La XXI Giornata europea delle lingue (26 settembre 2022). Un’occasione per riflettere sull’invadenza dell’inglese

di Paolo D'Achille


Settembre 2022

Dalla fine del 2001 (che era stato l’anno europeo delle lingue) il Consiglio d’Europa ha istituito la Giornata europea delle lingue, patrocinata dall’Unione Europea, fissandola il 26 settembre di ogni anno, subito dopo l’equinozio autunnale. Abbiamo dunque superato il ventennale di questa “festa” e stavolta, lasciataci alle spalle la pandemia, l’evento è stato celebrato con molte manifestazioni, anche qui in Italia, dove tuttavia non ha trovato molto spazio sulla stampa e negli altri media a causa delle elezioni politiche avvenute il giorno prima.

L’intento dei promotori, all’inizio del XXI secolo, era da un lato quello di difendere le lingue minoritarie, dall’altro di promuovere l’apprendimento, fin dall’infanzia, di più lingue straniere. Nel primo caso, si puntava a far conoscere le lingue delle cosiddette minoranze “storiche” alloglotte o eteroglotte, che sono diffuse in moltissimi Stati europei (starei per dire tutti, tanto più se consideriamo non solo le minoranze storiche ma anche quelle dovute ai recenti fenomeni immigratori, che ha determinato la presenza in Europa anche di lingue in precedenza parlate solo in altri continenti), alcune delle quali a rischio d’estinzione; nel secondo, si poneva il problema di evitare un monolinguismo inglese sul piano internazionale.

Gli obiettivi restano validi anche se, rispetto al 2001, il quadro generale è alquanto mutato: l‘Unione Europea si è allargata con l’ingresso nel 2004 di Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria, nel 2007 di Romania e Bulgaria e nel 2013 della Croazia. Il numero delle lingue parlate nell’UE (sia quelle “ufficiali”, tra loro paritarie, sia quelle minoritarie) è dunque indubbiamente cresciuto. Ma c’è stata anche la Brexit, che ha determinato l’uscita, nel 2020, del Regno Unito, col conseguente paradosso che la lingua più usata nella comunicazione internazionale e privilegiata anche all’interno dell’UE non sia più presente come lingua ufficiale di un Paese dell’Unione (l’Irlanda, come è noto, ha optato per il gaelico e Malta per il maltese).

In questo breve intervento vorrei porre l’attenzione su tre questioni che mi sembrano importanti.

La prima è la distinzione, ormai chiarita negli studi del settore, tra plurilinguismo e multilinguismo. Quest’ultimo si riferisce alla coesistenza, in uno stesso territorio amministrativo, di più lingue (tipico è il caso della Svizzera), mentre il primo fa riferimento alla competenza in più lingue del singolo parlante, che, oltre alla lingua madre, ne può conoscere altre, per bilinguismo “naturale” (dovuto all’uso di una lingua diversa da parte dei due genitori) o per apprendimento spontaneo, da mettere in rapporto al multilinguismo dell’ambiente in cui vive (si parla in questo caso di L2), o per studio guidato, a scuola. I due processi (il mantenimento di multilinguismo e la crescita del plurilinguismo) devono essere entrambi favoriti, ma non vanno confusi. Al riguardo, rimando ai fascicoli 58 e 59 del 2019 del periodico “La Crusca per voi”, dedicati appunto a queste tematiche. 

La seconda questione verte sul tema, in Italia particolarmente avvertito, della distinzione tra lingue minoritarie e dialetti. Da quando, sulla base del dettato costituzionale, è entrata in vigore la legge n. 482 del 15 dicembre 1999 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 297 del 20 dicembre 1999), che ha censito le lingue delle minoranze storiche (e al tempo stesso proclamato l’italiano come lingua ufficiale della Repubblica italiana, indicazione che manca tuttora dalla Costituzione), anche molti dialetti hanno reclamato di essere riconosciuti come lingue minoritarie, tanto che alcune leggi regionali hanno sancito (o hanno provato a sancire) questo principio: in effetti, si sente parlare spesso di “lingua napoletana”, di “lingua piemontese”, di “lingua lombarda”, ecc., indicazioni che spesso fanno riferimento non a un dialetto locale ma a quella che è stata chiamata koinè regionale, che è certamente presente in certe zone (come il Veneto, in cui il dialetto veneziano funge da dialetto di koinè), ma non in altre. Va detto ancora che, accanto ai singoli dialetti d’Italia (tutti derivati dal latino e detti “dialetti primari”), esistono anche i cosiddetti “dialetti secondari” (dialetti dell’italiano, e non del latino), solitamente indicati come “italiani regionali”, che – a parte poche categorie professionali – sono normalmente parlati ogni giorno da tutti gli italiani (e anche dai cosiddetti “nuovi italiani”, figli di immigrati alloglotti che hanno appreso, come L2 e a volte perfino come lingua madre, l’italiano).

