Morte di una sineddoche: gli Intellettuali e la Casalinga di Voghera

di Claudio Marazzini


La casalinga di Voghera è stata senza dubbio un gran personaggio degli ultimi vent'anni del passato secolo. Fior di intellettuali se ne disputavano la paternità. Nanni Moretti si ispirava a lei per una battuta di un suo film. Oreste del Buono se ne serviva nella sua rubrica del Lunedì sulla “Stampa”. Beniamino Placido mandava la casalinga all’attacco di Bruno Vespa, con il plauso di Miriam Mafai (“la Repubblica" del 13 agosto del 1985): "La ormai famosissima casalinga di Voghera, dietro la quale si è fatto scudo Beniamino Placido per la sua polemica contro Bruno Vespa, si è fatta sentire a Repubblica…”. Quasi quasi la sineddoche prendeva corpo, esisteva per davvero come individuo pensante e vivente. Il 9 dicembre del 1993 il “Corriere della Sera”, pagina 12, annunciava trionfalmente l'ingresso della casalinga di Voghera in un dizionario, seppure settoriale: il Dizionario dei termini giuridici di Germano Palmieri, Edito dalla BUR (oggi è anche registrata nello Zingarelli). La casalinga di Voghera la faceva da padrona nei corsi avanzati di giornalismo, dove si studiavano le tecniche per raggiungere il pubblico più recondito. Umberto Eco, fin dal 1971, nel saggio Guida all'interpretazione del linguaggio giornalistico, aveva parlato del sondaggio della Rai sulla (mancata) comprensione di parole importanti nella vita sociale da parte del pubblico: parole quali scrutinio, crisi di governo, promulgazione di una legge ecc. Com’è noto, stando al racconto di Eco, il peggior risultato era stato proprio quello di un gruppo selezionato di casalinghe di Voghera, che avevano compreso solo il 26% delle parole proposte, e avevano mancato tutte le altre. Ancora nel 1975, Mario De Angelis, su “Stampa sera”, commentava quell’intervento di Umberto Eco. Frattanto la casalinga di Voghera doveva aver frequentato le scuole serali, e non risultava più così ignorante, almeno stando alla poesia pubblicata da Alberto Arbasino sulla “Stampa” del 27 aprile 2001: "La casalinga di Voghera / in attesa della corriera / con le sataniste di Mortara / e i fidanzatini di Novara / quando scende il tiggì della sera / sul cavalcavia di Cava Manara / rilegge Montale: Occasioni e Bufera". Ancora: nel 2000, la casalinga di Voghera aveva intrigato Aldo Grasso, che ne parlava collegandola  a Nanni Moretti, Beniamino Placido, Umberto Eco. Sull’onda del successo, si costituì persino un gruppo di casalinghe di Voghera, e la trasmissione “Il treno dei Desideri”, che andava in onda su RAI 1, donò alla locale associazione una statua, nel 2006. Oggi quella figura in vetroresina, che brandisce minacciosamente uno spolverino,  è finita in uno scantinato, sul viale del tramonto, perché è evidente la carica discriminatoria dell'espressione usata per indicare un pubblico poco colto, disarmato di fronte al linguaggio criptico della burocrazia e della politica, incapace di intendere termini tecnici necessari per una consapevole vita sociale. L’espressione, sineddoche o no, appare discriminatoria, per le donne, e anche per quella cittadina della provincia italiana. Perché proprio quella (per quanto la spiegazione di Umberto Eco sul sondaggio della Rai una motivazione la suggerisca)? Pare comunque che l’espressione stia oggi andando pian piano in disuso, e risulta che sia stata condannata da gruppi femministi. Altro che statua!

Eppure quell'espressione brillante piaceva, come abbiamo visto: appariva efficace ed originale per riflettere sui problemi della comunicazione, per mettere in luce uno scarto di comprensione e di linguaggio che la società civile doveva superare. Svolse dunque una funzione educativa contro gli effetti deleteri dell’oscurità nella comunicazione, allora molto temuta, prima che i social dessero l’impressione di poter chiarire tutto per tutti. Oggi un intellettuale progressista starebbe bene attento nel coniare un'espressione del genere, che potrebbe costargli un mare di guai. Persino nella fortuna o sfortuna di una sineddoche si può cogliere il profondo cambiamento di quello che potremmo definire ‘lo spirito dei tempi’.

