L'italiano ridotto al silenzio

[Ripubblichiamo qui l'intervento dell'Accademico Vittorio Coletti, già uscito (con titolo redazionale) su "La Repubblica Il lavoro" del 14 febbraio 2016]

Marzo 2016

Vittorio Coletti

 

Il tentativo dell'Accademia della Crusca (di cui faccio parte) di frenare un po' l'anglomania italica ha fatto notizia anche sulla stampa ligure, per combinazione proprio negli stessi giorni in cui la posta interna della nostra università veniva sollecitata a un bel dibattito dalla lettera di una giovane docente, Stefania Consigliere, che segnalava con una certa preoccupazione come, per favorire l'internazionalizzazione dell'ateneo, sia prevista anche la disponibilità di un docente a tenere lezione in inglese invece che in italiano purché lo domandi uno (1!) studente. Gusto dell'anglismo e uso dell'inglese nella didattica sono due questioni di lingua simili ma da trattare separatamente.

L'adozione (o adoption?) di parole straniere non è affatto un male di per sé. Anzi è una linfa per le lingue vive. Quando l'adozione funziona bene succede che, come per i bambini stranieri adottati da italiani, le parole straniere diventano pienamente italiane: chi riconoscerebbe ancora dietro ciclismo il francese cyclisme da cui deriva o dietro pressurizzare l'inglese pressurize o dietro zucchero l'arabo sukkar? E non c'è nessun problema se il significato di realizzare come 'capire bene, rendersi conto' è dovuto all'influsso dell' inglese  to realize, anche se non ha nulla a che vedere con i  precedenti significati ('fare, attuare') della stessa parola nella nostra lingua. Le cose cambiano un po' quando invece la parola arriva e resta in italiano nella forma grafica e (almeno in parte) fonetica della lingua originale, come succede con computer o spending review (i cosiddetti prestiti integrali). Le cose, in questo caso, cambiano non tanto perché si attenta al sistema linguistico di per sé, che anzi si può giovare delle novità grammaticali indotte dalla lingua straniera (ad esempio, gli italiani si sono abituati a pronunciare parole che terminano con due consonanti come sport o film), quanto perché la cultura che si esprime in una lingua incapace di trovare forme proprie per dire cose nuove dà preoccupanti segni di debolezza.

Ciò che turba oggi molti italiani, i numerosi anglicismi, è più un problema per la loro cultura che per la loro lingua (che si fa più consapevole, ad esempio, del fatto che non c'è sempre corrispondenza tra grafia e pronuncia, per cui la sillaba -pu- in computo e computerizzare si scrive allo stesso modo ma si pronuncia diversamente). Proprio perché è un problema di cultura le reazioni di fronte ad essi sono diverse. Chi ancora ricorda con fastidio l'autarchia linguistica del fascismo è propenso a ricevere i prestiti integrali senza imbarazzo e quasi con gioia, vedendovi un felice segno di internazionalismo culturale. Ma chi fa presente che oggi gli anglicismi integrali cominciano ad essere troppo numerosi e soprattutto ad occupare le zone più prestigiose della comunicazione (scienza, politica, economia, medicina, pubblicità...) se ne preoccupa perché rivelano la scarsa attività della nostra  cultura. Si sa che non tutte le culture sono rassegnate a importare senza limiti, oltre le cose, anche i nomi stranieri; francese e spagnolo si sforzano di usare parole proprie anche in casi di importazione concettuale o industriale (i francesi hanno francesizzato il lessico dell'informatica e ben difeso ordinateur su computer, mentre noi italiani abbiamo abbandonato elaboratore o calcolatore di cui pure eravamo stati tra gli inventori). In Italia non solo siamo rassegnati a usare cose e parole altrui nei settori d'avanguardia, ma ce ne compiacciamo anche in politica, al punto che questa tendenza è entrata in pieno  nel linguaggio ufficiale o semiufficiale italiano, come si vede con Ministero del Welfare, jobs act, growth act o stepchild adoption. In questo caso a favorire l'anglicismo concorrono un atteggiamento di scarso rispetto per i cittadini comuni, visto che gesti e disposizioni ufficiali vengono nominati in maniera non trasparente, e uno snobismo provinciale che induce a sfoggiare quel (poco) che si sa della lingua più prestigiosa per farsi belli o apparire alla moda (insomma à la page, trendy). Per questo l'Accademia della Crusca sta cercando di trovare, almeno per le parole straniere non ancora accasate, appena nell' ingresso, un possibile corrispettivo italiano: non è tanto una difesa della lingua, quanto una mano alla nostra cultura, perché sia più viva e meno provinciale, aperta ma non succube; ed è anche un sostegno alla comunicazione pubblica, perché sia più trasparente e comprensibile. Insomma, il materiale è linguistico, ma la posta in gioco è culturale, sociale e politica.

