Perché è utile tradurre gli anglismi


Mi sono imbattuto, nella rivista "Trend online", in un articolo dal titolo Conto corrente out per tutti! Il dramma! Come molti interventi di tema economico, offre una buona campionatura di anglismi, sul significato dei quali è lecito interrogarsi, non necessariamente in una prospettiva passatista, puristica, o di difesa della bellezza della lingua. Già titolo della rivista contiene Trend, "andamento", "tendenza", ma l'anglismo è pressoché obbligato nel contesto tecnico-economico del linguaggio della finanza. Il titolo dell'articolo, che pur utilizza espedienti di letteratura da puntini (l'esclamativo doppio e la parola "dramma", giocata come spinta verso una reazione emozionale), esibisce l'anglismo out per "essere fuori", nel significato informale in inglese di 'at an end', o addirittura 'no longer alight; extinguished', come spiega l'Oxford dictionary. L'anglismo funziona bene per la sua brevità, nel contesto già tematicamente predisposto al forestierismo.

L'articolista tratta la possibile eliminazione dei bancomat, e poi cita in un riquadro alcune dichiarazioni di un dirigente finanziario, riportate a mo' di virgolettato, ma senza virgolette. Nella citazione si noterà un refuso (non l'ho corretto, ma l'ho segnalato con un sic). Si manifesta così una tendenza tipica del linguaggio della Rete, in cui la fretta non lascia tempo alla cura formale, e anzi il copia-incolla moltiplica e diffonde le imperfezioni: prova ne sia che il motore di ricerca di Google mi ha permesso di trovare immediatamente altri due siti che riportavano la medesima sconcordanza nella medesima dichiarazione (in questo caso tra virgolette), a riprova di un fatto del resto ben noto: in Rete accade che si scriva e si copi molto, ma si (ri)legge poco o nulla di ciò che si scrive. Se non fosse così, un errore del genere sarebbe stato facilmente individuato e rapidamente corretto, tanto più che il correttore automatico di Word lo individua subito e lo evidenzia con due sottolineature azzurre, come posso verificare sul mio schermo mentre scrivo. Leggiamo questo virgolettato (non virgolettato dal giornale on line, forse per pigra omissione). Vi si riporta la dichiarazione di un alto dirigente bancario, decisiva per il tema trattato nell'articolo di Trend on line (sostituisco i nomi con asterischi):

Stiamo evolvendo verso un modello cashless e sempre più mobile-first. Questo per rispondere alla preferenze [sic!] dei nostri clienti, il 96% dei quali opera solo tramite canali digitali, 7 su 10 prediligendo lo smartphone, ha spiegato ** **, country manager di ***.

Mi importa osservare che gli anglismi assumono una funzione che supera la distinzione tra prestiti di necessità o di lusso, e anche quella di "doni" (gradita ai linguisti più liberali), e assume una funzione eminente di carattere retorico-formale. Concediamoci una breve analisi che vuole essere "demistificatoria", come si sarebbe detto alcuni anni fa.

Parla il country manager della banca: l'anglismo può apparire un prestito di lusso; è interpretabile come "direttore generale nazionale per l'Italia"; tuttavia la qualifica inglese è quella ufficiale, che compare anche nel sito della banca, dov'è collocato il profilo del dirigente. Dunque potremmo dire che si tratta di linguaggio aziendale di una banca internazionale; "direttore nazionale" potrebbe far pensare che esista un direttore internazionale, di rango superiore, e che le decisioni siano state prese a livello globale, non necessariamente per interesse dell'Italia. In questo senso, "country" è più comodo di "nazionale". Un effetto curioso e fuorviante, in questo contesto bancario, è dovuto al fatto che il parlante italiano è tradizionalmente abituato connotare il termine country nel senso della musica country, in quanto legato alla musica popolare americana. Quanto al costrutto, la produttività di x + manager è assodata: i treni di Italo, ad esempio, hanno rimpiazzato il capotreno con il train manager, da collocare nella serie general manager, railway manager, training manager, disaster manager, emergency manager ecc.

Il Country manager  di *** emette dunque un comunicato in cui gli anglismi si combinano con le parole italiane per conseguire un fine retorico ed emotivo: la banca sta evolvendo verso qualche cosa di nuovo. Il verbo non è neutrale: l'evoluzione è sempre di segno positivo, mentre un generico cambiamento potrebbe essere negativo o sgradevole. Il verbo in incipit segna senza esitazione la positività dell'evento incipiente: la scelta, in quanto evolutiva, è di per sé inevitabile, ma inoltre è necessaria, perché determinata dalla risposta a esigenze dei clienti, non da essi dichiarate, ma oggettivamente dedotte da numeri¸ cioè fondate su dati statistici, assunti come certi e indiscutibili. Ecco l'oggettività della matematica, oggi largamente e generosamente adoperata nei più diversi contesti. Grazie ai dati, una decisione aziendale è dimostrata quale adesione alla volontà dei clienti. Qui si inserisce assai bene la funzione speciale dei due anglismi, entrambi abbinati al medesimo sostantivo italiano, modello, parola già di per sé positiva. Un modello è di per sé positivo perché si propone all'imitazione. Un modello è positivo anche perché è strutturale, cioè implica una programmazione. Un modello rassicura, perché non è un semplice tentativo, scommessa incerta. Tale modello risulta qualificato dagli aggettivi inglesi cashless e mobile first. Cashless ha avuto grande fortuna anche per le politiche antievasione progettate dal governo italiano, che demonizzano il cash, mentre il less e sempre eliminazione di qualche cosa di negativo, o comunque segno di un vantaggio tecnologico: wireless è il capofila di questa rivoluzione. Quanto a mobile, gode di immensa fortuna grazie al successo complessivo della telefonia mobile. L'uso di /'mǝubail/ rispetto al graficamente identico italiano mobile non ha alcuna funzione razionale, scientifica o comunicativa, ma solo suggestiva, tanto che la parola potrebbe essere italiana, ma l'ordine ne certifica la natura inglese, assunta come promozione, nobilitazione nella lingua internazionale tecnologicamente "superiore". Quanto al costrutto x + first, esso gode di immensa fortuna, in concorrenza all'italiano prima + x (cfr. ad es. il ben noto "prima gli italiani"); ma ultimamente il "progressismo" della formula ha acquisito punti a proprio favore con l'"America First" per il cosiddetto sovranismo vaccinale attribuito ora persino, dopo l'era di Trump, a un presidente democratico come Biden (ad es. https://www.project-syndicate.org/commentary/too-much-continuity-between-trump-biden-foreign-policies-by-melvyn-krauss-2021-05 ; https://www.lavocedinewyork.com/news/politica/2021/03/30/piano-di-rilancio-economico-con-biden-si-passa-da-american-first-ad-american-made/). Il messaggio della banca si presenta dunque come ben modulato per apparire progressista, necessario, gradito, incisivo, e gli anglismi si inseriscono perfettamente nella corrispondente costruzione retorica, in cui ha una funzione di rilievo anche la scelta di opportune parole italiane, come abbiamo visto.