Questo pensavo, leggendo ieri 30 novembre l'intervento durissimo del “Corriere della Sera” di Francesco Battistini (Se l’Europa boccia l’uso delle parole «Natale» e «Maria») contro i suggerimenti della Commissione Europea a proposito di una serie di censure linguistiche indicate in una circolare interna molto discutibile, se non stravagante. L'intervento critico, di aperta rivolta, del “Corriere della Sera” contro questi divieti, messi ampiamente in ridicolo, non è stato il solo. La protesta ha attraversato tutta l’Europa, se il giorno successivo le stesse fonti dell'Unione Europea hanno annunciato che il prontuario del politicamente corretto ideato dalla Commissaria all'Uguaglianza, Helena Dalli, era stato precipitosamente ritirato, con una certa irritazione, pare, di Ursula von der Leyen. Non definitivamente, però, ma solo per un po’, “perché i tempi non sono ancora maturi”. Prepariamoci dunque al secondo round. In ogni modo, oggi, 1 dicembre 2021, Francesco Battistini sul "Corriere", giustamente, canta vittoria: “non è stata una grande idea preferire gli auguri di Buone Feste al Buon Natale, per non offendere ebrei e musulmani; disincentivare l’uso di nomi troppo cristiani, tipo Giovanni e Maria; evitare il signore e signori, per non turbare le categorie deboli; cancellare la parola ‘colonizzare’, sempre e comunque, si tratti anche di colonialismo su Marte…”. E Antonio Scurati, nella stessa pagina, avvisa: “Smettiamola di ingannarci: la libertà non nasce dalla repressione di noi stessi”.

Da un po' di tempo si affollano sulla lingua, anzi sulle lingue, tentativi di riforma sempre più aggressivi, ispirati alla cultura della cancellazione, alla correzione di presunti elementi di offesa e discriminazione. Queste accuse crescono a vista d’occhio, ampliando il tentativo di ripulire la lingua per restituircela limpida, strumento finalmente adeguato a un’umana convivenza in pace e amore. L’unico difetto, in prospettiva, temo sia poi la fatica di utilizzare quella medesima lingua mediante il corposo manuale dei divieti, un repertorio in cui è facile smarrire qualche dettaglio. Senza contare l’esito, nella comunicazione reale e quotidiana, di uno strumento ipercontrollato, sempre più scialbo, privato di storia, di sale e vivacità. Il rischio della condanna inquisitoriale è dietro l’angolo. Esiste pur sempre, deve esistere, una differenza tra la buona educazione, che insegna a moderare le parole a seconda del contesto e della situazione, e la censura preventiva, in base alla quale si decide che una serie di parole o di espressioni deve sparire dal vocabolario e non deve esistere più. Quest’ultimo atteggiamento può trasmodare in caccia alle streghe. Non a caso certe pagine di Orwell, un tempo considerate antidoto alla tirannia, oggi sono viste come un rischioso monopolio di conservatori pericolosi.

Ho l'impressione che molti suggerimenti relativi al parlare corretto, applicato a contesti in cui si invoca l’inclusività e l’inclusione, lascino invece intravedere una posizione  eccessivamente autoritaria, quasi ci fosse l’intenzione di intimorire l'utente. La moltiplicazione dei tabù linguistici ci avvicina alla paralisi: già oggi ci sono ragazzini della scuola media che si fermano terrorizzati di fronte alle parole “vecchio” e “anziano” (questa era nell’elenco citato dal “Corriere”, tratto dal documento della Commissione Europea) per indicare un uomo raffigurato con il bastone, la barba e i capelli bianchi. Un tempo vecchio era anche sinonimo di saggezza, e si distingueva dal gradino successivo, quello della decrepitudine. La linguistica degli anni settanta ci ha insegnato che una buona comunicazione esige anche un certo grado di libertà rispetto alle norme e alla grammatica, e infatti l'autorevolezza di alcuni princìpi tradizionali è molto diminuita nel corso degli anni. Stiamo dunque attenti a non sostituire a quell’autorità grammaticale, che ha perso forza, una serie di nuove autorità legate a tabù e divieti. Tabù e divieti possono anche diminuire considerevolmente l'efficacia della comunicazione. Ciò non vuol dire che la volontà espressiva individuale non abbia limiti; ma c’è un rischio nel collocare troppi paletti. Un po’ di libertà serve comunque, e non siamo obbligati a parlare tutti allo stesso modo. Mettiamo dunque da parte la Casalinga di Voghera, che ha fatto il suo tempo, e tramonta da sola, perché le donne lavorano, non sono più casalinghe se non in minima parte; ma non dimentichiamo che i dati PIAAC 2013 collocano ancora gli italiani, donne e uomini, all’ultimo posto tra i paesi OCSE per la capacità di comprendere un testo (la famosa literacy a cui faccio spesso riferimento). Nella statistica, le donne stanno persino un po’ meglio degli uomini, ma tutti assieme, come popolo italiano, sempre ultimi siamo. Lo svantaggio, in ogni campo, richiede pur sempre una definizione. Non condividiamo l'idea che quando una cosa non ci piace, è brutta, o non risponde più ai principi dominanti del presente, per risolvere il problema basti cancellarla dal vocabolario.