Questo si vede bene nella seconda questione preannunciata, la possibilità di fare lezione in inglese in università. Lasciamo pur stare l'enormità di cambiare lingua se lo chiede uno studente, magari su 60, alla faccia dei 59 cui andrebbe benissimo, e anzi meglio, l'italiano. Non chiediamoci quale lezione farà nel suo inglese il docente italiano (si sa che si parla meglio se lo si fa nella lingua in cui si pensa). Non approfondiamo se lo studente straniero che viene a studiare in Italia non sia interessato anche all'italiano (magari viene per studiare Dante o Michelangelo o Verdi). Sorvoliamo per carità di patria sul fatto che se gli studenti stranieri da noi non vengono o vengono solo quelli che non possono andare altrove non è per via della lingua, ma dello scarso prestigio di cui purtroppo gode (dovremmo dire: soffre), in campi strategici, il nostro Paese e per le infime dotazioni di accoglienza studentesca. È pur vero che l'inglese è oggi la lingua del sapere scientifico avanzato e che quindi chi accede agli studi superiori dovrà impararselo bene e che la piena familiarità con questa lingua va acquisita, anzi imposta. Ma non dimentichiamo tre cose: 1) che ci sono campi del sapere in cui la lingua materna e ufficiale resta ineludibile (letteratura, diritto); 2) che espellere la lingua comune e nazionale dall'insegnamento superiore è un furto ai danni della collettività, che viene privata della possibilità di partecipare almeno minimamente, attraverso uno stesso vocabolario, alla distribuzione del sapere avanzato, di cui pure sostiene tutti i costi, con ulteriore aggravamento della discriminazione sociale; 3) che escludere l'italiano dalla didattica universitaria significa tagliar fuori nel giro di una generazione la nostra lingua dalle scoperte, dai pensieri, dai progetti del mondo nuovo. Se l'italiano cede all'inglese tutti i settori più importanti della conoscenza impoverisce il proprio vocabolario e si condanna a non poter più nominare il cambiamento, si reclude nel silenzio per il futuro.

 

Vittorio Coletti

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Mario Barenghi, "L'italiano non è sexy"
scresti_redattore
06 giugno 2016 - 00:00

Intervento conclusivo di Vittorio Coletti

Il numero e la qualità, la serietà, l’ampiezza degli interventi mostrano quanti italiani vedano l’importanza del problema proposto, pur dandone interpretazioni e prospettandone soluzioni diverse. Sono lieto che non sia sfuggito ai più come, a mio giudizio, quello dei forestierismi sia più un problema di cultura che di lingua, di società che di grammatica.
Grazie a tutti della partecipazione.

Vittorio Coletti

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Amaro
05 giugno 2016 - 00:00
PERCHE' NON PENSARE AD UNA LINGUA UNIVERSALE ? Forse, se si solleva lo sguardo oltre l'estremità del dito si potrebbe arrivare a superare anche la crescente contaminazione delle lingue nazionali. I tempi sono ormai maturi per l'adozione di una lingua universale a fronte della globalizzazione dei rapporti internazionali, e questo, indipendentemente dall'adozione di una lingua artificiale o viva, purchè semplice nella struttura, nella morfologia e sintassi, come quella latina che io apprezzerò sempre sopra tutte le altre. Strano come una innovazione come questa non venga ancora presa in considerazione dalle istituzioni internazionali, benchè a costo zero, in quanto in ciascun paese evoluto già si studia minimo una lingua estera oltre quella nazionale. I risvolti positivi di una tale decisione sarebbero inimmaginabili, se non addirittura rivoluzionari, sotto il profilo socio economico, ed allora sì che si potrebbe arrivare a definire il mondo un villaggio globale. Sono pronto ad aderire ad un'istituzione già esistente che si proponga questo obiettivo o a costituire un Comitato Linguistico Universale. - Info: amaro@aruba.it

