I risultati delle prove INVALSI 2021

Luglio 2021


Il sito ufficiale di INVALSI ha da poco pubblicato i risultati delle Prove nazionali 2021. L’indagine ha coinvolto oltre 1.100.000 allievi della Scuola primaria (classi II e V), circa 530.000 studenti della Secondaria di primo grado (classe III) e circa 475.000 studenti della Secondaria di secondo grado (ultimo anno). Una campionatura estesa, volta a misurare il livello di competenza in Italiano, Matematica e Inglese raggiunto dalle diverse fasce di studenti: in sostanza fotografa lo stato di salute del nostro sistema scolastico. Le prove di quest’anno sono significative perché sono le prime dopo lo scoppio della pandemia, in un anno scolastico caratterizzato dalla coesistenza di didattica in presenza e didattica a distanza (alternanti a seconda delle situazioni e delle variabili condizioni sanitarie). Eccone di seguito i risultati, riassunti in maniera molto sintetica.

Nella scuola primaria il confronto dell’indagine 2021 con la precedente 2019 presenta un quadro di sostanziale stabilità. I risultati medi per Italiano sono oggi in tutto il Paese simili a quelli dell’indagine precedente, con un leggero incremento degli allievi che si attestano ai livelli più alti. Per Matematica si osserva un leggero calo del risultato medio complessivo rispetto al 2019 e una piccola riduzione del numero degli allievi che raggiungono risultati buoni o molto buoni. Complessivamente buoni e non dissimili da quelli del 2019 sono i risultati per Inglese.

È meno rassicurante la situazione della scuola secondaria di primo grado. Rispetto agli anni precedenti, non raggiunge livelli adeguati di competenza il 39% degli studenti per Italiano (5 punti percentuali in più sia rispetto al 2018 sia rispetto al 2019); il 45% degli studenti per Matematica (5 punti percentuali in più rispetto al 2018 e 6 punti percentuali in più rispetto al 2019); il 24% degli studenti per Inglese-lettura (2 punti percentuali in meno rispetto al 2018 e 2 punti percentuali in più rispetto al 2019), il 41% per Inglese-ascolto (3 punti percentuali in meno rispetto al 2018 e 1 punto percentuale in più rispetto al 2019).

Per quanto riguarda la scuola secondaria di secondo grado, i risultati del 2021 (paragonati a quelli del 2019) sono più bassi in Italiano e in Matematica, modeste le variazioni in Inglese (sia lettura sia ascolto). Non raggiunge livelli soddisfacenti il 44% degli studenti per Italiano (9 punti percentuali in più rispetto al 2019), il 51% per Matematica (9 punti percentuali in più rispetto al 2019), il 51% per Inglese-lettura (3 punti percentuali in più rispetto al 2019), il 63% per Inglese-ascolto (2 punti percentuali in più rispetto al 2019). Il calo è vistoso per Italiano e Matematica, più contenuto, con oscillazioni poco più che fisiologiche, per Inglese.

Un elemento accomuna i diversi ordini di scuola e richiede particolare attenzione. I divari territoriali tendono ad ampliarsi. Se, a mo’ d’esempio, ci riferiamo alla scuola media in alcune regioni del Mezzogiorno si riscontra un maggior numero di allievi con livelli di competenza molto bassi, che raggiunge il 50% e oltre della popolazione scolastica in Italiano, il 60% in Matematica, il 30-40% in Inglese-lettura e il 55-60% in Inglese-ascolto. In generale gli studenti del Nord e del Centro ottengono valutazioni migliori rispetto a quelli del Sud (se ci riferiamo alle verifiche sostanziali, non ai voti raggiunti alla fine dell’anno scolastico, i criteri di giudizio sono diversi). In tutte le materie le perdite maggiori di apprendimento si registrano tra gli allievi che provengono da contesti socio-economico-culturali sfavorevoli. Parallelamente, tra questi ultimi diminuisce la quota di studenti con risultati elevati.