Ora, è indubbio che i dialetti vadano a tutti gli effetti considerati lingue sul piano strutturale (storicamente le lingue non sono altro che dialetti che si sono standardizzati e sono diventati, non sempre pacificamente, lingue comuni di interi Stati), ma è altrettanto innegabile che nella situazione italiana il rapporto tra i dialetti locali (spesso diversissimi tra loro e con variazioni anche all’interno delle stesse aree linguistiche a cui appartengono) e la lingua nazionale non è di bilinguismo, ma di diglossia, cioè con una differenziazione e una specializzazione di usi in rapporto alla situazione comunicativa e ad altre variabili. I dialetti, alcuni dei quali hanno mostrato una sorprendente vitalità, vanno certamente tutelati e preservati al pari delle lingue minoritarie, ma la loro possibile espansione negli usi ufficiali potrebbe mettere in crisi l’italiano, che, non dimentichiamolo, solo nel corso del Novecento è diventata madrelingua per la stragrande maggioranza degli italiani e il cui uso è già un po’ messo in crisi dall’espansione dell’inglese.

E vengo così alla terza questione: l’inglese sta togliendo spazi all’italiano (nelle Università, nei progetti di ricerca, nella comunicazione scientifica anche sul piano “intranazionale”), tanto più che l’Italia, diversamente da altri Paesi come la Francia e la Spagna, non ha una politica linguistica (forse anche per reazione a quella messa in atto dal Fascismo, che combatteva lingue straniere, lingue minoritarie, dialetti). Certo il “monolinguismo” della comunicazione internazionale basato sull’inglese presenta dei vantaggi, impedendo, per così dire, la confusione babelica. Ma – come ci ha ricordato in più occasioni l’accademica Maria Luisa Villa, che è una scienziata – c’è anche un’altra immagine biblica, stavolta neotestamentaria, da richiamare: quella della Pentecoste. Sarebbe auspicabile, infatti, che ci si possa far capire dagli altri continuando a parlare la propria lingua (come avvenne agli apostoli che poterono così, per opera dello Spirito Santo, diffondere il Vangelo), perché compresa anche da chi ci ascolta (e viceversa). Sono in effetti tuttora in vigore progetti che intendono facilitare l’intercomprensione tra gruppi di lingue affini per origine, come per esempio le lingue romanze. Ma l’avanzata dell’inglese sembra frenarli. Ho sentito affermare, in un convegno di qualche anno fa, che in passato danesi, svedesi e norvegesi cercavano di dialogare usando le proprie lingue nordiche, tra loro simili e quindi reciprocamente comprensibili, con poco sforzo; oggi preferiscono ricorrere all’inglese, che in quei Paesi come in altri ha sopravanzato l’apprendimento di altre lingue straniere.

Ci auguriamo davvero che la Giornata delle lingue stimoli una riflessione su questi e su tanti altri temi; che serva a far comprendere a tutti l’importanza dell’apprendimento di più lingue (che costituisce un vantaggio anche sul piano cognitivo); che metta l’accento sulla pax linguistica (e non solo linguistica!) che deve sussistere nelle tante realtà dei Paesi multilingui; infine, che qui da noi costituisca anche l’occasione per ribadire l’importanza della conoscenza dell’italiano (che Thomas Mann definì come “la lingua degli angeli”), di cui la scuola deve garantire a tutti, alla fine del percorso, il pieno possesso, scritto e orale, attivo e passivo.