Una parafrasi con traduzione dei forestierismi, però, comunica meglio il contenuto del messaggio:

Abbiamo deciso di imporre un modello senza soldi contanti e che costringa prima di tutto all'uso del telefono cellulare nel rapporto con la banca e con il denaro, anche perché lo si può fare, in quanto risulta dalle nostre ricerche di mercato che i nostri clienti operano già al 96% solo tramite canali digitali, 7 su 10 prediligendo il telefono cellulare - ha spiegato ** **, Direttore nazionale per l'Italia di ***.

È per questo che io consiglio sempre di tradurre, perché tradurre vuol dire chiarire e riflettere, mettendo argine alla banalità dei luoghi comuni.

Claudio Marazzini
19 luglio 2021 - 00:00
Sarà perché abbiamo ritardato la sostituzione del Tema del mese, lasciandolo fin troppo a lungo nel sito, sarà perché ho messo le mani, o meglio, ho intinto la penna in un problema interessante, devo ammettere che il dibattito è stato davvero molto ampio, e tante voci hanno arricchito la mia argomentazione iniziale. In fondo il mio intervento, forse un po' "retrò", come rivelava del resto l'espressione datata (ma forse sempre buona) "analisi demistificatoria", voleva solamente suggerire questo: guardate come alcuni, neanche troppo ben attrezzati, usano con sovrabbondanza sospetta la rucola inglese nella loro cucina alla moda. Provate a tradurre quell'inglese, e vedrete che (in questo come in molti altri casi) gli argomenti all'apparenza tecnici e rigorosi si riveleranno per quello che sono, materiale d'accatto trovato al mercatino delle pulci. Dunque la lingua italiana funziona magnificamente come autodifesa, per chi sappia e voglia difendersi. Quasi sempre, i seminatori di anglismi inutili non sono né puri né del tutto disinteressati. Coprono un vuoto o nascondono qualche cosa. Insomma, la verifica della qualità dell'italiano ci permettere di misurare e pesare l'interlocutore, come appunto abbiamo fatto nel nostro esempio didattico. In maniera analoga, la verifica del buon uso dell'italiano ci serve, in altro contesto, per la difesa contro i truffatori della Rete, quelli che combinano trappole informatiche astutissime, ma poi le rendono loro stessi vane per incuria, disseminandole di errori di lingua che si potrebbero correggere persino usando Google traduttore (per fortuna ci danno questo piccolo vantaggio!). Detto questo, se gli interventi che si leggono dopo il mio, scritti anche da persone ben note e da linguisti affermati, possono aiutare a tradurre meglio il testo su cui io mi sono esercitato, non posso nascondere la mia felicità, perché, appunto, alla traduzione io volevo esortare. Dunque, si traduca, e si traduca pure con maggiore eleganza ed esattezza di quanto io abbia saputo fare. Traducendo, si rammenti che tradurre è opera di civiltà, perché la traduzione richiede analisi e ragionamento, al contrario di quanto accade con la ripetizione di parole straniere spesso inutili (proprio oggi ho sentito per radio che non si dice più "cambiamento climatico" ma "climate change"). Dunque, grazie a tutti, in particolare a coloro che mi hanno voluto sostenere. Forse, di passaggio, sarà bene avvertire Luca Passani, a cui risale l'ultimo intervento, che qui non stavamo discutendo di "qual è" contro "qual'è", anche se per lui quell'apostrofo è diventato un'ossessione esistenziale. Mi dispiace che il tono del dibattito, dirottato su questa particolarità grafica, abbia portato nel nostro Web forme di discussione più adatte allo scontro sui social. Quanto ai Maneskin, di cui anche qui Passani parla con entusiasmo, mi pare avesse scritto tempo fa sul suo giornale che quel gruppo aveva fatto in una sola sera più che la Crusca: bene, noi siamo lieti se qualcuno difende e diffonde l'italiano meglio di noi, magari con una certa continuità e non solo per ragioni venali. Peccato, però, che i Maneskin siano già passati all'inglese: "I wanna be your slave".

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Luca Passani
23 giugno 2021 - 00:00
Rispondo a Salvatore De Masi che si è permesso di mettere in discussione la mia conoscenza dell'italiano. Deve sapere, caro signore, che con tutta probabilità conosco l'italiano meglio di lei. Se "quale è" è corretto, ne segue la correttezza di "qual'è". L'elisione è regola generale dell'italiano. I grammatici che prescrivono il "qual è" sono costretti ad affermare che "quale è" sia errato, ma questo non è più vero (se mai lo è stato). Oltre a questo, linguisti di primo piano (tra cui S.C. Sgroi che ha commentato su questa pagina!) prediligono qual'è rispetto al vetusto "qual" che non viene più usato produttivamente. Insomma, nessuno l'ha eletta re dell'italiano. I suoi giudizi se li tenga per lei.

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Giovanna Enrile
20 giugno 2021 - 00:00
Buongiorno, Ho letto con piacere tutti gli interventi, non so se un mio commento possa essere utile. Vorrei soltanto aggiungere che sarebbe auspicabile creare e pubblicizzare traduzioni ( letterali o libere) di tutte le nuove espressioni inglesi ( e straniere) al loro primo apparire sui media. Un osservatorio ad hoc, formato non soltanto da traduttori, ma anche da linguisti altamente qualificati potrebbe risolvere l’introduzione ingiustificata di espressioni straniere incomprensibili a un pubblico italiano a prescindere dalla fascia d’età. In epoche non remote gli insegnanti d’italiano insistevano sul fatto che all’autore di qualsiasi testo sarebbe stato richiesto di esprimersi in modo da essere comprensibile a tutti i lettori. Non erano ammesse eccezioni. Chi non avesse rispettato questa regola d’oro, sarebbe stato sanzionato anche se fosse stato il primo della classe. Non è ammissibile che, durante la pandemia, i miei contatti italiani non capissero che, quando accennavo al confinamento, non mi capissero finché non usavo il termine inglese. Il mio correttore ortografico mi sta segnalando che il termine, tradotto dal francese in italiano, non è corretto, mentre accetta senza problemi l’espressione inglese, che mi rifiuto di usare. Spero che questa mia intrusione nella discussione, oltremodo interessante, possa servire a suscitare proposte e cercare rimedi che possano consentire all’ italiano medio la comprensione immediata di contenuti basilari divulgati quotidianamente dai media. Dispiace constatare che in altri paesi la lingua nazionale non è abbandonata, qualora esistano alternative adeguate ai termini stranieri. Buona giornata a tutti