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Eros Barone
22 aprile 2016 - 00:00
La proposta di rendere obbligatorio all’università l’insegnamento delle discipline in lingua inglese è stata giustamente definita un atto di servilismo da Claudio Magris, uno dei pochi esponenti lucidi e sensibili di un mondo della cultura, qual è quello italiano, che sembra aver ormai rinunciato, in larga parte, ad esercitare una funzione, non dico di orientamento ma anche solo di testimonianza, nei confronti dell’opinione pubblica nazionale. La proposta è l’esatto corrispettivo, in campo linguistico e culturale, della crescente alienazione di sovranità nazionale, della colonizzazione economica e finanziaria e della tendenziale vanificazione dell’indipendenza politica, che segnano questa fase infelice della storia del Bel Paese. Così, la condizione della no-stra lingua di fronte all’avanzata di quel bulldozer della globalizzazione linguistica che è il ‘basic english’ fa venire in mente, per analogia, la tragica sorte di quel popolano che, nel romanzo “La pelle” di Curzio Malaparte, viene travolto e schiacciato da un carro armato americano, mentre festeggia l’arrivo delle truppe alleate in una città dell’Italia centro-meridionale. Orbene, se è vero che sia la Francia sia la Germania, l’una sempre attenta alla difesa del prestigio della sua cultura e l’altra quanto mai cauta (per comprensibili ragioni) nel rivendicare una propria identità, hanno promosso importanti campagne per la sal-vaguardia e la valorizzazione delle rispettive lingue, è difficile, per converso, scorgere nel nostro paese una sensibilità diffusa per questo problema e, quindi, una capacità di iniziativa che sia all’altezza delle sfide e delle insidie che provengono dal progetto di ‘snazionalizzazione’ perseguito dall’imperialismo euro-americano. Eppure la necessità di rispondere alle une e alle altre con un’azione energica e multiforme di difesa e valorizzazione della lingua italiana è riconosciuta da studiosi non solo delle di-scipline umanistiche, ma anche delle cosiddette ‘scienze dure’. Né è mancata l’individuazione del punto archidemico di una politica linguistica che ostacoli l’avvento di un “medioevo prossimo venturo”, in cui la comunicazione corrente sia assegnata al linguaggio tendenzialmente non-proposizionale degli ‘sms’ inviati con i cellulari e la comunicazione culturale al ‘basic english’. Certo, come ebbe ad affermare Saverio Vertone in un appello diffuso alcuni anni fa per sostenere e promuovere la lingua italiana, la nostra lingua non è così lessicalmente ricca e duttile come l’inglese, non è così geometrica e apodittica come il francese, non è così produttiva di parole e di concetti come il tedesco, non è così magmatica e melodiosa come il russo; anzi, è una lingua un po’ rigida e non particolarmente ricca di sfumature espressive nella descrizione delle sensazioni, perché è una lingua fortemente controllata dall’intelletto. Tuttavia, se si sa usarlo, l’italiano può diventare espressivo, geometrico, sensuale, nitido, semplice e tagliente come nessun’altra lingua. E si dimostra di saperlo usare quando si rispetta la linearità, che è l’autentico nume tutelare della nostra lingua, la forza che fa di essa, una volta eliminate le ridondanze auliche, i vezzi snobistici e le oscurità burocratiche, una lingua dura, lucida e conse-quenziale: una spada, non solo un fodero. Pertanto, la fedeltà al genio segreto della nostra lingua e alla sua vocazione profonda e perenne, che è la sintassi, e la consapevolezza che i problemi linguistici sono, nella loro essenza, problemi che coinvolgono il ‘logos’, il ‘pathos’ e l’‘ethos’ (vale a dire il ragionamento, le emozioni e la moralità), debbono essere il lievito di quella rinascita di interesse e di amore per la lingua italiana cui sono chiamate a contribuire tutte le istituzioni e, in particolare, la scuola. Non solo per impedire che, a causa della solidarietà antitetico-polare fra idolatria del globale e idolatria del locale, con la degenerazione della lingua degeneri la vita stessa, ma anche e soprattutto per contribuire, pur in un periodo così irto di spinte regressive, alla difesa e al rilancio dell’identità nazionale, che nella lingua di Dante, di Machiavelli, di Galileo e di Manzoni ha il suo presidio più saldo e il suo stimolo più potente. Per queste ragioni ritengo doveroso esprimere la mia solidarietà nei confronti della protesta contro il genocidio linguistico italiano nell'istruzione, protesta attuata a suo tempo da Giorgio Pagano con uno sciopero della fame e ora espressa con autorevolezza da Vittorio Coletti, membro dell'Accademia della Crusca.