[Nota: Il testo riproduce, con qualche adattamento, l’articolo Giornata delle lingue. Un’occasione per riflettere sull’invadenza dell’inglese, in "Toscana oggi", 25 settembre 2022, p. 21.]

Redazione
14 novembre 2022 - 00:00
Commento finale di Paolo D'Achille
I nove commenti che ha avuto il mio tema del mese non muovono obiezioni alla mia analisi, ma la approfondiscono e la sviluppano con riflessioni sull’italiano, sull’inglese, sui dialetti. Alcuni commenti sono stringati, altri più lunghi; alcuni più oggettivi, basati su dati e documenti inoppugnabili, altri più soggettivi e impressionistici; alcuni sono totalmente sottoscrivibili, altri un po’ meno, ma sono comunque anch’essi interessanti. Ringrazio dunque di cuore tutti coloro che sono intervenuti. Non ritengo necessario entrare nel merito per indicare le affermazioni dalle quali dissento, anche perché quelle con cui concordo sono senz’altro maggioritarie. Né penso sia il caso di ribadire quanto ho già scritto nel mio intervento iniziale. Mi limiterò dunque a poche osservazioni conclusive. Da un lato mi pare di rilevare come oggi sia largamente avvertita l’esigenza di una politica linguistica, che in Italia, almeno da cinquant’anni, è totalmente mancata (diversamente da quanto avvenuto in Francia, in Spagna e in altri Paesi). Di certo l’obiettivo non dovrebbe essere quello di imporre un rigido prescrittivismo grammaticale, che sarebbe insensato (oltre che impossibile da realizzare) e che inevitabilmente potrebbe legarsi a tendenze ideologiche in grado di determinare tensioni e contrapposizioni. Una politica linguistica seria (anche per essere il più possibile condivisa) non dovrebbe limitarsi a contrastare l’invadenza (peraltro indubbia) dell’inglese, ma dovrebbe avere lo scopo di garantire una comunicazione chiara e comprensibile tra lo Stato e la cittadinanza, di assicurare l’acquisizione della nostra lingua a chi non la conosce, di favorirne e tutelarne la presenza sul piano internazionale, di combattere la dialettofonia assoluta, che si lega all’evasione dall’obbligo scolastico, con dannosissime ricadute sul piano sociale. Una politica linguistica seria dovrebbe proteggere anche i dialetti, specie quelli che stanno scomparendo, che costituiscono una ricchezza del nostro Paese. Quanto all’inglese, vorrei dire che la sua presenza è dovuta anche al fatto che, specie presso le ultime generazioni, la cultura angloamericana costituisce un punto di riferimento in molti settori (compresi quelli in cui non può vantare un particolare prestigio, come per esempio la cucina, in cui le parole inglesi sono sempre più frequenti). Bisognerebbe quindi che gli italiani trasferissero anche sul piano della lingua l’orgoglio, spesso inutilmente sbandierato, per le proprie tradizioni; che studiassero più a fondo la loro storia; che fossero in grado non di recepire passivamente quanto viene dall’estero (in particolare dalla civiltà angloamericana), ma di recepire tutti gli elementi positivi per poter andare oltre, innovando a loro volta. Il prestigio di una lingua, come quello della civiltà di cui è espressione, non si basa solo sull’esistenza di un passato glorioso, ma anche sulla capacità di vivere nel presente e di progettare il futuro.

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Francesca Terra
08 novembre 2022 - 00:00
Concordo con le analisi precedenti aggiungendo una riflessione che vorrei lasciare. Oltre ad introdurre neologismi per aggiornare in campo scientifico la nostra lingua, sarebbe intanto sufficiente evitare di tradurre in inglese quando non c'è bisogno. Qualche esempio: sul sito INPS -caregiver- in italiano badante (avere cura di qualcuno o qualcosa ecc.) dalle istituzioni -welfare- in italiano benessere (stato felice, prosperità, ecc.) linguaggio giornalistico televisivo - stakeholder- in italiano (azionista, finanziatore, interesse ecc.) L'elenco è molto lungo e pertanto preoccupante perché se continuiamo così senza difendere la nostra lingua a tradurre parole in inglese tra meno di 20 anni l'italiano sarà morto. Qui non c'entra la politica ma sicuramente l'identità e la storia di un territorio.

