Non sempre ai Padri vanno affiancate le Madri

di Paolo D'Achille, Rita Librandi


Un aneddoto significativo, che racconteremo senza fare nomi, ha stimolato alcune nostre riflessioni. Uno studioso di storia dell’arte ha di recente scritto e consegnato un contributo in inglese sui pellegrinaggi al Sacro Speco di Subiaco per un volume miscellaneo che sarà pubblicato in Gran Bretagna. L’autore cita, in un punto del suo saggio, i Padri della Chiesa, ma la curatrice del volume gli ha proposto di aggiungere ai Padri “le Madri della Chiesa”.

Ci siamo chiesti se si tratti di un ennesimo esempio di indebita applicazione al passato di un uso non sessista della lingua, di cui ci si può limitare a sorridere (tanto più perché riferibile all’area anglofona), o se esso non costituisca, in prospettiva, un possibile episodio di cancel culture, cioè della censura di eventi storici, che si cerca progressivamente di eliminare dalla memoria collettiva (in una sorta di damnatio memoriae) in nome del politicamente corretto: in questo caso a farne le spese sarebbero i Padri della Chiesa. L’integrazione proposta dalla curatrice del volume, infatti, non si può assimilare all’aggiunta ai fratelli delle sorelle, che la stessa Chiesa ha promosso, visto che l’italiano non ha un termine che comprenda gli uni e le altre, come l’inglese siblings o il tedesco Geschwister, ma è del tutto incongruente sul piano storico e favorisce interpretazioni distorte del passato. Siamo i primi e più convinti sostenitori della parità di genere, ma proiettare sul passato visioni e sentimenti della contemporaneità non solo non consente di leggere con correttezza la storia, ma neppure aiuta, nel caso in questione, a descrivere con chiarezza quanto le donne abbiano faticosamente conquistato e ancora debbano conquistare. Viene da chiedersi se non sia il caso che la cultura europea “continentale” (Germania, Francia, Italia, Svizzera, Austria, ecc.) si decida una buona volta ad arginare certe attuali tendenze del mondo anglo-americano, benemerito in tanti campi della ricerca, ma non (a quanto pare) per ciò che riguarda la diacronia e gli studi storici (concernano essi la religione, l’arte, la lingua o la storia tout court).

Guardiamo più da vicino perché la richiesta della curatrice del volume stride con la ricostruzione storica. La patristica e la patrologia latina e greca riguardano un numero ben definito di autori cristiani dei primi secoli, tra i quali non ci sono donne. La denominazione di “Padri della Chiesa”, infatti, è antichissima: fu assegnata a partire dal IV secolo e perfezionata nel secolo successivo per designare gli scrittori cristiani le cui opinioni avevano acquisito particolare autorevolezza, divenendo punto di riferimento in materia di fede. Vi furono inclusi soprattutto i vescovi che avevano preso parte ai più importanti concili, a cominciare da quello di Nicea tenutosi nel 325 d.C. Successivamente ci furono, anche grazie all’impulso di s. Agostino, alcune estensioni, ma possiamo sinteticamente dire che, in Occidente, il periodo dei Padri si chiude nel VII secolo con s. Gregorio Magno e con s. Isidoro, mentre in Oriente termina nell’VIII secolo con s. Giovanni Damasceno. A questa altezza cronologica, dunque, non è possibile individuare “Madri della Chiesa”, così come del resto non avrebbe senso continuare a parlare di Padri dopo queste date. La confusione sorge, probabilmente, per una sovrapposizione con un altro importante titolo, quello di “Dottori della Chiesa”, che, istituito molto più tardi, tra il XIII e il XIV secolo, è stato assegnato a chi abbia acquisito meriti particolari nella diffusione e interpretazione della dottrina. A differenza del precedente, però, questo titolo può essere ancora oggi attribuito dal pontefice o dal concilio ecumenico e l’antichità non è una condizione indispensabile. Tra i dottori della Chiesa ci sono anche quattro donne: s. lldegarda di Bingen, s. Caterina da Siena, s. Teresa d’Avila e s. Teresa di Lisieux. È giusto ricordare, d’altro canto, che studi storici recenti hanno dimostrato il ruolo importante ricoperto, nella storia del pensiero religioso, anche da altre donne, la cui riflessione teologica è stata a lungo ignorata. In questi casi molti studi ricorrono, più di una volta, alla definizione di “Madri della Chiesa”, ma si tratta di una denominazione inappropriata, confermata sia dalla distanza temporale sia dalle circostanze che separano queste figure dall’età dei Padri. Si dovrebbe, al contrario, insistere perché altre donne, il cui contributo sarebbe facile da documentare, siano incluse, a giusta ragione, tra i Dottori della Chiesa.