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Stefano Micciancio
02 aprile 2016 - 00:00
Secondo me bisognerebbe mantenere separati i due problemi: quello dei forestierismi nella parlata comune (o comunque nella comunicazione ad un vasto pubblico), e quello dell'impiego di una lingua straniera nell'insegnamento, in particolare nelle università. Nel primo caso sarei per un atteggiamento possibilista ma attento, senza cadere negli eccessi francesi. Per esempio, è preferibile sostituire "youtuber" con "tutubista" o con una circonlocuzione composta da mezza dozzina di parole? Tutt'altro discorso va fatto per l'insegnamento universitario. In tal caso dovrebbero esistere dei punti fermi, derivanti da considerazioni pragmatiche, non ideologiche. A titolo esemplificativo riporto quelli che mi vengono in mente seduta stante : -1- semplicemente non ha senso che un corso sul Petrarca o su Calvino possa essere svolto in altra lingua che non l'italiano; -2- altrettanto privo di senso, oltre che tremendamente inefficiente, è l'insegnamento di una lingua straniera in italiano; -3- ritengo che le discipline connesse con l'ordinamento giuridico di un Paese vadano studiate nella lingua parlata nel Paese che tale ordinamento si è dato; -4- nel caso di discipline scientifiche va osservato che, oggi, la frequenza e l'intensità delle interazioni con ricercatori di altri paesi non permettono di segregarsi nella torre eburnea della propria parlata nazionale, rinunziando, per esempio, ad affidare un corso d'insegnamento ad una figura internazionalmente apprezzata solo perchè allofona.

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Cristiano
23 marzo 2016 - 00:00
L'atteggiamento che negli ultimi decenni ha caratterizzato la depauperazione, da parte degli Italiani, dell'uso della loro lingua Madre nel quotidiano, impoverimento che comprende, oltre all'infarcire inutilmente la nostra stupenda lingua di assurdi termini Inglesi e non, anche un uso sempre più limitato della complessa grammatica e dell'infinito vocabolario che questa nostra lingua comprende! Siamo diventati un popolo tristemente pigro, che non ha nemmeno desiderio di continuare ad ostentare con orgoglio la propria origine; popolo che dovrebbe difendere a spada tratta le proprie tradizioni, la propria identità, cultura e tutto quanto di bellissimo questa nostra Italia (sottolineo nostra!) ci offre e potrebbe offrire; questa Europa ci sta smantellando, come un magnifico mosaico al quale, ogni giorno, vengono rimosse le piccole tessere che lo compongono. Forse questo non sarà l'ambito giusto per scrivere quanto leggerete ma vorrei fare di più per questa nostro Paese; il problema è che non ce lo permettono, se non attingendo ad estremi rimedi.

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emma
16 marzo 2016 - 00:00
A me sembra che spesso l'utilizzazione di termini inglesi, di cui a volte temo non si conosca neanche troppo bene il significato, denoti una forma di provincialismo e di estrema povertà culturale. Oggi ho letto per caso l'atto aziendale di una asl romana, asl roma 2, e più volte ricorrono, insieme a molti altri, i termini mission e vision; lo trovo deprimente

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augusto federici
08 marzo 2016 - 00:00
Non contesto l'uso di termini inglesi o di altra lingua (magari italianizzandoli, come ricorda Coletti) per nuovi oggetti o situazioni Quel che non concepisco è la sostituzione del termine italiano con quello inglese, specie nel campo del diritto. Il "job's act" mi irrita e lo trovo una gran cretinata; va a sostituire una definizione italiana, tutto sommato relativamente recente. Lo "statuto dei lavoratori", grande e innovativa riforma, risale al 1970. Il termine "statuto" è ben più preciso dell'inglese "act", termine molto più generico. Quello sulla "adozione", istituto antico, è oltre che cretino, difficile anche da pronunciare come è provato dai nostri parlamentari.

