Il Museo della lingua italiana: una svolta nella politica linguistica nazionale?

Agosto 2020


Nicoletta Maraschio

Si può fare un museo di un bene immateriale in perenne movimento come una lingua? Non c’è il rischio di fissarlo in un percorso espositivo necessariamente riduttivo e semplificante? Molti pensano che anzi un museo possa essere uno strumento straordinario di conoscenza, tutela e valorizzazione della lingua. Il tema è a mio avviso affascinante e merita di essere dibattuto. Un argomento a favore del museo della lingua è che nel mondo ne esistono già molti. In Italia se ne parla da tempo, ma il “sogno” si è concretizzato nella notte delle stelle cadenti di San Lorenzo (l’immagine suggestiva si deve a Giuseppe Antonelli, autore del fortunato libro Il Museo della lingua italiana, Mondadori 2018).

Dopo tante riflessioni, iniziative e pubblicazioni, dopo i lavori propositivi di un gruppo qualificato di studiosi (coordinato da Luca Serianni), finalmente il progetto del primo Museo della lingua italiana prende corpo. La notte di San Lorenzo ha portato due grandi novità: il finanziamento e la sede, grazie a un accordo tra il Ministro Dario Franceschini, il Sindaco di Firenze Dario Nardella e l’Assessore alla cultura Tommaso Sacchi. Si passa dall’astrattezza di progetti sulla carta alla concretezza della loro fattibilità in un luogo preciso. Anche l’Italia avrà dunque il suo Museo della lingua (Per altri musei nel mondo si veda Lucilla Pizzoli, I musei nel mondo dedicati alle lingue, Istituto della Enciclopedia Italiana 2018 e Margaret Sönmez, Maia Wellington Gahtan, Nadia Cannata (a cura di), Museums of Language and the Display of Intangible Cultural Heritage, Routledge 2020).

In precedenza, si contano diverse iniziative per “far vedere” la nostra lingua e per ripercorrerne la storia  attraverso immagini e oggetti: dalla mostra agli Uffizi Dove il sì suona (2003) a quella dedicata all’Homo sapiens (Roma, Palazzo delle Esposizioni 2011-2012, con ampio spazio per la Storia linguistica italiana), fino al percorso espositivo alla Sapienza di Roma, curato da N. Cannata, M. Gahtan e dai loro allievi (Dalla mostra al museo: Eurotales, il museo interattivo delle lingue d’Europa, 2019). Il Vittoriano, inoltre, è stato sede di almeno due esposizioni importanti: la prima (2011) curata da Francesco Sabatini e inaugurata dal Presidente Ciampi (L’unità della lingua e l’unità della Nazione) e la seconda, più recente (2019), Lessico italiano. Volti e storie del nostro Paese, a cura di Edith Gabrielli. E poi ci sono le pubblicazioni: i volumi della Storia della lingua italiana per immagini (diretti da Luca Serianni, 2010 segg.) e il portale VIVIT, nel sito dell’Accademia della Crusca (2013), un vero e proprio museo virtuale e interattivo, realizzato grazie al contributo di un nutrito gruppo di studiosi con competenze diverse. 

Il nuovo Museo nascerà a Firenze nel complesso monumentale di Santa Maria Novella, davanti alla Stazione ferroviaria. I luoghi hanno, lo sappiamo, un forte potere simbolico ed evocativo. La prima pietra della Basilica domenicana pare sia stata posta nel 1279, esattamente ventisette anni dopo la coniazione del fiorino d’oro (1252), emblema della potenza economica della città medievale, alla quale è strettamente legato lo sviluppo di una civiltà della scrittura volgare unica in Europa. Proprio quella civiltà che avrebbe favorito nel Trecento la creazione dei tre capolavori letterari che sono alla base dell’intera storia linguistica italiana (Commedia, Canzoniere, Decameron). La facciata della Basilica si deve a Leon Battista Alberti, autore della prima grammatica del toscano parlato. La Stazione ferroviaria è il capolavoro razionalista di un altro grande architetto, Giovanni Michelucci, costruita negli anni Trenta del Novecento, in un periodo di grande fervore culturale di Firenze, quando Montale dirigeva il Gabinetto Vieusseux e scrittori e poeti illustri si incontravano alle Giubbe Rosse. Si tratta di una delle stazioni ferroviarie più grandi d’Italia, frequentata da milioni di viaggiatori italiani e stranieri. Medioevo, Rinascimento e Contemporaneità sono dentro e fuori il nuovo Museo, in un polo destinato a diventare attrattivo per un pubblico ampio; in primo luogo per le scuole e per tutti gli “amatori” della lingua italiana, ma anche per quei turisti e visitatori che siano desiderosi di uscire dagli itinerari più consueti e affollati della città d’arte. 