La diffusione dei risultati INVALSI ha provocato resoconti allarmati sui giornali. Eccone un paio, scelti a caso: “La Dad ha fatto crac. […] Il referto delle prove Invalsi non lascia scampo: resistono solo le elementari, ma dalle medie in su è una Caporetto” (CdS 15 luglio); “Perdite negli apprendimenti in tutto il Paese: la Dad è stato uno strumento d’emergenza che non poteva risolvere tutti i problemi” (La Stampa, 16 luglio).

Proviamo a riflettere, sul passato e su quello che potrebbe aspettarci. Non c’è dubbio che la scuola “vera” sia in presenza, per ragioni didattiche e anche per esigenze di socializzazione e di scambio di esperienze. La relazione tra compagni, il rapporto tra discente e docente, la condivisione di esperienze hanno riflessi positivi sull’apprendimento. Ma la didattica a distanza non può essere demonizzata: imposta dalla pandemia, è stato l’unico mezzo che ha consentito di fare scuola in un lungo periodo di difficoltà estrema. Ovviamente la soluzione di emergenza non poteva risolvere problemi preesistenti. Al contrario: il contesto difficile ha reso più evidenti le precedenti insufficienze educative e i divari territoriali della nostra Nazione.

PISA è l’acronimo di “Programme for International Student Assessment”, indagine internazionale con cadenza triennale promossa dall’OCSE, con l’obiettivo di rilevare le competenze degli studenti di 15 anni in Lettura (capacità di leggere e comprendere un testo, possesso della lingua nazionale), Matematica e Scienze. Il primo ciclo dell’indagine si è svolto nel 2000; i risultati del 2018 (anno prepandemico) sono stati pubblicati nel dicembre 2019. Alla rilevazione PISA 2018 hanno partecipato 79 paesi; per l’Italia 11.785 studenti quindicenni, provenienti da 550 scuole. Nella prova di Lettura il punteggio medio ottenuto dagli studenti italiani è leggermente più basso rispetto a quello della media OCSE; nella prova di Matematica è in linea con la media OCSE, nella prova di Scienze è più basso rispetto alla media OCSE. In un arco temporale più ampio, il livello di preparazione in Lettura e in Scienze è in calo rispetto al 2012, in Matematica il punteggio delle ultime edizioni è rimasto perlopiù stabile dallo stesso 2012. I divari territoriali sono molto ampi, gli studenti del Nord ottengono i risultati migliori, mentre i loro coetanei del Sud sono in difficoltà: il minimo è nella zona Sud e Isole, il massimo nel Nord Est.

Senza dubbio, la questione della scuola non nasce oggi. Tutto si svolge nell’indifferenza pressoché generale. Di fronte all’emergenza COVID-19, i cosiddetti gruppi dirigenti italiani si sono mostrati nel complesso inadeguati, agendo in maniera desultoria e spesso contraddittoria: caos totale, disorientamento generale. Nulla o pochissimo si è fatto per quanto riguarda il miglioramento degli edifici scolastici, dei trasporti, della rete digitale. Come potevano ragazzi poveri, con computer a volte obsoleti e spesso da condividere con fratelli e sorelle, avvalersi in misura soddisfacente della didattica a distanza?

Ci auguriamo tutti che questi siano discorsi che riguardano solo il passato. Ma forse le prospettive per la ripresa scolastica autunnale non sono rosee. Il COVID fa (giustamente) paura, anche se non suscita alcun timore quando dobbiamo festeggiare le vittorie agli europei di calcio. Cosa fare per salvaguardare la salute collettiva, se in autunno si ripresenterà la necessità della didattica a distanza? I politici facciano la loro parte, in vari campi, torno a dire. In primo luogo diano vita a un piano d’investimenti per dotare ogni alunno di un tablet o di un pc portatile, con una connessione efficiente in tutte le zone d’Italia. Verrebbe ridotto lo storico divario sociale e territoriale del nostro Paese e risulterebbero attenuate le differenze economiche e culturali di partenza, aumentate invece durante la pandemia, in contrasto con l’obiettivo costituzionale di una buona istruzione scolastica garantita a tutti.