Questa confusione nasconde, purtroppo, una carenza di conoscenze non solo sul piano della storia religiosa ma della storia nel suo insieme: è un po’ come se, dicendo “gli astronauti che sono scesi sulla Luna”, volessimo aggiungere agli astronauti “e le astronaute”, che certamente sono esistite ed esistono, e danno un contributo importante alla navigazione spaziale, ma non appartengono a quel fatto e a quel momento. L’episodio segnalato all’inizio può dunque essere l’occasione per riflettere sui rischi che comporta l’appiattimento sincronico degli studi umanistici. Non c’è dubbio che lo studio della realtà presente (o del passato appena trascorso) sia importante, ma anche il passato va studiato con estrema attenzione, perché rappresenta un patrimonio culturale imprescindibile, che, oltre a costituire di per sé un valore (percepibile solo quando ci si impadronisca dei necessari strumenti interpretativi), può anche fornire un parametro su cui misurare i progressi realizzati nel campo delle conoscenze, l’evoluzione che è avvenuta in tanti aspetti del vivere civile e che deve continuare a progredire. Ignorare il passato o rifiutarlo in nome di principi propri del mondo contemporaneo, indebitamente e retroattivamente applicati, espone invece a rischi pericolosi: la cancel culture può infatti avere come effetto indesiderato anche il più bieco negazionismo. Non si può affatto escludere che la censura del passato finisca col far affievolire progressivamente la memoria storica e che porti in futuro (ma qualche avvisaglia, purtroppo, già si intravede) a ridimensionare, se non addirittura a negare, fatti ed eventi che invece sono tragicamente avvenuti e che potrebbero ripetersi. È indispensabile, però, una maggiore consapevolezza dell’esistenza del problema e quindi un forte impegno culturale per evitare una simile possibile deriva.