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Paolo Croce
16 marzo 2016 - 00:00
Come si fa a non essere d’accordo circa l’innovatività introdotta negli anni Settanta dallo statuto dei lavoratori? “Statuto” e quindi “statuto dei lavoratori” rimanda a norme e a un periodo storico in cui esisteva ancora un dialogo tra mondo del lavoro e industria. Un periodo in cui le nazioni europee potevano ancora definirsi Stati-nazione. Eppure, già in quegli anni in Europa ci si interrogava circa la possibilità di rendere più flessibili sia lo Stato Sociale (il Welfare State) tradotto in italiano anche come Stato Assistenziale (con accezione negativa, dunque), sia il mondo del lavoro in sé. Ricordate Margaret Thatcher? Cosa credete abbia fatto a partire dalla fine degli anni Settanta? Ha semplicemente aperto la strada alla dissoluzione del “Welfare State” perché si era resa conto che prima si faceva e meglio era (prescindiamo, per favore, dai giudizi di merito. Questa è storia e quindi dobbiamo prenderla così com’è!) Oggi, invece, i vari Stati-nazione hanno bellamente ceduto la loro libertà in cambio di assicurazioni economiche che consentano di garantire il pareggio di bilancio. Se non lo facessero sarebbe il tracollo finanziario (ad oggi!!). A mio avviso, quello che andrebbe notato, circa l’uso di questi specifici forestierismi è qualcosa di molto più profondo di una volontà di esibire una conoscenza (spesso scarsa) delle lingue. La locuzione “Jobs Act” significa molto di più. E’ in sé un segnale chiaro, evidente, della volontà dei governi di uniformarsi a un paradigma del lavoro di matrice americana e poi europea. Quindi, in realtà, si tratta di messaggi impliciti, di forme simboliche che connotano ben altre questioni che la lingua. Vedete, nell’era della globalizzazione, della tecnologia avanzata, della convergenza digitale cui corrisponde una convergenza delle informazioni e delle culture, quello che i cittadini europei dovrebbero assolutamente fare è essere in grado di colmare quello iato culturale, che impedisce loro di avere una visione sufficientemente ampia e comune, da comprendere e decodificare la realtà nella quale viviamo. Per fare questo, si rende necessario filtrare, confrontare tutte le informazioni che passano per i media locali con quelle estere. Solo così è possibile avere una visione più chiara del come, quando e perché nascono certe forme e/o tendenze. Ecco perché insisto sull’importanza di conoscere più lingue – significa avere maggiori possibilità di capire! L’ultimo pensiero, che non ho ancora espresso, riguarda l’entità dell’influenza dei termini stranieri nella nostra lingua. A quanto pare risulta che i lessemi di origine straniera (mi riferisco solo a forestierismi e lessemi adattati provenienti dall’inglese e dal francese) ammontano a circa 6.292 (4.303 forestierismi e 1.989 adattamenti) per l’inglese, mentre risultano essere 4.982 (1.465 forestierismi e 3.517 adattamenti) per il francese. I dati sono calcolati su un lessico complessivo di circa 260.000 lessemi (elaborazione su dati GRADIT). La domanda quindi diventa: con queste cifre, possiamo realmente dire che gli anglicismi sono rilevanti nella nostra lingua? In conclusione, non posso non essere d’accordo con il prof. Coletti (e per questo lo ringrazio) circa l’importanza di salvaguardare la nostra lingua. Tuttavia – a mio avviso – la strada per far questo non passa per uno sbarramento all’ingresso dei termini stranieri, ma per una maggiore e miglior coltivazione della nostra lingua da un lato e, dall’altro, una maggiore e migliore coltivazione di una cultura europea (lingue straniere incluse, ovviamente).
Anonimo
07 marzo 2016 - 00:00
Condivido quanto scritto dal professore. Condivido anche il P.S scritto (nei commenti) da Andrea. Vorrei che l' Accademia continuasse a difendere con maggior durezza il nostro vocabolario da parole straniere adattate, con l'uso di nostre desinenze (come ad esempio whatsappare), alla nostra lingua. E' comunque dovere anche dei cittadini stessi, di ogni genere ed età, fare un passo avanti verso l'italiano, anche se ammetto non essere facile sfuggire ai termini stranieri (alcuni inevitabili). Se il patriottismo, il senso dello stato e la conoscenza pura delle nostre radici fossero più forti sarebbe diverso? Oppure usare termini english ci farebbe sentire comunque più clever?

