La lingua di Dante non può parlare di scienza. Il MUR esclude l'italiano nel bando per i fondi FIS

di Claudio Marazzini


Il "Corriere della sera" di oggi (scrivo il 5 ottobre 2021) ospita un intervento del noto e bravo giornalista Paolo Di Stefano, il quale, prendendo lo spunto da notizie fornite dal prof. Michele Gazzola (docente nell’Ulster University dell'Irlanda del Nord ed esperto di quella che viene chiamata "linguistica economica"), informa i lettori su una decisione contenuta nel Decreto Ministeriale n. 841 emanato dal MUR il 15 luglio 2021, ora giunto alla fase applicativa con il Decreto Direttoriale firmato dal Direttore Generale dott. Vincenzo Di Felice, in data 28 settembre 2021.

In questi decreti si affronta una questione importante: le modalità per concorrere alla distribuzione di un consistente fondo per la ricerca scientifica, denominato "Fondo italiano per la scienza" (FIS), destinato a incidere sulla ripresa, dopo la pandemia, delle attività di ricerca pubbliche e private in molti settori, definiti mediante le categorie di classificazione ERC (European Research Council). I macrosettori ERC interessati sono LS (Life sciences), PE (Physical Sciences and Engineering) ed SH (Social Sciences and Humanities). Sarà bene segnalare che nell'ultima delle tre categorie possono trovare posto anche discipline umanistiche, letterarie, storiche, filologiche, linguistiche. Sarà anche necessario ricordare quali siano gli enti interessati alla presentazione delle ricerche ai fini del finanziamento, nel caso in cui un Principal Investigator di qualunque nazionalità le abbia scelte come Host Institution. Sono le Accademie di Belle Arti, i Conservatori, le Università ed istituzioni universitarie italiane, statali e non statali (comunque denominate, ivi comprese le scuole superiori ad ordinamento speciale), gli enti pubblici di ricerca di cui al D.lgs. del 25 novembre 2016, n. 218; i soggetti giuridici con finalità di ricerca, purché residenti e con  stabile  organizzazione  nel  territorio  nazionale, a cui lo Stato contribuisca in via  ordinaria (tra queste, credo possa trovare posto anche l'Accademia della Crusca), gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, pubblici e privati, aventi sede operativa in tutto il territorio nazionale.

Il finanziamento è pari a 150 milioni di euro per il 2022, una cifra molto elevata, della quale non si può non essere soddisfatti. Qual è l'allarme lanciato da Paolo Di Stefano? Mi pare il caso di ripetere le sue parole: le norme citate "impongono non solo che i progetti vengano presentati in lingua inglese a pena di esclusione ed irricevibilità", ma anche che

gli eventuali colloqui orali si svolgano in questa lingua. […] Dunque, tenendo salvi i settori tecnico-scientifici, anche le discipline umanistiche, lingua e letteratura italiane comprese, dovranno obbedire all’obbligo dell’inglese. E succederà che i candidati italiani illustreranno in inglese a commissari italiani la prosa di Boccaccio o la poesia di Montale. Non staremo a dire che altrove gli equivalenti del Fis sono rispettosi del multilinguismo, ma in Italia chi non si butta tra le braccia dell’inglese con fede cieca è subito accusato di provincialismo antimoderno. Come se fosse very international pensare che basti una verniciata di anglofonia per assurgere al Pantheon mondiale. È lecito chiedersi che visione hanno i nostri attuali governanti della cultura e della lingua italiana.

Devo dire che la delicatezza della questione mi era apparsa in tutta la sua gravità già da diverse settimane, ma che ho esitato a intervenire in forma pubblica, tanto più nel sito dell'Accademia della Crusca. Questa inquietante svolta finale mi era sembrata coerente con un processo in atto da anni, già avviato per altri progetti di ricerca, e collegato all'annosa questione della spinta verso l'uso esclusivo dell'inglese nell'università, argomento su cui l'Accademia è intervenuta più volte dal 2012 a oggi, anche in alcuni Temi del mese (Internazionalizzazione sì, ma non contro l’italiano (2017); Il MIUR dà un calcio all'italiano (2018); Ma siamo proprio sicuri che la lingua della ricerca sia solo l’inglese? (2018) ; Cattive notizie nell’anno di Dante: l’italiano negletto del PRIN (2021).