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Enrico Maria Butera
10 giugno 2021 - 00:00
Sicuramente non ho l'autorevolezza di chi ha commentato prima di me questo articolo e men che meno quella del Presidente Marazzini, ma vorrei fornire un apporto da umile italofono al dibattito. Riprendendo la frase commentata dal Presidente (che a ragion veduta evidenzia anche la sciatteria dei copia-incolla virtuali), io, da parlante medio, avrei più facilmente inteso il messaggio se fosse stato reso così: "Stiamo evolvendo (l'idea della imposizione, secondo me, non renderebbe correttamente l'intenzione del parlante) verso un modello senza contanti (la specifica di "soldi" mi sembra superflua visto il tema evidentemente economico di cui si occupa l'articolista) e orientato ai dispositivi mobili (locuzione in grado di essere onnicomprensiva; oppure "orientato agli applicativi mobili", intendendo le applicazioni che si installano nei dispositivi mobili - aggettivo quest'ultimo che nell'ambito tecnologico ha assunto in pratica e comunemente il significato dell'aggettivo "portatile"), in grado di rispondere alle preferenze (o desiderata, o gusti, o esigenze; in questo caso ci si può davvero sbizzarrire) dei nostri clienti, il 96% dei quali opera solo tramite canali digitali, prediligendo in 7 su 10 il cellulare (raramente si sente la parola "smartphone" nel linguaggio comune per indicare i telefonini di ultima generazione e si capisce comunque al volo di cosa si sta parlando; del resto, scusate, ma si è mai sentito che un telefonino del 2005 abbia caratteristiche in grado di supportare le applicazioni come fanno gli ultimi modelli di case produttrici americane o cinesi? - tanto per non fare i nomi -; è persino lapalissiano che lo scrivente si riferisca a cellulari multifunzionali di ultima generazione), ha spiegato XXX, responsabile nazionale (da parlante medio la ritengo un'espressione abbastanza generica e allo stesso tempo agevolmente comprensibile per indicare chi si occupa degli affari di una determinata azienda X sul territorio dello Stato italiano) di XXX". A questo punto mi chiedo: era davvero così difficile rendere il messaggio interamente in lingua italiana e senza perifrasi arzigogolate? era davvero necessario imbastardire l'italiano in quel modo rischiando concretamente di rendersi incomprensibili a una enorme fetta della popolazione (sostenere che si tratti solo di anziani impenitenti all'apprendimento dell'inglese è, per usare un eufemismo, una sonora falsità)?

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Paolo Santoro
31 maggio 2021 - 00:00
Sarà per via dei modesti trascorsi da traduttore, ma del "tema" proposto dal Professor Marazzini per il mese che si chiude oggi mi ha colpito soprattutto il procedimento che lui propone a riparo dell'anglofilia dilagante nell'Italiano contemporaneo. In generale, credo si debba tutti salutare con piacere che il presidente della "Crusca" si esprima sul fenomeno in termini non puramente "descrittivi", ma: è la "traduzione" il rimedio appropriato sulla base del caso proposto? Traduzione non si chiede per esempio, assolutamente, per la poesia (la si concede, a volte); non la si può chiedere nemmeno per la pubblicità/propaganda, e il "reperto anatomico" proposto da Marazzini È propaganda (marketing, direbbe il colto). Quella strabiliante collanina di evocazioni italo-anglofone ha lo stesso contenuto informativo dello strillo di un pescivendolo al mercato: serve a VENDERE in maniera accattivante la sgradevole informazione che la banca sta per chiudere alcune categorie di conti correnti e per obbligarci a dialogare con essa esclusivamente via telefonino "di ultima generazione". Privare l'uovo di Pasqua della confezione vorrebbe dire condannarlo a rimanere sul bancone, dunque non si può chiedere al bonzo bancario che si suppone abbia emesso il "messaggio" di rinunciare ad esibire le sue scintillanti decorazioni (i suoi "profumi", direbbe il Prof. Sgroi), né soprattutto di farlo en disant [francesismo]. E allora chi altro – sempre nel caso - avrebbe dovuto tradurre? Il deferente referente di una rivista che porta in testata due-su-due parole anglo-americane? Forse allora, all'eminente country-dirigente (se italofono) si può chiedere piuttosto – per la prossima volta – di riprendere a PENSARE italiano, in modo che il suo eloquio NASCA privo di tutta quella paccottiglia e, soprattutto, si può provare a chiedergli (o provare a riflettere ad alta voce sul) PERCHÉ un italiano del XXI secolo senta – per "fare la ruota" o, peggio che mai, per comunicare contenuti "tecnici" – il bisogno di ricorrere in quella misura a una lingua che non era quella di sua madre (e che, d'altra parte, se continua così, sarà però quella di suo figlio!). Non sarà forse – quanto alla folta schiera di detentori professionali di microfono/penna – per motivi ben poco sostenibili, come pigrizia, sciatteria, esibizionismo conformistico? Non sarà forse – quanto alla "comunità scientifica" – che essa (poco ricercando e innovando e, quando lo fa, parlandone ormai prevalentemente in Inglese) in fatto di neologismi ha poco da proporre al resto del mondo? Non è forse vero – quanto alla più vasta comunità dei parlanti/scriventi – che l'una e l'altra di quelle spinte di fatto rafforzano tendenze tutt'altro che salutari della nostra vita sociale, o rinviano alla piaga del miserabile finanziamento della ricerca scientifica? Abbiamo davvero bisogno, come comunità nazionale, di queste continue lezioni di adeguamento al linguaggio – dunque al modo di pensare – prevalente, quantunque di cattiva qualità?, di questo continuo ricorso a una lingua perlopiù soltanto orecchiata ("Vengo a fare il Piffer", stanno dichiarando in questo momento molti utenti degli (ovviamente) hub vaccinali!)? Qualora fossero confermate, è nella risposta a QUESTE domande che risiede, secondo me, la più importante ragione per contrastare il costume linguistico di cui parliamo, non certo nella "conservazione" di un sistema comunicativo per sua natura fluido e incoercibile. Esprimersi con parole non è però solo CONFORMARSI a quel sistema nel suo divenire, ma soprattutto SCEGLIERE COME conformarsi; dunque, sentire autorevolmente e validamente confermate (o smentite) quelle risposte non può che aiutare l'esercizio di una libertà, non limitarla. Il profano ammette tranquillamente che, al fondo dell'anglomania dilagante, possano esserci ANCHE delle motivazioni rispettabili; non ha ancora sentito spiegare però, da chi può farlo, PERCHÉ tali motivazioni vadano, nel caso, accettate e non contrastate, ovvero siano (quando lo sono) veramente inopponibili.

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Luca Passani
25 maggio 2021 - 00:00
La piattaforma del sito non mi permette di rispondere singolarmente ai commenti di Antonio Zoppetti e Agostino Bresciani. Più che rispondere, vorrei solo fare un paio di commenti e puntualizzazioni rapidi. Per Zoppetti. L’inglese non è la lingua europea? Infatti è la lingua mondiale. Non so se è a causa di un disegno politico, ma se lo è stato, quel disegno è arrivato a compimento. Fine. Passiamo oltre. Inutile piangere sul latte versato. L’altra sera all’Eurovision Song Contest, una specie di festival di Sanremo dell’Europa allargata (che tra l’altro i romanissimi Måneskin hanno vinto con una canzone in lingua italiana), i presentatori di tutti i paesi parlavano tra loro e si rivolgevano al pubblico internazionale in inglese, senza particolari problemi e in allegria. Cosa vogliamo farci? I giovani sono così. Prima imparano l’inglese e poi lo usano per parlare ai loro colleghi in giro per il mondo. Un idioma alternativo all’inglese con quelle potenzialità semplicemente non c’è. Chi non conosce l'inglese lo impari. Netflix offre film e serie TV in lingua originale con sottotitoli in inglese, italiano e varie altre lingue. A proposito, non ho compreso perché le parole delle lingue romanze adottate dall’inglese sarebbero “doni”, mentre gli inglesismi in italiano sono un affronto che grida vendetta al cielo. Per Bresciani, se i suoi anziani genitori non capiscono gli anglismi, non ci trovo niente di grave. Da che mondo e mondo, gli anziani faticano a capire la (neo)lingua dei giovani. Le lingue evolvono così. Country Manager è un concetto che in italiano non c’è. Lo ha dimostrato lei stesso esibendo una lista di traducenti al posto di un traducente singolo, univoco e universalmente compreso in italiano. La Crusca vuole erigere le barricate contro gli anglicismi? Lo faccia pure, ma credo serva un cambio di statuto di qualche tipo. La Crusca ha sempre detto di descrivere la lingua e non di prescriverla. Se decide di far proprio un ruolo “sovranista”, occorrerà anche capire qual’è il criterio su cui la scelta del traducente si baserà di volta in volta (sono ancora alla ricerca di un "allertatore civico", noto ai più col nome di whistleblower).