Conviene, tuttavia, sgomberare subito il campo da ogni equivoco. Firenze è stata fondamentale nella storia della nostra lingua (basti pensare, appunto, a Dante, Petrarca e Boccaccio), ma il Museo avrà certamente carattere nazionale e internazionale. L’italiano nel mondo continua a essere amato e studiato. Eppure la nostra lingua ha bisogno di essere meglio conosciuta e valorizzata ovunque, in particolare proprio in Italia, e i giovani sono chiamati a diventare protagonisti di una nuova fase della nostra storia linguistica.

Da questo punto di vista il Museo rappresenta un atto straordinario di politica linguistica, tanto più apprezzabile alla luce della poca attenzione finora riservata dallo Stato alla nostra lingua: bene culturale fondamentale che, al pari delle altre lingue di cultura, merita di essere sostenuto, tutelato e valorizzato in modo permanente e organico. Soprattutto ora, di fronte alla globalizzazione e in coerenza con una politica linguistica europea che, almeno astrattamente, sostiene il valore del multilinguismo/multiculturalismo. 

In diversi interventi abbiamo letto di un museo multimediale e interattivo, con laboratori didattici d’avanguardia. Certo. Sappiamo che ogni lingua è un bene immateriale in continuo movimento, un bene che tuttavia ha lasciato nel tempo e nello spazio tracce materiali consistenti. Le tracce dell’italiano le troviamo sparse nell’intera Penisola e al di fuori dei nostri confini. Dalla toponomastica al visibile parlare inciso su monumenti, chiese e palazzi; dai manoscritti medievali, conservati in archivi e biblioteche, alle registrazioni del parlato pubblico novecentesco e contemporaneo (quello del teatro, del cinema, della radio, della televisione), fino all’italiano cantato dell’opera lirica che ci ha resi famosi nel mondo. Per non parlare dei tanti italianismi che sono una componente essenziale del comune patrimonio linguistico europeo. Per secoli l’Italia, infatti, è stata ponte tra le lingue classiche (greco e latino), quelle del Mediterraneo (soprattutto arabo, insieme alla Spagna) e le altre lingue d’Europa. Si studierà il modo di collegare queste tracce, creando una rete di applicazioni diffuse. Il Museo guiderà ogni visitatore a ritracciare i segni di vicende linguistiche secolari, a riconoscerli e osservarli. Da Firenze al mondo, dal mondo a Firenze, perché nel Museo si esporranno naturalmente anche molti beni materiali significativi: manoscritti, oggetti, libri, quadri. 

Si è insistito anche su un museo aperto a tutte le varietà: dalla lingua della letteratura e della scienza a quella del diritto e della politica, dalla lingua dell’arte e della musica a quella della predicazione, fino a quella della cucina. Certo. Tuttavia credo sia essenziale non perdere di vista un obiettivo prioritario: valorizzare le due caratteristiche fondamentali della nostra storia, ossia il multilinguismo e la continuità. Per quanto riguarda la coesistenza di più lingue, è stato notato qualche anno fa da Tullio De Mauro che l’indice di diversità linguistica in Italia è oggi particolarmente elevato: pari allo 0,59 e quindi superiore a quello di Svizzera (0,45), Austria e Spagna (0,44), doppio rispetto a quelli di Turchia (0,28), Russia e Francia (0,27) e triplo rispetto a quello della Germania (0,19). Un multilinguismo diffuso e persistente (in qualche modo parallelo alla biodiversità tipica del nostro Paese), costituito dai molti volgari medievali, e poi da italiano, dialetti, lingue minoritarie, lingue straniere e più recentemente da lingue immigrate, che evolvono in un rapporto fruttuoso di interscambio, sovrapposizioni e contaminazioni.