Un po' di storia aiuterà a cogliere meglio lo sviluppo della questione. Quanto ai finanziamenti ministeriali PRIN (Progetti di ricerca di interesse nazionale), fino al 1997 la domanda si è sempre redatta in italiano. Dal 1998 (Ministro Berlinguer) le domande sono state richieste in italiano e in inglese, con la motivazione di estendere in questo modo il numero dei valutatori internazionali. Nel 2012 (Ministro Profumo), la domanda è stata ancora richiesta in due lingue, italiano e inglese, poste su di un piano di parità. Nel 2015 (Ministra Giannini), si mutò rotta, e la domanda poteva essere presentata in italiano o in inglese, "a scelta del proponente" (art. 4, comma 2). Nel 2017 (Ministra Fedeli), la scelta fu diversa: domanda solo in inglese, con un’eventuale versione ancillare in italiano, secondo la medesima formulazione emanata poi nel bando 2020 (ministro Manfredi). Nel dicembre 2017, e poi nel 2018, ci fu una reazione contro la domanda ufficiale del PRIN 2017 richiesta obbligatoriamente in inglese. Si aprì un vivace dibattito, che ebbe seguito anche in alcune pagine di un mio libro (cfr. C.M., L’italiano è meraviglioso. Come e perché dobbiamo salvare la nostra lingua, Milano, Rizzoli, 2018, pp. 74-98).

Il modello del Fis è stato certamente individuato dal MUR nelle domande ERC, di carattere europeo, e ne è stato per questo ricalcato il regolamento. In questo modo si è introdotto anche l'obbligo dell'inglese, con la specificazione esplicita del divieto dell'italiano persino come lingua ausiliaria (viene dunque escluso il doppio testo affiancato, di pari dignità, nell'una e nell'altra lingua). Purtroppo questa volta l'esclusione dell'italiano, come ha ben notato Di Stefano nel suo articolo sul "Corriere della sera", non colpisce solo le domande, ma anche le "eventuali interviste,  da  tenersi  in  lingua  inglese", che "riguarderanno  la  presentazione  del progetto ed una sessione di domande e risposte condotte dai Comitati o da un gruppo di componenti dei Comitati stessi" (art. 5.11 del DM 841/2021). L'esclusione non tiene conto della disciplina, dei contenuti, né dell'eventuale presenza di esperti di nazionalità diversa dall'italiana. La norma, tassativa, non prevede eccezioni. La lingua italiana è radicalmente esclusa, estromessa quale strumento comunicativo nel meccanismo di valutazione del Fondo italiano per la scienza. Questo mi pare un fatto evidente e indubitabile, tanto che mi sono chiesto come mai il bando fosse stato emanato in lingua italiana: tanto valeva che fosse redatto direttamente in inglese.

Per la verità, come già ho detto, da molti giorni, anche prima della denuncia di Paolo Di Stefano, ero al corrente della situazione. Continuavo a cercare spiegazioni: non le ragioni della presenza dell'inglese, la cui richiesta, allo stato attuale, è ben comprensibile, ma le motivazioni per le quali si era preferito escludere totalmente l'italiano, con una formulazione esplicita anche più rigida che in passato, e con una conseguente assunzione diretta di responsabilità. Una tale scelta non solo annulla ogni propensione al plurilinguismo, ma, interpretata in chiave storica, pone una seria ipoteca sul futuro della lingua italiana come strumento di scienza e cultura, declassandone la funzione. L'eliminazione dell'italiano è in questo caso totale.

