Marco Polo, l’italiano reso famoso… dalle traduzioni

di Lorenzo Tomasin

L'accademico Lorenzo Tomasin parla di incontri tra lingue e tra culture, riflettendo sulla storia e il ruolo del Milione di Marco Polo.


Marco Polo è forse il personaggio del medioevo italiano più famoso nel mondo, visto che già solo tra i cinesi mediamente colti è noto come il protagonista del primo incontro ben documentato tra cultura europea e cultura dell’estremo Oriente asiatico.

Di Marco Polo sono ricorsi da poco i settecent’anni dalla morte (avvenuta nel 1324, e fissata, per un equivoco storiografico a lungo perdurante, l’8 gennaio, mentre più probabile è la data del 9 di quel mese, come avvertono oggi i medievisti). Autore di un capolavoro della letteratura universale, che oggi indichiamo di solito col titolo di Milione, il veneziano Marco Polo può entrare solo di straforo in un’ideale galleria dei grandi della letteratura italiana, visto che quell’opera non fu da lui scritta direttamente, ma dettata – in forme che ancora oggi suscitano vari interrogativi pratici – a un compagno di prigionia incontrato nelle carceri di Genova negli ultimi anni del Duecento: un toscano (probabilmente pisano), Rustichello, che per descrivere i viaggi di Marco alla corte del Gran Kan usò quello che probabilmente egli considerava il francese, ed era in realtà una lingua a base francese pesantemente italianizzata.

È un curioso impasto, in cui anche un lettore di oggi può notare il miscuglio – a tratti addirittura divertente – fra elementi delle due lingue a contatto. Valga ad esempio uno dei tipici passaggi in cui il narratore torna sulla materia descritta per parlare di ciò che aveva omesso di dire: "et encore voç conterai une cause qe je avoie dementiqué, qe fait a nostre matiere qe je vos ai ore contés"; o quello in cui descrive una bestia ibrida non solo nell’aspetto, ma anche nelle parole (italo-francesi) con cui viene presentata: "il hi a galine qe ne ont pennes mes ont peaus come gate e sunt toute noire".

Oggi chiamiamo questa lingua franco-italiano, e la riconosciamo come affascinante nebulosa linguistica in cui negli ultimi secoli del medioevo la cultura d’Oltralpe si incontrò con quella italiana producendo varie opere in versi e in prosa, redatte in ambienti e in momenti piuttosto vari accomunati da un carattere decisivo nella storia della lingua italiana. È l’intenso scambio intrattenuto con le altre grandi lingue dell’Europa occidentale, scambio in cui non solo gli incontri e i viaggi, ma anche le traduzioni, le letture e le riscritture a distanza ebbero un ruolo fondamentale.

Se non fosse stato per le traduzioni che fiorirono per almeno due secoli e mezzo in Europa, il Devisement dou monde (questo il titolo della versione originaria, franco-italiana appunto, dell’opera di Polo) non avrebbe avuto l’eco che ne fece, assieme alla Commedia, il più famoso racconto di viaggio di un italiano di quegli anni: viaggio oltramondano e immaginario quello di Dante, viaggio terreno ma non meno mirabile quello di Marco.

Tra le più precoci e fortunate è la versione toscana, realizzata quasi subito nella stessa terra d’origine di Rustichello, e così diffusa in Italia da diventare ben presto un’opera di riferimento tra i più antichi testi su cui si modellò il canone linguistico accolto e rilanciato dall’Accademia della Crusca per il suo Vocabolario. Un Volgarizzamento della storia di Marco Polo detta Milione figura tra i citati della prima impressione della Crusca, del 1612, cioè tra le opere che furono prese in considerazione fin dall’edizione iniziale del nostro capostipite lessicografico per il censimento delle parole italiane approvate.

Viene qui consacrato, tra l’altro, quel fascinoso titolo (Milione) che certo non apparteneva all’originale, e che apparentemente rinvia alle iperboliche descrizioni che punteggiano l’opera, ma che in realtà riflette il soprannome (forma aferetica di Emilione, da Emilio) del ramo della famiglia Polo cui apparteneva Marco. Il titolo è uno dei tanti elementi che nel tempo si abbarbicarono e quasi s’incrostarono al testo dell’opera. Proprio il meccanismo della traduzione plurima e seriale lo rese ben presto uno degli organismi testuali più complessi e stratificati della letteratura europea.