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Luigino Goffi
07 novembre 2022 - 00:00
1.1: Il diffuso differenziare il dialetto dalla lingua definendo la lingua come vincente e il dialetto come perdente fa il gioco dell'inglese, lingua vincente che sta fagocitando il perdente italiano nell'Italia stessa. Il fatto è che i nostri tempi vogliono velocità e precisione, e della bellezza troppi - purtroppo - non sanno che farsene, a cominciare da quelli che vorrebbero introdurre nella nostra lingua suoni (come lo schwa) altamente cacofonici e - come ho dimostrato nel Tema "La lingua italiana in una prospettiva di genere"- inutili. La vera distinzione tra lingua e dialetto è che la lingua è precisa ma, proprio per questo, non è veloce, mentre il dialetto è veloce ma, proprio per questo, non è preciso. 1.2: Fissiamo bene questa differenza, perché è molto importante pel tema che stiamo trattando sull'invadenza dell'inglese. Prendiamo il dialetto più significativo della Penisola, che, come sanno benissimo tutti i cantanti, lirici e non, e i teatranti, è quello napoletano: il più musicale in assoluto. Consideriamo il seguente verso di Ferdinando Russo: "Cu 'e scorze 'e pane e ll'osse d' 'a munnezza" (v. il Meridiano Mondadori "La poesia in dialetto", cura Franco Brevini, 1999, pag. 3119 al centro). Come si vede, una stessa identica parola, la parola "e", ha ben tre significati diversi: la prima è un articolo, la seconda è una preposizione specificativa, la terza è una congiunzione. L'evidente e grave imprecisione fa del napoletano un dialetto e non una lingua; potrà fregiarsi del titolo di "lingua" non già quando lo dirà una Istituzione o un'Accademia, ma solo quando avrà dato a quei tre significati diversi tre parole diverse, come fa l'italiano, che in quel verso indicherebbe l'articolo con "le", la proposizione specificativa con "di", e la congiunzione con "e". Tre parole diverse per indicare tre significati diversi: questo significa essere lingua; una sola parola per indicare tre significati diversi: questo si accontenta di fare il dialetto. D'altro canto, il napoletano è più melodioso dell'italiano, e questo accade proprio perché usa la parola "e" non solo nella congiunzione, ma anche quando dovrebbe usare "le" negli articoli e "di" nelle preposizioni. Perché questo uso smodato della parola "e"? Perché se è vero che la "e" presa da sola è un monosillabo, esattamente come le altre due particelle ("le" e "di"), è anche vero che se è preceduta da un'altra parola terminante per vocale (come in genere sono le parole italiane) diventa - a differenza delle altre due particelle, che rimangono monosillabiche - uno zerosillabo, più veloce del monosillabo perché vale come zero nel conteggio delle sillabe; e ciò perché, cominciando per vocale, permette la sinalefe, che fa diminuire di una sillaba la lunghezza della frase. "Le" e "di" sono rifiutate dal napoletano perché, appunto, cominciando per consonante, non permettono la sinalefe, non permettono di diminuire di una sillaba, e dunque sono lunghe, lente, e, perciò, non abbastanza melodiose. Le parole più brevi, infatti, non sono i monosillabi in generale, come invece mi obietta una grande italianista che mi ha onorato di una sua benevole critica, ma sono quei monosillabi che cominciando per vocale sono, in realtà degli zerosillabi. L'incomprensione nasce dal fatto che si valutano le parole prendendole singolarmente, mentre dobbiamo, invece, inserirle nel testo: solo così opera la sinalefe (tranne, ovviamente, la parola iniziale, che non può formare la sinalefe perché non preceduta da altra parola). Ma non abbiamo detto che se si è veloci si è di conseguenza imprecisi? E' proprio questo il punto. Per salvare la lingua italiana dobbiamo superare l'idea che si possa essere solo o veloci o precisi e non si possa essere entrambi; dobbiamo, invece, fare dell'italiano una superlingua che sia contemporaneamente più precisa e più veloce: più precisa, ad esempio distinguendo verbalmente tra soggetto e complemento oggetto, e tra articolo e pronome (ad esempio, il "la" di "la sveglia" che cos'è? un articolo o un pronome? dobbiamo differenziarle perché l'inglese lo fa); e più veloce perché la velocità è bellezza, come sapeva bene Glenn Gould, e, prima di lui, Marinetti e i suoi futuristi, e, prima di lui ancora il dialetto napoletano, stracolmo di sinalefi proprio per l'eufonia data dalla velocità. Nel Ventennio, ad esempio, in cui i linguisti non avevano capito che non è l'origine geografia della parola a decidere se essa è italiana, ma sono le caratteristiche che ha (una parola è italiana se termina per vocale, oppure, qualora sia semanticamente non piena, se termina per "l", "n", e "r" perché solo così sono evitate le cacofonie) si voleva sostituire la brevissima parola "purè", nata in Francia, coll'italianissima e lentissima "patata stacciata". Sappiamo tutti com'è andata: "purè" è italianissima perché termina per vocale, ed è brevissima. Bisogna abbreviare l'italiano, solo così l'inglese verrà neutralizzato e usato solo quando serve veramente, come nel turismo.