Non so se questo tipo di finanziamento, come suggerisce Di Stefano, possa riguardare progetti su Boccaccio o Montale. Può darsi che la letteratura italiana antica e moderna non sia tra gli obiettivi del grande finanziamento, che pur ammette le cosiddette "Humanities". Tuttavia la preoccupazione maggiore non sta nella posizione più o meno conveniente delle discipline letterarie o filologiche nella divisione dei fondi, quanto nel declassamento dell'italiano e nell'obiettiva rottura del rapporto tra lingua italiana e comunicazione scientifica. Questa frattura può avere conseguenze sociali e politiche molto gravi, che in più occasioni gli storici della lingua hanno paventato, pur senza immaginare che la situazione potesse degenerare in maniera così rapida. La prima e più evidente è la diminuzione di prestigio dell’italiano agli occhi degli studenti delle scuole superiori che accederanno all’università (non a caso i risultati Invalsi segnalano la progressiva diminuzione delle competenze nella lingua nazionale). La seconda, anche più grave, è la spinta a favorire negli scienziati la disabitudine a parlare e scrivere della loro disciplina in maniera adeguata ed elevata usando la lingua nazionale. Al fondo del percorso, c’è un italiano ridotto a lingua locale minore adatta alla quotidianità informale, svuotata di contenuti seri, tutt’al più relegata nello spazio del divertimento e dell’evasione, fatte salve poche aree di resistenza destinate presto ad incrinarsi. La lettura di libri e giornali ne risentirà in maniera devastante, accrescendo la crisi della comunicazione di cultura, già carente nel nostro paese.

Mi piacerebbe, al di là di ogni polemica, che fossero rese esplicite le ragioni di coloro che hanno ritenuto necessario usare il proprio potere per assumere decisioni di tale peso. Vorrei essere certo che la loro scelta è stata dettata dalla piena consapevolezza dei costi e dei benefici, e non da una tendenza alla semplificazione o dalla trasposizione meccanica di normative nate in contesti diversi. Affido la domanda a questo Tema del mese.

Redazione
02 dicembre 2021 - 00:00

Commento di chiusura di Claudio Marazzini
Come di consueto, ringrazio tutti coloro che sono intervenuti esprimendo il loro consenso alle tesi del Tema del mese. Mi resta il rammarico di constatare che le nostre proteste non hanno avuto per ora conseguenze concrete: il Ministero non ci ha degnati di risposta, e non credo intenda cambiare strada. Al MUR l'italiano sembra interessare poco. Peccato. Tuttavia possiamo essere soddisfatti almeno per una ragione: altre associazioni culturali si sono unite alla nostra protesta, e a loro volta hanno scritto al Ministro. La lettera inviatagli è firmata da Accademia della Crusca, AISV (Associazione Italiana di Scienze della Voce), AItLA (Associazione Italiana di Linguistica Applicata), DiLLE (Didattica delle Lingue e Linguistica Educativa), SIG (Società Italiana di Glottologia), SLI (Società di Linguistica Italiana). Si sono poi unite, con iniziative proprie, anche l'ASLI, associazione degli storici della lingua italiana, e la SFI, Società Filosofica italiana. Il risultato pratico non è stato ottenuto, ma ci resta la soddisfazione morale di non vederci del tutto soli. Nel campo della scienza, i colleghi sembrano per contro sordi alle nostre ragioni e poco propensi a riflettere sui diritti dell'italiano e all'utilità di conservargli una funzione "alta" nel sistema educativo. La posizione di costoro è reputata così forte che non sentono nemmeno la necessità di discutere del problema: vecchia storia, cominciata nel 2012 con il Politecnico di Milano. Ne pagheremo il prezzo tra qualche anno, come comunità nazionale. Quanto a coloro che nei loro commenti si sono distaccati dalla mia posizione, credo si debba distinguere tra chi ha sostenuto la scelta dell'inglese a oltranza, e chi ci ha concesso qualche cosa, ammettendo che l'opzione non va generalizzarla oltremisura, imponendola anche alle discipline che non la ritengono utile. Si capisce che la delimitazione dei confini tra le discipline è cosa più complicata. Pare comunque condivisibile, per costoro, il principio che l'italianistica in senso esteso possa mantenere una sua individualità, per esigenze specifiche comprensibili e giustificabili. Vi è poi una posizione più vicina a quella ministeriale, espressa qui da Luca Passani, redattore della "Voce di New York". Capisco che l'italiano, visto dall'altra sponda dell'oceano, appaia piccola cosa; e poi Passani non manca mai di esprimere il suo dissenso rispetto alle posizioni della Crusca, con cui evidentemente non va d'accordo. Noi, del resto, non andiamo d'accordo con le sue opinioni. Riteniamo che l'Italia, nazione europea, non sia una Little Italy, a neighborhood in Lower Manhattan in New York City, once known for its large Italian population, secondo la definizione di Wikipedia ed. "en.". Per questo vediamo le cose sotto altra luce. Speriamo che questo lo capisca anche il Ministro.