Luigino Goffi
26 gennaio 2023 - 00:00
1: Il mondo in cui viviamo non si compone solo del presente e del passato, ma anche, e soprattutto, del futuro, e il nostro compito è quello di prevederlo. Ipotizziamo che una clamorosa scoperta archeologica facesse venire alla luce manoscritti coevi ai Padri della Chiesa e riconducibili a un'altrimenti sconosciuta teologa, di grande levatura teoretica e perfettamente in linea colla Dottrina della Chiesa. A questo punto, il minimo che potrebbe dire chi, già da prima, voleva l'accostamento verbale delle Madri ai Padri della Chiesa, è: "L'avevo detto!". L'improbabile può verificarsi, se non è impossibile; non dimentichiamo Qumran (scoperta della biblioteca degli Esseni), Nag Hammadi (scoperta dei Vangeli Gnostici senza quello di Giuda) e Qarara (scoperta del Vangelo Gnostico di Giuda). Qual è il quadro che risulta? Se ai Padri della Chiesa accostassimo le Madri, commetteremmo, oggi, l'errore storico indicato nella relazione; ma se non facessimo tale accostamento, dimostreremmo, domani, di fronte a quella ipotetica scoperta archeologica, poca lungimiranza, saremmo additati come maschilisti, e, soprattutto, la parola "Padre" sfumerebbe di significato, costringendoci a variarla - cosa non sempre facile dopo secoli di uso. La varianza semantica delle parole nel tempo, che tanti problemi crea in chi si appresta a studiare il passato, nasce proprio da questa nostra disvolontà di prevedere il futuro. 2: Il problema si risolve introducendo il neutro: una singola parola che indichi sia il maschile che il femminile, come quando usiamo la parola "persona", invece dell'ambigua parola "uomo", per indicare sia i maschi che le femmine. Ovviamente, non possiamo, qui, per indicare il neutro, usare la parola neutra "genitore": non possiamo dire "i Genitori della Chiesa": dobbiamo inventare un neologismo. 3: Prima ancora, però, di inventare una parola che si riferisca sia ai padri che alle madri, bisogna inventare un articolo comune, da usarsi, cioè, davanti a qualunque nome, sia esso maschile, femminile, terzile (lgbtq+), oppure neutro (il super-genere che ricomprende in sé tutti questi generi), e singolare o plurale. L'italiano ha una marea di articoli sessualmente codificati, ma neanche uno neutro: il che non è accettabile per una lingua moderna, che deve essere precisa. L'inglese è l'esatto contrario: ha un solo articolo, quello comune: il "the", e neanche un articolo maschile o femminile. Una lingua precisa deve avere entrambi gli articoli; e noi italiani siamo facilitati perché di articolo comune ne basta uno, e quindi ne dobbiamo inventare solo uno. Il più indicato per fare da articolo comune è l'articolo "il", che, quindi, non potrà più essere usato pel maschile; e si noti che anche il maltese usa "il" come articolo comune. L'introduzione di "il" come articolo comune - e non più solo maschile -, oltre a risolvere i problemi del neutro, oggetto del Tema in questione, permette, contemporaneamente, di chiudere un altro problema irrisolto: l'indebita caduta dell'articolo femminile per motivi metrici. Consideriamo i versi 261 e 262 dell'Aminta del Tasso: "Tu prendi a gabbo i miei fidi consigli / e burli mie ragioni? O in amore", e chiediamoci: perché nel primo verso l'articolo ("i") c'è, mentre nel secondo l'articolo ("le" davanti a "mie") non c'è? La ragione è semplice: gli articoli maschili "il" e "i" sono zerosillabi (monosillabi inizianti per vocale) e pertanto aggiunti a un verso (purché non all'inizio) non ne alterano la metrica, dato che l'inizio vocalico genera la sinalefe. Gli articoli femminili, cominciando per consonante, sono tutti monosillabi puri, irriducibili a zerosillabi, e pertanto, inseriti in un verso ne alterano la lunghezza metrica. Ecco perché capita a volte di trovare nei poeti metrici una caduta dell'articolo femminile. Un altro esempio è in Dante, come nel verso "d'alcuna ammenda tua fama rinfreschi", in cui "tua" manca dell'articolo "la" (Inf. 13°, 18b (53)). Ora, si ha un bel dire che si tratta di una licenza poetica; la licenza poetica è, in realtà, un'imperfezione della lingua che va risolta. E la soluzione è semplice: quando non si riesce a mettere l'articolo femminile, lo si può sostituire coll'articolo comune "il". Rileggiamo il Tasso: "Tu prendi a gabbo IL miei fidi consigli / e burli IL mie ragioni? O in amore". In questo modo l'articolo c'è sempre, laddove serve. L'articolo, infatti, non è un'appendice che possiamo mettere o non mettere a nostro piacimento, perché è proprio l'articolo a trasformare un verbo in un nome, permettendo di alleggerire il vocabolario. Ad es.: "canto" significa "io canto", ma, se vi anteponiamo l'articolo, cambia di significato: "il canto". 4: In conclusione, l'usare "il" come articolo comune, e non più come articolo solo maschile singolare, permette contemporaneamente di avviare a soluzione il problema del neutro e di risolvere quello dell'indebita caduta dell'articolo femminile per motivi metrici. Con una fava prendiamo due piccioni: interessante!