Redazione
03 gennaio 2022 - 00:00

Commento di chiusura di Claudio Marazzini

Mi pare che le opinioni siano state espresse in maniera equilibrata dall’una e dall’altra parte. Questa volta ho anche avuto la sorpresa di incassare il parziale consenso di Luca Passani, che ci segue sempre (grazie dell’attenzione!), ma quasi mai si allinea al nostro parere. La soddisfazione è appena frenata da qualche perplessità dettata dal linguaggio un po’ troppo diretto e forte che ha utilizzato, e anche da qualche increspatura nella coerenza del suo discorso. Ma non è il caso di andare troppo per il sottile, visto che in sostanza anche Passani ha ammesso che augura ancora “buon Natale” senza patemi, così come faccio io. Dunque, “buon Natale” anche a lui, seppure con un po’ di ritardo.

Mi è piaciuta molto la precisazione di Giovanna Rinaldi, a cui è seguita la puntualizzazione di Francesco Rocchi. Giovanna Rinaldi ha mostrato che in Germania la questione del Natale ha suscitato discussione, e dunque non è vero che si è trattato di una polemica provinciale tutta italiana. Fra l’altro, anche ammesso che fosse una protesta tutta italiana, proprio non capisco perché avremmo dovuto vergognarcene. Forse l’Italia non fa parte dell’Europa? O non ha abbastanza abitanti? O il nostro popolo può parlare solo dopo le altre nazioni? Io credo di no. Licia Corbolante ha replicato a Giovanna Rinaldi affermando come le date mostrino che in Italia la protesta è nata prima. Sarà anche così. Non lo so, e non ho voglia di mettermi a esercitare la filologia delle date tedesche. Mi limito a indicare titoli e date di interventi francesi e spagnoli, altre due nazioni dell’Europa. Sono interventi in Rete che possono essere ancora rintracciati con facilità, e che ho reperito in un attimo.

Francia:
29/11/2021: https://www.valeursactuelles.com/politique/inclusivite-une-commissaire-europeenne-recommande-de-ne-plus-utiliser-noel-les-noms-chretiens-et-le-masculin/;
30/11/2021: https://www.nicematin.com/faits-de-societe/langage-inclusif-la-commission-europeenne-revoit-sa-copie-apres-un-debut-de-polemique-730591;
1/12/2021: https://www.lefigaro.fr/actualite-france/wokisme-noel-maria-ces-mots-que-deconseille-la-commission-europeenne-20211130;
1/12/2021: https://www.publicsenat.fr/article/parlementaire/guide-europeen-sur-la-communication-inclusive-ce-genre-de-pratiques-ne-peut;
1/12/2021: https://www.marianne.net/agora/les-signatures-de-marianne/au-secours-la-commission-de-bruxelles-veut-faire-la-police-verbale;
2/12/2021:https://www.cnews.fr/monde/2021-12-02/noel-maria-la-commission-europeenne-deconseille-lusage-de-certains-mots-et-creer-la

Spagna:
30/11/21: https://www.eldiestro.es/2021/11/la-comision-europea-veta-la-navidad-para-no-herir-sensibilidades/;
30/11/2021:https://www.elespanol.com/mundo/europa/20211130/comision-europea-pide-feliciten-fiestas-no-navidad-inclusion/631187268_0.html;
1/12/2021: https://gaceta.es/actualidad/yo-felicito-la-navidad-la-reaccion-unanime-contra-la-ocurrencia-de-von-der-leyen-de-felicitar-las-fiestas-20211201-1729/.