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Lucia
06 marzo 2016 - 00:00
Sono molto d'accordo con questo articolo, e penso che il problema dell'immobilità culturale che induce gli Italiani ad ammassare quasi freneticamente montagne di prestiti integrali si leghi strettamente al prestigio che noi, da sempre popolo diviso e sostanzialmente privo di una dimensione comune e di senso di appartenenza a un'unica nazione, riconosciamo ai Paesi anglofoni, Stati Uniti in primis. Prestigio, egemonia culturale? Non vorrei sbagliare, ma a me vengono in mentre questi termini quando penso ai fattori determinanti alla base di tale realtà. Il fatto è che, invece di offrire un modello di lingua e di cultura tutto nostro, tendiamo a cedere a un atteggiamento di passiva venerazione di qualsiasi espressione anglofona e addirittura ci impegniamo a crearne di nuove (per questo dobbiamo ringraziare anche il nostro premier), quasi che questo potesse renderci "un po' più cool", appunto, quasi che l'italiano fosse una lingua vecchia, seriosa e noiosa.

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Paolo Croce
05 marzo 2016 - 00:00
Ho letto con molta attenzione l’intervento di Vittorio Coletti a difesa della lingua italiana che, a suo dire, sta rischiando di essere relegata a ruolo di lingua secondaria. L’italiano – cedendo all’inglese, dice Coletti – verrà certamente condannato a non poter più nominare il cambiamento. L’articolo in sé è ricco di considerazioni che, se da un lato, sono comprensibili in quanto espresse a difesa dell’italiano, è pur vero che hanno quell’indubbio sapore nostalgico e quel tono apocalittico - non del tutto fondati - che da sempre contraddistinguono gli interventi di taluni linguisti e intellettuali che si esprimono a difesa della nostra lingua. Non vorrei con questo apparire né insensibile nei riguardi di chi si batte per la sopravvivenza di una lingua (qualunque lingua direi), né tantomeno apologeta di una sorta di corrente inglesista che intenda ordire un complotto atto a spazzare via l’amata lingua. Tuttavia, l’Accademia della Crusca ci invita ad esprimere il nostro parere e, così, non posso esimermi dal sottolineare quelle che a mio avviso sono considerazioni e/o preoccupazioni prive di fondamento. Anch’io, come Coletti, trovo non ci sia nessun problema se il significato di realizzare come “capire bene, rendersi conto” è dovuto all’inglese “to realize”; e aggiungo: sono fiero del fatto che la nostra lingua sia aperta alla polisemia, da qualunque parte arrivino le accezioni semantiche. Non avevo alcun dubbio circa la capacità della nostra lingua di estendere denotati e connotati dei lessemi. Mi rendo conto sembri più allettante, per taluni linguisti, la scelta francese di bloccare all’origine i forestierismi, forzando l’uso di termini rigidamente appartenenti alla lingua nazionale. Grazie a Dio, però, nella nostra lingua non è così e quindi cediamo a “prestiti integrali” come “computer” o “scanner” o “mouse” o “kilobyte”. I francesi saranno anche contenti di mantenere “ordinateur” anziché “computer” e di cambiare addirittura l’unità di misura da kilobyte in ottetti. Non so poi come abbiano deciso di chiamare lo scanner. Quel che sfugge a Coletti è che noi viviamo in una realtà