Quanto alla continuità, essa è è specifica dell’italiano, caratterizzato da un’estensione cronologica, dal Medioevo alla Contemporaneità, estranea alle altre lingue europee, le quali conoscono una frattura netta tra la fase antica e quella moderna. Sappiamo che una illustre tradizione linguistica (letteraria e scientifica), da Dante ad Ariosto, da Galileo a Goldoni, da Manzoni a Montale ci ha portato nel mondo; per non parlare delle parole dell’arte: Alberti, Piero della Francesca, Leonardo, Vasari… fino ai futuristi. Ma l’italiano è stato ed è anche lingua popolare, scritta e parlata dalle generazioni di donne e uomini che hanno abitato la Penisola e che l’hanno usata, talvolta con fatica, soprattutto per comunicare con chi stava altrove. Le loro lettere, e in genere le loro scritture private, sono una testimonianza preziosa dell’esistenza di una lingua comune italiana che era diffusa ben prima dell’Unità d’Italia. Studi recenti hanno aperto e allargato questa interessante prospettiva storiografica e il Museo dovrà darne opportuna testimonianza. 

Entrambi questi elementi, multilinguismo e continuità, ci distinguono nel mondo, rappresentano una ricchezza della nostra storia e insieme una grande potenzialità che ci proietta nel futuro, al di là delle troppo pessimistiche previsioni della morte prossima della nostra lingua. Il Museo, che naturalmente mostrerà anche le novità linguistiche del presente portate dalla rete (e da una connessione comunicativa permanente ed estesa come non mai), sarà il luogo ideale per far conoscere a un pubblico largo, e in particolare ai giovani, un patrimonio in gran parte sconosciuto, per far crescere la consapevolezza del suo enorme valore e quindi per suscitarne o rafforzarne l’amore. In questo particolare momento, in cui è urgente avviare imprese culturali innovative, la creazione del primo Museo della lingua italiana, a mio avviso, ha un grande significato e un valore incontestabile. Il cantiere è aperto. Occorrerà naturalmente pensare a una forma giuridica adeguata e soprattutto a un disegno architettonico, ad allestimenti e più in generale a una filosofia espositiva che non solo siano in armonia con lo straordinario contesto circostante, ma anche in grado di stimolare, in grandi e piccini, tutte le curiosità e le emozioni che la nostra più che millenaria storia linguistica merita.  

[*una versione più breve di questo intervento è stata pubblicata su “Il Fatto Quotidiano” (22 agosto 2020)]

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Redazione
10 ottobre 2020 - 00:00