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Paolo
21 ottobre 2022 - 00:00
L'Inglese risulta utile a livello internazionale, specie quando non si ha intelligibilità tra due lingue. Detto ciò, quando mi ritrovo ad avere a che fare con lingue altamente comprensibili, in particolare Portoghese, Spagnolo e altre lingue iberiche, preferisco usare l'Italiano o le altre lingue romanze, ripiegando sull'Inglese solo come "extrema ratio". Sul piano interno, cioè in Italia, noto un totale disinteresse nell'Italiano da parte dei suoi stessi parlanti colmato dall'ammirazione dell'inglese, il che non vuol dire saperlo parlare. L'invadenza dell'Inglese è rilevante soprattutto nei campi scientifici, dove è da constatare la disfatta dell'Italiano, specie in informatica, economia e tecnologia, ambiti in cui l'italiano stenta ad affermarsi e in cui pullulano gli anglismi. Quello che più mi preoccupa è il fatto oramai si dà per scontato che una cosa nuova arrivi da noi in Inglese, senza nemmeno tentare un traduzione o adattamento in Italiano, il che limita molto l'Italiano di potersi sviluppare in quei settori strategici del sapere, quasi come si tarpassero le ali a una lingua. In virtù di ciò sono propenso a dire che l'Italiano in quegli ambiti succitati stia regredendo a dialetto dell'inglese. Sarebbe utile un "censimento" dei neologismi degli ultimi tempi per poi dedurne quanti di essi siano anglicismi, e paragonare i risultati con le lingue sorelle dell'Italiano. Tale confronto servirebbe sicuramente a far comprendere come l'adozione di una politica linguistica non sia un tabù in altre nazioni, e che magari applicarne una pure in Italia non sarebbe del tutto malvagio. Occorrerebbe che anche le istituzioni facessero la propria parte, adoperando più spesso corrispettivi italiani o creandone di nuovi qualora ve ne sia necessità, così come servirebbe che la Crusca promuovesse di più alternative italiana, come fa la RAE spagnola, e rimproverasse di più le istituzioni quando vi è un abuso di anglicismi.

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Catterina Angela Maurino
08 ottobre 2022 - 00:00
Condivido. Anche i docenti di Italiano dovrebbero essere resi più sensibili al problema. A volte dei bravi docenti di Lettere conoscono la lingua in modo superficiale.

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Pinco Pallino
05 ottobre 2022 - 00:00
Serve assolutamente l'istituzione di un'accademia linguistica normativa come quelle spagnola, francese e portoghese vi invito a firmare la petizione su "Attivisti dell'italiano".