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Salvatore De Masi
19 giugno 2021 - 00:00
Forse sarebbe bene che, oltre a imparare l'inglese, imparasse anche a scrivere "qual è" senza l'apostrofo.
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Agostino Bresciani
25 maggio 2021 - 00:00
Il fatto che l’italiano offra vari titoli che possono calzare in maniera precisa a seconda di chi ricopre la carica di cui si parlava dimostra ancor più che non c’è bisogno del termine “country manager”. Ma se proprio vogliamo un termine “ombrello” che vada bene in maniera generale, “responsabile nazionale” è un’ottima traduzione. “Country manager” non è universalmente compreso in italiano (ripeto: i miei genitori, come tantissimi altri italiani, non ne comprendono il significato) e la lingua di cui stiamo parlando non è la lingua dei giovani oppure un gergo, è la lingua italiana. Se i mezzi di comunicazione italiani si esprimono utilizzando la pletora di anglicismi inutili che quotidianamente utilizzano stanno escludendo una parte consistente dei loro ascoltatori e lettori dalla comprensione di ciò che comunicano. Questo è un fatto grave, soprattutto se si tratta di canali pubblici o istituzionali. Le lingue non evolvono così, fino all’altro ieri quando le parole straniere entravano in italiano venivano quasi sempre tradotte. Un certo numero di prestiti inglesi, anche non adattati, è fisiologico (ci sono anche i francesismi, gli ispanismi, ecc.) ma quello verso cui stiamo andando è l’itanglese. Quando parlo con amici e colleghi francesi e spagnoli loro sono sorpresi di sapere che noi non traduciamo quasi più nulla. Sono sorpresi di sapere che in Italia c’è stato un “lockdown” (in francese “confinement”, in spagnolo “confinamiento”). Sono sorpresi di sapere che, siccome non avevamo già abbastanza anglicismi inutili, ne abbiamo inventato uno di sana pianta (“smart working”). C’è da dire anche che le accademie di Francia e Spagna sono molto attive nel suggerire traduzioni degli anglicismi e che i mezzi di comunicazione di quei Paesi non usano la gran quantità di parole inglesi che usano i nostri. Purtroppo l’anomalia è proprio quella italiana. Io sono felice di conoscere l’inglese, che mi apre molte porte sia al lavoro che nel tempo libero, ma avrei piacere che la mia lingua, l’italiano, sapesse parlare con le sue risorse anche delle cose del presente, non solo di quelle del passato.
Salvatore Claudio Sgroi
25 maggio 2021 - 00:00
Salvatore Claudio Sgroi Il dibattito suscitato dal tema di Marazzini diventa sempre più interessante in quanto i problemi sollevati dalla supremazia politico-scientifico-economico-culturale dell'anglo-americano si sono notevolmente ampliati coinvolgendo non solo l'aspetto strettamente linguistico ma quello più ampio della "politica linguistica". Dal mio punto di vista, vorrei solo precisare che, per quanto riguarda "la fedeltà linguistica" alla propria lingua, è opportuno distinguere da un lato la "macro-fedeltà" per quel che concerne l'uso dell'italiano in Italia nei contesti istituzionali (senza cedimenti, questa volta sì, all'uso dell'inglese, spesso in maniera esclusiva) per es. nei corsi di laurea specialistica o nei dottorati che escludono la lingua nazionale in nome di una pretesa internazionalizzazione della ricerca, o nella domanda nelle università italiane per i "Progetti di Rilevante Interesse nazionale" (PRIN) del Ministero dell'Università e della Ricerca (MIUR), su cui l'Accademia della Crusca e il suo Presidente hanno assunto una netta posizione critica. Al di fuori dell'Italia, invece, l'uso dell'anglo-americano, piaccia o meno, come "lingua internazionale" è un dato di fatto, contro il quale si possono adottare varie misure di politica linguistica, non tanto per escludere l'inglese ma per non emarginare le altre lingue. Dall'altro, la "fedeltà linguistica" -- ovvero "micro-fedeltà" linguistica -- contro l'uso degli anglicismi, variamente adattatati (grafo-fonologicamente) e spesso anche contro i calchi semantici e strutturali, sostenuta dai neo-puristi, mi lascia invero alquanto perplesso, perché dal "contatto (inter)linguistico" non può che derivare un arricchimento "laico" per la lingua ricevente grazie ai "doni" della lingua donante (qui l'anglo-americano). Il che non vuol dire l'obbligo dell'uso degli anglicismi, ma un ricorso "laicamente" giustificato sia dal contenuto dei messaggi, sia soprattutto dal livello culturale dei destinatari.