Può darsi che siano interventi di siti conservatori o retrogradi. Non ho controllato l’ideologia che sta dietro a queste comunicazioni, e non sono andato al di là del fatto che mi sembrano testi in sincronia con quelli italiani. Ma anche se fossero di orientamento conservatore, ciò significherebbe che non esistono? Mi è tornato alla mente, a questo proposito, il caso del Dantedì 2021, quando Arno Widmann si divertì a mettere alla berlina, proprio quel giorno, l’eccessiva passione degli italiani per Dante, sminuendo il valore di Dante stesso. Certamente la reazione italiana fu in certi casi esagerata, ma la cosa curiosa è che lo scrittore Roberto Saviano scrisse un articolo per dire che la provocazione non esisteva: era tutta una montatura italiana priva di senso, perché Widmann non aveva mai detto nulla contro Dante. Anzi, lo stesso ministro Franceschini - secondo Saviano - aveva tuonato contro Widmann solo per coprire le proprie responsabilità, non avendo avuto il coraggio di riaprire i luoghi della cultura. Anche questa difesa mi pare esagerata. Sembra quasi che non si possa discutere con un avversario senza premettere che i suoi argomenti non esistono, che la polemica nasce solo perché chi non ha le nostre idee è certamente ignorante e in malafede. Non si confrontano idee eventualmente diverse, dunque, e ciò semplicemente per il fatto che l’avversario è un minus habens. Questo penso, quando mi si dice che gli italiani, unici in Europa, poveretti, provincialotti come sempre, hanno creduto che qualcuno mettesse le mani sul loro Natale o volesse imporre scelte linguistiche discutibili. Tutte invenzioni, anzi una trappola in cui sono cascati tutti (italiani, ovviamente), perché non hanno consultato le fonti e perché non sanno l’inglese. Ovviamente, anche nella redazione del Corriere della sera nessuno sa l’inglese: il maggior giornale italiano non sa leggere e tradurre il manuale in inglese di Helena Dalli. Fra l’altro non si capisce perché i giornalisti tedeschi avrebbero tradotto e fatto circolare di seconda mano la polemica italiana. Se fosse stato così, significherebbe comunque che gli italiani sono stati più bravi a dar fuoco alle polveri, e gli altri sono stati gregari nel seguirli. In fondo capita abbastanza di rado, per cui potremmo persino trarne motivo di soddisfazione. Ma è proprio così?

Francesca Rocchi, tra coloro che hanno partecipato alla discussione, ha giustamente insistito sul fatto che non è possibile minimizzare quanto si legge nel manuale della Dalli. Non posso far a meno di riportare le sue parole, perché le avrei scritte io stesso identiche, se non fosse arrivata prima lei a formulare benissimo il pensiero: «Se alcuni passaggi servivano a titolo di esempio o erano solo consigli, il grosso delle disposizioni era "da usare in tutte le occasioni" e "in tutti i documenti interni ed esterni della Commissione Europea". Basta controllare le pagg. 5 e 6 (le prime, del documento). È altresì falso che ci sia stata confusione sulla questione del "Christian name". Per quanto nel documento, a p. 19 si dica di usare "forename" invece di "Christian name", subito dopo viene aggiunto che negli esempi e nella scelta dei nomi non bisogna usare nomi tipicamente di una sola religione, come "John and Mary", preferendo nomi come "Malika e Julio: con il risultato imbarazzante di aver dato come cristiani nomi di origine ebraica e soprattutto di aver sottinteso che chi si chiami Giovanni o Maria debba essere cristiano (e chi si chiama Malika o Julio invece no)». Aggiungo che nel manuale #UnionOfEquality European Commission Guidelines for Inclusive Communication i consigli sono stati davvero elargiti sfidando intrepidamente l’ironia dei lettori: basti pensare al suggerimento «Be mindful of the negative connotations of terms such as colonisation or settlement» (p. 19) seguito dall’esempio AVOID «Colonisation of Mars» / DO THIS INSTEAD «Sending humans to Mars». Peccato che non ci fosse anche un esempio sulla colonizzazione di un organismo da parte di batteri, con un consiglio per evitare la brutta parola “colonizzare” così come usata in biologia, oltre che nella conquista dello spazio.

È vero, come fa notare Licia Corbolante, che il testo si riferiva a esempi inglesi, non italiani. Però sappiamo bene che questi manuali fanno in fretta a passare da una lingua all’altra senza essere ricalibrati in maniera accorta. Ci si limita a trapiantare norme su norme, e chi più ne inventa sembra essere più vicino alla verità assoluta che splende luminosa di fronte ai suoi occhi, una lingua futura perfetta per una società perfetta. Ci si ritrova così soffocati da norme, talora strampalate, come quella prima citata che sconsiglia la colonizzazione di Marte. Meglio dunque una moratoria. Basta manualetti con le norme del ben parlare. Limitiamoci a quelli esistenti e ormai classici, e non aggiungiamone altri.

Chiudo con un pensiero per chi ha giustamente difeso le casalinghe di Voghera, e ci ha detto che ne esistono ancora, e che sono fiere di essere tali. Potrà essere utile, anzi, continuare a far riferimento ad esse per misurare il livello di comunicazione linguistica adatto agli scambi sociali. Per esempio, per la casalinga di Voghera sarà meglio booster o richiamo del vaccino?