Commento di chiusura di Nicoletta Maraschio:
La creazione del Museo della lingua italiana rappresenta una svolta importante nella nostra storia linguistica e apre prospettive nuove, come è stato opportunamente sottolineato negli interessanti commenti al tema del mese. Dopo poco più di ottant’anni dall’istituzione della prima cattedra di Storia della lingua italiana affidata a Bruno Migliorini (1938), Firenze può svolgere un altro compito fondamentale, quello di far conoscere meglio a un pubblico vasto, soprattutto ai giovani, le vicende millenarie dell’Italia linguistica, caratterizzata dalla presenza di molte lingue (italiano, dialetti, lingue di minoranza, lingue immigrate) e aperta al contatto e allo scambio arricchente con le lingue del Mediterraneo, dell’Europa e del resto del mondo (Daniela Testa). Un museo fortemente dinamico e interattivo che possa colmare lacune tradizionali della nostra lessicografia, aprendo per esempio un grande spazio alla lingua scientifica e a quella istituzionale (Gabriella Alfieri). Un museo per l’alta divulgazione, dunque, ma anche luogo privilegiato di collaborazione scientifica tra studiosi italiani e stranieri (Ilaria Bonomi). Occorrerà impegnarsi a fondo perché il Museo della lingua italiana sia un museo all’avanguardia, inserito in una rete fitta di collegamenti, capace di attrarre visitatori italiani e stranieri grazie a una comunicazione pronta ed efficace. E prima di tutto riesca ad attrarre in presentia le scuole, come auspica Carlo Meola. Solo un commento, tra quelli pubblicati, suona contrario alla creazione del Museo della lingua italiana (Giuseppe Mancini: “ormai la lingua italiana è pronta per il museo”). Mi permetto di dissentire. Oggi dedicare un museo a un certo personaggio o a un certo ambito non vuole certo dire imbalsamarli.  Basti pensare a un solo caso, al grande successo e alla forza attrattiva e divulgativa che ha il bellissimo museo della scienza di Trento, disegnato da Renzo Piano e perfettamente inserito in quel contesto montano.  Il nostro museo sarà inserito in un complesso architettonico prezioso, quello di Santa Maria Novella, ricco di arte e di storia. Saranno documentate le nostre radici e le nostre glorie letterarie e musicali, ma anche il parlato e lo scritto di generazioni di uomini e donne che hanno abitato la Penisola e l’italiano contemporaneo (Catherine Maubon sottolinea giustamente la capacità dimostrata dall’italiano “di arricchirsi al contatto di nuovi parlanti o nuovi linguaggi nel tempo breve”). L’Accademia della Crusca si è spesa per questo progetto e continuerà a seguirlo da vicino nella fase realizzativa. Il presidente Marazzini e altri autorevoli accademici hanno dedicato e continuano a dedicare molta attenzione agli anglismi incipienti, proponendo alternative italiane (Gruppo Incipit). Inoltre le recenti sentenze del Consiglio di Stato e della Corte Costituzionale contro l’uso esclusivo dell’inglese nella didattica universitaria sono state importanti a regolare questo settore cruciale dell’alta formazione, evitando la marginalizzazione e quindi la progressiva dialettalizzazione dell’italiano (Carlo Meola: “Il ridicolo inglese dei congressi e per lezioni di corsi ufficiali”). Sono tuttavia convinta, l’hanno scritto anche alcuni degli intervenuti, che solo una consapevolezza diffusa del valore storico e identitario della nostra lingua e delle sue potenzialità attuali possa costituire un freno rispetto a due degli attuali pericoli incombenti sulla nostra lingua (ma anche su altre!), quello di un suo impoverimento progressivo (Maria Luisa Villa) e quello, appunto, di un’apertura indiscriminata all’anglismo (parole e intere frasi), impiegato spesso in modo irriflesso, immotivato e poco trasparente (Francesca Fusco, Giuseppe Mancini). Il Museo della lingua italiana può contribuire in maniera determinante a rafforzare quella coscienza linguistica nazionale che anni fa Francesco Sabatini ha giustamente riconosciuto e definito “debole”.

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Giuseppe Mancini
22 settembre 2020 - 00:00
Eh, già! Ormai la lingua italiana è pronta per il museo! Non è una gran bella notizia! A proposito! Quand'è che codesta spettabile Accademia farà sentire la propria voce, ogni volta che prendono piede, fra i mezzi di comunicazione di massa, parole tipo 'lock-down'? Cosa si aspetta a spolverare dal museo facili compromessi, tipo 'blocco totale'?