globale e globalizzata. Interagiamo con nostri colleghi che provengono da tutte le parti del mondo. Compriamo scanner sulla cui confezione è scritto scanner; mouse che, a chiamarli “topi” suonerebbe quanto meno buffo; acquistiamo computer sulla cui confezione è scritto “computer” e sappiamo quanto costerebbe differenziare i prodotti in base alla lingua della nazione nella quale vengono venduti. Non vi dico poi cosa vorrebbe dire per un informatico dover dialogare con colleghi stranieri ed essere costretti a convertire da un’unità di misura all’altra, sia nei dialoghi che nella documentazione, ecc. Meno male che accettiamo questi anglicismi! Cosa dire poi di “stepchild adoption”. Immagino il politico che debba dialogare con gli altri colleghi europei traducendo di volta in volta da una forma all’altra: da “stepchild adoption” a “adozione del figlio del partner”. Un po’ lunghetta la forma italiana, direi. Riguardo al provincialismo, andrebbe notato che “provinciale” si è sempre coniugato con “chiusura”. Non vedo come l’essere bilingue possa in qualche modo apparire provinciale. Ho specificato bilingue (preterendo lo snobismo provinciale) perché è proprio questo l’obbiettivo che dovrebbe essere perseguito dall’Italia come dalle altre nazioni europee. Non è concepibile un’Unione Europea che non sia anche un’Unione Linguistica. Questo andrebbe ricordato costantemente, ma Coletti sembra aver dimenticato l’importanza di questo fondamentale obbiettivo. Dunque, che l’Accademia della Crusca stia cercando di trovare, almeno per talune parole, corrispettivi italiani, mi trova senz’altro favorevole. Ma non si dica, per favore, che questa scelta si traduce in una mano alla nostra cultura. Per dare una mano alla nostra cultura, bisognerebbe, invece, favorire il bilinguismo. Solo così, forse, l’Italia potrebbe fare un decisivo passo in avanti in tutti i campi, lavoro in testa! Ecco, quindi, che si spiega anche l’importanza di poter insegnare talune discipline in una lingua internazionale. Il vantaggio è senz’altro quello di poter operare al meglio in un contesto europeo. Ancora, è un controsenso pensare di poter acquisire piena familiarità con una lingua internazionale senza influire sulla propria lingua madre. E qui si può far notare un’altra considerazione di Coletti che si basa solo sul proprio punto di vista. Coletti afferma che <<...si sa che si parla meglio se lo si fa nella lingua in cui si pensa.>> E’ evidente che Coletti si basa sulla propria esperienza che non deve essere quella di chi conosce a fondo un’altra lingua. In tal caso saprebbe che, in primo luogo, non pensiamo affatto in una lingua, ma traduciamo mentalmente i nostri pensieri nella lingua più conveniente. In secondo luogo, saprebbe che si pensa nella lingua che si usa più frequentemente. Qualunque bilingue potrebbe confermarlo. In conclusione, più che preoccuparsi di quale fine faranno le varie lingue nazionali, bisognerebbe, forse, preoccuparsi da un lato, di promuovere sempre più la lettura e la coltivazione della lingua nazionale - non importa se e quanto ibridata - e dall’altro, il bilinguismo. Non è semplice, ma è quello che l’Italia dovrebbe fare e che invece, come al solito, ci vede indietro rispetto a tante altre nazioni europee.