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Vincenzo Martini
24 novembre 2021 - 00:00
La lingua italiana è un bene culturale vero e proprio. Trasuda storia, arte e bellezza del nostro Paese. Ma non deve ridursi a bene museale o essere confinata solo a determinati ambiti. Ne va della sua stessa sopravvivenza come lingua. Per questo è meritevole della più ampia tutela e della più assidua promozione.

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giorgio casacchia
31 ottobre 2021 - 00:00
l'imposizione che non lascia scampo dell'inglese in tutte le occasioni, serie come questa che si dibatte e frivole come lo scherzo la battuta ecc. è un fenomeno gravissimo. Imparagonabile al latino, che fu usato per secoli ma era una lingua senza alle spalle una nazione esistente, dunque puramente una koinè adottata per praticità in Europa, come il cinese classico in Asia orientale. Qui cioé non si parla una lingua comune, si parla la lingua della nazione dominante, per il momento l'inglese, ma che potrà anche cambiare, è noto che il cinese è già la lingua di comunicazione internazionale in varie aree del globo e comunque è una lingua con un miliardo e mezzo di madrelingua con i quali si ha sempre più a che fare. L'uso della lingua globale riduce le altre a dialetti e gerghi, basti notare come in italiano si è praticamente interrotta la produzione di neologismi, un'infinità di termini non hanno una voce italiana (ingenerando l'improssione, o la consapevolezza, che non è all'altezza della contemporaneità), si preleva semplicemente il termine inglese, e s'aggiungono a quelli che sono esclusi solo perché l'inglese è percepito più efficace, elegante, uno status symbol (ecco, per esempio...). Il futuro ricalcherà probabilmente Via col Vento, dove la domestica negra, la mamie, probabilmente ottima parlante di bantù o hausa, è declassata a produttrice di enunciati come "zì badrona" et similia, cioè a inadeguata e arretrata individualità. Ma diceva Bloomfield che l'unica lingua in cui si è sicuri di capire tutto e di farsi capire è quella madre, non quella o quelle acquisite...