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Gabriella Alfieri
22 settembre 2020 - 00:00
Quel che è mancato finora alla lingua italiana è un riconoscimento istituzionale, e cosa di più istituzionale di un museo che la rappresenti, la faccia conoscere più autenticamente, e la celebri? Come ammoniva Giovanni Nencioni nel mirabile saggio del 1982 “La galleria della lingua”, proponendo un suggestivo paragone tra la Galleria degli Uffizi e il Vocabolario della Crusca del 1612, l’istituzione di un museo implica nuovi modi di fruizione dell’opera d’arte, ispirati a loro volta a concezioni ideologiche e ideali, senza dimenticare i diversi fattori “sociali, economici e culturali” che condizionano e informano le collezioni. Nicoletta Maraschio ha preconizzato questi modi e concezioni per il Museo della nostra lingua: salvaguardare il policentrismo costitutivo della storia linguistica nazionale, superando un inattuale toscano-centrismo, ma documentare e valorizzare la centralità dell’apporto di Firenze e del tosco-fiorentino alla formazione e alla diffusione dell’italiano. La lingua, bene immateriale per eccellenza, si materializza in oggetti d’arte, come manoscritti, testi a stampa ma anche e soprattutto in discorsi, scritti e parlati, e oggi videoscritti o “audio-visibili”. La sfida che dovrà affrontare il Museo è proprio quella di accoglierli, raccoglierli e organizzarli in un progetto espositivo organico e dinamico: non un museo-biblioteca, ma un museo ”Rete”, percorso espositivo aperto, inclusivo, sempre pronto a seguire i movimenti della Società e della sua Storia. Si potrà così finalmente divulgare a un pubblico esteso la specificità italiana, comprovata da autorevoli filologi, per cui un modello di lingua prodotto da una ricerca filologico-estetica è stato poi rifunzionalizzato - per una delle tante torsioni della Storia - come lingua della comunicazione istituzionale, pubblica e amministrativa. “Specificità” non vuol dire una singolarità fenomenica da esporre a fini spettacolari, ma insieme di caratteri originali e distintivi, che il nostro Museo dovrebbe restituirci, ripercorrendo la storia autentica della lingua italiana, nei suoi percorsi scoperti e carsici, e nelle sue deviazioni. Ma sarà anche un museo di quell’italiano “nascosto” (profilato da Enrico Testa), che ha movimentato e rivitalizzato la norma rivolta all’indietro della lingua letteraria. E sarà un Museo indirizzato anche agli stranieri, sia come turisti interessati ad apprezzare in tutto il suo significato diacronico la nostra lingua, sia soprattutto e in prospettiva, per giovani italiani non nativi, migranti o figli di immigrati: darà loro nozioni, materia e ideali, insomma un ethos in cui identificarsi. Il Museo potrebbe colmare un vuoto secolare che i vocabolari della Crusca (e non solo) tuttora non riescono a sanare: la lingua del sapere filosofico e scientifico, testimoniata dai volgarizzamenti e su piani più elevati dalla trattatistica; potrebbe insomma diventare la fonte di una norma unitaria non letteraria nazionale. E che dire della lingua istituzionale, solo ultimamente documentata e resa visibile e fruibile dal Vo.DIM (Vocabolario Dinamico dell’Italiano Moderno) ideato e diretto da Claudio Marazzini? Un Museo dinamico appunto, che ci restituisca il significato “pragmatico” delle parole e della fraseologia italiane, nei loro contesti e nelle situazioni d’uso, e soprattutto nel loro valore simbolico, superando gli intenti di semplice tesaurizzazione o «dell’apprezzamento estetico» dell’oggetto lingua, per dirla ancora con il grande Nencioni, che richiamava la visione nazionale della storia e del presente e del futuro della nostra lingua preconizzata dal Citolini: “Ella è viva, e come viva cresce, genera, crea, produce, partorisce, e sempre si fa più ricca, più abondante”. Il Museo della lingua italiana - ove organicamente e adeguatamente inserito in un progetto formativo che solo la Scuola può assumersi - potrebbe infine contribuire a rimediare alla perdita di beni immateriali e di ricchezze simboliche, affettive, spirituali di cui, secondo gli storici, soffre gravemente l’Italia contemporanea.

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Francesca Fusco
18 settembre 2020 - 00:00
La splendida iniziativa di costituire il Museo della lingua italiana – portata avanti da istituzioni e studiosi di primissimo rilievo – permetterà forse a tutti noi italiani, troppo spesso appiattiti su un’anglomania imperante, di comprendere il grandissimo valore della nostra lingua e l’importanza di tutelarla. L’italiano ci ha permesso di avere un’unità culturale ben prima di averne una politica (di cui la lingua è stata, anzi, uno dei pilastri fondanti); inoltre, il rispetto della diversità linguistica costituisce uno dei valori su cui si basa l'Unione Europea (il cui motto è per l’appunto “Unita nella diversità”). Tuttavia, come ha sottolineato Nicoletta Maraschio, la tutela di tale patrimonio resta spesso sulla carta, e ciò non solo a causa di una scarsa attenzione da parte del legislatore (nazionale o sovranazionale), ma soprattutto perché nei parlanti manca spesso la consapevolezza che la lingua, oltre a essere un indispensabile strumento di comunicazione, è un valore culturale di per sé. Alla luce di ciò, la scelta di costituire un museo sulla lingua italiana per il grande pubblico rappresenta sicuramente una svolta nella politica linguistica nazionale, in quanto mostra l’acquisita consapevolezza che, per una tutela efficace ed effettiva del patrimonio linguistico di una nazione, occorre affiancare alle mirate iniziative degli addetti ai lavori il coinvolgimento dell’intera comunità.