La versione toscana, dunque, continuò a circolare e a venire rielaborata (tanto che la sua puntuale ricostruzione filologica, procurata mezzo secolo fa da Valeria Bertolucci Pizzorusso, fu un lavoro improbo ed esemplare). Essa iniettò nella lingua italiana un buon numero di parole tipiche delle terre lontane descritte da Marco Polo: voci esotiche come bramino e canfora, galla e porcellana rinviano ancor oggi, nei vocabolari etimologici dell’italiano, al Milione toscano come probabile fonte prima della loro diffusione nella Penisola.

Ma accanto a quella versione, così fortunata in Italia, altre ne fiorirono: nel Nord, tra gli ambienti universitari bolognesi e quelli mercantili veneziani; e fuori dall’Italia, in Francia (dove sùbito si provvide a redigere una traduzione in un francese ripulito dal miscuglio franco-italiano inaccettabile per i lettori d’Oltralpe), e in Catalogna, e in Castiglia.

In Spagna, il Milione ebbe ampia fortuna tra i navigatori oceanici, che cercavano di raggiungere le Indie descritte da Marco con la navigazione verso occidente. E non è un caso che proprio nella biblioteca spagnola di un altro italiano, Cristoforo Colombo, si rintracci una delle stampe più antiche della tradizione del Milione. Ancora in Spagna, a Toledo, si trova il manoscritto più importante della traduzione latina, prova tangibile dell’interesse che l’Europa dei dotti manifestò subito per quell’opera cangiante e linguisticamente inafferrabile.

Partito dall’Italia nelle sue peregrinazioni linguistiche, il Milione torna idealmente in Italia proprio nell’epoca delle grandi scoperte geografiche. È Giovanni Battista Ramusio, trevigiano, ad allestire nella seconda metà del Cinquecento una grande antologia della letteratura di viaggio (Navigationi et viaggi) in cui l’opera di Polo ha un posto d’onore: l’edizione da lui procurata, attingendo a varie traduzioni precedenti e riscrivendo di fatto in un italiano ormai moderno l’opera del Polo, ne aprì una nuova stagione di successo e di circolazione.

Rileggere oggi l’opera di Marco Polo significa, tra l’altro, interrogarsi su una delle questioni cui il nostro tempo è più sensibile, cioè quella dello sguardo che la cultura europea posò in passato sulle altre parti del mondo, nonché dei processi che hanno alimentato in età moderna il colonialismo e i fenomeni di oppressione e di discriminazione ad esso associati.

Mi sembra davvero difficile cogliere nelle parole di Marco e nelle sue descrizioni di popoli, usi e costumi lontani, una prospettiva in qualche modo imperialistica: l’occhio con cui il mercante veneziano guarda all’impero del Gran Kan, di cui egli è per qualche tempo un fedele servitore, ha ben poco dell’alterigia ottusa e sorda alla diversità che spesso oggi si attribuisce in generale alla cultura occidentale nei suoi rapporti con l’Altro.

Curioso e aperto, Polo oscilla tra l’ammirazione per una civiltà diversa dalla propria e la meraviglia per costumi lontani dalle sue coordinate morali e sociali, ma non per questo meno affascinanti. Consapevole dell’estrema diversità degli ambienti asiatici (e in parte, ma da lontano, anche africani: proprio a Marco Polo, in effetti, si deve ad esempio l’invenzione del nome del Madagascar, frutto di un fantasioso e impreciso adattamento) da lui visitati o percepiti attraverso racconti altrui, Marco Polo non è un liberatore, un conquistatore, né un esploratore accompagnato dal pregiudizio della propria superiorità. E anche in questo, è un uomo del suo tempo, al di là di schemi a volte riduttivi e semplicistici.

Non a caso, tra le trasformazioni che il Milione conobbe nei secoli vi fu spesso una asciugatura del testo che colpì anche i passaggi più potenzialmente destabilizzanti e non allineati con le coordinate morali e sociali della civiltà europea. Ma si trattò comunque di operazioni posticce, e quasi mai così sistematiche da mascherare del tutto l’attitudine dell’autore: quella che doveva essere tipica di tanti altri mercanti italiani in giro per il mondo, e che fu fondamentale per tessere reti invisibili ma durature di rapporti, di conoscenze e, certo, anche di contatti linguistici.

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