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Antonio Zoppetti
22 ottobre 2021 - 00:00
Mi pare evidente che decisioni come questa non sono episodi isolati, rientrano in una precisa strategia politica che da anni si sta facendo strada in modo surrettizio, e viene imposta in silenzio e a piccoli passi. L'anglificazione della scuola, il disegno di insegnare prevalentemente in inglese in alcune università – il caso del Politecnico di Milano è il più noto – i Prin, l'inglese che è diventato un requisito obbligatorio nei concorsi della Pubblica amministrazione con la riforma Madia che ha sostituito il requisito di conoscere “una lingua straniera” con “la lingua inglese”... sono uno schiaffo al plurilinguismo, inteso come un valore e una ricchezza, e sono il frutto di una visione che vuole condurre tutti i Paesi sulla via di un bilinguismo a base inglese dove le lingue locali sono vissute come un ostacolo alla comunicazione internazionale. Per citare la ricercatrice finlandese Tove Skutnabb-Kangas, il riduzionismo monolinguistico non è solo ingiusto, ma è un “cancro” a cui va contrapposto il riconoscimento dei diritti linguistici. Rivolgermi alle istituzioni nella mia lingua madre dovrebbe essere un mio diritto, e decisioni come quelle del Miur si possono bollare come “linguiciste”. Come il razzismo e l'etnicismo discriminano sulla base delle differenze biologiche oppure etnico-culturali, il linguicismo è la discriminazione in base alla lingua madre, che porta a giudizi sulla competenza o non competenza nelle lingue ufficiali o internazionali. In Italia, non mi pare che ci sia una sensibilità su questi temi, né che si assista a un dibattito serio, a parte poche voci critiche come quelle di Claudio Marazzini, Paolo Di Stefano o Michele Gazzola. E invece bisognerebbe non solo discuterne, ma anche provare a fare qualcosa di concreto e passare dai lamenti all'azione. Non sono sicuro che questo ultimo decreto del Miur sia legittimo. Sarebbe auspicabile rivolgersi alla Corte di Giustizia dell’Unione europea che difende il plurilinguismo e in più di un'occasione si è espressa contro provvedimenti di questo tipo. Il comunicato stampa n. 40/19, 26 marzo 2019 (https://curia.europa.eu/jcms/upload/docs/application/pdf/2019-03/cp190040it.pdf ), per esempio, a proposito di concorsi ha sancito che “le disparità di trattamento fondate sulla lingua non sono, in linea di principio, ammesse”, a meno che non esistano “reali esigenze del servizio”, ma in questi casi devono essere motivate “alla luce di criteri chiari, oggettivi e prevedibili”. Nulla di tutto ciò si riscontra nel Decreto Fis o nel caso dei Prin, e forse rivolgersi alla Corte di Giustizia della Ue potrebbe essere la via per fermare questi provvedimenti linguicisti che per favorire l'inglese finiscono con il danneggiare la lingua di Dante, ma anche i diritti degli italiani. Questa è la via che stanno perseguendo varie associazioni per la tutela della propria lingua in Francia, Germania, Belgio e in altri Paesi ancora, e in più di un'occasione hanno vinto le loro battaglie legali.

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PAOLO PRATELLI
21 ottobre 2021 - 00:00
La Cina, con la sua economia ha già superato gli Stati Uniti e fra breve sarà il principale stato del mondo; cosicché tutti i valenti "inglesisti" dovranno darsi da fare per per imparare gli ideogrammi. Il mondo va avanti ma con le le nuove tecnologie avremo delle apparecchiature per traduzioni simultanee in tutte le lingue, che ci permetteranno di conversare e preparare relazioni scientifiche senza problemi. Da italiano che paga le tasse, che almeno i miei soldi contribuiscano ad aumentare la valenza della nostra lingua.

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Domenico Calabrese
18 ottobre 2021 - 00:00
Mi chiedo: (1) se è costituzionale ciò; (2) come si comportano all'estero: anche in altri paesi, europei ed extraeuropei, hanno questa sorta di sudditanza culturale e psicologica per cui arrivano a bandire l'uso della propria lingua? (3) qualora l'imposizione del MIUR sia illegale, chi deve intervenire e che strumenti ha? Su questo però gradirei un intervento proprio dell'Accademia della Crusca e, specificatamente, del Prof. Marazzini. Personalmente, ritengo che sia venuto il momento che l'Accademia della Crusca investa concretamente nella difesa della nostra lingua, con interventi di ampio respiro e di larga diffusione, non solo con pubblicazioni per pochi eletti. Per esempio si potrebbe diffondere quanto denunciato in questo articolo acquistando ripetutamente pagine intere dei principali quotidiani nazionali, acquistando spazi pubblicitari sulle principali reti televisive, invogliando una sorta di partecipazione popolare (anche in forma altamente mediatica: p.es. con concorsi a premi per la miglior traduzione dei neologismi di matrice inglese). E oltre a ciò, in qualche modo si deve portare la vicenda in parlamento e, laddove possibile, persino alla Corte Costituzionale e nelle aule giudiziarie.

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Luca Passani
13 ottobre 2021 - 00:00
Il mondo globalizzato ha bisogno di una lingua globale e quella lingua è l'inglese. Non c'è molto da eccepire se si vuole essere realisti. Visto il suo ruolo, il presidente Marazzini tuona contro l'egemonia linguistica e culturale dell'inglese (meglio dire dell'angloamericano). Fa bene, ma c'è più di un motivo per pensare che la lotta sia impari e destinata all'insuccesso nel lungo periodo, almeno per quello che riguarda gli ambiti della ricerca scientifica. Per quanto riguarda chi scrive e parla un "bad english", offro un consiglio: imparare l'inglese meglio e scrivere in "good English".