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Ilaria Bonomi
04 settembre 2020 - 00:00
Dobbiamo essere davvero grati ai promotori del Museo della lingua italiana, studiosi e istituzioni (Accademia della Crusca, Accademia dei Lincei, Associazione per la Storia della lingua italiana, Dante Alighieri, Treccani), riuniti nel Comitato coordinato da Luca Serianni, grati al MIBACT e al governo che lo hanno sostenuto. Questo Museo renderà gli italiani orgogliosi e più consapevoli delle qualità e del prestigio della loro lingua, e aiuterà gli stranieri che lo visiteranno a conoscere meglio la storia dell’italiano e i suoi punti di forza. Tra questi, verrà sottolineato che un ruolo centrale è stato ed è tuttora svolto dall’italiano nella musica, con l’opera lirica prima di tutto, veicolo forte della diffusione e del prestigio dell’italiano all’estero, e con la canzone. Un ambito, questo come altri, per il quale il Museo, attraverso una ben studiata impostazione interattiva potrebbe anche essere l’occasione per stimolare visitatori stranieri a interventi e collaborazioni (su tematiche sulle quali una collaborazione internazionale sarebbe molto opportuna). Opportuno, credo, sarebbe pensare a un doppio binario di fruizione, per il largo pubblico italiano e straniero da una parte, per un pubblico più esperto e interessato a temi di ricerca e scambio internazionale dall’altro. Su altri punti di forza dell’identità e del prestigio dell’italiano, come il cibo (la moda, altra grande forza trainante dell’identità italiana nel mondo, resta estranea al prestigio linguistico dell’italiano), potranno forse intervenire apporti finanziari privati (come auspicato da Luca Serianni nella sua intervista al Corriere della Sera dell’11 agosto scorso e nella più recente su Artribune del 2 settembre), senza che questo debba comportare uno sbilanciamento tematico. Certo, un Museo come questo dovrà bilanciare le ragioni letterarie e culturali del prestigio della nostra lingua, primo e straordinario motore della bellezza dell’italiano, con l’attualità e le sue tematiche. Tra queste, l’apporto e la concorrenza, conflittuale, dell’inglese, momento di grande crisi della nostra lingua, che anche in passato ha subito una forte e discussa pressione da parte di un’altra lingua, il francese. E nel mondo di oggi i rapporti tra le lingue e il multilinguismo, sottolineato da Nicoletta Maraschio in chiusura della sua presentazione del tema, rappresentano come ben sappiamo un terreno di non facile ma fondamentale confronto. Il lavoro da fare per pensare e allestire il Museo nella bella e prestigiosa sede fiorentina sarà lungo e complesso: certo la scadenza del marzo 2021, in occasione delle celebrazioni dell’anno dantesco, potrà essere solo un primo passo.

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Maria Luisa Villa
04 settembre 2020 - 00:00

NOMINA SI NESCIS PERIT ET COGNITIO RERUM
Stupenda idea è quella di organizzare un museo della lingua italiana. Le parole entrano in relazione con le cose, gli eventi, la storia, le persone, il pensiero e ogni lingua è una finestra sulla realtà. Si creano incroci ed evoluzioni così complesse che il solo modo di scoprire cosa significa una parola è quello di studiarne la storia.
Le parole sono alate, volano via, diceva Omero, ma sono potenti perché bisogna essere forti per poter volare (1). Per un essere umano è impossibile pensare al di fuori di un contesto verbale: come suggerì Umberto Eco, nella nostra mente la rosa è una parola prima d’essere un fiore (2).
Dell’importanza delle parole fu consapevole anche il botanico Linneo che nel Systema Naturae ebbe l'ambizione di denominare rigorosamente tutti gli animali, le piante e i minerali conosciuti, mediante una semplice coppia di termini (binomio) indicanti il genere e la specie di appartenenza (Homo sapiens, Fagus sylvatica). “Nomina si pereant, perit et cognitio rerum” è la sua celebre affermazione che riecheggia la biblica operazione nomenclatoria assegnata nella Genesi ad Adamo il nomoteta (3).
 Occorre un grande rispetto per la creatività linguistica e l’allestimento di un Museo della Lingua è una iniziativa assai opportuna per contrastare la montante, pericolosa povertà linguistica che contrassegna i nostri anni.