Non sappiamo quasi nulla di quello che davvero è successo nella scuola italiana in quest’ultimo anno e mezzo, ignoriamo come professori e studenti si sono misurati con una didattica che richiede modalità diverse rispetto alle tradizionali. Di fatto, la necessità ha giocoforza comportato un aumento indotto delle competenze digitali dei docenti e anche un diverso rapporto degli studenti con pc e tablet, finora dagli stessi utilizzati prevalentemente con finalità molto diverse. Con cautela possiamo affermare che, almeno, la situazione generale impone una riflessione collettiva su modalità, limiti e pregi della didattica a distanza. Una presa di coscienza è necessaria, non ha senso discutere se il cavallo è più veloce rispetto alla locomotiva a vapore, devono coesistere entrambi.

Chiunque è a contatto con il mondo della scuola sa che anche quest’anno molti professori hanno lavorato in maniera eccellente, superando difficoltà inedite, coinvolgendo gli studenti, ottenendo risultati ottimi. Chi vuole trova esempi concreti in rete, dove resoconti, pdf e power point testimoniano l’ottima attività svolta nelle classi (potrei indicare alcuni siti, ma evito favoritismi, sia pure involontari). Con atteggiamento propositivo, molti professori hanno sfruttato le potenzialità del digitale; e gli studenti hanno partecipato attivamente. È questa la via da seguire, se la situazione sanitaria richiederà ancora forme di didattica a distanza. E anche se non fossero strettamente necessarie. Non per rassegnazione. La scuola italiana è chiamata a compiti straordinari, tradizionale e nuovo devono convivere. La sfida va accettata.

Rosario Coluccia

Rosario Coluccia
15 agosto 2021 - 00:00
Commento di chiusura di Rosario Coluccia
Nonostante il periodo agostano il Tema del mese sui risultati delle prove INVALSI 2021 ha ricevuto un buon numero di commenti. Direi tutti (o quasi tutti) di insegnanti, come si capisce dai riferimenti interni, che spesso alludono alle esperienze concrete e alle attività didattiche vissute nelle classi. Mi pare di poter riassumere così gli orientamenti generali. I docenti si impegnano senza remore né preconcetti a seguire le indicazioni ministeriali, ma segnalano uno scollamento evidente tra le competenze richieste agli studenti per sostenere con buoni risultati le prove e le concomitanti indicazioni ministeriali che suggeriscono finalità e percorsi didattici differenti, specie in relazione agli esami che impegnano gli studenti a conclusione dei cicli di studio della scuola secondaria di primo e di secondo grado. In altre parole: si indicano astrattamente gli obiettivi (nella sostanza condivisibili) ma si trascura di fornire mezzi e strutture necessari al raggiungimento degli stessi obiettivi. Con spirito di partecipazione e flessibilità gli insegnanti si sono misurati con la didattica a distanza, strumento reso necessario dall’emergenza, che in condizioni di normalità non è sostitutivo della didattica in presenza (per le ragioni da tutti condivise). E tuttavia anche in questo caso sono mancate indicazioni ministeriali né sono stati forniti mezzi adeguati. Tutto è stato lasciato alla volontà (spesso all’improvvisazione) delle singole scuole. Trascurando le opportunità che il digitale può in molti casi fornire. In conclusione. Il mondo della scuola non arretra di fronte alle sfide che i tempi difficili comportano. Ma è necessario che la scuola (e l’università) diventino davvero, per la politica e per i gruppi dirigenti nazionali e locali, obiettivo di primaria importanza su cui concentrare le energie della nazione intera. Così spesso si ripete, ma alle parole non seguono i fatti.