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Risposta
Michel Renard
16 ottobre 2021 - 00:00
Non mi è chiaro perché il "mondo globalizzato ha bisogno di una lingua globale e quella lingua è l'inglese". Chi ha deciso che il mondo "globalizzato" dev'essere monolingue? Il Fondo italiano per la scienza attiva risorse del contribuente destinate a finanziare ricerche fatte in università italiane, non in giro per il mondo. Mi pare quindi del tutto giusto lasciare che i candidati possano usare la lingua italiana in qualsiasi fase della procedura. Invece in Ministero impone il monolinguismo inglese, dimostrandosi arretrato e ottuso. Mentre il Canada sta aggiornando la legge che garantisce l'equità fra inglese e francese, e il Regno Unito si sta impegnando per proteggere il gallese, il gaelico scozzese e l'irlandese, il governo italiano sopprime l'italiano all'università. L'Italia si mostra arretrata rispetto agli altri paesi proprio perché promuove il monolinguismo invece del plurilinguismo, e per giunta il monolinguismo inglese all'epoca di Brexit! Fuori dalla storia.
Risposta
Marco Trento
15 ottobre 2021 - 00:00
Mi scusi sig Passani, ma qui non si parla di mondo globalizzato. Si parla di milioni di soldi dei contribuenti italiani da usare per finanziare ricerca fatta in università o istituti con sede sul territorio nazionale. I bandi sono aperti a tutti, anche a stranieri, ed è giusto così. Non si può semplicemente lasciare ai candidati libertà di scelta sulla lingua da usare fra italiano e inglese? Che coerenza mostra lo Stato italiano nel promuovere la lingua italiana all'estero tramite gli istituti di cultura e al tempo stesso renderla inutile in patria? Non ha senso.
Mauro Rovere
13 ottobre 2021 - 00:00
Capisco che per studi umanistici non sia appropriato ma per progetti scientifici di fisica, biologia ecc. scrivere in italiano e poi tradurre in inglese è solo una perdita di tempo. I referee saranno tipicamente internazionali, preferiti anche per evitare effetti dovuti alla concorrenza. In passato ricordo questa difficoltà. La scrittura in italiano per un certo tipo di progetti è un esercizio inutile. Ovvio dipende dal tipo di attività. Credo che un progetto su Dante per esempio sia del tutto diverso.

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Filippo Contesi
11 ottobre 2021 - 00:00
La situazione è ben piú complessa di quanto possa apparire da questo articolo. Una lingua comune è indispensabile per il progresso del pensiero e dell'attività umana. È stato cosí da sempre, con varie lingue a seconda del periodo, del campo e del luogo. Detto questo, ci possono essere casi di discipline in cui la lingua comune è bene che non sia l'inglese: magari, per esempio, lo studio della letteratura italiana, o di quella francese ecc. Le critiche al provvedimento in questione vanno rivolte a quei casi, non a tutto il provvedimento. Per alcuni spunti sul caso della filosofia analitica, si vedano questi miei due recenti contributi: https://contesi.wordpress.com/bp/ https://constantinesandis.medium.com/unconscious-bias-or-deliberate-gatekeeping-d47c686634ce