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Luca Passani
21 maggio 2021 - 00:00
Ho letto l’articolo e gli interventi con molto interesse. Non avendo titoli accademici linguistici da far valere non ero certo se intervenire o meno. Avendo seguito la discussione da tempo ed essendo io stesso un italofono che vive in USA, ho un punto di vista privilegiato e qualche osservazione la propongo. Per me usare una lingua significa capire e farsi capire dagli altri parlanti di quella lingua. Questa è una lezione che chiunque abbia vissuto in un paese di lingua diversa dalla propria madrelingua conosce molto bene. Se non partiamo e non teniamo ben fermo questo punto di vista durante le discussioni linguistiche, si finisce molto presto per parlare del proverbiale “sesso degli angeli”, discussioni appassionati e magari erudite che però finiscono per lasciare il tempo che trovano. La prima domanda da farsi è: la lingua usata dal country manager della banca innominata (Ing Italia) a chi è diretta? Facile indovinare: è diretta ad un pubblico di italofoni attivi nel mercato del lavoro e nella vita sociale (oppure i soldi da mettere e prelevare dalla banca semplicemente non ce li avrebbero). È presumibile, anzi auspicabile, che quelle persone abbiano studiato inglese a scuola e che si sentano (che siano! infatti) parte integrante di una società sovranazionale europea o persino globale. Se quella è la comunità di riferimento, è naturale che la lingua comune sovranazionale si imponga autonomamente e che essa invada (alcuni qua direbbero “inquini”) le lingue nazionali. Dicendo “country manager”, un italiano, un francese, un tedesco e uno spagnolo si capiscono. Se ognuno usasse i variegati traducenti della propria lingua, la comprensione reciproca si farebbe più ardua e complessa nel momento in cui occorra “switchare” (convertire istantaneamente lingua e pensiero) all’inglese. Insomma, il fenomeno linguistico è solo il riflesso di fenomeni molto più grandi: l’Europa unita e la globalizzazione. Comunicare tra esseri umani richiede una lingua comune, quella lingua è l’inglese (nella sua declinazione nord-americana, a dirla tutta) e la sua forza pressoché incontrastabile influenza le lingue nazionali. Punto. Per essere chiari, trovo rispettabili i punti di vista di chi si oppone alla globalizzazione chiedendosi se questa sia foriera di un mondo migliore (vale la pena discuterne eccome!), ma non credo che questa discussione cada nel dominio della Crusca, e non perché qualcuno lo proibisca ma semplicemente perché siamo in presenza di movimenti storici dalla portata mondiale contro cui nulla si puote. The tail is wagging the dog, ironizzerebbero gli americani: è la coda che prova a scodinzolare il cane. Si faccia pure la discussione su come “difendere la purezza dell’italiano”, ma la resistenza è futile. I parlanti del 2021 hanno bisogno di una lingua che non coincide con quella immaginata da Marazzini. Che piaccia o no. PS: ma di tutte le parole italiane presenti in inglese relativamente ai campi in cui l’Italia è (o è stata) motore culturale e innovativo ne vogliamo parlare?

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Antonio Zoppetti
24 maggio 2021 - 00:00
Spero di non risultare troppo invadente, ma vorrei replicare. Che la lingua internazionale debba essere l'inglese è un'opinione politica (e un progetto politico in atto da decenni) su cui è lecito dissentire, e non è affatto una realtà, da chiudere con un PUNTO. Le ricordo anche che l'inglese NON è la lingua dell'Europa, come si vuol far credere (a maggior ragione dopo l'uscita del Regno Unito), che sulla carta nasce all'insegna del plurilinguismo; il fronte dello scontro in proposito, attualmente, è attraverso innumerevoli ricorsi legali fatti dalle associazioni francesi, belghe o tedesche che hanno visto la Corte Costituzionale europea intervenire contro la discriminazione delle altre lingue. L'ultima di queste battaglie sta avvenendo sulla questione della carta d'identità bilingue a base inglese (ma trilingue in Germania e Austria) e sul nuovo passaporto vaccinale che noi chiamiamo "green pass". Passando dall'inglese come presunta lingua dell'Europa ai dati sulla popolazione europea, le lascio qualche statistica: è la “seconda lingua” più studiata in Europa (anche grazie ai programmi scolastici che fanno in modo che sia così), ma non significa che tutti la padroneggino: solo il 15% dichiara di saperlo fare, mentre il 38% dichiara di conoscerla abbastanza per sostenere una conversazione, ma solo il 25% è in grado di comprendere le notizie di giornali e tv. Il tedesco, il francese, l’italiano e lo spagnolo rappresentano insieme circa il 60% delle lingue native della popolazione dell’UE. Se si aggiunge il polacco, questa cifra sale a circa il 70%. I madrelingua inglesi sono l'1,5%, e godono di un enorme vantaggio comunicativo (la lingua è potere) e soprattutto economico: il giro di affari per l'apprendimento dell'inglese, tra corsi e soggiorni studio è incalcolabile, e i Paesi anglofoni non hanno questi costi (visto che sono gli altri a dover imparare la loro lingua madre). Dunque credo che si possa e debba discutere di queste cose anche in Italia, come si fa altrove. Passando da questo scenario alla penetrazione dell'inglese nella nostra lingua, che invece è dominio della Crusca e dei linguisti, faccio presente che il numero degli anglicismi nell'italiano non è assolutamente paragonabile a quello del francese o dello spagnolo e del portoghese, dove anche la frequenza e la penetrazione nel lessico comune è più bassa. Spacciare gli anglicismi per internazionalismi (e addirittura teorizzare che si debba pensare con concetti-parole inglesi come "country manager”) il più delle volte non corrisponde al vero, e personalmente lo trovo aberrante. Questa via porta alla perdita del proprio lessico da parte delle lingue locali, dunque all'incapacità di esprimersi in modo autonomo negli ambiti strategici della modernità (scienza, tecnica, lavoro, informatica...) dunque a rendere le lingue d'Europa dei dialetti. Mi pare doveroso opporre una resistenza a tutto ciò, anche e più che mai con la traduzione perorata da Marazzini. Quanto agli italianismi nell'inglese (che appartengono sostanzialmente al passato), parliamone! Sono stati in gran parte adattati (come i francesismi, i latinismi e tanti altri forestierismi), dunque sono dei "doni" che hanno arricchito quella lingua, non sono certo stati importati in modo crudo e pronunciati all'italiana (da noi gli anglicismi sono "crudi" in oltre il 70% dei casi stando al Gradit del 2006, e anche se non ho statistiche nuove credo che da allora la percentuale sia salita, e di molto).
Risposta
Agostino Bresciani
24 maggio 2021 - 00:00
Una cosa è conoscere l’inglese, un’altra è mescolarlo continuamente con l’italiano. Il fatto che i miei genitori, quasi settantenni, debbano sempre più spesso chiedere a me, trentenne, i significati degli innumerevoli anglicismi che i mezzi di comunicazione ci propinano giorno dopo giorno è grave. “Country manager” può benissimo essere tradotto in italiano con “responsabile nazionale”, se vogliamo rimanere sul vago, ma ci sono vari titoli che in maniera molto più precisa possono definire la posizione ricoperta dalla persona in questione (ad esempio “direttore nazionale” o “amministratore delegato”). Quindi la polisemia di “country manager” non arricchisce in nessun modo il messaggio che si vuole veicolare, non colma nessun vuoto, anzi priva il messaggio di definizioni che sarebbero state più precise e depaupera l’italiano di un corrispondente come “responsabile nazionale”. I miei genitori non conoscono l’inglese, non sanno cosa sia un “country manager” e non sono tenuti a saperlo; ci si aspetta invece che una figura che parla ad un pubblico di italofoni si rivolga loro in italiano. Utilizzare anglicismi inutili è una grave mancanza di rispetto nei confronti delle persone che l’inglese non lo conoscono e nei confronti della lingua italiana, a cui viene preclusa sempre più la possibilità di parlare con le sue risorse delle cose nuove della contemporaneità, nei più svariati ambiti.
Agostino Bresciani
21 maggio 2021 - 00:00
I traducenti italiani non depotenziano affatto il messaggio che si vuole trasmettere, se sono dei buoni traducenti chiaramente. “Senza contante” mi sembra un’ottima traduzione di “cashless”. Lo smartphone è un cellulare tecnologicamente molto più avanzato dei primi modelli in circolazione ma è pur sempre un cellulare e se proprio si vuole chiamarlo con un nome diverso si può pur sempre trovare un’adeguata traduzione italiana (ad esempio “multifonino”, traducente creato così da zero). Non dimentichiamo che per tradurre esiste anche l’adattamento, pratica utilizzata fino all’altro ieri e chissà perché diventata poi “ridicola” (in questo caso l’adattamento potrebbe essere per esempio “smarfono”). Il problema non è quindi di tipo linguistico, ma culturale: anche per colpa dei mezzi di comunicazione l’inglese è sempre più percepito come moderno e attraente mentre l’italiano come vecchio e polveroso. Le categorie di prestiti “di lusso” e “di necessità” per l’inglese sono ormai superate. Certo se l’Accademia della Crusca fosse più attiva ed influente nel sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema e nel proporre traduzioni agli anglicismi come le accademie di Francia e Spagna il problema sarebbe più arginabile.