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Laura Marullo
14 agosto 2021 - 00:00
Chiar.mo Prof. Coluccia La ringrazio per averci offerto la possibilità di condividere le nostre riflessioni su alcuni aspetti cruciali della scuola italiana che è stata impegnata, grazie allo sforzo di dirigenti e docenti, a fronteggiare l’emergenza sanitaria e a fornire risposte immediate alle numerose istanze degli alunni e delle famiglie. Desidero raccogliere soprattutto il suo invito a soffermarci sulla didattica a distanza che, per citare il suo intervento, “non può essere demonizzata”. Per dirla con Pirandello, la didattica a distanza può essere considerata “un’erma bifronte”, che da un lato ride e dall’altro piange, mostrando al contempo le potenzialità e i limiti della scuola italiana. Una medaglia a due facce che indica, a quanti vogliano abbandonare l’ovvia, seppure condivisibile, affermazione che la didattica in presenza è da preferire, una strada nuova da seguire. Un’opportunità, dunque, non un facile ripiego dettato dalla necessità, a condizione però di non considerare la DAD una mera versione digitale della didattica in presenza, cosa che, purtroppo, è accaduta durante questi difficili mesi. La sfida è quella di pensare alla scuola del futuro partendo da ciò che di buono ha mostrato la didattica digitale e per fare questo bisogna partire da una nuova progettazione che tenga conto delle modalità diverse richieste dalla DAD. In parte questo nuovo corso è stato già avviato, come dimostrano le tante attività realizzate nella nostra scuola in cui strategie didattiche innovative hanno reso più efficace l’azione educativa, hanno favorito l’inclusività, hanno promosso l’acquisizione di nuove competenze trasversali in grado di far scoprire agli alunni non soltanto la necessità ma anche il piacere di apprendere. Le nuove tecnologie, che la DAD ha permesso di sperimentare, offrono un campo sconfinato di applicazione, supportano nuove forme di narrazioni interattive e infine consentono quelle occasioni di confronto culturale (a noi piace ricordare l’intervista che ha voluto concedere agli alunni della Scuola “Castiglione” di Bronte in occasione dell’anno dantesco) che la pandemia ha messo a dura prova, ma che sono alla base della crescita dell’intera comunità scolastica. Non è poco, non è semplice da attuare, ma è una sfida che la scuola contemporanea deve cogliere per traghettare le giovani generazioni nella società futura.

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Gianluca Virgilio
12 agosto 2021 - 00:00
Se per il docente di liceo nell’esercizio del suo lavoro in DAD o in presenza vi è un buco nero, intorno al quale nasce e prospera il sospetto e l’inganno, questo è la Prova Invalsi. Un tempo oggetto di resistenza, oggi di semplice resilienza (non condiviso, ma mi adeguo). Chi insegna Arte, Scienze, Scienze motorie, Storie e Filosofia, ecc., per l’occasione essendo ignorato dal Miur, non nutre alcun malumore, ma gli insegnanti di Italiano, Matematica, Inglese godono di uno statuto speciale poiché il loro compito principale, vigilato dal solerte dirigente scolastico, durante tutto l’anno, è quello di preparare gli studenti alla Prova Invalsi (un vero mantra). Sicché, nel sistema educativo italiano, tutto il resto è noia! A che servirà davvero la Prova Invalsi? E se servisse solo alla Scuola-Azienda per i suoi indicibili scopi? Sospetto! Teoria del complotto! Qualcuno, pochi o molti, non si sa, è disposto a fare carte false, purché i risultati della Prova non gli si ritorcano contro! Ecco l’inganno, il cheating, come insegna il burocrate anglomane. Lo studente comprende bene a che gioco si stia giocando, e si adegua, anche lui resiliente. Alla fine, al netto di sospetti e di inganni, il Sud perde sempre, il Centro pareggia e il Nord vince. Dai tempi della guerra ai Borboni sembra che non sia cambiato nulla. Ma se tutto questo si sapeva già prima, perché sprecare milioni di euro per tenere in piedi questa baracca? Mah! La mia esperienza della DAD: molto, molto alienante! Meglio che stare in classe con mascherina davanti a studenti mascherati. Ma che si possa pensare di proporre la DAD anche in tempi normali, con la motivazione di risparmiare tempo e denaro, beh, questo proprio non lo condivido. Anzi, mi sembra un segno inequivocabile della decadenza della nostra scuola. Giù la maschera, dunque, e in tempo di pandemia portiamo i nostri studenti ben distanziati, e vaccinati, in campagna, negli spazi aperti. Nel nostro piccolo, imitiamo il Maestro, che non aveva bisogno di aula per i suoi insegnamenti e i mercanti del Tempio sapeva trattarli come si deve!