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Luigino Goffi
09 gennaio 2023 - 00:00
1: IL PROBLEMA. Apparendo, la storia, come una successione di guerre in cui i maschi distruggono in un attimo quello che le donne, colla maternità, pazientemente costruiscono, non ci si può meravigliare se, oggi, ogni scusa è buona per chiedere la parità, anche a costo di commettere degli strafalcioni storici. E se la deformazione storica mirata ("cultura cancellante") - colla quale questa tendenza può, a volte, operare - potrebbe rivelarsi pericolosa, peggio sarebbe non risolvere il problema, soprattutto se ciò avvenisse per colpa di un'assurda reverenza verso la tradizione. Del resto, è proprio la risoluzione dei problemi a metter fuori gioco la cultura cancellante. In linguistica, la parità si risolve in un sol modo: coll'introduzione del neutro, inteso, però, non nel senso di un terzo genere da affiancarsi al maschile e al femminile, ma come un meta-genere che ricomprenda in sé sia il maschile che il femminile e che un ipotetico terzile (terzo genere: lgbtq+ (sempre che questi vogliano un genere tutto per loro, s'intende)). Il neutro è indispensabile non solo per la parità di genere, ma anche per la velocità della lingua, perché non si può perdere tempo tutte le volte a scrivere "padri e madri", "avvocati e avvocate", "signore e signori", "leoni maschi e leonesse". Deve bastare una sola parola, appunto il neutro. Queste endiadi, del resto, non paiono veramente paritarie, visto che continuano a distinguere quasi sempre senza motivo, e settariamente, i maschi dalle femmine. A che cosa mi serve sottolineare (involontariamente poi!) che l'avvocato che mi difenderà sarà un maschio o una femmina? Piuttosto voglio che sia bravo/a! Ognuno, ovviamente, scrive come vuole, ma una lingua deve darmi la possibilità di indicarlo a prescindere dal sesso. Chi vorrebbe introdurre la desinenza "e" turbata, lo schwa, ha capito questo, ma non ha capito che l'essenza della lingua italiana, ciò che la rende unica al mondo, sta nella sua eufonia inarrivabile, che sarebbe distrutta da quel suono cacofonico, totalmente impronunciabile in una fluente dizione. La lingua italiana è la più eufonica del mondo proprio perché fa terminare le parole semanticamente piene solo colle quattro vocali chiare e distinte della "a", "e", "i", e "o" (la "u" finale se atona, cioè non accentata, mal si distingue dalla "o" atona finale; ecco perché la "u" finale è sempre tonica). Le parole semanticamente non piene, invece, possono anche terminare per "l" (elle), "n", o "r" (es. "il", "in", "per") perché queste sono le uniche consonanti che non creano cacofonie con le successive consonanti (a dir lo vero ci sarebbe anche la "s", ma il suo uso finale è complicato dal fatto che l'italiano la usa all'inizio di parola: "sfera", "sterzo", ecc.). Per queste scelte perfette, noi siamo eternamente grati a Dante, Petrarca, Boccaccio e agli altri grandi, insomma: alla nostra grande Patristica (e Matristica!) Italiana . 2: UN INIZIO DI TENTATIVO DI SOLUZIONE. E' sorprendente come la soluzione di tutti questi problemi sta davanti ai nostri occhi e noi non ce ne accorgiamo, invischiati come siamo in un rispetto acritico verso certe tradizioni. Noi diamo per scontato che l'articolo "il" debba continuare ad essere solo maschile, come vuole la storia dell'italiano. La soluzione di tutti i problemi è, invece, quella di introdurre la regola che "il" e "l' " siano articoli esclusivamente neutri, indicanti, cioè, parole maschili, femminili, e le ipotetiche terzili; anzi, meglio sarebbe chiamarli "articoli comuni" perché da utilizzarsi anche per i plurali, esattamente come il "the" inglese. Il fatto che l'inglese, nonostante il "the", abbia problemi simili ai nostri deriva dal fatto che entrambe le lingue sono limitate: le parole inglesi sono sostanzialmente neutre, e le desinenze pel maschile e il femminile (quando ci sono) sono lunghe, e ciò è insopportabile per una lingua veloce come l'inglese, e, in più, le desinenze femminili sono più lunghe di quelle maschili, con giusto disappunto delle donne. Al contrario, le parole italiane sono sostanzialmente o maschili o femminili, e poiché questi due generi si accaparrano tutte le quattro vocali chiare e distinte disponibili, è chiaro che la formazione del neutro è difficilissima. La soluzione da me proposta, di introdurre "il" e "l' " come neutri funziona, ma è purtroppo basica, minimale. Un italiano più evoluto ha bisogno del neutro anche nelle desinenze, non solo nell'articolo, perché non sempre questo è presente, come, ad esempio, nel vocativo: se il mio avvocato-donna ama essere chiamata col termine femminile, non posso chiamarla né "l'avvocato" perché è neutro e, in più, avendo l'articolo, non è un vocativo, e né "la avvocato" (o "la avvocata") perché, se pur femminile, non è un vocativo. La chiamerò dunque "avvocata", senza l'articolo, ma ciò impedisce di formare il neutro, visto che il maschile non potrà che essere "avvocato". La soluzione c'è, quello che non c'è è lo spazio per illustrarla.