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salvatore claudio sgroi
20 maggio 2021 - 00:00
INVITO ALL'ORDINE (d'arrivo). Non è un commento al testo di Marazzini o sui commenti! Ma credo che sarebbe importante rispettare l'ORDINE di arrivo dei commenti (magari numerandoli), sì da leggere per primo il 1° commento e per ultimo l'ultimo commento! E questo si può ancora fare

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Salvatore Claudio Sgroi
20 maggio 2021 - 00:00
Salvatore Claudio Sgroi Nel dibattito suscitato dal "Tema del mese" di C. Marazzini "Perché è utile tradurre gli anglismi" vorrei ora collocarmi (scherzando un pò [sic!]) "dall'alto", ovvero da linguista generale. (La) CORBOLANTE non ritiene di "fare inutili polemiche" col mio precedente intervento. Ricordo invece che io la mia "polemica" con la blogger (non so se a lei nota) l'avevo fatta nel blog di Fausto Raso "93. L'ideologia linguistica del "blog.Terminologia etc. it. di Licia Corbolante", mercoledì, 30 dicembre 2020 (e sabato 2 gennaio 2021). Sull'ideologia linguistica di A. ZOPPETTI non mi sono invece ancora espresso. Ma il suo neo-purismo appare chiaramente in questi suoi interventi, quando si mostra contrario agli anglicismi "crudi", ovvero stranierismi a partire dal significante grafico-fonico, sciorinati in una istruttiva sfilza di voci (ess. leasing, copyright, franchsing, follower, snippet, widget, download; checkpoint, baby setting (e famiglia), fast food ('con prole'), senza dimenticare gli "pseudo-anglicismi" (ess. footing, smartworking), i "trapianti" e gli "ibridismi" (ess. computerizzare, surfer, shopper, runner, Covid hospital, no comment, ecc.). Sull'ideologia di C. MARAZZINI, giusto per non dimenticare nessuno, mi ero invece espresso in una sede più accademica: nei "Quaderni di semantica" 2020, pp. 127-49, con " 'Elogio dell'italiano' ovvero il trionfo della Crusca marazziniana". L'obiettivo comune ai tre Autori, che qui emerge, è quello di sostituire agli anglicismi "crudi" (ripeto stranierismi a partire dalla veste "grafo-fonica") voci italiane, prima che essi abbiano il tempo di attecchire in italiano (la politica del gruppo "Incipit"), perché altrimenti l'italiano si snaturerebbe. La sostituzione degli anglicismi viene in questi interventi indicata come ricerca degli "equivalenti" dalla Corbolante, che contesta il termine "traducenti", difeso invece da Zoppetti che non esclude gli "equivalenti", e da Marazzini stando al titolo del suo "tema". E giungiamo al clou della polemica emersa nel dibattito. La CORBOLANTE contesta la correttezza dei traducenti di Marazzini (ripresi da me nel mio intervento). "Country manager" non indica, puntualizza la Corbolante, "il dirigente/direttore nazionale per l'Italia", ma è un termine polisemico, che secondo i contesti può valere: (i) "amministratore delegato"; (ii) "direttore generale", (iii) "responsabile per il mercato italiano". Il sintagma "Mobile phone" a sua volta non indica restrittivamente stando anche ai dizionari "il telefono cellulare", ma estensivamente si riferisce ai "dispositivi mobili, quindi smartphone, tablet, laptop" ecc.. Lo "smartphone", continua la Corbolante, non è neppure un banale "telefono cellulare". Non contesta invece "cashless" reso con "senza soldi contanti". MARAZZINI per dar conto della presenza di "country manager" aveva ricordato che "il parlante italiano è tradizionalmente abituato [a] connotare il termine 'country' nel senso della 'musica country'", che non è, come invece puntualizza la Corbolante, "una puntuale interferenza", ma per chi possieda "una minima infarinatura" universitaria di linguistica generale, è un esempio, saussurianamente, di "rapporto associativo" (o hjelmslevianamente "rapporto paradigmatico"). A questo punto, la lezione della brava traduttrice dall'inglese sta a dimostrare "il tallone d'Achille" del neo-purismo anche in questo caso. Il sintagma inglese "country manager" è, come puntigliosamente chiarito dalla Corbolante, polisemico, e l'italiano non ha un equivalente termine polisemico. La scelta di uno dei tre traducenti/equivalenti in italiano è inevitabilmente depauperante. Ci si ritrova quindi con un es. di "prestito di necessità", che colma un vuoto lessicale dell'italiano, arricchendolo. Non diversamente con l'ingl. "mobile", ricalcabile con "dispositivi mobili", "telefonia mobile". Anche lo "smartphone" può rimanere tale in quanto particolare "telefono cellulare". Per "cashless" resta il calco "senza soldi contanti". Alla fine, quindi i traducenti italiani finiscono col depotenziare semanticamente il messaggio originale, oltre a deprivarlo, come dicevamo, del 'profumo' esotico dell'anglo-americano, lingua veicolare e internazionale.