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Risposta
Fulvio Volpe
13 ottobre 2021 - 00:00
Quello che scrive Filippo Contesi non è corretto. Non vi è mai stata nella storia dell'umanità una lingua universale condivisa. Il latino è stato lingua franca degli intellettuali solo in Europa, non è mai stato usato come lingua franca da altre grandi civilizzazioni come quella cinese e indiana. Nel corso del 19' e 20' secolo lingue come il tedesco e il francese erano largamente usate nella scienza internazionale. Oggi nell'ambito dello studio della biodiversità, lo spagnolo e il portoghese sono lingue molto usate. In Europa abbiamo avuto progresso civile e scientifico quando abbiamo abbandonato il latino a favore dei volgari che permettevano un migliore accesso al sapere e una sua più ampia diffusione nella popolazione. L'egemonia dell'inglese non è la soluzione, è parte del problema, non solo perché avvantaggia i paesi anglosassoni, ma anche perché, almeno nelle scienze sociali e morali, oscura la creatività nelle altre lingue e crea nuove barriere linguistiche. La scienza è sempre stata plurilingue: il fondo italiano per la scienza lo deve accettare.
Vita Matrone
10 ottobre 2021 - 00:00
Sto scrivendo la mia tesi di linguistica proprio su questo argomento e voglio sottolineare che ho una laurea in lingue, inglese e francese. Questo non mi fa una fanatica dell’inglese, al contrario mi apre al multilinguismo facendomene assaporare tutti i sapori, facendomi comprendere quanto sia inutile chiudersi al monolinguismo. Non bisogna, però, abbandonare la lingua, la nostra lingua ufficiale che ha lottato secoli e secoli per diventare tale ed essere condivisa da tutta la nazione (e al di fuori di questa). Apriamoci al multilinguismo…impariamo l’inglese e anche altre tre lingue…ma non abbandoniamo l’italiano per un “bad English” (inteso come inglese che nessuno -o quasi- parla, o scrive, in modo almeno dignitoso) perché questo non ci farà onore ma solo fare la figura di qualche politico già visto: “first reaction: shock!” Cit.

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Riccardo Azzali
10 ottobre 2021 - 00:00
È deprimente leggere come circostanze di matrice economica vadano ad intaccare e a danneggiare l’uso quotidiano dell’italiano e la profonda ricchezza riflessiva che esso offre.

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Risposta
Elisa Tebai
10 ottobre 2021 - 00:00
Concordo pienamente.
franco bergamasco
09 ottobre 2021 - 00:00
La mezza cultura della tecnoburocrazia ministeriale e dei “media” non potrà MAI capire che incoraggiare o imporre l’Inglese nell’istruzione superiore in Italia è provinciale (una periferia dell’Impero come l’Italia - notoriamente irrilevante per storia e retaggio culturale - adotta scodinzolando la lingua dei padroni). Ma il fatto principale a mio avviso è che sembra proprio che non glie ne fotta niente anzitutto ai docenti universitari, con l’eccezione di qualche “vox clamantis etc.”, come Claudio Marazzini in questo eccellente commento. Se va bene per loro, i più diretti interessati, forse tanto vale rassegnarsi. Purché fra una ventina d’anni (o meno), a cose fatte, resti una traccia abbastanza chiara e percepibile degli interventi come questo, quando o se qualcuno vorrà fare un po’ di Storia.

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Monica Martinuzzi
09 ottobre 2021 - 00:00
Trovo questo fatto molto grave. L’Accademia della Crusca dovrebbe intervenire in maniera forte nelle sedi istituzionali opportune e portare il fatto medesimo all’attenzione della politica.

Rispondi

Ornella Valentini
09 ottobre 2021 - 00:00
Meriterebbe un’interpellanza parlamentare, un referendum. Questa sudditanza all’inglese è insopportabile.

Rispondi

Giorgio Cantoni
09 ottobre 2021 - 00:00
Condivido in pieno le sue parole, professor Marazzini. Ciò che mi chiedo, però, è cosa lei e l'accademia che rappresenta intendete fare per modificare una situazione il cui esito può essere, appunto, molto grave. L'Accademia, lo dico senza polemica, appare debole nel far sentire la propria voce su questo tema, spesso affidata a commenti isolati di alcuni linguisti più che a una posizione corale. Inoltre non mi spiego perché non vogliate appoggiare, o quanto meno dare visibilità, a iniziative per la tutela della nostra lingua avanzate da collettivi di cittadini (penso ad esempio alla proposta di legge per l'italiano presentata lo scorso marzo al parlamento). Penso ne siate al corrente. Tra l'altro nella proposta, fra gli altri punti, c'è l'aumento dei finanziamenti alla Crusca e il suo coinvolgimento ufficiale sulle questioni di politica linguistica. Che cosa vi frena? Spero che il commento venga pubblicato e abbia risposta, stimolando un dialogo proficuo. Nel frattempo la ringrazio di nuovo per le sue parole e il suo lavoro.

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