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Licia Dispalti
08 gennaio 2023 - 00:00
Ho letto con piacere, come spesso càpita, il vostro articolo che per me è stato molto istruttivo: conoscevo bene la dicitura Padri della Chiesa - a cui mai avrei pensato di affiancare delle immaginarie Madri - ma dei Dottori della Chiesa mai avevo sentito parlare. Sono rimasta però molto confusa dal vostro uso dell'espressione "cancel culture". Canceling, parola che nasce su Twitter e in particolare sul Twitter nero [https://knowyourmeme.com/memes/cancel-culture], è un termine con cui ci si riferisce, in maniera spesso ironica, a tentativi di "cancellazione" dallo spazio pubblico di celebrità o altre figure pubbliche, in ragione della loro problematicità. Un sinonimo dall'accezione un po' più seria potrebbe essere, ad esempio, "deplatforming". Il termine "cancel culture" nasce in quel contesto e viene rapidamente cooptato dalla destra americana per descrivere una supposta tendenza "rapace" da parte dell'attivismo di sinistra nel tentare di rimuovere dal discorso pubblico figure di spicco come conseguenza di uscite infelici. È un termine complesso da analizzare perché legato a certe dinamiche oggettivamente incoraggiate dal design dei social media, ma al tempo stesso amplificato retoricamente da certe figure in un'ottica vittimistica. Quello che però "cancel culture" *non* significa è certamente "censura di eventi storici, che si cerca progressivamente di eliminare dalla memoria collettiva". Il canceling è, almeno per come il termine viene usato in inglese, relativo a campagne portate avanti nei confronti di singoli individui e non di fatti storici. Anche fatti come le rimozioni di alcune statue dallo spazio pubblico che si verificarono negli Stati Uniti un paio di anni fa vengono raramente additate come esempi di "cancel culture", che invece riguarda comici che fanno battute molto fuori luogo o politici che fanno affermazioni razziste. Ho la sensazione che "cancel culture", come tanti anglismi, sia stato importato in lingua italiana come plastismo: un termine completamente staccato dal suo significato originale (che in effetti si riferiva a fenomeni che in Italia sono decisamente meno frequenti) e usato in maniera vacua per riferirsi in questo caso a ogni errore o percepita esagerazione compiuto sotto la bandiera della "inclusività". In questo senso gioca lo stesso ruolo di "idéologie woke" in francese - un altro termine di origine afroamericana e mal trapiantato attraverso l'atlantico. E se da un maestro dell'anglismo plastico come Matteo Renzi possiamo aspettarci un travisamento di questo genere ("La cancel culture è il tentativo di distruggere la nostra storia"), di certo mi stupisco di trovarlo in un articolo dell'Accademia della Crusca.

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Ugo Cardinale
24 dicembre 2022 - 00:00
Pienamente d’accordo! La distinzione tra Padri della Chiesa e Dottori ( m. Inclusivo ) nasce da una ricostruzione storica sottile che probabilmente è ignorata nelle semplificazioni diacroniche degli studi anglosassoni. La nostra tradizione, che privilegia l’approccio storico nello studio delle varie discipline, non è affatto obsoleta e merita una difesa in questo clima di cancel culture mascherato da una patina di progressismo.

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