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Antonio Zoppetti
20 maggio 2021 - 00:00
La ringrazio del confronto. Considero gli anglicismi “corpi estranei” per abbracciare il neopurismo di Castellani, ma il punto a mio avviso non è quello di fare il purista per motivi di principio, ma per una questione di ecologia linguistica (sarò neopurista quantitativo?). Non eviterei gli anglicismi se fossero contenuti nel numero e nella frequenza e potrei benissimo considerarli doni, per riprendere lei e Alinei. Credo che il nodo stia nel domandarsi quanti anglicismi crudi sia in grado di assorbire l'italiano senza snaturarsi e diventare altro. La mia – opinabile – risposta è che siamo ormai ben più che saturi, e che abbiamo perso la capacità di esprimere con parole nostre il mondo del lavoro, l'informatica, altri pezzi importanti della lingua e più in generale tutto ciò che è nuovo. I centri di irradiazione della lingua che secondo Pasolini l'avevano tecnologizzata ora l'anglicizzano, coadiuvati dall'espansione delle multinazionali. Questa creolizzazione lessicale è avvenuta con una velocità senza precedenti direi, è lo tsunami anglicus coniato da chi un tempo negava il problema. Al di là dei singoli esempi, a me sembra che certi “doni” più che un arricchimento portino a un depauperamento dell'italiano, e che molte delle nostre parole davanti al profumo esotico dei “prestiti sterminatori” finiscano per puzzare e diventare inutilizzabili. Forse per questo mi considero “neopurista seriale” e respingo tutti gli anglicismi in blocco, ma sono convinto che più che fare la guerra alle singole parole sia necessario agire (per motivi di Resistenza più che di purismo) su ciò che le rende profumate per molti (c'è anche una minoranza che le trova cafone, ridicole, incomprensibili...) e intervenire sull'uso come è stato fatto per esempio nel caso della femminilizzazione delle cariche o sul linguaggio non politicamente corretto, il che esce dalla linguistica (del resto non sono un linguista). Cosa ha fatto sì che il calcolatore oggi evoca il vecchio, e il computer i dispositivi moderni? (una distinzione tra un prima e un poi assente nell'inglese, oltre che nel francese e nello spagnolo dove la parola inglese non è penetrata). Anche il capotreno cederà il passo al train manager nell'era dell'alta velocità futura? La risposta, più che nei traducenti, sta nella nostra testa, nella nostra nevrosi compulsiva di ricorrere all'inglese (neopurismo freudiano) e nel decolonizzare la mente per citare il non-linguista africano Thiong'o (neopurismo anti-colonialista). Ci sarebbe anche la questione dell'inglese come lingua veicolare e del disegno di portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo a base inglese dove le lingue locali sono viste come un ostacolo alla comunicazione sovranazionale ovviamente nella a lingua madre dei popoli egemoni e del nuovo colonialismo linguistico basato sul globalese (neopurismo antiglobalista? Latouchiano?). Comunque sia, Jurgen Trabant indica tutto ciò come foriero di una nuova diglossia neomedievale che esclude le fasce sociali più deboli. Ma questa è un'altra storia che porterebbe all'Internazionale dei neopuristi comunisti; però non so se questa visione dell'inglese internazionale sia separabile dai motivi che portano all'itanglese sul piano interno.
Licia Corbolante
19 maggio 2021 - 00:00
Nel dibattito sulle alternative agli anglicismi forse dovremmo evitare di discutere di traduzioni e traducenti: così si pone l'italiano in posizione subalterna perché lo si fa dipendere dall’inglese. Credo sarebbe preferibile fare invece riferimento a soluzioni italiane EQUIVALENTI agli anglicismi, ma va spostata l’attenzione dalle singole parole inglesi ai concetti che rappresentano all’interno dei loro contesti d’uso (linguistico, situazionale, cognitivo e culturale). Per trovare soluzioni italiane adeguate si deve infatti capire innanzitutto se uso inglese e italiano coincidono, quali sono le caratteristiche distintive di ciascun concetto e se il concetto è nuovo oppure già noto. Mi pare invece che nella ricerca del “traducente” a volte questi passaggi vengano saltati e si faccia forse troppo affidamento sulle corrispondenze tra parole offerte dai dizionari bilingui, non sempre esaustivi. Ne è un esempio “mobile-first”: nel testo citato “mobile” non è l’abbreviazione di “mobile phone”, come suggeriscono i dizionari, ma va inteso come l’uso di dispositivi mobili, quindi smartphone, tablet, laptop e ogni altro dispositivo che consente una connessione a Internet (il 96% dei clienti della banca effettua solo operazioni digitali, per le quali 7 clienti su 10 usano lo smartphone, che non è il cellulare: la banca non ne costringe l’uso e non impone la rinuncia ai contanti). Anche per la corretta interpretazione di “country manager” non è sufficiente tradurre letteralmente le singole parole country e manager ma va considerato il contesto d’uso: a seconda del tipo di organizzazione aziendale, il ruolo ricoperto dal country manager della filiale italiana di una multinazionale può equivalere a quello di amministratore delegato oppure di direttore generale, ma potrebbe anche essere il responsabile per il mercato italiano. Escluderei in ogni caso la potenziale interferenza di “country music”: dovrebbe essere sufficiente una minima infarinatura scolastica di inglese per conoscere il significato di country, parola del lessico fondamentale e ricorrente anche in contesti turistici e in canzoni e altri prodotti culturali del mondo anglofono che hanno creato familiarità con parole e locuzioni inglesi indipendentemente dalla presenza di anglicismi in italiano.

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Canape lasco ctonio
30 giugno 2021 - 00:00
@Licia Corbolante: "a seconda del tipo di organizzazione aziendale, il ruolo ricoperto dal country manager della filiale italiana di una multinazionale può equivalere a quello di amministratore delegato oppure di direttore generale, ma potrebbe anche essere il responsabile per il mercato italiano." "Trovare un equivalente significa evitare traduzioni letterali come dirigente/direttore nazionale che non trovano riscontro in ambito aziendale." Mi permetta di smentirla: nella multinazionale di cui faccio parte il Direttore della Country Italia è sempre stato chiamato solo "Direttore", anche nei documenti ufficiali. Né "Direttore Generale" (che è riservato all'AD e DG di Gruppo) né "Direttore nazionale", ma semplicemente "Direttore".
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Antonio Zoppetti
19 maggio 2021 - 00:00
L'idea che tradurre equivalga a porre l'italiano in posizione subalterna è, diciamo così, bizzarra, per usare un eufemismo. Sostenere che si dovrebbe ricorrere a soluzioni italiane “equivalenti” è una delle tante possibili soluzioni, non certo la sola, che dipende dal traduttore, dal suo intento, dalle sue capacità, dal contesto in cui opera e anche dalla sua volontà di dare la priorità alla lingua di provenienza o di arrivo. Oltretutto questa prassi dell'equivalenza spacciata come “la” pratica da seguire non consente di intervenire nei casi (sempre più numerosi) in cui una soluzione non sia già esistente. Che si fa in questi casi? Si ricorre all'inglese, naturalmente, magari invocando sciocchezze come “i termini non si traducono” che si dovrebbe riformulare con “io non voglio tradurre i termini inglesi in italiano”, visto che i termini si traducono – si adattano o si reinventano – nel francese, nello spagnolo e anche nell'inglese. Oggi come in passato. A far dipendere l'italiano dall'inglese non sono le traduzioni, che peraltro sono sempre più rare, bensì l'importare in modo crudo, con servilismo e con argomentazioni che ricordano la parodia di De Amicis del Visconte La Nuance. Per la cronaca, “country manager” è assente nello spagnolo, dove più in generale manager è stato adattato in mánager (pronunciado /mánajer/) o mánayer, mentre per France Terme l'equivalente è chargeé de pays. Quanto a mobile, in spagnolo móvil, i francesi lo pronunciano come è nella loro natura, non si sforzano di certo di pronunciarlo all'inglese. A considerare l'italiano subalterno all'inglese non sono coloro che vorrebbero tradurre, sono coloro che confondono la traduzione con la “traduzione letterale” o che vorrebbero applicare discutibili e limitate prassi terminologiche alla lingua italiana, che è una cosa un po' più ampia, e che con la scusa dei prestiti “insostituibili” o necessari (solo in Italia) finiscono per farla regredire.
Risposta
Licia Corbolante
19 maggio 2021 - 00:00
Il sistema non consente di rispondere direttamente al commento qui sotto. Non mi pare il caso di fare inutili polemiche, vorrei però sottolineare che chiunque può cercare la frase “i termini non si traducono” e verificare che ha un significato ben diverso da quello che le attribuisce Zoppetti. Trovare un equivalente di country manager significa verificare l’accezione che ha nel contesto di lingua inglese e quindi optare per il nome del ruolo corrispondente in un organigramma aziendale italiano, ad es. amministratore delegato. Trovare un equivalente significa evitare traduzioni letterali come dirigente/direttore nazionale che non trovano riscontro in ambito aziendale.
Salvatore Claudio Sgroi
19 maggio 2021 - 00:00
Salvatore Claudio Sgroi Non c'è dubbio che "una parafrasi con traduzione dei forestierismi", come indica Marazzini, "comunica meglio il contenuto del messaggio"., Ma una "parafrasi" è già una traduzione "intralinguistica", che ha funzione "metalinguistica" rispetto all'originale solitamente più breve, che ha invece funzione puramente "linguistica", nel caso particolare "retorico-linguistica" come brillantemente dimostrato dallo stesso Marazzini. E quindi la "parafrasi" compiuta dal lettore a proprio beneficio non potrebbe sostituire retoricamente l'"originale" del mittente. Ma il problema centrale dell'intervento è, ci sembra, l'opportunità di tradurre i singoli angli(ci)smi nel testo originale. Quindi: " Stiamo evolvendo verso un modello cashless [= senza soldi contanti] e sempre più mobile-first [= prima di tutto il telefono cellulare]. Questo per rispondere all[e] preferenze dei nostri clienti, il 96% dei quali opera solo tramite canali digitali, 7 su 10 prediligendo lo smartphone [= il telefono cellulare] , ha spiegato ** **, country manager [= Direttore nazionale per l'Italia] di ***. Epperò la eliminazione degli anglicismi -- cashless, mobile-first [nome + avverbio], smartphone, country manager --, "pressoché obbligat[i] nel contesto tecnico-economico", come pur riconosce lo stesso Marazzini , non ha l'effetto di togliere tutta l'aura magica dell'anglo-americano, e di banalizzare il messaggio del manager?