1. W. J. Ong, Conversazioni sul linguaggio, Armando Editore, 1993,
2. U. Eco, Il nome della rosa, Collana Letteraria, Bompiani, 1980,
 3. G. Montalenti, Carlo Linneo, In Enciclopedia Italiana, Treccani; P. Rossi (ed.), Storia della scienza, 9 voll., vol. 1: La rivoluzione scientifica: dal Rinascimento a Newton, Gruppo Editoriale L’Espresso, Roma 2006.

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Carlo Meola
04 settembre 2020 - 00:00
Sono convinto della validità dell'iniziativa e condivido i commenti precedenti. Per inciso, aggiungo, da professore universitario nella Facoltà di Ingegneria in pensione, di aver vissuto, molto sdegnato, la diffusa moda nei politecnici di usare il ridicolo inglese dei congressi per lezioni di corsi ufficiali : un attentato al ruolo che hanno le lingue nello sviluppo dell'umana conoscenza. Credo, entrando nel vivo del mio commento, che sia utile aggiungere che, in un paese come il nostro dove i musei abbondano, è vitale fare previsioni sul numero dei visitatori. Senza utenza il museo diventa una collezione che impegna inutilmente spazi eccessivi e personale. Personalmente sono ottimista, malgrado il carattere immateriale di quanto, ovviamente, il visitarore immaginera' di trovare.Infatti, credo che l'affluenza ad un museo sia fortemente sfavorita dalla disinformazione del potenziale visitatore. Lo provano, in modo inequivocabili, le file che visitano i musei delle cere a Londra, Parigi, etc. Questi musei, accortamente, aggiungono, dopo i personaggi storicamente e popolarmente noti , ma anche con elevati rischi... di obblio,personaggi da... copertina di riviste pettegole o figure perennemente presenti nelle trasmissioni televisive. Naturalmente, può accadere, sia per i tempi che corrono sia perché molti turisti non sono italiani, che il numero degli interessati alla lingua italiana resti insoddisfacente.A questo punto, si pongono due seri problemi, governi e politici, vorranno (1 punto critico) farsi carico di iniziative per avere una utenza scolastica e potranno dopo il Covid (2 puntoed insidioso punto critico) evitare la virtualizzazione del museo?? Se lo faranno per la scuola continuo ad essere ottimista.

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DANIELA TESTA
04 settembre 2020 - 00:00
Bisogna essere felici e grati del progetto di istituire il Museo della Lingua Italiana. Le motivazioni di tale soddisfazione sono da rintracciare nella necessità di riprendere coscienza dell'importanza di una lingua in quanto tale e della lingua italiana nel particolare; necessità di riconoscere le origini illustri della lingua italiana che vengono da padri quali Dante, Petrarca e Boccaccio ma pure dagli altri "grandi" che l'hanno arricchita ed amata lungo il corso ininterrotto del suo sviluppo; necessità di imparare quanto l'Italiano sia anche stato il mezzo di espressione di tutti e non soltanto di coloro che avevano avuto la fortuna di studiare; necessità di riconoscere, dopo troppo tempo, il valore di una lingua che è stata alla base della nostra identità civile e culturale e che tanto ha saputo offrire anche ad altre culture. È giusto che sia proprio Firenze ad ospitare il Museo; non sarebbe possibile pensare ad altra città.

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Catherine maubon
30 agosto 2020 - 00:00
Condivido uno dopo l'altro tutti i motivi elencati da Nicoletta Maraschio a sostegno della linea culturale scelta dal Museo della Lingua Italiana. Particolare interessante mi sembra la simultanea attenzione da una parte all'evoluzione e affermazione delle lingua italiana nel tempo lungo e dall'altra alla sua specifica capacità di arricchirsi al contatto di nuovi parlanti o nuovi linguaggi nel tempo breve.

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