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Alessandro Sodano
01 gennaio 2022 - 00:00
Anche se la lingua italiana non prevede il genere neutro, nei fatti tutti i sostantivi che definiscono professioni sono già da considerare come neutri, che siano declinati al maschile o al femminile, e indipendentemente dal genere della persona che lo riveste. Ad esempio, le parole “medico”, “ingegnere”, "architetto" definiscono il ruolo di persone che svolgono un’attività precisa, per maschio o femmina che siano. Il punto però, per quelli che portano avanti questa follia linguistica, è che nelle lingue prive del genere neutro, il vero motivo per cui il maschile viene usato come tale è dovuto al fatto che per lungo tempo quelle professioni sono state interdette alle donne. Per essere sinceri, dobbiamo ammettere che un fondo di verità in questa affermazione ci può essere, anzi, c'è sicuramente, anche se non può realisticamente attribuirsi alla lingua la responsabilità della situazione, essendone essa una conseguenza, più che una causa. In ogni caso, per me questo non è sufficiente a giustificare un vero e proprio massacro linguistico Ieri sera, nel corso di una discussione molto accalorata con una carissima amica (ingegnere) che la pensa diversamente da me al riguardo, mi sono sentito obiettare che, essendo il cambiamento insito nella natura delle lingue (vero), prima o poi, continuando ad usare termini come "ingegnera", "sindaca", "presidenta" e via dicendo, la gente ci si abituerà e queste parole non sembreranno più cacofoniche. Le cose potrebbero anche andare in questo modo, ma vorrei avanzare qualche altro spunto di riflessione che ieri sera mi è stato impossibile proporre per avanzata decantazione alcolica dei soggetti impegnati nella discussione. Ammettiamo pure che si comincino a usare massicciamente parole come "ingegnera", "dottora", eccetera, e accettiamo pure che la gente col passar del tempo ci si abitui, tanto da non percepire questi termini come cacofonici o strani. Ma tutto questo sforzo: a. Avrà contribuito in maniera determinante ad un'effettiva parità tra i sessi? Io ne dubito. b. Che cosa succederà, invece, se coloro che sono inclusi in nomi collettivi come "guardie", "vedette" ma sono maschi, dovessero - a buon motivo, questa volta - rivendicare una desinenza più appropriata? Potremmo dover assistere al fiorire di termini come "guardio" (peraltro già usato nei quartieri popolari di Napoli), "vedetto"... E la cosa potrebbe andare avanti fino a configurare una vera e propria rivoluzione grammaticale, finendo per interessare parole che sembrerebbero del tutto innocenti, come "ruolo" che, se applicato ad un umano di sesso femminile, potrebbe dover sopportare l'estrema ignominia di diventare "ruola". c. Che cosa risponderemo allora a tutti coloro che, dichiarandosi "gender fluid", si rifiutano di farsi etichettare come maschi o femmine? Conieremo una differente desinenza per ognuna delle sfumature di genere che verranno rappresentate? Potenzialmente ne potremmo avere una a testa e la cosa si farebbe parecchio complicata. Abbiamo un pianeta alla canna del gas (serra); abbiamo un divario tra ricchi e poveri che va aumentando a vista d'occhio; abbiamo una pandemia che ancora non si sa se potrà essere definitivamente e completamente eradicata; abbiamo una serie di guerre e guerriglie che vanno avanti da decenni senza alcuna speranza di soluzione; abbiamo un’ondata migratoria in corso che coinvolge milioni di disperati: cerchiamo almeno di essere seri. Di certo, non è portando avanti questioni ridicole come queste, che si andrà da qualunque parte.

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Rosa Rita La Marca
31 dicembre 2021 - 00:00
Sempre meglio dell'essere vespasiane

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Luca Passani
18 dicembre 2021 - 00:00
Discussione interessante e direi quasi inevitabile. Forte la tentazione di lasciarsi andare alla partigianeria e dire che ha ragione questo o ha ragione quello, ma sarebbe un esercizio sostanzialmente futile. Alla fine della giornata la lingua è lo specchio della società. Se la società cambia (e nel nostro tempo il cambiamento avviene molto rapidamente e lungo dimensioni multiple) con essa arrivano impulsi a cambiare la lingua. Personalmente mi pongo da spettatore. Fare il tifoso di posizioni predefinite non mi esalta più da un pezzo a questa parte. Nel merito della questione, capisco la posizione dell'Europa, e capisco anche che su questa faccenda la Von der Leyen non abbia avuto per ora le palle di andare fino in fondo (e mi sa che ha fatto benissimo a stoppare la circolare. Ci sono problemi ben più importanti che non dare a Meloni, Salvini, Orban & co munizioni per le loro polemiche anti-europee, distraendoci dal fatto che neppure i sovranisti hanno uno straccio di visione di lungo termine). Alla fine della giornata, in un'Europa al 95% cristiana, dire Buon Natale non pone problemi a nessuno. In un'Europa in cui metà (o più) della popolazione è fatta di mussulmani, buddisti, induisti e pastafariani (per non parlare della vasta schiera dei non-credenti), la richiesta di avere una lingua che non dia per scontata l'appartenenza ad un credo religioso si pone eccome. Più che fare polemica guardando ai vocabolari e alle circolari, occorrerebbe guardare ai dati ISTAT e a quel 1,17 figli sfornati in media da quelle donne che, ci piaccia o no, hanno fatto propri i valori antipatriarcali moderni, nipoti della cultura illuminista e individualista. (A proposito, sarebbe il caso -- lo dico anch'io che agli amici italiani auguro "Buon Natale" -- di togliere i crocifissi dagli edifici pubblici in virtù dell'articolo 3 della Costituzione. Ma non divaghiamo). Alla fine si tratterà di un discorso di misurazione delle forze in campo, sperando di non arrivare al punto (e su questo spezzo una lancia in favore di Marazzini) ad una specie di psicopolizia orwelliana per cui se non uso lo Schwa arriva qualche scassascassa femminista a dirmi che non va bene, magari forte di qualche articoletto inserito nel decreto Zan di turno. Anzi, scommetto che adesso arriverà qualche autonominato difensore della neolingua a dirmi che non va bene che ho scritto LA Von der Leyen né che va bene aver fatto riferimento alle sue eventuali PALLE (di Natale, per carità, di Natale!). Che ognuno scriva come gli pare, rispettando la libertà degli altri di fare altrettanto. Buon Natale a tutti!