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Stefano Squitieri
18 maggio 2021 - 00:00
Dispiace dirlo, ma si è andati ben oltre il prestito di lusso o necessità. L'itangliano è sempre più la lingua standard, il termine inglese inconsciamente viene preferito a quello italiano senza considerarne l'eloquenza/lusso o necessità. È un atto ormai del tutto naturale. Siamo al paradosso: a volte si usa un termine inglese temendo che quello italiano possa risultare meno efficace o comprensibile.

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Antonio Zoppetti
17 maggio 2021 - 00:00
Credo che la distinzione tra “prestiti di lusso e necessità”, che risale alle riflessioni del 1913 di Ernst Tappolet, quando i forestierismi erano pochi e isolati, sia uno schema interpretativo incapace di rendere conto dell'attuale interferenza dell'inglese. Già Paolo Zolli aveva criticato il concetto di “necessità” che non ha ragioni storiche né logiche, e infatti ciò che in Italia passa per “necessario” in francese o in spagnolo viene spesso tradotto e non lo è affatto. La stessa categoria di “prestito”, da tanti criticata – anche perché non prevede né la restituzione, né la privazione da parte della lingua di provenienza – ma (mi pare) mai abbandonata, non mi sembra in grado di spiegare ciò che sta accadendo. Gli anglicismi appaiono più dei “trapianti” linguistici. Alcuni sono importazioni nostre, altre sono frutto di un lessico che non è più creato dai nativi, ma il risultato dell'espansione delle multinazionali e della loro terminologia. Basti pensare a parole come “leasing” che secondo le analisi di un giurista come Francesco Galgano si è esportata in tutto il mondo per precise direttive delle case madri che hanno a che fare con il diritto internazionale che parla inglese e che potrebbe scontrarsi con altri ordinamenti (lo stesso si può dire di copyright, franchising e molti altri termini). Ma basta pensare anche alla terminologia informatica propinata dai colossi della Rete, con i loro follower, snippet, widget, download... Poi ci sono i trapianti “transgenici” che nascono dalle radici inglesi che ricombinano da soli in accostamenti pseudoinglesi (dall'antico footing di origine francese allo smartworking). Il punto è che ciò che si trapianta poi si moltiplica, prende vita autonoma e sfugge a ogni controllo. La caratteristica che accomuna due terzi degli anglicismi è quella di essere composti da due parole o radici, che poi finiscono per allargarsi nel nostro lessico con un effetto domino. Con la pandemia checkpoint ha ampliato il suo significato di posto di blocco militare per indicare uno sportello sanitario (ANSA - ROMA, 13 MAG - Parte oggi a Roma il primo "Checkpoint" della Regione Lazio, un servizio innovativo dedicato alla prevenzione, consulenza e assistenza alle persone a maggior rischio di contagio...). Ciò ha a che fare, amio avviso, con la popolarità di locuzioni come check-in, check-out, check-list... dove alla fine “check” entra nella disponibilità di tutti in modo autonomo (fare il check della situazione, cioè il punto). Se c'è la babysitter, poi nascono i dog-sitter o i pet-sitter, che aspirano a diventare un sindacato per tutelare la loro professionalità senza preoccuparsi di come definirsi in italiano. Naturalmente l'altro elemento formativo di queste parole, a sua volta, si ricombina con questi meccanismi (pet food, dopo il capostipite fast food, si riallaccia a street food, junk food, finger food...) in una catena che porta alla sostituzione dell'italiano con l'inglese: oggi quello del Food è un settore ben preciso, dove l'eccellenza gastronomica italiana si esprime in inglese (ma tanto la cucina è diventata il cooking, nell'epoca dei MasterChef) e gli anglicismi occupano la parte più alta della gerarchia delle parole, quella impiegata per le denominazioni degli eventi o dei concetti. Questi trapianti poi si ibridano in tutti i modi (computerizzare, fashionista, instangrammabile, zanzare-killer) e stanno portando alle declinazioni in inglese: se c'è il surf poi ci sono i surfer e il surfing, ci sono gli shop e lo shopping dunque anche gli shopper che non sono più solo i sacchetti della spesa denunciati da Castellani nel suo Morbus Anglicus, ma anche gli acquirenti. E così via, tra runner e running, blog, blogger e blogging, fino a quando il lavoro rischierà di diventare work e i lavoratori worker(s). Credo che l'importanza delle traduzioni sia più che mai urgente soprattutto per questi motivi. Ciò che non si traduce e si afferma in modo crudo è destinato a moltiplicarsi e a trasformarsi in un riversamento dell'inglese che sfugge ormai alle possibilità di classificazione. Basta provare a stilare un lista dei composti di manager: non è più possibile, sono troppi, è nata una “grammatica generativa” combinatoria che produce locuzioni potenzialmente infinite. Covid hospital, covid free, covid manager, covid pass... non sono prestiti, sono un modello formativo. Così come no + inglese è diventata una regola che genera no vax, no musk, no global, no logo... (no comment!)

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Robert Campana
18 maggio 2021 - 00:00
Sono assolutamente d’accordo con te! Ci vuole una politica linguistica in Italia che sia in collaborazione con i mezzi di comunicazione e la pubblica amministrazione.

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