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Antonio Zoppetti
04 ottobre 2022 - 00:00
Ho notato che anche i giovani italiani e spagnoli, che un tempo comunicavano con pochi problemi nelle rispettive lingue tra loro abbastanza intercomprensibili, oggi tendono a farlo in inglese. I perché di questi cambiamenti sono tanti, e nel caso degli studenti pesa di sicuro il progetto Erasmus, nato all'insegna del plurilinguismo ma che si è trasformato di fatto in un progetto di diffusione del monolinguismo internazionale a base inglese. L'inglese è diventato un obbligo nella scuola, e non più una scelta, e lo stesso si può dire nel mondo del lavoro. Questo obbligo è stato istituzionalizzato da provvedimenti come la riforma Madia (legge n. 124 del 7 agosto 2015) che nei concorsi nella pubblica amministrazione ha sostituito il requisito di conoscere una “lingua straniera” con “l'inglese”, lo stesso criterio che guida la presentazione dei progetti dei Prin e dei Fis solo in inglese, e di un abbandono dell'italiano denunciato su queste pagine in passato (https://accademiadellacrusca.it/it/contenuti/titolo/16427). Nella ricostruzione della torre di Babele l'inglese non è una scelta neutrale; al contrario di soluzioni etiche come l'esperanto o come il latino medievale – che non sono la lingua madre di nessuno – è la lingua naturale dei popoli dominanti che la impongono a tutti gli altri. Il progetto di ufficializzare l'inglese come la lingua internazionale non presenta solo problemi etici, sta portando a quella che Jurgen Trabant ha etichettato come una moderna diglossia neomedievale che crea fratture sociali e discrimina, ed è uno schiaffo al plurilinguismo inteso come valore e ricchezza. In gioco ci sono anche interessi economici colossali, e mentre tutti i Paesi europei spendono ingentissimi fondi per lo studio dell'inglese e il giro d'affari sterminato dei soggiorni studio, dell'editoria o delle certificazioni del grado di apprendimento, i Paesi anglofoni non hanno questi costi che possono dedicare ad altro, oltre a godere dei vantaggi culturali, mediatici ed editoriali che conseguono dal rendere la propria lingua internazionale, come hanno evidenziato vari studiosi tra cui Michele Gazzola. Attualmente il progetto di fare dell'inglese la lingua dell'Europa è molto forte, benché sulla carta l'Ue nasca all'insegna del plurilinguismo, il che è particolarmente insensato e sconveniente soprattutto dopo l'uscita del Regno Unito. L'italiano – lingua di uno dei Paesi fondatori – da tempo non è più una delle lingue di lavoro e sta regredendo sul piano internazionale ma anche sul piano interno, visto che questi due aspetti sono fortemente interconessi. Gli “effetti collaterali” del globalese internazionale si riflettono infatti anche sulle lingue locali, attraverso un'anglicizzazione – Tullio De Mauro l'ha definita uno “tsunami anglicus” – che in Italia è particolarmente pesante rispetto a Francia, Spagna, Svizzera e molti altri Paesi che hanno una politica linguistica e sopratutto una cultura che si oppone e frena le fortissime pressioni esterne dell'inglese. Da noi al contrario agevoliamo dall'interno i processi della globalizzazione linguistica e il risultato è micidiale. Dunque mi pare che porre sul tavolo la questione di una politica linguistica, voltando pagina rispetto all'epoca del fascismo, sia più che mai fondamentale. L'italiano – così amato ed evocativo in tutto il mondo – è un patrimonio culturale e anche una potente risorsa economica da tutelare e promuovere sia sul piano internazionale – perché non diventi un dialetto di un'Europa e di un mondo che parla inglese – sia sul fronte interno, visto che l'accumularsi di anglicismi nel nuovo Millennio è tale che sta travalicando la sfera lessicale e dei semplici “prestiti”, e mostra i primi segnali di un coinvolgimento della morfologia, della sintassi e forse di una sorta di futura creolizzazione. Concordo sull'auspicio di una riflessione su questi temi, ma credo che sia più che mai urgente passare dalle analisi e dalle riflessioni a delle proposte concrete di intervento. (antonio zoppetti)

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Fausto Mescolini
04 ottobre 2022 - 00:00
Sottoscrivo totalmente il commento precedente. Aggiungo che la creazione e proposta di alternative agli anglismi (anche creando dei neologismi specifici) dovrebbe essere finalizzata all'obbligo di usarli da parte degli enti pubblici, alla raccomandazione verso i giornalisti, mentre per tutti gli altri sarebbero un utilissimo punto di riferimento (rendendo chiaro che non si tratterebbe di una "imposizione").