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Aldo Gorlomi
09 dicembre 2021 - 00:00
Se la casalinga di Voghera sembra ormai tramontata o sulla strada del pensionamento, sarebbe interessante verificare invece la vitalità della signora Marisa, ovvero di quella "sciura" immaginaria che con la quale ci si lamenta dei bei tempi andati....Ah sapesse signora Marisa...

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Carla Scarsi
06 dicembre 2021 - 00:00
Da casalinga/giornalista e (credo) abbastanza colta, non ho mai provato irritazione alla categorizzazione delle Casalinghe di Voghera, perché le ho sempre vissute come uno stuolo di donne desiderose di imparare e anche molto infastidite dai sotterfugi di chi usa la lingua per allontanarsi dalla trasparenza, di cui Tullio De Mauro fece un baluardo all'epoca delle edizioni dell'Unità. Negli anni '80 ebbi un incontro con lui per chiedergli di intervenire a un convegno a Sanremo sui servizi pubblici e il loro linguaggio , e la sua risposta fu "Io vengo volentieri gratuitamente se i servizi pubblici si impegnano a modificare le bollette e a renderle comprensibili". E la casalinga di Voghera - anche se non nominata - era al centro del suo (e anche del mio) progetto etico di trasparenza. Ovviamente la richiesta non fu accettata. Cioè: non venne nemmeno presa in considerazione, trattata quasi come una boutade, e a quel convegno lui non intervenne. Ci sarebbero voluti altri 30 anni circa per avere una (parziale) semplificazione delle bollette. Eppure io, donna e femminista, non riesco neanche sforzandomi a sentirmi offesa da questa categorizzazione; anzi, se abitassi a Voghera ne sarei quasi quasi fiera! Tanto lo sappiamo tutti che chi mantiene alta la percentuale della lettura in Italia sono le donne.

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Risposta
George Botti
17 dicembre 2021 - 00:00
Stringo idealmente la mano alla Sig.ra Carla Scarsi, le cui intelligenti parole mi hanno fatto sorridere e pensare. Grazie.
Gianni Lorenzi
03 dicembre 2021 - 00:00
In aggiunta a quanto detto, che condivido in toto, trovo deprimente il fatto che anche da parte di alcuni linguisti si promuova l'eliminazione del maschile non marcato a vantaggio di una nuova categoria tramite il simbolo dello schwa, che credo pochi tra i non specialisti sappiano cosa rappresenta dal punto di vista fonetico/fonologico e come si pronuncia. Mi auguro che questo clima di censura si esaurisca in fretta senza lasciare troppi danni.

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Risposta
Manuela Bernardi
03 dicembre 2021 - 00:00
Sono d'accordo sul fatto che l'uso dello schwa sia paradossalmente contrario al concetto di inclusione, in quanto compreso da pochi, artificioso ed elitario.
Clara Gallo
03 dicembre 2021 - 00:00
Ho letto l'articolo e condivido in gran parte, ma contesto la frase: "Mettiamo dunque da parte la Casalinga di Voghera, che ha fatto il suo tempo, e tramonta da sola, perché le donne lavorano, non sono più casalinghe se non in minima parte;" Le casalinghe lavorano eccome! spesso più di chi ha un lavoro retribuito, e non è detto che siano sempre ingenue ed ignoranti. L'uso di quella sineddoche, però, non mi meraviglia , ci sono centinaia di esempi in cui il femminile era usato per accentuare la negatività di uno stereotipo, prodotti di una società patriarcale e maschilista. Fanno parte della nostra storia, certo, e vanno contestualizzati, ma sono solo vecchi pregiudizi che oggi sarebbe meglio evitare.

