Il Messaggero”, “Il Sole 24 ore”, “Il Tempo”, “La Nazione”, “la Repubblica”, “la Stampa”, l’”Osservatore romano”, “l’Unità”, “il manifesto” e “Il Fatto quotidiano”. Nel computo, non è rientrata “la Verità”, il cui primo numero è uscito solo nel 2016.

24. Di questo gruppo di quotidiani fanno parte “Italia oggi”, “Il Foglio”, “Il Giornale” e “Libero”.

25. L’uso non marcato di presidentessa risente di fattori diafasici, diastratici e diatopici (nel Sud Italia è abbastanza diffuso anche tra persone di cultura medio-alta, come mi fanno cortesemente notare Paolo D’Achille e Anna M. Thornton).

26. Sabatini 1987, p. 26.

27. Le forme politica (‘donna impegnata in politica’), legislatrice amministratrice, e i plurali corrispondentisono perfettamente regolari (v. Robustelli 2014: 41, 44). Il suffisso -trice, peraltro, è stato uno dei più produttivi nella formazione di nomi indicanti mestieri femminili (v. D’Achille-Grossmann 2016).

28. Sulla equilibrata posizione dell’Accademia della Crusca, e sulle polemiche che l’hanno indebitamente presa di mira, si rinvia alla Postfazione del presidente Marazzini al testo di Cecilia Robustelli del 2016 e ai diversi contributi sul tema dello stesso Marazzini (v. Marazzini 2017a; 2017b e 2017c, p. 133; 2019, pp. 146-149). Si veda inoltre l’articolo online di Michele Cortelazzo (Cortelazzo 2017b).

29. Tale distinzione si deve al linguista svizzero Ernst Tappolet (1870-1930): v. Marazzini - Petralli 2015, p. 33.

30. V. Massimo Fanfani s. v. prestiti in Treccani online https://www.treccani.it/enciclopedia/prestiti_Enciclopedia-dell%27Italiano.

31. https://dle.rae.es/

32. Serianni 1989, III. 131. 150.

33. Nella citazione degli esempi dai quotidiani, si è riportato in forma fedele il testo originale, senza normalizzare l’ortografia, lasciando inalterati eventuali refusi e scritture ortografiche creative.

34. Gloria Macapagal-Arroyo è stata presidente delle Filippine dal 2001 al 2010. Lo spagnolo è stato definitivamente abolito come lingua ufficiale delle Filippine e come materia di insegnamento obbligatorio nelle scuole nel 1987. Fu proprio la presidente Arroyo a reintrodurlo come materia facoltativa di insegnamento nelle scuole e a tentare – senza riuscirvi – di ripristinarlo come idioma ufficiale.

35. L’uso metalinguistico di presidenta ricorre in un articolo del 18/6/1985: “La critica non è nuova, ma ha trovato delle obiezioni per esempio da parte di Miriam Mafai, presidente (o presidenta?) della Federazione della stampa" (cit. anche in Robustelli 2016, p. 47).

36. “Corriere della Sera”, 26/1/1992: [titolo] L’Avvocata o la sindaca, l’Unità fa la differenza.
Con Nilde Iotti che da dodici anni è presidente della Camera, l’Unità si spinge più in là: Il presidente? La presidenta! [L’articolo del 26/1/1992 si riferisce quasi sicuramente al tentativo, ricordato da Monica Sargentini sul blog “La 27esima ora” (“Corriere della Sera”), da parte delle giornaliste dell’“Unità”, di usare un linguaggio non sessista (cit. in Robustelli 2016, p. 51). Dalla consultazione dell’“Unità” per l’intero mese di gennaio 1992, non mi è stato tuttavia possibile risalire all’articolo o al comunicato di redazione cui si riferisce il “Corriere della Sera”].
“Corriere della Sera”, 18/3/1992: Ed è lei [Saji Umalatova, deputata comunista sovietica] ad essere eletta presidente (o presidenta nella dizione neo-femminista) di un Presidium permanente […].

37. Serianni 1989, III. 131. 150.

38. D’Achille e Thornton 2005, p. 83.

39. Ibidem.

40. V. Marazzini, 2019, p. 147.

41. Robustelli 2014.

42. Nell’articolo citato si dice: «Ci sfugge poi la sostanza della “regola”: avrebbe potuto stabilire il contrario (si dice avvocato! Si dice sindachessa!) e non ci saremmo stupiti. […]. La teoria che le donne vogliano sentirsi appellare con la desinenza in -a è poi facilmente smontabile. Se chi scrive fosse ingegnere, ingegnera, ingegneressa, insomma se avesse cotanta laurea, non si sentirebbe punto sminuita né valorizzata dall’uso di uno o dell’altro termine. Solo una concezione carceraria e valoriale della lingua (che invece è un sistema del tutto arbitrario e sociale) può concepire una simile eventualità. Non esistono in natura parole buone e parole cattive. Soprattutto se se ne prescrive l’uso ai giornalisti per fare un lavaggio del cervello alla Nazione».

43. In verità, Robustelli 2014, p. 48 e p. 76, indica chiaramente come femminile di professore il termine professoressa, inclusa tra le forme in -essa ben attestate nell’uso, che non vi è motivo di cancellare.