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Giacinta Scrimieri
10 agosto 2021 - 00:00
Il periodo che stiamo vivendo ha indebolito la preparazione dei nostri studenti ha messo a dura prova la capacità della scuola a reinventarsi a sperimentare nuove forme di trasmissione che sono state demonizzate ma a pensarci bene sono state importanti per continuare ad andare avanti.Gli studenti imparano anche attraverso le relazioni ed interazioni tra loro ed è questo il lato che è mancato più di tutto. D'altra parte la scuola si sta evolvendo e noi siamo parte di tutto ciò, dobbiamo fare del nostro meglio per seguire e stare sull 'onda mediante attività laboratoriali e compiti di realtà che curano l'aspetto pratico della didattica... probabilmente dobbiamo capovolgere il nostro modo di insegnare ci stiamo provando ma non è semplice partire dal pratico e arrivare al teorico ma i ragazzi sembrano aver fretta di vedere sperimentare e aver certezza che ciò che diciamo sia utilizzabile in tempo reale.

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Giacinta Scrimieri
09 agosto 2021 - 00:00
La Pandemia ha ulteriormente indebolito la preparazione dei nostri studenti, che non imparano solo da noi docenti, ma anche attraverso le loro stesse relazioni ed interazioni. D'altro canto la scuola seppur lentamente sta cambiando e noi docenti stiamo partecipando a questo cambiamento ...dovremmo intensificare ancora di più la parte laboratoriale delle nostre discipline e proporre più prove di realtà in cui lo studente possa vedere fin dal principio l'utilità e la trasversalità di ciò che impara .

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Maria Giovanna Delle Rose
07 agosto 2021 - 00:00
Preparare gli alunni alle Prove Invalsi può essere considerato un obiettivo importante per noi docenti che miriamo a rendere i nostri studenti capaci di trasferire in altri situazioni quanto appreso. Una buona preparazione, però, non potrà essere raggiunta attraverso esercitazioni “meccaniche” da proporre agli studenti, ma attraverso progettazioni innovative interdisciplinari e multidisciplinari, che coinvolgano in modo sistematico tutti i docenti dei Consigli di classe. La strada è in salita, presuppone grande sforzo ma ritengo si debba lavorare tutti insieme per potenziare l’apprendimento dei nostri studenti, rendendoli, così, più attivi e interattivi anche nella didattica a distanza.

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Maria Pia Carlucci
29 luglio 2021 - 00:00
Anche quest'anno in occasione della pubblicazione dei risultati delle prove INVALSI si è fatto un confronto con gli esiti degli Esami di Stato. A molti sembra assurdo che gli studenti conseguano nella valutazione scolastica livelli decisamente più alti rispetto a quelli delle prove INVALSI, quasi che gli insegnanti tendano a essere più indulgenti mentre poi i risultati oggettivi delle prove condannerebbero la scuola italiana a essere fanalino di coda in Europa. I due elementi non sono comparabili in realtà. La valutazione scolastica tiene conto di competenze diverse e non sempre misurabili con una scala quantitativa, come la competenza relazionale, comunicativa, affettiva. Invece le prove INVALSI sono prove standardizzate che misurano competenze oggettive. Tuttavia la scuola ha bisogno di verificare anche queste ultime. Solo così si possono manifestare le differenze tra contesti sociali o geografici diversi. Le prove INVALSI sono un termometro, non una cura. Nel momento in cui emergono i dati, spetta poi a una politica efficace e coraggiosa il compito di attuare i provvedimenti adatti a migliorare. Questo è il punto cruciale: non bisogna puntare il dito contro le prove INVALSI, ma contro il depauperamento continuo della scuola.

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Luciana Bonadonna
23 luglio 2021 - 00:00
Credo che ci sia uno scollamento fra la programmazione disciplinare e le prove invalsi. Inoltre queste ultime non sono ben accettate dal corpo docente, perché calate dall'alto. Forse le scuole dovrebbe essere più coinvolte e si dovrebbe partire dal basso, magari incentivando gli studenti più meritevoli. C'è molto da fare ancora, se vogliamo una scuola di qualità!