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Manuela Bernardi
03 dicembre 2021 - 00:00
Il linguaggio dovrebbe essere lo strumento attraveso il quale si esprime una cultura e la scelta dei termini dovrebbe modularsi istintivamente in base ad un contesto. Tutto ciò che ha bisogno di una codifica rigorosa contraddice il principio di evoluzione della lingua, che cambia prima nell'uso, predilige alcune parole invece che altre, lasciandone altre in stato di obsolescenza. Si creano neologismi nel parlato, che in seguito trovano posto nei dizionari. Questi cambiamenti avvengono in relazione ad un quadro culturale. Riflettendo sulla lingua in uso quando ero bambina mi rendo conto di quanti stereotipi, sessismi, razzismi allora inconsapevoli sono stati superati. E ancora, quando Nanni Moretti, di sinistra, ci faceva sorridere con la casalinga di Voghera, nessuno aveva percepito la sineddoche come qualcosa di oltraggioso. E' certo però che porre attenzione su quanto di retrivo e non inclusivo inconsapevolmente viene comunemente accettato è un'operazione salutare, che può aiutare a migliorare linteragire del linguaggio col pensiero e con la consapevolezza. L'operazione è delicata e va fatta con cura. Passare dal protocollo inclusivo al tentativo un po' grottesco è un attimo.

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Licia Corbolante
03 dicembre 2021 - 00:00
In realtà la polemica non ha attraversato tutta l’Europa, come hanno fatto credere i media italiani, se non per descrivere il polverone suscitato in Italia, e ha alla base errori di traduzione e fraintendimenti volutamente manipolati e rilanciati da politici e giornalisti SENZA VERIFICARE LE FONTI. Per chi invece ha letto il documento è sconcertante che sia stato ritirato: l’unica spiegazione è che la commissaria abbia voluto evitare di trovarsi coinvolta in polemiche politiche e religiose. Si tratta infatti di linee guida simili a molte altre in uso da decenni nelle organizzazioni internazionali e nelle multinazionali. Invito chiunque conosca l’inglese a leggere il documento originale ("European Commission Guidelines for Inclusive Communication" file:pdf). Vedrà che riguarda esclusivamente l’inglese e non contiene alcun divieto o censura ma si trovano invece spunti, suggerimenti ed esempi per riflettere sul concetto di inclusività e sui cambiamenti sociali e culturali che si rispecchiano anche nell’uso della lingua. La maggior parte degli esempi delle linee guida segue lo stesso approccio: nei riferimenti non limitarsi a quelli più noti, comuni e ovvi, ma renderli più inclusivi e rappresentativi (“Try to use examples from all EU countries, rather than limiting yourself to older or bigger Member States such as France or Germany”). In questa ottica, per le festività non citare SOLO il Natale ma includerne altre (“Christmas, Hanukkah”) oppure rendere il riferimento più generico (Christmas time >> Holiday times); per gli esempi di persone non ricorrere SOLO a nomi di santi ma ampliare il repertorio. I fantomatici “nomi cristiani” che sarebbero stati proibiti sono un’invenzione dei media italiani, nata da un clamoroso errore di traduzione di “Christian name”, equivalente al nostro “nome di battesimo”, che in inglese è una locuzione ormai obsoleta e che va quindi evitata in moduli o dove venga richiesto di specificare nome e cognome (“Use ‘first name’, or forename, or given name, rather than ‘Christian name’”). In sintesi, una polemica linguistica senza fondamento che pone interrogativi sulle competenze e conoscenze di chi ha raccontato e diffuso questa falsa notizia: ignoranza o malafede?