44. Anche in questo caso, si prescinde dalle fonti. La Prefazione di Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano è firmata da Nicoletta Maraschio, presidente onoraria dell’Accademia della Crusca. All’indomani della sua nomina a presidente della Crusca (2008), Nicoletta Maraschio aveva espresso la sua preferenza per la forma la presidente, osservando che “la lingua italiana consente, in questo caso, una soluzione semplice e per così dire trasparente e naturale di un problema, quello del riassestamento maschile-femminile nei nomi professionali; bastano infatti l’articolo (maschile o femminile) e l’eventuale accordo (una presidente impegnata / un presidente impegnato) a definire, insieme, il genere e la funzione” (cit. in Frati 2009).

45. Nel corpo dell’articolo il termine presidenta non è neppure menzionato. Delle reali indicazioni dell’Accademia della Crusca sul femminile dei nomi ambigeneri come presidente (v. nota 44) ovviamente non si dà conto.

46. V. l’articolo di Cortelazzo (2015), in cui è reperibile anche la trascrizione di parte della lettera (mai pubblicata su https://www.camera.it/leg18/1).

47. Sabatini 1987.

48. V. Villani 2012, pp. 321-322.

49.   Ci si riferisce al contenzioso sorto fra l’amministrazione della Camera e parte delle dipendenti dopo la delibera della presidenza che imponeva di declinare al femminile i nomi sui cartellini di riconoscimento (v. “la Repubblica” 11/10/2017). Il termine contestato è stato, in particolare, segretaria, quando applicato a mansioni non ausiliarie.

50. Dopo l’elezione di Maria Elisabetta Casellati a presidente del Senato (24/3/2018), molti quotidiani hanno enfatizzato, per contrapporla a Boldrini, la sua scelta di essere chiamata presidente e non presidentessa, termine, quest’ultimo, mai usato ufficialmente per cariche parlamentari. La scelta di Casellati di essere designata negli atti ufficiali come il presidente – con l’articolo maschile – è andata in senso contrario alla prassi linguistica invalsa dalla XIII (1996-2001) alla XVII legislatura (2013-2018) al Senato, dove le (vice)presidenti di assemblea e di commissione erano designate accordando al femminile l’ambigenere presidente.

51. Serianni 2006, pp. 130-136.

52. V. Marazzini 2017c, p. 134.

53. Zarra 2017.

54. V. Sabatini F. 1987, p. 10: «Ebbene, chi ha motivi per ritenere inopportuno, a qualsiasi effetto, che la donna svolga certe attività, lo può sostenere direttamente e sinceramente sul piano dei “fatti” e aiuterà così ad approfondire problemi reali posti dalla differente vita sociale dei due sessi; ma non nasconda eventualmente i fatti alla sua stessa coscienza cercando alibi nelle resistenze della lingua». 

55. V. Lepschy 1989, p. 66. Sulla opportunità di evitare “atteggiamenti rigidamente normativi”, v. anche Marazzini 2016, p. 122.

56. “Il Fatto Quotidiano”, 7/3/2015 [v. esempio (65)].

57.   “Il Fatto quotidiano”, 13/7/2014 (v. nota 44).

58. “Libero”, 6/1/2020, che grida nell’occhiello: “ci rubano le parole”.

59. “Libero”, 27/3/2018 [v. esempio (72)].

60. La "Commissione “Jo Cox” sull'intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio" fu istituita il 10 maggio 2016 alla Camera dei deputati e presieduta da Laura Boldrini.

61. De Mauro 2016.

62. V. Thornton 2004, p. 220. Nel commentare la proposta di legge n. 4643, presentata dalla deputata Di Salvo ed altre il 15/9/2017, volta ad eliminare le discriminazioni di genere negli atti normativi e amministrativi, “Il Messaggero”, 30/11/2017, usa – caso unico nel corpus di riferimento – il plurale le presidente (“Spazio dunque alla presidenta (per lasciare le presidente al plurale) alla ministra e le ministre, alla professora e le professore (le professoresse dove finiscono?) […]”. La proposta di legge dà, ovviamente, indicazioni di carattere generale, e non contiene alcuno dei termini riportati.

63. La desinenza in -a, che ha dato anche il titolo a un libro di Carlo Dossi [Dossi 1996 (1878)] dai toni decisamente misogini, è in sostanza identificata con l’archetipo di un femminile negativo.

64. “Libero”, 24/4/2018.

65.  “Il Giornale”, 12/7/2014.

66. “Il Messaggero”, 1/4/2018.

67. V. Serianni 2006, p. 134; Cortelazzo 2017, Marazzini 2017c, Marazzini 2019, p. 147.

68. “Il Fatto Quotidiano”, 13/7/2014.

69. Anna Thornton titola significativamente il paragrafo d’apertura del suo saggio del 2016 “Preferenze”, ricordando che “in relazione a una carica che ricoprono, o a un’attività che svolgono, le donne mostrano preferenze diverse” (Thornton 2016, pp. 15-16), non censurabili dal punto di vista grammaticale.
Sul rispetto delle differenti posizioni in merito alla scelta del femminile professionale, Marazzini (2017c) sottolinea la dimensione democratica della lingua, in cui maggioranza e minoranze hanno pieno diritto di cittadinanza e ricorda che “la lingua ammette delle oscillazioni nell’uso, a seconda delle preferenze individuali” (Marazzini 2019, p. 147).

70. Sabatini 1987, p. 26.


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