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Risposta
Barbara
29 marzo 2016 - 00:00
Non credo che la preoccupazione per l'uso indiscriminato di termini angloamericani possa, senza perdere il senso del ridicolo, sconfinare nel rifiuto di usare unità di misura - quelle sì - universalmente accettate. Però sul possibile uso di "topo" al posto di "mouse" vorrei far notare al signor Croce che gli inglesi e gli americani in effetti dicono "topo" per indicare quella cosa che si usa per cliccare (e anche "cliccare" nessuno si sogna, penso, di rigettarlo!). Dicono "topo" perché "mouse" quello significa. Se non è buffo per loro non si vede perché dovrebbe esserlo per noi. Talvolta c'è solo bisogno di pratica. La stessa pratica con la quale abbiamo, volenti o nolenti, introiettato non solo il famigerato "jobs act" ma anche un termine come "automotive" quando c'era lì a disposizione un bell'"industria automobilistica".
Risposta
Carla Zanoni
05 marzo 2016 - 00:00
Gentile sig. Croce vorrebbe per favore definire bilinguismo? Ho appena chiesto a mia figlia adolescente perfettamente bilingue in quale lingua pensa e dopo un attimo di riflessione ha candidamente risposto "Dipende". E sono assolutamente d'accordo che si parla meglio nella lingua in cui si pensa, proprio perché non si deve "tradurre". Un perfetto bilingue non traduce, ma facilmente mescola due lingue e per riuscire a "les maîtriser" (ahi, il bilinguismo!), ci vuole molto, molto studio ed esercizio e non sarà qualche lezione universitaria che risolverà il problema. Per quel che riguarda i prestiti integrali ultimamente così diffusi in Italia, sarebbe meglio porre qualche limite. I politici italiani, le assicuro, molto spesso farebbero meglio a usare espressioni lunghtte nella loro lingua quando discutono con i loro colleghi europei, lasciando il mestiere di tradurre ai professionisti che sanno farlo, si risparmierebbero tante orribili figure. Per quanto riguarda l'Unione europea che sia un'Unione linguistica è una contraddizione in termini. L'Unione europea è unita nella diversità e il plurilinguismo, il rispetto di tutte le culture sono principi fondamentali.
Anonima1
04 marzo 2016 - 00:00
Questo massiccio ricorso agli anglicismi denota un atteggiamento pigro nei confronti non solo della lingua, perché non ci si preoccupa di usare o trovare termini italiani per designare concetti o oggetti (rendendo l'italiano una lingua debole e lacunosa), ma anche della cultura, perché implicitamente accettiamo le innovazioni provenienti dall'estero in modo passivo, senza accoglierle e farle nostre ma, anzi, sottolineandone permanentemente la loro non autoctonia. Se l'informatica è un campo in cui spadroneggiano i Paesi anglosassoni che importa, dal momento che anche noi facciamo largo uso delle nuove tecnologie? Se chiamassimo tutti gli oggetti di uso quotidiano nella lingua di chi li ha inventati, probabilmente il nostro dizionario sarebbe di 200 pagine.

Rispondi

Andrea
04 marzo 2016 - 00:00
Finalmente qualcuno sta capendo che una lingua rinuncia a chiamare con parole autoctone anche le cose nuove è una lingua che muore, e non muore perché si trasforma, ma perché viene spazzata via. E' come se di un organismo biologico cambiassimo tutte le cellule con nanomacchina, magari esteriormente avrà la stessa forma, anche se luccicherà al sole, ma non sarà più lo stesso organismo di prima. La differenza è che però un organismo tecnologico potrebbe essere più performante di quello vecchio, mentre una lingua semplicemente si snatura e basta, anche si crea un meccanismo perverso per cui si crederà di essere migliore perché ammantati di aura anglosassone, ma rimanendo sempre italioti dentro. P.S. la Crusca però dovrebbe essere la prima a dare il buon esempio facendo togliere gli anglicismi inutili dal suo sito, proponendo così veramente sei sostituti italiani.

Rispondi

Giulio Ferrari
04 marzo 2016 - 00:00
Alla fine nelle nostre scuole finirà come nei Paesi arabi francofoni: un graduale uso sempre più massiccio dell'inglese via via che si procede negli studi, fino a che le sole materie in italiano all'università resteranno religione e ginnastica.

Rispondi

Risposta
Giulio Ferrari
05 marzo 2016 - 00:00
Come a Malta, con la differenza che i maltesi sono stati colonizzati davvero dagli inglesi...

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Claudio Marazzini rieletto Presidente dell'Accademia della Crusca insieme al nuovo Consiglio

Avviso da CruscaIl presidente Marazzini è rieletto per il suo terzo mandato; il Consiglio è stato rinnovato. Maggiori informazioni sono disponibili nella sezione "Ufficio stampa".

Gruppo Incipit: La notifica del data breach: un anglicismo inopportuno e incomprensibile. Si usi “violazione dei dati”

Avviso da Crusca

Il nuovo comunicato del gruppo Incipit è disponibile nella sezione "Comunicati stampa".

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