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Risposta
Licia Corbolante
14 dicembre 2021 - 00:00
Rispondo a Francesco Rocchi. La invito a cercare “Bufale linguistiche: UE, Natale e nomi cristiani” per una spiegazione dettagliata sugli errori di traduzione e i fraintendimenti sul significato delle linee guida europee. Dal suo commento ricavo che anche lei, come molti giornalisti italiani che si sono occupati della questione, non abbia esperienza diretta di cosa significhi lavorare in un ambiente internazionale dove la lingua di lavoro è l'INGLESE (l'italiano non c'entra nulla) e dove tutti i dipendenti partecipano a corsi di tipo “Diversity and Inclusion training”, per cui sanno interpretare correttamente le indicazioni delle linee guida, incluso il "non detto" che può rimanere implicito. Senza questo tipo di esperienza temo sia difficile comprendere le finalità di questo tipo di testo. [NB Sono un'esperta di internazionalizzazione e differenze culturali, oltre 20 anni di esperienza in nota multinazionale americana dove l'attenzione al politicamente corretto era una realtà quotidiana]
Risposta
Francesco Rocchi
12 dicembre 2021 - 00:00
Se la Commissione ha ritirato il documento, si può dire che la polemica l'Europa l'ha attraversata eccome. Il fatto che sia partita dall'Italia e poi ripresa da altrinon cambia molto i termini della questione, visto che l'Italia è parte dell'Europa e dell'UE . Inoltre chi ha letto veramente il documento sa benissimo che divieti e censure c'erano. Se alcuni passaggi servivano a titolo di esempio o erano solo consigli, il grosso delle disposizioni era "da usare in tutte le occasioni" e "in tutti i documenti interni ed esterni della Commissione Europea". Basta controllare le pagg. 5 e 6 (le prime, del documento). È altresì falso che ci sia stata confusione sulla questione del "Christian name". Per quanto nel documento, a p. 19 si dica di usare "forename" invece di "Christian name", subito dopo viene aggiunto che negli esempi e nella scelta dei nomi non bisogna usare nomi tipicamente di una sola religione, come "John and Mary", preferendo nomi come "Malika e Julio: con il risultato imbarazzante di aver dato come cristiani nomi di origine ebraica e soprattutto di aver sottinteso che chi si chiami Giovanni o Maria debba essere cristiano (e chi si chiama Malika o Julio invece no). E tanti saluti all'attenzione inclusiva, in una plasticissima dimostrazione proprio della tesi di questo articolo, che per fortuna viene a riportare un po' di buon senso.
Risposta
Licia Corbolante
10 dicembre 2021 - 00:00
Rispondo a Giovanna Rinaldi: se si confrontano le date e i contenuti degli articoli in tedesco si può vedere che sono successivi a quelli italiani, di cui sono traduzioni: contengono le stesse affermazioni ed esempi e nessuna affermazione diversa od originale, quindi si tratta della polemica italiana riciclata per lettori germanofoni. Ribadisco l'invito a leggere le linee guida originali in inglese per vedere che le indicazioni sono molto diverse dalla narrazione che ne è stata fatta nei media italiani.
Risposta
Giovanna Rinaldi
07 dicembre 2021 - 00:00
“In realtà la polemica non ha attraversato tutta l’Europa, come hanno fatto credere i media italiani” Buongiorno, mi permetto di contraddire. Poiché vivo da più di trent’anni in area tedesca, leggo i giornali di Svizzera, Austria e Germania. Le propongo solo alcuni titoli delle principali testate, in cui il testo viene polemizzato, eccome, e il tenore è simile a quello riscontrato nei giornali italiani. Chi sa il tedesco, potrà sincerarsene. https://kurier.at/politik/ausland/malika-statt-maria-feiertag-statt-weihnachten-eu-ruderte-zurueck/401825884 https://www.kleinezeitung.at/politik/eu/euaufmacher/6068765/Kurioser-Leitfaden_Warum-die-EU-Weihnachten-nun-doch-nicht-streicht https://www.berliner-zeitung.de/news/eu-leitfaden-haelt-weihnachten-und-maria-fuer-diskriminierend-li.198034 https://www.diepresse.com/6068799/nein-brussel-will-weihnachten-nicht-abschaffen Forse, come spesso, la verità sta nel mezzo; parlare di “falsa notizia”, “ignoranza” e “malafede” e “polemica solo italiana” mi sembra un tantino eccessivo e mi ricorda, al rovescio, la barzelletta del tizio in autostrada: UN MATTO!?!??! QUI SONO TUTTI MATTI!!!!
Risposta
Paolo Porcaro
03 dicembre 2021 - 00:00
Sottoscrivo parola per parola il commento di Licia Corbolante. Sul tema più generale, aggiungo che non vedo in giro alcuna furia censoria, bensì una sana riflessione sul linguaggio e il suo uso: inclusivo, escludente, neutro, rispettoso, gergale, privato, tecnico.
Nicola gennaioli
03 dicembre 2021 - 00:00
Potremmo dire però che gli attuali no-vax, terrapiattisti, o comunque reattanti cospirazionisti che siano, siano le nuove "Casalinghe di Voghera". Volontari e belluini, per giunta.

Rispondi

Risposta
Ida Paoloni
16 dicembre 2021 - 00:00
Dal che si evince che alcune categorie richiedono cure affettuose e accurati distinguo, e di altre: "no vax, terrapiattisti, reattanti cospirazionisti" si può fare strame e confonderli fra i reprobi della valle di Giosafat. Meno iattanza, se può, signor Gennaioli.

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