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Rosario Coluccia
23 luglio 2021 - 00:00
Solo poche righe a partire dai primi commenti, riservandomi un più lungo intervento a conclusione del Tema del mese. Sono molto soddisfatto, avviene proprio quel che mi ripromettevo. Oltre alle questioni di portata generale, mi preme molto che emergano i problemi concreti con i quali i professori si misurano quotidianamente. È importantissimo conoscere le opinioni dei docenti anche sulla didattica a distanza, bilancio di pregi e difetti di questa inedita modalità didattica. Leggo con attenzione. Saluti a tutti, Rosario Coluccia

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Raffaella Alberio
21 luglio 2021 - 00:00
Articolo molto interessante, che però non condivido al 100%. Mi riferisco in particolare a questo passaggio: “Ma la didattica a distanza non può essere demonizzata: imposta dalla pandemia, è stato l’unico mezzo che ha consentito di fare scuola in un lungo periodo di difficoltà estrema.” Se guardiamo a quello che è successo nel resto dell’Europa, scopriamo che molti Paesi hanno fatto scelte molto differenti: in fase di lockdown, hanno chiuso tutto ma non la scuola, mai. Io vivo in Svizzera, dove i miei figli in quest’ultimo anno scolastico non hanno svolto un solo giorno di DAD. La DAD secondo me non rappresenta l’unico mezzo per fare scuola in una situazione di emergenza. I Paesi che riconoscono e tutelano il valore fondamentale dell’istruzione hanno fatto sforzi enormi perché l’insegnamento continuasse in presenza. Quanto all’affidabilità dei risultati dell’Invalsi, mi permetto di aggiungere che spesso, purtroppo anche a causa degli stessi professori, questo test non viene svolto con la dovuta serietà dagli studenti. Quindi forse questi risultati non ci mostrano un quadro totalmente veritiero della nostra scuola. Un vero peccato, perché personalmente lo ritengo uno strumento essenziale.

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Vincenzo D'Agostino
20 luglio 2021 - 00:00
Indubbiamente molto interessante l’articolo e l’osservazione che se ne fa di un sistema - quello scolastico nostrano - continuamente alla ricerca di una identità innovativa che ancora deve trovare (forse che la sfida della DAD/DDI abbia indicato in qualche modo la via da seguire?). Mi chiedo tuttavia perché l’Accademia non coinvolta maggiormente le scuole (in quanto fucine di linguistica) in eventi, laboratori, premi, riconoscimenti e quant’altro possa far comprendere ai parlanti che la lingua e la cultura si costruiscono insieme e insieme alla consapevolezza che tradizione e innovazione possano viaggiare in simbiosi purché non venga mai meno la consapevolezza di cosa contraddistingue l’una e che cosa contraddistingua l’altra. Lieto di aver letto questo articolo. Cordialmente!

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Valentina Firenzuoli
20 luglio 2021 - 00:00
Grazie prof. Coluccia per la sua analisi davvero lucida e che riconosce la realtà di quanto accaduto nella scuola in questo anno e mezzo recente. Si sono ampliati divari tra sud e centro, tra nord e centro… sempre a vantaggio del nord. Come docente di scuola superiore mi sento sempre più sola rispetto al Governo che non riconosce la necessità di un cambio di passo. Quando avrò le prime del mio istituto con 28, 29, 30 studenti di cui 1/2 disabili e magari 5-6-7 con disturbi speciali… di cosa parliamo? In classe siamo soli con i nostri dirigenti che, per quanto siano preparati e intelligenti, non possono far certo i miracoli. Di fronte a tutto quello che ci è stato richiesto in questo periodo, a mio avviso, non ha senso paragonare le Invalsi. Ci dicono qualcosa che già sapevamo e che necessità di soluzioni ampie, non devolute a progetti PON ma a riforme di sistema vere e proprie. Grazie ancora

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