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Agostino Bresciani
04 ottobre 2022 - 00:00
Il tema di questo mese è davvero molto interessante. Io personalmente trovo che la maniera italiana di definire le lingue regionali “dialetti” sia alquanto discutibile, visto che si basa su fattori che sono di fatto sociali e politici (non strutturali, appunto). La maggioranza degli italiani peraltro non è a conoscenza di questi criteri di classificazione e quando sente parlare di “dialetti” pensa che si tratti di dialetti dell’italiano, quindi di sue varietà locali “sbagliate” e non di idiomi sviluppatisi autonomamente dal latino. La stigmatizzazione che ne è stata fatta per decenni poi ha peggiorato le cose e il risultato è che ora le lingue regionali sono in via di estinzione, tranne in alcune aree d’Italia. Riguardo all’inglese vorrei dire che io, trentenne laureato in Lingue e letterature straniere, personalmente sono felice di conoscerlo perché ne riconosco l’importanza nel mondo di oggi. Non mi fa invece piacere che l’italiano venga sempre più estromesso dal mondo della cultura e dell’apprendimento e che quasi tutto ciò che è nuovo in Italia debba essere chiamato in inglese. Non è così (o perlomeno in misura molto minore) in altri Paesi di lingua romanza come la Francia e la Spagna, le cui accademie linguistiche sono molto attive nel tutelare le rispettive lingue e nel creare alternative alle parole inglesi. In questi Paesi, inoltre, i mezzi di comunicazione sono molto meno avvezzi all’utilizzo degli anglicismi rispetto a quelli italiani. L’ultima pandemia ci ha mostrato una volta di più questo triste fenomeno, con una sfilza di nuovi anglicismi inutili (talvolta errati) che sono entrati prepotentemente nell’italiano spinti dai mezzi di comunicazione (pensiamo a “lockdown”, “smart working” e “green pass”, tutti e tre tradotti in francese e in spagnolo). Si potrebbero fare tantissimi altri esempi, in tutti i settori. Non si tratta di rifiutare l’inglese o gli anglicismi, ma di far sì che l’italiano possa ancora evolvere anche coi suoi mezzi, senza trasformarsi in itanglese.

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Trebio Pomponio
30 settembre 2022 - 00:00
Penso che oggigiorno una lieve politica linguistica serva più che mai, in quanto l'inglese sta scalzando l'inglese in molti campi del sapere, specie quelli tecnico-scientifici. Conseguenza di ciò è che l'italiano manchi di un linguaggio specialistico per esprimersi in quei campi se non ricorrendo ad anglicismi. Il successo degli anglismi potrebbe essere in parte favorito dalla "timidezza" dell'Italiano di produrre neologismi o parole adeguate che suppliscano agli anglismi, ma anche dalla passività con cui gli Italiani li accettino, dando per scontato che una cosa nuova la si possa chiamare solo in inglese, poiché dicendola in Italiano suonerebbe vetusta ed antiquata. Va detto anche che le istituzioni potrebbero valorizzare molto più l'Italiano, invece che svilirlo ogni volta, specie negli atti pubblici e la mancanza di enti, come in Spagna e Francia, che forniscano alternative agli anglismi fa sì che l'uso di essi diventi quasi obbligatorio. Purtroppo in Italia ogni volta che si parla di politica linguistica il primo rimando è al "trauma d'origine", come lo definì il Presidente Marazzini, del Ventennio, di conseguenza si è riluttanti al volerne adottare una, tuttavia ciò non significa che l'unica politica linguistica applicabile sia quella del Fascismo. Onestamente non so perché in Italia una politica linguistica simile a quella di Spagna e Francia non possa adoperarsi anche in Italia. Siccome alle istituzioni poco interessa dell'apolide e negletto Italiano, chiederei almeno alla Crusca di far di più nel proporre alternative italiane agli anglismi. Ovviamente questo è il mio punto di vista; quello di uno studente di ingegneria che ,quando andò in Francia per studio, non poté non notare il rapporto che il Francese ha con gli anglicismi, molto diverso dal nostro.

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